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	<title>Capitale Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La gioia armata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Bonanno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto del libro "La gioia armata" di Alfredo M. Bonanno. Il resto del libro è disponibile online su vari siti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-gioia-armata/">La gioia armata</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p class="has-text-align-right">La vita è così noiosa che non c’è<br>nient’altro da fare che spendere tutto<br>il nostro salario sull’ultimo vestito<br>o sull’ultima camicia.<br>Fratelli e sorelle, quali sono i vostri<br>veri desideri? Sedersi in un Drugstore,<br>con lo sguardo perduto nel nulla,<br>annoiato, bevendo un caffè senza sapore?<br>Oppure, forse&nbsp;<em>farlo saltare in aria o bruciarlo</em>.</p>



<p class="has-text-align-right"><em>The Angry Brigade</em></p>



<p><strong>Il grande spettacolo del capitale ci ha tutti messi dentro, fino al collo</strong>. A turno, attori e spettatori. Invertiamo le parti, ora guardando a bocca aperta, ora facendoci guardare dagli altri. All’interno della carrozza di cristallo ci siamo entrati tutti, pur sapendo che si trattava di una zucca. L’illusione della fata ha ingannato la nostra coscienza critica. <strong>Adesso dobbiamo stare al gioco. Almeno fino a mezzanotte.</strong></p>



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<p><strong>Miseria e fame sono ancora gli elementi propulsivi della rivoluzione. Ma il capitale sta allargando lo spettacolo.</strong> Intende fare entrare in scena nuovi attori. Il più grande spettacolo del mondo ci sbalordirà. Sempre più difficile e sempre meglio organizzato. Nuovi pagliacci si apprestano a salire sulle tribune. Nuove fiere verranno addomesticate.</p>



<p>I sostenitori del quantitativo, gli amanti dell’aritmetica, entreranno per primi e resteranno abbagliati dalle luci delle prime file. Si porteranno dietro le masse del bisogno e le ideologie del riscatto.</p>



<p>Ma quello che non potranno eliminare sarà la loro serietà. <strong>Il più grande pericolo cui andranno incontro sarà una risata</strong>.<strong> La gioia è mortale all’interno dello spettacolo del capitale.</strong> Tutto, qui, è tetro e funebre, tutto è serio e composto, tutto è razionale e programmato, proprio perché tutto è falso e illusorio.</p>



<p>Oltre la crisi, oltre le contraddizioni del sottosviluppo, oltre la miseria e la fame, <strong>il capitale dovrà sostenere l’ultima battaglia, quella decisiva, con la noia</strong>.</p>



<p>Anche il movimento rivoluzionario dovrà sostenere le sue battaglie. Non solo quelle tradizionali contro il capitale. Ma anche di nuove, contro se stesso. <strong>La noia lo attacca dal di dentro, lo incrina, lo rende asfissiante, inabitabile.</strong></p>



<p>Lasciamo stare gli amanti degli spettacoli del capitale. Quelli che sono d’accordo fino in fondo a recitare la propria parte. <strong>Costoro pensano che le riforme possano realmente modificare le cose</strong>. Ma questo pensiero è più una copertura che altro. Sanno troppo bene che il cambiar delle parti è una delle regole del sistema. <strong>Aggiustando le cose un poco alla volta, si ottiene il risultato di tornare utili al capitale.</strong></p>



<p><strong>Poi c’è il movimento rivoluzionario dove non mancano quelli che attaccano a parole il potere del capitale. Costoro fanno una grande confusione, ricorrono a grosse frasi ma non impressionano più nessuno, tanto meno il capitale</strong>. Quest’ultimo li usa, sornione, per le parti più difficili del suo spettacolo. Nei momenti in cui occorre un solista, fa avanzare sulla scena uno di questi personaggi. Il risultato è accorante.</p>



<p>La verità è che<strong> bisogna spaccare il meccanismo spettacolare della merce</strong>, entrando nel dominio del capitale, nel centro di coordinamento, nel nucleo stesso della produzione. Pensate che <strong>meravigliosa esplosione di gioia</strong>, che grande salto creativo in avanti, che straordinario scopo “privo di scopo”.</p>



