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	<title>cancel culture Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Make Incel and Transfeminism punk again</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 11:08:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto. Incel e Transfemministe radicali sono i punk di fine mondo, che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i primi punk vi era una frangia nichilista che non faceva un cazzo, non beveva, non si drogava, era talmente antisistema da rifiutare una contaminazione con i paradisi artificiali. <strong>Il vero punk è grazia, purezza, rozzezza sdrucita</strong>, di vestiti non esageratamente punk, quella è Vivienne Westwood, quello è come vi è stato venduto il punk.</p>



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<p><br>Il &#8220;non fare un cazzo&#8221; non è apatia, ma rifiuto attivo e provocatorio di partecipare agli aspetti più ovvi e consumistici della ribellione giovanile contemporanea (anni &#8217;70). Mentre altre controculture (hippie, psichedelia) cercavano paradisi artificiali attraverso droghe, alcol o misticismo per evadere o contestare il sistema, <strong>i primi punk rifiutavano persino queste forme di evasione e alterazione.</strong></p>



<p><br>La loro ribellione stava proprio nella negazione assoluta: <strong>i punk non offrivano un&#8217;alternativa costruita (come le comuni hippie), ma si ponevano come vuoto, assenza, rifiuto puro (&#8220;grazia, purezza&#8221;).</strong> Il loro essere antisistema era così integrale e spinto all&#8217;estremo che respingeva qualsiasi strumento utilizzato non ritualmente, ma solo come divertimento (come l&#8217;ubriacarsi o il drogarsi) e che potesse essere visto come una forma di dipendenza, di evasione illusoria o, peggio, di commodity assimilabile dal mercato o dal &#8220;sistema&#8221; stesso.</p>



<p><br>Il loro &#8220;non fare&#8221; era quindi un atto di purezza nichilista: la contestazione più radicale possibile, che consisteva nel non partecipare nemmeno alle forme tradizionali (o commercializzate) di dissenso, rimanendo nella loro &#8220;rozzezza sdrucita&#8221; autentica e non spettacolarizzata. Era un rifiuto di essere cooptati.</p>



<p>Ora, benvenuti nel punk del 2025, amici miei. Non cercate creste iodate o giubbotti borchiati. <strong>Cercate occhiaie digitali e sguardi iperfocalizzati su schermi che riflettono un vuoto cosmico</strong>. Cercate tute arcobaleno olografiche e droni da sorveglianza patriarcale in miniatura.</p>



<p><br>Sì, perché l’ultimo grido della ribellione in questo pantano post-tutto ha due facce della stessa medaglia: gli Incel e le Femministe di Quinta Ondata, sono il vero punk oggi.</p>



<p>Gli Incel veri Punk del fallimento totale. Immaginate Johnny Rotten, ma senza energia, senza sesso, senza speranza. Solo un ronzio costante di risentimento e un’ossessione per metriche corporee decodificate da forum oscuri, esoterici, quasi stregoneschi. Sono i nuovi reietti, gli scarti della macchina dell’iper-connessione. È la loro ribellione. Un’implosione monumentale.</p>



<p><br>Non sputano in faccia al sistema, ci annegano dentro, perché il vero punk è uno spleen rabbioso e depresso.</p>



<p><br>Li trovi non più in bar maleodoranti, lì ora ci stanno i fighetti che fanno i punk perfettamente inseriti dal sistema, il loro attimo di ribellione dura il tempo dei vari step: matrimonio fallimentare, aziendetta di famiglia che sfonda il muro del suono dei debiti, start-up creativa, ritiro nella tenuta di famiglia a fare l’olio.</p>



<p><br>Il vero cyber punk sta nei &#8220;covi&#8221; digitali: <strong>Discord, Telegram, quelle cloache dove l’aria è catrame</strong>.</p>



<p><br>Ascoltano hyperpop distorto con bassi che simulano battiti con testi indie cinici. La loro estetica è un &#8220;normcore disfunzionale&#8221;: felpe grigie da 20 euro, occhi vitrei fissi su streamer che urlano teorie sul &#8220;mercato sessuale&#8221; come fossero analisi di borsa.</p>



