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	<title>Cisgiordania Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Vedi Nablus e poi muori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 10:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quarto e ultimo capitolo di un viaggio nei territori occupati illegalmente da Israele della Cisgiordania. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/vedi-nablus-e-poi-muori/">Vedi Nablus e poi muori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In Palestina abbiamo respirato solo una volta.</strong> È successo quando siamo arrivati a <strong>Nablus, una delle ultime città “libere” della Palestina, senza dubbio la più bella</strong>. Capita poche volte nella vita di avere così tanto bisogno di una città e trovarsela difronte. A noi è capitato di giovedì sera, all’ultima ora del mercato, prima del riposo settimanale del venerdì.</p>



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<p>Erano state settimane faticose. <strong>Ogni singola informazione che avevamo ricevuto fino a quel punto, ogni tassello in più del fragile e complesso mosaico che vedevamo comporsi di giorno in giorno raccontava una storia sempre più sconfortante.</strong><br><br>Sono davvero pochi i momenti sereni che ci si riesce a ritagliare sotto un’occupazione militare. Si tratta principalmente e perlopiù di restare in silenzio ad ascoltare e osservare,<strong> e mascherare l’imbarazzo per la banalità del dolore che si prova</strong>. La tragedia palestinese è talmente vasta per cui è quasi impossibile documentarsi esaustivamente, ci sono così tante storie da raccontare, ciascuna a suo modo importante, quasi tutte cancellate dalle infrastrutture rigogliose e tecnologiche di Israele.<br> <br>Siamo andati a Nablus dopo essere stati in un’altra città palestinese, <strong>Al-Khalil, più nota all’occidente come Hebron</strong>. È la più popolosa della Cisgiordania, ci abitano 200.000 palestinesi, e un manipolo di 1000 coloni, protetti da altrettanti militari israeliani, che hanno illegalmente occupato il centro della città. <strong>Di Hebron se n’è parlato molto, è il simbolo dell’occupazione illegale di Israele della Palestina</strong>. A molti giornalisti e scrittori basta visitarla per tre-quattro notti per avere abbastanza materiale per scrivere un paio di libri. <strong>Somiglia a un esperimento di oncologia urbanistica</strong>: cosa succederebbe a una metropoli se nel suo centro sorgesse un cancro molto aggressivo. Chiunque voglia documentarsi su quello che succede a Al-Khalil troverà in rete e in libreria tanto materiale molto meno sommario di quanto non sarebbe un nostro resoconto, perciò ve lo risparmiamo.<br><br>Alcune cose notevoli però: dentro la moschea di Abramo, poi riconvertita per metà in sinagoga dopo l’occupazione, c’è un unico punto di contatto tra arabi ed ebrei: la tomba del patriarca, di Abramo. Su di essa affacciano sia alcune finestre della moschea, sia altre speculari della sinagoga. <strong>In mezzo hanno dovuto ereggere una lastra di vetro antiproiettile</strong>, perché via del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1994">massacro del 1994</a> che si è consumato al suo interno.<br> <br>L’edificio più alto di Al Khalil è <strong>una ex-scuola palestinese, convertita poi in scuola rabbinica per coloni dopo l&#8217;occupazione militare</strong>. Su di essa sventola un enorme bandiera di Israele, visibile da molti punti della città. </p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/militari-1.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Militari che escono per una ronda nella parte &#8220;libera&#8221; della città. Sulla destra il palazzo in questione</figcaption></figure>



<p><br><br>Dentro la colonia si può leggere, nel centro della piazza, la storia di Hebron secondo l’autorità comunale israeliana. Per chi non leggesse l’inglese, ci tengono a informare che l’unica occorrenza storica della città in cui un essere umano diverso da un ebreo ha fatto qualcosa di rilevante nei dintorni, è stato quando degli <strong>“arabi jihadisti”</strong> hanno compiuto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1929">il massacro del 1929</a>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2265" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/municipio_hebron.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2266" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/hebron1.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
</div>