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<p><strong>Solo che entrare gioiosamente, con i simboli della vita, all’interno del meccanismo del capitale, è molto difficile. La lotta armata, spesso, è simbolo di morte.</strong> Non perché dona la morte ai padroni e ai loro servitori, ma perché pretende imporre le strutture del dominio della morte. <strong>Diversamente concepita, essa sarebbe veramente la gioia in azione,</strong> quando fosse capace di spezzare le condizioni strutturali imposte dallo stesso spettacolo mercantile, come, ad esempio, il partito militare, la conquista del potere, l’avanguardia.</p>



<p>Ecco l’altro nemico del movimento rivoluzionario. L’incomprensione. La chiusura davanti alle nuove condizioni del conflitto. La pretesa di imporre i modelli del passato, ormai entrati a far parte della gestione spettacolare della merce.</p>



<p>Il disconoscimento della nuova realtà rivoluzionaria, alimenta un disconoscimento teorico e strategico delle capacità rivoluzionarie del movimento stesso. E non importa affermare che ci sono nemici tanto vicini da rendere necessario un intervento immediato, al di là delle precisazioni interne di carattere teorico. Tutto ciò nasconde l’incapacità di affrontare la realtà nuova del movimento, l’incapacità di superare errori del passato che hanno gravi conseguenze nel presente. E questa chiusura alimenta ogni tipo di illusione politica razionalista.</p>



<p><strong>Le categorie della vendetta, della guida, del partito, dell’avanguardia, della crescita quantitativa, hanno un senso solo nella dimensione della nostra società, ed è un senso che favorisce la perpetuazione del potere. </strong>Ponendosi dal punto di vista rivoluzionario, cioè dell’eliminazione totale e definitiva del potere, queste categorie cessano di avere un senso.</p>



<p>Movendoci nel non-luogo dell’utopia, nel capovolgimento dell’etica del lavoro, nel qui e subito della gioia realizzata, ci troviamo all’interno di una struttura del movimento che è ben lontana dalle forme storiche della sua organizzazione.</p>



<p>Questa struttura si modifica continuamente, sfuggendo ad ogni tentativo di cristallizzazione. La sua caratteristica è l’autorganizzazione dei produttori, sul posto di lavoro, e la contemporanea autorganizzazione delle forme di lotta per il rifiuto del lavoro. <strong>Non impadronimento dei mezzi di produzione, attraverso le organizzazioni storiche, ma rifiuto della produzione</strong> attraverso la spinta di strutture organizzative che si modificano continuamente.</p>



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<p>Lo stesso avviene nella realtà non garantita. <strong>Le strutture emergono sulla base dell’autorganizzazione, stimolate dalla fuga dalla noia e dall’alienazione</strong>. L’inserimento di uno scopo programmato ed imposto da un’organizzazione nata e voluta al di fuori di queste strutture, significa l’uccisione del movimento, il ripristino dello spettacolo mercantile.</p>



<p><strong>La maggior parte di noi è legata a questa visione dell’organizzazione rivoluzionaria.</strong> Anche gli anarchici, pur rifiutando la gestione autoritaria dell’organizzazione, non recedono dal riconoscere validità alle loro formazioni storiche. Su queste basi, tutti riconosciamo che la realtà contraddittoria del capitale, può essere attaccata con simili mezzi. Lo facciamo perché siamo convinti che questi mezzi sono legittimi, emergendo dallo stesso terreno dello scontro del capitale. Non ammettiamo che qualcuno non la pensi come noi. La nostra teoria si identifica nella pratica e nella strategia delle nostre organizzazioni.</p>



<p>Molte differenze ci sono tra noi e gli autoritari. Ma queste cadono davanti alla comune fede nell’organizzazione storica. Si arriverà all’anarchia attraverso l’opera di queste organizzazioni (le differenze – sostanziali – sorgono solo sul punto della metodologia di avvicinamento). Ma questa fede sta a indicare una cosa molto importante: <strong>la pretesa di tutta la nostra cultura razionalista, di spiegarsi il movimento della realtà, e di spiegarselo in modo progressivo</strong>. Questa cultura si basa sul presupposto della irreversibilità della storia e sulla capacità analitica della scienza. Tutto ciò ci consente di <strong>considerare il momento presente, come il confluire di tutti gli sforzi del passato, come il punto più alto della lotta contro il potere delle tenebre</strong> (lo sfruttamento del capitale). Così, noi saremmo, in modo assoluto, più avanzati dei nostri progenitori, capaci di elaborare e gestire una teoria e una strategia organizzativa che è il risultato della somma di tutte le esperienze passate.</p>