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<p><br>Il loro &#8220;fuck you&#8221; alla società è un gigantesco &#8220;fuck me&#8221; esistenziale. Sono punk perché hanno fatto del fallimento personale una trincea, una bandiera strappata.</p>



<p><br>Non vogliono cambiare il mondo, vogliono che il mondo riconosca la loro sofferenza come l’unica verità sacra. E in questo nichilismo digitale, questo rifiuto di qualsiasi logica di &#8220;riscatto&#8221; o &#8220;positività tossica&#8221;, c’è un’amara, sgradevole purezza.</p>



<p><br>Sono la distorsione finale del sogno capitalista dell’individuo: atomi isolati che implodono in silenzio, che illuminano un’esistenza disperata, nel buio romantico della loro stanzetta.</p>



<p>Le Femministe di Quinta Ondata: sono invece cyberpunk con il vibro controllo remoto. Esplodono dall’altro lato dello specchio. Se gli Incel sono implosione, queste <strong>sono iper-esplosione pura</strong>; i loro ideali non trovano spazio nel variegato carro dei gay-pride, sono pirateria pura.</p>



<p><br>Hanno lasciato alle spalle le battaglie per il voto, per l’aborto, per il lavoro, per i diritti. La Quinta Onda naviga nel post-umano, nel digitale, nel micro-aggressivo dell’infinitamente piccolo.</p>



<p><br>La loro ribellione è un tribunale costante di codice e bio-hacking, ed hateraggio a chi le contraddice su Instagram. Vestono tute adattive ed aderenti, hanno capelli che cambiano colore in base al livello di &#8220;male gaze&#8221; percepito nell’ambiente. I loro meeting non sono in centri sociali, i gay-pride, ma in metaversi criptati, i loro sogni sono droni-sentinella che proiettano ologrammi di vulve giganti a scansione laser che rilevano &#8220;energia maschile cis non-consensuale&#8221;.</p>



<p><br>La loro musica è generata da IA addestrate su testi di Audre Lorde e Donatella Rettore con mix di rap maschilita e manuali di ingegneria genetica. <strong>Il loro &#8220;fuck you&#8221; è un algoritmo: identificano, classificano, cancellano brani e film maschilisti, li reinterpretano</strong>. Con la stessa ferocia sarcastica con cui i punk sputavano, loro de-platformano, sono psicotiche, utopicamente incantevoli, ma brutte e pelosette.</p>



<p><br>È una guerriglia del significato, combattuta con hashtag esplosivi e meme che sono granate semantiche di nulla puro. Due tribù, apparentemente nemiche ma in realtà complementari. Hanno l’ossessione per la purezza, qualcosa che li scorpora dal dato reale, dalla genetica, dalla cultura, da tutto. <strong>Gli Incel venerano la purezza del loro fallimento, intoccabile, incomprensibile ai &#8220;chad&#8221; e ai &#8220;normie&#8221;</strong>. Sono l’ignoto, il fallimento è un caos cosmico, un Infinite Jest, reiterato dal loro nume tutelare Michel Houellebecq.<br><br>Le Femministe di Quinta Ondata lottano per la purezza degli spazi (fisici e digitali), liberi da qualsiasi contaminazione tossica e di genere, liberi dalla matrice maschilista e patriarcale, anelano la macchina asessuata e pura.</p>



<p>Entrambi rifiutano la narrazione del &#8220;progresso&#8221; lineare. Gli Incel lo vedono come una barzelletta crudele, le Quinte Onde come una trappola patriarcale da smantellare pezzo per pezzo.</p>



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<p><br><br>Entrambi sono profondamente, disperatamente tecnologici. Gli Incel vivono nella prigione digitale del loro risentimento; le Quinte Onde usano il digitale come arma e scudo per costruire utopie iper-controllate, <strong>nella loro eterna ossessione di osservare tutto, offendersi per tutto.</strong></p>