<p><br>Abbiamo scelto di andare ad Al-Khalil perché siamo venuti a sapere di una manifestazione di coloni che vi ha luogo ogni sabato. Degli israeliani, principalmente adolescenti, sfilano settimanalmente per la città, nelle zone vietate loro anche dalla stessa legge comunale della colonia (colonia già di per sé illegale, come tutte le altre, secondo il diritto internazionale). Sono scortati da un equivalente numero di militari armati, e da un conferenziere, che si ferma negli stessi punti del centro-città ogni sabato, punti ormai semi-deserti, e racconta ai presenti la storia ebraica di Hebron.<strong> Un assaggio del bottino di guerra futuro, in età impressionabile</strong>. La nostra semplice presenza in una delle piazze in cui si sono fermati è stata tutt’altro che gradita. I militari passati per la ronda preventiva ci avevano già intimato di andarcene, prendendoci i passaporti e dichiarando la nostra presenza in città illegale – sebbene, ripetiamolo ulteriormente che non fa mai male, secondo il loro stesso &#8220;protocollo di Hebron&#8221;, oltre al diritto internazionale, <strong>fosse illegale la loro</strong>. Essendoci rifiutati di seguirli non hanno potuto fare molto altro. Alla manifestazione ci prendiamo qualche sguardo di sbieco, ci fanno qualche video, sputano per terra guardandoci negli occhi. Dietro di noi si nascondono dei bambini palestinesi di Al-Khalil, che ci stavano un po&#8217; importunando prima dell&#8217;arrivo dei militari. Ora sono in silenzio alle nostre spalle. Ci colpisce la serenità con cui i giovani coloni si fanno scortare dai militari, che liberano la strada preventivamente dai bambini e i commercianti di Al-Khalil. Non fosse per i loro vestiti alla moda sembrerebbero usciti da un altra epoca.<strong> Non c&#8217;è un&#8217;etnia di riferimento, si deducono le origini europee, nord-africane, centro-africane, medio-orientali</strong>. Tutti accomunati da quell&#8217;aria di serena e beffarda superiorità che potrebbe darti, in un cortile di un liceo, l&#8217;essere amico dei ragazzi più grandi, o in un&#8217;occupazione militare essere scortato dai soldati. La nostra presenza è pressoché inutile, se non per darci una prova tangibile del lato della barricata dietro la quale vogliamo stare.  <br><br><br><strong>Arriviamo a Nablus perciò dopo settimane di un viaggio sconfortante</strong>. Nella Valle del Giordano avevamo testimoniato a più riprese cosa significasse provare a condurre una vita normale in Cisgiordania, ovvero attendere, aspettare, accettare qualsiasi sopruso, senza una reale speranza, senza la possibilità di raccogliere i frutti del proprio lavoro, far crescere un’attività, conquistare col lavoro una speranza diversa per i propri figli. Fino a che, un giorno o l’altro, esauriti, non si prova a emigrare altrove (ma dove?) oppure a rivoltarsi singolarmente, e quindi finire inevitabilmente o in carcere per decenni o al campo santo.</p>



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<p><br><br>Dopo di che eravamo andati a Beita, sfiorando Nablus, per provare a vedere che forma potessero ancora avere le manifestazioni pubbliche palestinesi, le lotte collettive e pacifiche. <strong>A Beita abbiamo visto il rimasuglio di un movimento pacifico, un piccolo manipolo di vecchi veramente poco minacciosi, riuniti per una preghiera simbolica di un quarto d’ora</strong>. Come abbiamo raccontato, di giovani non se ne vedeva neanche uno, perché negli anni erano stati <strong>decimati dagli arresti militari e dai cecchini dei coloni,</strong> appostati sulla collina di fronte, e non ne valeva più la pena di esporli a un tale rischio per una preghiera simbolica. <strong>Anche a Beita perciò, nessun tipo di speranza, tanto meno perciò di progettualità.</strong></p>



