Nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani. Vediamone qualcuna.

Avere come oggetto di studio i propri connazionali può rivelarsi un compito assai rischioso. Soprattutto se chi si cimenta in tale impresa è egli stesso un italiano. Troppo facile cadere nei luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi in cui si è immersi, senza riuscire a offrire nuovi punti di riflessione. In principio fu Leopardi a rampognarci sui nostri modi di fare, atteggiamenti e attitudini nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi italiani. Il poeta dell’infinito denunciava l’assenza stessa di società nella penisola, e quindi di una vera morale sociale.  Descrivere i costumi di un popolo era una pratica diffusa nell’Europa dell’Ottocento. Qualche anno prima del Discorso, noti visitatori stranieri come Goethe, Stendhal, Madame de Staël avevano già riportato su carta quanto emerso dalle loro esperienze nel Bel Paese. Il giudizio generale non era positivo. Era un’Italia profondamente diversa, non ancora unita politicamente ma segnata dal peso di diversi secoli di storia che ne avevano forgiato carattere, temperamento, modi di fare e abitudini. Anche nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani.

Gli italiani, da Barzini a Gambino

Nel 1964, su commissione di un editore americano, Luigi Barzini jr. Scrisse Italiani. Vizi e virtù di un popolo. È notevole osservare  come alcune considerazioni di sessant’anni fa  presenti nel saggio siano valide ancora oggi. Attraverso un rapido excursus storico – come l’interessante parallelismo Cola di Rienzo/Mussolini, specialmente se si considera il triste e simile epilogo di entrambi – Barzini spiega come il popolo italiano per diversi secoli non si sia divenuto protagonista della propria storia.

Si pensi al periodo che va tra ‘500 e ‘800, un continuo assoggettamento a governanti stranieri, al quale gli italiani reagirono colmando il mondo di capolavori per colmare il vuoto di disordine e disperazione della loro vita nazionale e per dimenticare l’umiliazione e la vergogna. La bellezza che si trova nel nostro Paese è intesa come una benedizione e una condanna, al pari di quella “maledizione delle risorse” che affligge molte nazioni africane. Il giornalista analizza il modus operandi dell’italiano : «Fin dal Medioevo – spiega Barzini – siamo alla ricerca di chi ci esoneri dal peso della nostra libertà e destino». È proprio nel corso dell’età di mezzo che il tessuto antropologico italiano assorbe più che in altri Paesi quel modo di risoluzione delle contese tipico del codice cavalleresco in cui si fa a meno di leggi, norme e autorità statali, come viene descritto nel trattarello omonimo di Jacopo Gelli.

La predilezione per l’interesse personale è una costante, lo Stato e la società funzionano se non intaccano gli interessi della famiglia, organismo che al tempo stesso protegge e genera disordine. L’Italia sarebbe dunque una federazione di famiglie, i cui interessi particolari raramente sono andati di pari passo con l’interesse nazionale. Il testo di Barzini a tratti diventa un vero e proprio vademecum che, seppur datato, si dimostra molto più utile di un’intera sezione di libri-paccottiglia sul know how e sulla crescita personale. Questi i consigli in ordine sparso: coltiva la tua famiglia, tieniti stretto amici e nemici, difenditi dalla società, dalla storia, trova un protettore, sii compiacente, nascondi la tua intelligenza, non essere idealista, nascondi il successo, gli italiani non lo perdonano, dixit Enzo Ferrari. Certo, le differenze geografiche comportano un diverso raggiungimento degli scopi: il settentrionale crede nella conquista della ricchezza, il meridionale in quella del potere. Il problema eterno della burocrazia poggerebbe sul fatto che ogni amministrazione è costretta a farsi la guerra l’una con l’altra per proteggere i propri privilegi. Viviamo in un eterno cripto-matriarcato  dove gli uomini dirigono (dirigevano) il Paese, ma sono a loro volta diretti dalle donne. Tuttavia lo stesso Barzini non ignorava affatto la mutazione antropologica che stava subendo la famiglia nella società italiana negli anni del Boom economico.

Molti elementi presi in esame da Barzini saranno affrontati verso la fine del secolo scorso da un altro giornalista, lucido nell’analisi psicologica dell’italiano: Antonio Gambino. Del giornalista romano non si possono dimenticare i brillanti pamphlet polemici, quali L’imperialismo dei diritti umani e  Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani. Nel suo Inventario italiano, Gambino si focalizza su una figura centrale per analizzare il carattere dell’italiano: la mamma, trasfigurata anche nella figura della Chiesa cattolica romana o della Madonna. Infatti il sottotitolo dell’opera è “Costumi e mentalità di un paese materno”. Gambino esplora tutta la letteratura che ha per oggetto il carattere del nostro Paese, ne rivela i sintomi: apoliticismo, clientelismo, trasformismo ecc.

All’origine una causa comune: la mentalità materna. Il luogo della madre è ristretto nell’ambito dell’allevamento e della protezione. La furbizia del servo che si vendica del padrone, per poi sottomettersi semplicemente a un altro padrone, ha portato spesso a identificare il Belpaese con la maschera di Arlecchino. La clientela, che nasce come associazione di amici e non solo in contesti politici, sembrerebbe quell’unico vincolo che al di fuori della famiglia abbia una base naturale. L’apoliticismo naturale deriverebbe proprio dal preferire legami clientelari e tra consorteria, piuttosto che con lo Stato. Se in Italia non c’è mai stata una rivoluzione il motivo è che, oltre a conoscerci tutti (Flaiano docet),  da Romolo e Remo siamo un popolo fratricidi, ed ogni rivoluzione che si rispetti nasce dal parricidio. Il pubblico appare come quel non luogo il quale, piuttosto che essere di tutti non è di nessuno, e perciò si può tranquillamente insozzare. Le Goff afferma la gravità del peso della storia nella coscienza collettiva italiana quale combinazione di tre elementi: coscienza di essere un popolo antichissimo, il risentimento di decadenza tra la gloria delle origini e lo stato attuale e l’inquietudine di esistere come nazione solo da poco tempo. Ed è sempre la mentalità familistica o maternalistica che riaffiora, sospettosa del mondo esterno e di ogni trasformazione, a tal punto che anche se il presente è tutt’altro che sereno, comunque si guarderà con diffidenza alla novità. Tale mentalità produce risultati migliori quando ha modo di esplicarsi in condizioni di spontaneità e inventiva personale.