<p>Immaginateli per un attimo insieme. Gli Incel in un angolo, a mormorare statistiche sulla lunghezza delle mascelle. Le Femministe di Quinta Ondata nell’altro, a calibrare droni per rilevare micro-aggressioni nel tono di voce. Non si parlerebbero mai. Si cancellerebbero a vicenda all’istante.</p>



<p><br>Eppure, in quel silenzio carico di odio, risuona la loro purezza, la loro grazia rozza, il loro punk maschilisto-femministoide, il loro limonare con la fine.</p>



<p><strong>La loro ribellione è sterile, per forza di cose. E&#8217; forse assurda, forse pericolosa. Sicuramente lo è la loro deriva.</strong></p>



<p>Ma in un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto, dove l’irrazionale, l’irregolare è una sindrome psicotica autodefinita ed autoimposta.<br>Sono i punk di fine mondo, <strong>che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna</strong>.</p>



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		<title>Il woke è morto, viva il woke!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 09:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per compiacere Trump e le destre, i CEO delle grandi aziende stanno rinunciando alle politiche di inclusività verso le quali si erano spesi con fervore negli ultimi anni. Che sia la spinta di cui aveva bisogno il movimento woke, nato morto, per risorgere come eversivo? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Improvvisamente i social dicono addio ai filtri. Sia a quelli ideologici che a quelli di bellezza. Sotto opposte pressioni. Una da destra e una da sinistra.</strong>&nbsp;Che sia davvero un caso che Meta abbia, nello stesso momento, decretato il depotenziamento degli algoritmi di rimozione delle nostre idee e l&#8217;abolizione degli effetti di realtà aumentata che ritoccavano i nostri volti? A che pro? Perché questa smania di tornare alla realtà (o a una simulazione diversa di essa)? </p>



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<p>L&#8217;annuncio che sigla la fine dei programmi di fact-cheking lo firma Zuckerberg in prima persona, con un video dell&#8217;8 gennaio, in cui lo vediamo sempre più distante dall&#8217;immagine di lindo e innocuo informatico della Silicon Valley.&nbsp;<strong>Si presenta adesso con un taglio di capelli da Gen Z fuori tempo massimo, l&#8217;outfit tendente al gym-crypto-bro: maglietta nera oversized, vestibilità maschio alfa, capezza al collo che può accompagnare solo.&nbsp;</strong>Parla di ritorno alle radici e di libertà di espressione, ammettendo i molti errori commessi negli ultimi anni. Poi elenca i 5 punti del suo piano, che comprendono l&#8217;eliminazione dei fact-checker (insopportabili), la semplificazione delle policy, la fine delle restrizioni sui contenuti che riguardano i temi caldi dell&#8217;attualità (immigrazione, genere, discriminazioni), la riduzione della mole di errori, un ritorno dei temi politici che prima l&#8217;algoritmo penalizzava (per non stressare gli utenti), lo spostamento del suo Trust and Safety Content Moderation Teams dalla California nel non proprio democratico Texas, e la collaborazione con il governo Trump. </p>



<p>Per quanto si atteggino ad antagonisti, i Ceo delle grandi aziende hi-tech non possono fare a meno del loro cliente più importante: il governo federale degli Stati Uniti (il Pentagono sta investendo 10 miliardi di dollari per un progetto di&nbsp;<em>cloud computing&nbsp;</em>che vede coinvolti&nbsp;i signori del silicio). Se Musk ha corso il rischio di scommettere in anticipo su Trump, guadagnandosi il dipartimento senza portafoglio DOGE e l&#8217;annessa possibilità di farci credere che vivremo su Marte, Zuck sale sul carro del vincitore solo adesso e deve fare compromessi spiacevoli.&nbsp;<strong>Perciò addio alle odiose regole della community woke, a cui aveva ceduto, in passato, sotto pressione dell&#8217;amministrazione Biden a partire dal 2021, come ha ammesso lui stesso.</strong></p>