<p><strong>Tutti coloro che rigettano questa interpretazione, si trovano automaticamente fuori della realtà, essendo questa, per definizione, la stessa cosa della storia, del progresso, e della scienza.</strong> Chi rifiuta è antistorico, antiprogressista e antiscientifico. Condanne senza appello.</p>



<p>Forti di questa corazza ideologica ci rechiamo nelle piazze. Qui ci scontriamo con una realtà di lotta strutturata in modo diverso. Queste strutture agiscono sulla base di stimoli che non rientrano nel quadro delle nostre analisi. <strong>Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, e autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, la struttura reagisce, anche i compagni sparano, i poliziotti cadono</strong>. Anatema! La manifestazione era pacifica. Essendo scaduta nella guerriglia spicciola, deve esserci stata una provocazione. Nulla può uscire dal quadro perfetto della nostra organizzazione ideologica in quanto questa non è “una parte” della realtà, ma è “tutta” la realtà. Al di là: la pazzia e la provocazione.</p>



<p>Si distruggono alcuni supermarket, alcuni negozi, si saccheggiano magazzini di alimentari e armerie, si bruciano vetture di grossa cilindrata. È un attacco allo spettacolo mercantile, nelle sue forme più appariscenti. Le strutture emergenti si dispongono in quella direzione. <strong>Prendono forma improvvisamente, con un minimo indispensabile di orientamento strategico preventivo</strong>. Senza fronzoli, senza lunghe premesse analitiche, senza complesse teorie di sostegno. Attaccano. I compagni si identificano in queste strutture. Rigettano le organizzazioni dell’equilibrio del potere, dell’attesa, della morte. La loro azione è una critica concreta della posizione attendista e suicida di queste organizzazioni. Anatema! Deve esserci stata una provocazione.</p>



<p><strong>Ci si stacca dai moduli tradizionali del “fare” politica</strong>. Si incide fortemente e criticamente sul movimento stesso. Si usano le armi dell’ironia. Non nel chiuso dello studio di uno scrittore. Ma in massa, per le strade. Si coinvolgono nello stesso genere di difficoltà, non solo i servi dei padroni, quelli ormai riconosciuti a livello ufficiale, ma anche le guide rivoluzionarie del lontano e del recente passato. <strong>Si mette in crisi la struttura mentale del capetto e del leader del gruppo.</strong> Anatema! La critica è legittima solo contro i padroni, e secondo le regole fissate dalla tradizione storica della lotta di classe. Chi esce fuori del seminato è un provocatore.</p>



<p>Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il cappello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche. <strong>A tutto ciò si preferisce fare l’amore, fumare, ascoltare la musica, camminare, dormire, ridere, giocare, uccidere i poliziotti, spezzare le gambe ai giornalisti, giustiziare i magistrati, far saltare per aria le caserme dei carabinieri</strong>. Anatema! La lotta è legittima solo quando è comprensibile per i capi della rivoluzione. In caso contrario, essendoci il rischio che questi ultimi si lascino scappare di mano la situazione, deve esserci stata una provocazione.</p>



<p>Sbrigati compagno, spara subito sul poliziotto, sul magistrato, sul padrone, prima che una nuova polizia te lo impedisca.</p>



<p>Sbrigati a dire di no, prima che una nuova repressione ti convinca che il dire di no è insensato e pazzesco e che è giusto che accetti l’ospitalità dei manicomi.</p>



<p>Sbrigati ad attaccare il capitale, prima che una nuova ideologia te lo renda sacro.</p>



<p>Sbrigati a rifiutare il lavoro, prima che qualche nuovo sofista ti dica, ancora una volta, che “il lavoro rende liberi”.</p>