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<p><br>Nel frattempo però Meta annuncia che il 14 gennaio si chiudono i battenti della sezione Spark, la piattaforma dedicata alla creazione di beauty filter per Facebook, Instagram e Whatsapp, quelli che permettono come per magia di levigare la pelle, ingrandire artificialmente gli occhi e rimpolpare le labbra. «A partire da martedì 14 gennaio 2025 gli effetti di Realtà Aumentata (AR) realizzati da terze parti, inclusi i marchi e la nostra più ampia comunità di creatori AR, non saranno più disponibili», ha spiegato l&#8217;azienda in un comunicato. Addio Bold Glamour, e addio a tutte quelle finte fighe che ci assillavano sui social. <strong>Contentino alla sinistra woke? A quel femminismo e a quelle attiviste body positive che si battono da anni per decolonizzare la bellezza da un canone assurdo, che sta aumentando i casi di depressione, disturbi alimentari, ansia sociale? </strong>Non sembrerebbe, probabilmente la questione è economica, legata all&#8217;ottimizzazione della gestione del Cloud.</p>



<p>Cosa succederà adesso?&nbsp;<strong>La cultura woke non sembra godere di buona salute.</strong>&nbsp;Non solo per le ultime scelte di Zuck. La rielezione di Trump alla Casa Bianca ha spostato il baricentro degli investimenti in comunicazione e posizionamento di molte aziende, che possono fare a meno dei programmi DEI (diversity, equity and inclusion), e che stanno recedendo dai finanziamenti al mondo Lgbtq+. Sono almeno 12 le grandi compagnie che, nel giro di un mese, hanno rimosso o ridotto considerevolmente dalle loro agende gli impegni woke.&nbsp;<strong>Amazon, McDonald, Walmart, Toyota, Harley Davidson, non perseguiranno più &#8220;obbiettivi di rappresentanza ambiziosi&#8221;</strong>. </p>



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<p>Inoltre, sul tema ambientale, a poche settimane dall&#8217;esito del voto, si segnala l&#8217;uscita delle principali banche statunitensi (tra cui Jp Morgan) dalla NZBA, una rete volontaria di banche globali impegnate ad «allineare i portafogli di prestiti e investimenti con emissioni zero entro il 2050», che testimonia l&#8217;allontanamento delle istituzioni finanziare dagli obblighi legati al clima assunti dopo gli accordi di Parigi.&nbsp;<strong>Ecco che le banche smettono di fingersi schifiltose nei confronti delle energie fossili, e possono tornare a fare il lavoro sporco di sempre alla luce del sole.&nbsp;</strong>Possibile che tutte le pressioni esercitate dagli ambienti woke su grandi aziende, media, istituzioni e colossi finanziari,<strong>&nbsp;vengano cancellate con un colpo di spugna in così breve tempo?</strong>&nbsp;La verità è che non hanno mai attecchito davvero nei grandi consigli di amministrazione, ma molte rivendicazioni sono state alterate per essere digerite dai più tossici meccanismi capitalistici, e utilizzate solo in una chiave di spudorato marketing dell&#8217;inclusività, della tolleranza, della differenza – finché faceva comodo.&nbsp;</p>



<p><strong>Il woke non ha combattuto le discriminazioni reali, ha solo collocato in alcuni posti privilegiati esponenti di categorie oppresse, ha fatto del vittimismo una nota di merito, ha confuso le priorità delle minoranze con quelle della società, lottando contro gli stereotipi ha finito per creare nuovi tabù.</strong>&nbsp;E la stessa queerness, che di per sé dovrebbe rappresentare l&#8217;irrappresentabile, l&#8217;indicibile, è diventata uno degli&nbsp;spettacoli con cui i privilegiati illudono se stessi di non partecipare all&#8217;oppressione, a costo e a rischio zero. E adesso basta un click per cambiare canale. Recentemente il vicepresidente eletto JD Vance ha accennato di ispirarsi per il suo mandato alle idee di Curtis Yarvin, uno dei più influenti ideologi dell&#8217;Alt-Right, sodale di Nick Land e promotore di un&#8217;America monarchica, guidata dai Ceo della Silicon Valley, con l&#8217;obbiettivo di liberare con la forza le istituzioni americane dal cosiddetto wokeism. </p>



<p>Ma scoprirà che non c&#8217;è neanche bisogno della forza.&nbsp;<strong>Basterà riunire i soliti Ceo bianchi e invitarli a tagliare quattro o cinque uffici interni alle loro aziende, a buttare i power point con le linee guida del marketing inclusivo, a rifilare un po&#8217; la propria brand identity e il gioco è fatto.</strong>&nbsp;Del resto avevano soltanto ristrutturato un bagno, basterà rimettere due muri di cartongesso. E allora sì che adesso le battaglie woke diventano davvero interessanti, possono recuperare sul serio la loro carica eversiva e smascherare le storture di una società al collasso, alla quale solo un pazzo potrebbe davvero ambire ad esserne incluso.&nbsp;<strong>Il woke è morto, viva il woke!</strong></p>



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		<title>Per farla finita con l&#8217;ideologia woke</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 16:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "L'ideologia vendicativa" di Nathalie Heinich, appena pubblicato da GOG Edizioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella logica dell’identitarismo, è ovvio <strong>confinare gli individui una volta per tutte in categorie identitarie</strong>, per “essenzializzarli” come appartenenti a un <strong>particolare sesso, a una razza, a una religione o a un orientamento sessuale</strong>. Con il pretesto di garantire l’uguaglianza per tutti, il <em>woke </em>confina ciascuno in una comunità asse­gnata, vietando la modulazione dell’identità in base al contesto. Invece di concentrarsi sulle variazioni nei processi di autopercezione, di presentazione di sé e di designazione da parte degli altri che permettono alle persone di passare da una dimensione dell’identità a un’altra a seconda delle circostanze, i seguaci di questo nuovo militantismo esigono l’imposizione caricaturale di <strong>un’identità collettiva</strong> alla quale pretendono di ridur­re gli individui in ogni momento e in ogni luogo. In questo senso<strong>, il <em>woke </em>è un ostacolo alla libertà</strong>: una for­ma di totalitarismo esercitato non, ovviamente, da un potere statale, ma da forze militanti, diluite ma potenti.</p>



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<p>Questo è particolarmente vero per il neofemminismo differenzialista e per la sua volontà di imporre la femmi­nilizzazione sistematica dei nomi dei titolari di cariche, la scrittura inclusiva, così come l’ossessiva focalizzazio­ne sulla “violenza sessista e sessuale” (un sintagma che lascia perplessi, perché mette sotto la stessa etichetta stigmatizzante di «violenza» il rifiuto di una promozio­ne, una strizzatina d’occhio insistita e uno stupro). È il contrario di un femminismo universalista, che chiede di mettere da parte, nel contesto civile, ciò che ci differen­zia a vantaggio di ciò che ci accomuna, e offre così una vera libertà permettendo alle donne di non essere siste­maticamente assegnate al loro sesso, di potersi muovere nello spazio pubblico come persone, come esseri umani, e non necessariamente come appartenenti al sesso fem­minile. <strong>È proprio questa libertà che viene loro negata dalle neofemministe</strong>, che pretendono che una donna debba sempre, in qualsiasi contesto, essere ridotta alla sua condizione femminile, inevitabilmente <strong>“dominata”.</strong></p>



<p>Ora, l’identità è un gioco contestuale: una persona di sesso femminile può presentarsi, e aspettarsi di essere presa in considerazione non come donna, <strong>ma come detentrice di una competenza o di una funzione in ambito professionale, mentre in un contesto privato potrebbe voler enfatizzare la sua femminilità</strong>; nel primo caso vivrebbe la riduzione al suo sesso come un insulto, mentre nel secondo caso vi­vrebbe l’indifferenza alla sua femminilità come un’umilia­zione. Ma come possono interessarsi a questo sottile gioco delle parti quelli che intendono imporre contro tutto e tutti una lettura unilateralmente “di genere” del mondo?</p>