<p>Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti.</p>



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		<title>Maledetti Romani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 17:06:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno sfogo non richiesto e immotivato contro Roma.<br />
Ogni tanto è necessario, per tentare di svincolarsi dall’indolenza, dalla lascivia, dalla trasandatezza intellettuale a cui ti porta questa città.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>«Caro». Anzi «carissimo».</strong>&nbsp;A Roma ormai siamo tutti i cari di qualcun altro, specie degli sconosciuti: del barista, del tassinaro, del benzinaio, del commercialista, dell’avvocato. Buongiorno carissimo, che si dice? Epiteto trasversale, transgenerazionale, apparentemente affettuoso, trafugato dal registro epistolare: cosa ci dice il suo diffondersi, sempre più a sproposito, in questa città? È uno dei tanti modi che hanno i romani di affrontare lo sfacel<strong>o. I rapporti umani sono al minimo storico, la cittadinanza è insofferente a tutto, la città un cantiere a cielo aperto, intasata dal traffico</strong> &#8211; volano bestemmie ai semafori, i corrieri smadonnano, due gocce di pioggia e cadono i pini, le buche, la metro C, il bonus facciate, le poste italiane non funziona un cazzo, intelligenza artificiale salvaci tu, turismo incellofana-bellezza, la transizione ecologica passame l’olio. </p>



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<p>Carissimo, sono 22 euro. Simulazione di vicinanza, di affetto, di comunione nella miseria, di uguaglianza. Carissimo è il modo in cui si finge un’empatia che non c’è. In pratica è prendersi in giro.&nbsp;<strong>È una sottilissima forma romana di prendersi e farsi prendere per il culo.</strong>&nbsp;A Roma infatti siamo maestri in quest’arte. Non c’è città dove la derisione del prossimo si sia sviluppata nella sua forma più cristallina, crudele, spietata. Roma ti mortifica, Roma ti umilia. C’è un enorme letteratura su questo tema. A partire dal carteggio di Giacomo Leopardi con amici e parenti durante il suo soggiorno romano (nel 1822), da cui tornò amareggiatissimo, notando&nbsp;<strong>«l’orrendo disordine, la confusione, la minutezza insopportabile, la trascuratezza indicibile» di una popolazione&nbsp;</strong>«dissipata, oziosa, e senza metodo». La cosa che più soffrì Leopardi fu però l’indifferenza: «l’attirare gli occhi degli altri risulta impresa disperata». Persino «al passaggio in chiesa, per le strade non trovate una befana che vi guardi. Son passato spesse volte con amici belli ed eleganti vicino a donne giovani; le quali non hanno mai alzato gli occhi, e si vedeva che ciò non era per modestia ma per pienissima indifferenza e noncuranza». </p>



<p></p>



<p>Un secolo più tardi, nel 1913, un giovane Giovanni Papini, al Teatro dell’Opera di Roma, presenziando a un meeting futurista, parlava più o meno delle stesse cose, di una «città ch’è tutto passato nelle sue rovine, nelle sue piazze, nelle sue chiese; questa città brigantesca e saccheggiatrice che attira come una puttana e attacca ai suoi amanti la sifilide dell’archeologismo cronico,&nbsp;<strong>è il simbolo sfacciato e pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere di una mentalità nuova, originale, rivolta innanzi e non sempre indietro</strong>». </p>



<p>Roma è il regno della&nbsp;massima tolleranza quindi della massima indifferenza. Un posto dove tutto sommato (ed è questa la causa della sua paralisi) si vive bene, come diceva Fellini, <strong>appunto perché ci si può nascondere, si può passare inosservati, ma è un attimo che si scivola nell’apatia</strong>. E i romani sono una combinazione di pasta e disemozione, disaffezione, disincanto. Troppe vestigie di passate glorie, troppa storia, troppi antiquari, troppe ingiustizie e soprusi hanno piallato il subconscio del romano, estraneo a qualsiasi entusiasmo, mosso al massimo da una passione che, come per il calcio, si confonde sempre con il pianto, ma senza la teatralità napoletana, anzi un pianto nudo, infantile, superfluo. «A marzia’ che ce l’hai una sigaretta?», è così che un passante &#8211; archetipo romanesco descritto da Ennio Flaiano nel suo racconto più celebre &#8211; esaurita la meraviglia iniziale per l’arrivo a Villa Borghese di un extraterrestre, finisce per interrogarlo. </p>