<p>Essere responsabile soltanto di fronte al collettivo astratto della nazione o del genere umano, offre una libertà molto maggiore rispetto a quella di dover costan­temente esibire la propria appartenenza a un collettivo ristretto – che sarebbe la propria cosiddetta “comu­nità”. Ma i sostenitori del comunitarismo stanno di­mostrando <strong>un’incapacità di astrazione, che impedisce loro di investire in una modalità di appartenenza meno immediata e meno concreta dell’evidenza di un genere o di un colore della pelle</strong>. Focalizzandosi sull’“ugua­glianza reale” a scapito dell’ “uguaglianza formale” (cioè l’uguaglianza dei diritti), gli attivisti imbevuti di <em>woke </em>vedono soltanto la realtà fattuale di una situazio­ne segnata, di fatto, da ogni sorta di disuguaglianze, <strong>senza vedere che nessuna disuguaglianza può essere combattuta senza fare riferimento a quell’entità emi­nentemente astratta che è il valore dell’uguaglianza</strong>, e senza fare riferimento a quell’altra entità altrettanto astratta che è la condizione di cittadino e, al di là di questa, la condizione umana. Ancora una volta, l’u­niversalismo richiede una capacità di astrazione a cui resiste il comunitarismo ristretto, imperniato sull’im­mediatezza delle relazioni visibili a occhio nudo. Il wokismo è miope.</p>



<p>Tuttavia, l’identitarismo implica non solo il con­finamento dell’identità, <strong>ma anche il confinamento nello <em>status </em>di vittima</strong>, poiché non conosce altre iden­tità se non quelle definite dalla coppia dominante/dominato, discriminatore/discriminato, sfruttatore/sfruttato. <strong>La colpevolizzazione sistematica degli uni si nutre della vittimizzazione altrettanto sistematica degli altri, non per quello che <em>fanno </em>ma per quello che <em>sono</em></strong>: essere «bianchi» è necessariamente un “privile­gio” (anche se si è poveri e disoccupati), e quindi una colpa. Da quel momento in poi, è facile scivolare in un’identità di “vittima”: il fatto di essere considerati e di considerarsi come una vittima viene rivendicato <strong>come un’identità in sé</strong>, basata sul sentimento di una ferita morale. Da qui l’idea, cara al wokismo, che le «sensibilità ferite» vadano protette, grazie soprattutto ai <em>sensitivity readers </em>nell’editoria e, nelle universi­tà, grazie ai <em>safe spaces, </em>quegli spazi riservati dove chiunque si senta attaccato nella propria identità o nei propri valori può trovare rifugio.</p>



<p>Questa enfasi sull’identità di vittima sofferente, per definizione, rimanda a quello che lo psicoanalista un­gherese Sándor Ferenczi ha chiamato «<strong>terrorismo della sofferenza</strong>»: un modo di assoggettare chi ci circonda ai nostri capricci per evitare il minimo rischio di aumen­tare il dolore di essere ciò che si è, cioè una vittima de­bole e passiva del tragico destino della propria comu­nità. Questo tipo di configurazione tossica è ben nota in alcune famiglie. Ma ciò che è meno noto è che con la militanza dei vittimisti, non è più solo nelle famiglie disfunzionali che regna questo «terrorismo della soffe­renza», ma anche in tutto il corpo sociale, non appena il vittimismo diventa una rivendicazione politica.</p>



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<p>C’è in questo una politicizzazione delle soggettivi­tà che pone un’ulteriore equivalenza tra identitarismo e totalitarismo: oltre al confinamento dell’identità e alla presa di potere attraverso una sof­ferenza posta come strumento di dominio sugli altri<strong>, il <em>woke </em>pratica una vera e propria <em>politica </em>identitaria</strong>, non assegnando limiti alla definizione comunitarista e vittimista del rapporto con gli altri. Questo ci riporta al passato non troppo lontano del «tutto è politica» e ai suoi corollari stalinisti e maoisti: tutto si svolge sotto lo sguardo della collettività, sotto la sua custodia e sotto il suo controllo. <strong>«Tutto è politica», compreso anche e soprattutto quel rifugio dell’intimità personale che è la sessualità, che ora deve essere esibita a tutti gli sguardi </strong>– compresi quelli dei bambini, grazie alla nuova cur­vatura assunta dai corsi di educazione sessuale lasciati (come i programmi del <em>Planning familial</em>) nelle mani degli attivisti della «teoria <em>gender</em>», cioè di coloro che disprezzano la differenza tra i sessi. Anche la lotta con­tro “la violenza sessista e sessuale” è diventata appan­naggio dei guardiani autoproclamati della correttezza imposta con tanto di sessioni obbligatorie di rieduca­zione come ai tempi della “rivoluzione culturale”.</p>