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<p>Come si può portare avanti un qualsiasi progetto in questa città che non crede in nulla? Come si fa a prendersi un minimo sul serio? <strong>Specie se questo progetto non riguarda passioni sessuali o gastrointestinali</strong> (che tutto ruota intorno alle viscere, al basso ventre, al verbo «cacare») o calcistiche? «A che ora c&#8217;è la rivoluzione? Come dobbiamo venire, già mangiati?»: la&nbsp;<em>Terrazza</em>&nbsp;di Scola ci insegna quanto i romani siano da sempre ostaggio delle «ore pasti». Roma è un grande ristorante allargato su strada, sotto tendoni in plastica (che il romano vuole stare fuori), e su Instagram l’unico trend autoctono è quello della “vera” ricetta della carbonara o dell’amatriciana («er guanciale me raccomanno»), quando non si tratta di&nbsp;<em>travel content</em>&nbsp;su luoghi “nascosti” da visitare «aggratis»,&nbsp;<em>ça va sans dire</em>. </p>



<p>«Non c’è niente di nuovo sotto il sole» della capitale, da millenni ormai, perché l’occhio del romano è impossibilitato a percepire la novità, e persino lo scandalo si riduce sempre a gossip (Dagospia docet), a scusa perfetta per uscire a prendersi una birretta rivoluzionaria.&nbsp;È rivoluzionario il collettivo che fa stickers e li appiccica nei cessi, è rivoluzionaria la discoteca x, quel gruppo di pischelli che fa le magliette a Portonaccio, a Serpentara la crew che trappa è considerata sovversiva.&nbsp;<strong>Tutto è rivoluzionario, basta un minimo movimento per passare da ribelli,&nbsp;purché non implichi attività nelle «ore pasti»</strong>, a tavola, dove qualsiasi proposito tramonta già verso il primo, si affievolisce al secondo, si spegne al caffè, e si ritorna all’attività principale, quella di riuscire a lavorare il meno possibile. </p>



<p>Lo aveva capito benissimo Umberto Bossi, che obbligava i suoi parlamentari a rientrare al Nord nel fine settimana, in modo da <strong>soggiornare il meno possibile a Roma</strong>, evitando le sue trattorie, i suoi locali notturni, le sue lusinghe. Forse l’Italia potrebbe diventare un grande Paese (ma chi ce lo fa fare?) se trasferissimo tutti i ministeri e la pubblica amministrazione in generale a Piacenza, dove i funzionari pubblici potrebbero finalmente prendere sul serio le loro mansioni. Qui, invece, è impossibile.<strong>&nbsp;Neanche la morte riusciamo a prendere sul serio</strong>: «sento il fiato della morte sul collo», diceva Mastroianni moribondo al fratello, che risponde: «e mettite ‘na sciarpetta». Solo la Chiesa riesce a operare da qui,&nbsp;<strong>solo Dio riesce a fare impresa da Roma</strong>. </p>



<p>E se la Capitale gode ancora di un minimo di considerazione nell’immaginario collettivo (al di là dello stereotipo «puttana e santa») è esclusivamente per la sua capacità di produrre satira, sarcasmo, ironia, per la sua produzione memetica. Ma l’ironia, in tempi di enormi vuoti di potere, quando non ha un indirizzo contro cui rivolgersi, è la guardiana dell’impotenza, è l’ancella di ogni nevrosi (<strong>Zerocalcare è la personificazione di tutte le nevrosi romanesche</strong>). Non resta quindi che lamentarsi, forma assoluta di esorcismo, in attesa di un&#8217;impossibile rivoluzione. Anche se in Italia, dice Longanesi, «non si potrà mai fare una rivoluzione, perché ci conosciamo tutti». A Roma si può fare meno che altrove perché siamo tutti «carissimi».</p>



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