<p>Contrariamente a quanto dicono alcuni, dire questo <strong>non significa essere indifferenti agli stupri e agli abu­si sessuali, o alle disuguaglianze immotivate: significa semplicemente rifiutare che cause legittime vengano difese con mezzi totalitari</strong>. Quindi non c’è affatto nel nostro avvertimento un «accanimento degli ambienti ostili al <em>woke </em>a sviluppare un discorso negazionista riguardo alle discriminazioni subite dalle persone a causa del loro genere, del colore della loro pelle, della loro religione o del loro orientamento sessuale», come sostiene un attivista “pro-<em>woke”<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>: <strong>non si tratta di con­testare le finalità della lotta contro le discriminazioni, ma di rifiutare i mezzi che usa da quando il wokismo se ne è impossessato</strong>. Si può ad esempio essere contrari al maltrattamento degli animali senza per questo soste­nere l’«anti-specismo», cioè la cancellazione delle diffe­renze di <em>status </em>e di trattamento tra uomini e animali. La lotta legittima contro le disuguaglianze immotivate o contro le discriminazioni non deve implicare la sua radicalizzazione attraverso la soppressione della diffe­renza tra i sessi o della differenza tra le specie.</p>



<p>Ecco perché combattere il wokismo non significa ri­fiutare di combattere le discriminazioni: <strong>si tratta in­vece di rifiutare di accettare la riduzione del mondo a un inventario di ciò che ci separa, a scapito di ciò che ci unisce; e di rifiutare di accettare la trasformazione del legittimo sforzo per ridurre le ingiustizie in un tentativo di invertire i rapporti di dominio</strong>. Di fatto, quel che è peggio non è tanto il riduzionismo del quadro di riferimento dell’identità, mentre invece ogni identità si costruisce in riferimento a una molteplicità di predi­cati possibili; il peggio non è nemmeno il fatto di non riconoscere il ruolo fondamentale del contesto in ogni processo identitario; e non è neanche la manipolazio­ne della condizione di vittima usata come strumento di controllo degli altri, né la soggettività innalzata a modalità di legittimazione politica. <strong>Il peggio è che la lotta – legittima – contro la stigmatizzazione si trasfor­ma subdolamente in una lotta per una stigmatizzazio­ne inversa</strong>: non l’eradicazione rivendicata del dominio, ma piuttosto, ahimè, il suo rovesciamento vendicativo.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Albert Ogien, intervista sul quotidiano <em>Le Monde</em>, 7 febbraio 2023.</p>
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		<title>Gli anni di piombo del linguaggio inclusivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 11:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio inclusivo]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sull'errore tattico dell* ideolog* del wokismo, del linguaggio inclusivo e della cancel culture. Puntando direttamente alla legittimazione dall'alto - delle accademie e dei centri di potere - le loro rivendicazioni hanno rinunciato a qualsiasi carica eversiva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La legittimazione è ciò che trasforma le eversioni in norma, le rivolte in rivoluzioni, le rivendicazioni sindacali in piani quinquennali. <strong><em>L’accademia è l’industria culturale che sforna brevetti di legittimità</em></strong>. È la morte del pensiero. È compito di ogni vero pensatore resistere alle sue lusinghe e tenersene il più alla larga possibile.&nbsp;</p>



<p>Una pessima strategia, per questo, è stata quella adottata dal <em>wokismo</em>. Senza entrare nel merito della questione &#8211; perché qui non giudicheremo la consistenza delle pretese <em>woke</em>, la legittimità del linguaggio inclusivo, la concretezza delle sofferenze di chi vive la desinenza di un articolo come uno stigma infame e soffocante &#8211; <strong><em>l’errore del wokismo è stato tattico. La strada perseguita è stata fin da subito quella della legittimazione dall’alto</em></strong>. Dopo uno svogliato passaggio attraverso la tappa obbligata dei centri sociali, è arrivata troppo presto la valanga di appelli alle accademie ed ai governi, e troppo presto è stata accolta.</p>



<p>Grazie a questa scelta, la cultura <em>woke</em> vincerà. Anzi, ha già vinto. Sono state già convinte le persone giuste. E proprio per questo scivolerà silenziosamente tra le maglie della storia. A chi interesserà, infatti, nel futuro prossimo andare a ripescare tutti gli asterischi e le ‘ɘ’ prodotte a migliaia ed esposte nelle bacheche delle più prestigiose università? Agli occhi delle prossime generazioni avranno la stessa carica eversiva che ha per noi, oggi, un trattato di 40 anni fa di qualche capopartito della DC sulla corruzione dei costumi delle giovani generazioni. &nbsp;</p>



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<p>A chi verrà mai in mente di romanticizzare la storiografia del <em>wokismo</em> e consegnarla all’eternità della storia controculturale, se da quando è nata ha trovato quasi subito rifugio nelle accademie e nelle università? Quale movimento storico e culturale ha mai avuto il plauso immediato dei centri di potere culturale? <strong><em>Metà dei movimenti artistici della storia prendono il loro stesso nome da un critico che ha cercato di stroncarli sul nascere, e acquistano vigore e slancio in proporzione all’ostilità delle istituzioni e delle scuole affermate</em></strong>. Tutto ciò che è realmente nuovo e rivoluzionario non può che nascere dalle ceneri di quel che lo precede.</p>



<p>Chi vorrà mai, nel futuro, mettersi i propri figli sulle ginocchia e raccontargli, romanticizzandoli, di questi anni di piombo del linguaggio? Alle assemblee inclusive o sui banchi dei corsi di <em>gender studies</em> non si respira affatto libertà, dialogo, apertura. Chiunque vi sia stato può testimoniarlo. Le orecchie dei presenti sono tutte accordate all’unisono e la delazione è raccontata come coraggio o sensibilità. Ogni deviazione è severamente criticata, fa perdere punti militanza o mette a rischio promozioni.<em> <strong>A colpi di rivendicazioni vendicative e shitstorm, si è ottenuto solo che, dove impera il linguaggio inclusivo, l’aria, prevedibilmente, ha iniziato a puzzare di merda</strong>.</em></p>



<p>Certo, si potrebbe argomentare che viviamo oggi in un periodo di flessione, di inversione di tendenza. È la piccola controriforma delle destre oggi al potere, abbiamo una donna a capo del governo che si fregia di titoli maschili in piagniucolosa ostilità al <em>wokismo</em> e alle sue storture. Ma è una storia che abbiamo già visto:<em> <strong>il progressismo, tarato sulla scorza fermamente individualista della nostra cultura, è inarrestabile</strong></em>. È solo questione di tempo. Tratteremo nel giro di una generazione il linguaggio identitario e il proibizionismo delle droghe, capisaldi di una destra naufragata nella modernità, come oggi trattiamo l’illegalità del divorzio o il suffragio maschile. E sarà in larga misura una conquista.</p>



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<p><strong><em>Ma non ci ricorderemo della “contro-”cultura woke. Perché non vorremo farlo</em></strong>. Tireremo al massimo un sospiro di sollievo per avere azzeccato abbastanza pronomi da non esserci compromessi la carriera. Finiremo invece per ricordarci di quei pochi luoghi in cui si poteva parlare liberamente, e che tanto meno sarà intollerante il totalitarismo <em>woke</em> tanto meno tenderanno ad assomigliare agli studi radiofonici de <em>La Zanzara</em> o ai deliri sgrammaticati di qualche funzionario frustrato.</p>
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