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<p><br><br>Ad Al-Khalil infine, abbiamo avuto un assaggio del probabile destino futuro anche delle grandi città palestinesi, <strong>dove Israele intende raggruppare e spingere tutti coloro sparsi per la Cisgiordania, per poi disperderli nuovamente verso il nulla</strong>, senza casa e senza un terreno, <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-01/cisgiordania-centinaia-di-persone-in-fuga-da-jenin.html">come ha fatto con il campo profughi di Jenin</a>. Anche qui poca speranza, molta rassegnazione, quasi nessuna progettualità. Di contro abbiamo visto la luce negli occhi dei coloni, l’odio con cui ci guardavano dietro i fucili, per la nostra piccola e ininfluente presenza lungo un percorso di deportazione e sterminio dal quale non vogliono essere distratti in alcun modo.<br><br>A Nablus però, per la prima e ultima volta, abbiamo visto qualcosa di diverso. Era giovedì all’ora del tramonto, la città era stordita dai rumori dei banchi del mercato che chiudeva. Un cartello all’ingresso segnalava la presenza della ferrovia ottomana. Nablus è una città antica, Flavia Neapoli, colonia (sic!) romana. Nei millenni è stato un centro importante per ogni potenza che ha conquistato o provato a conquistare la Terra Santa, in particolare per i primi crociati. Gli ottomani l’avevano inserita nella loro rete ferroviaria. La ferrovia di Nablus è una testimonianza archeologica di quella che potrebbe essere la<strong> No-State Solution</strong>, un miraggio di anti-nazionalismo assolutamente improponibile al tavolo delle grandi potenze moderne, un allucinazione nel deserto della politica internazionale: <strong>nessuna dogana, passaggio libero delle persone attraverso un unico grande territorio, indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dal popolo di appartenenza</strong>. Divisione culturale, certo, ma non nazionale, arabi palestinesi nel vagone con ebrei sefarditi, arabi egiziani, ebrei samaritani, europei dei balcani, turchi. Poco più che un esercizio mentale, probabilmente qualcosa di molto lontano dalla realtà storica, ma quel cartello ci predispone già a uno stato d’animo, e apre le strade di Nablus.<br><br>Quello che abbiamo visto a Nablus non è niente di meno e niente di più della resistenza palestinese. Non quella di tutti i giorni, quella di cui abbiamo provato a parlare negli altri articoli, quella la cui esistenza è di per sé già resistenza. Abbiamo visto i partigiani palestinesi, i martiri, la loro sagoma impressa sui muri, le impronte insanguinate dei palmi delle loro mani, nascoste tra i vicoli, protette da teche in vetro a memoria futura. <strong>Camminando per le strade di questa città ci siamo ricordati di cosa doveva voler dire il sogno di una Palestina liberata da Israele</strong>.<br><br><br>Non bisogna illudersi però. Nablus è una città relativamente piccola, anch’essa a disposizione militare di Israele, che entra periodicamente a caccia di terroristi e combattenti, compiendo stragi sommarie. Ci sono varie lapidi, per l’appunto, in giro per la città. Segnano i luoghi in cui sono morti i martiri, gli <em>shahid</em>, fucilati per strada. Alcune sono nei vicoli, sotto i portici, agli angoli delle strade; <strong>lasciano intendere una guerriglia o un inseguimento, operazioni militari speciali, furtive.</strong> Una in particolare ci colpisce, la data è recente (2024), la gigantografia del martire è enorme. Avrà avuto trent’anni, e per la grandezza dell’immagine doveva ricoprire un ruolo di prestigio. <strong>Tutti gli altri manifesti celebrano giovani, 18enni o poco più</strong>. Per chi sceglie di resistere appropriandosi della violenza l’aspettativa di vita è molto bassa, a 30 anni si è già probabilmente in un ruolo di comando, per il semplice fatto di essere ancora vivi.<br><br>Se non fosse per Israele, Nablus sarebbe oggi una città come tante altre, certo millenaria e affascinante, incastonata in una valle tra le montagne, ricca di cultura e reperti archeologici, un crocevia di vicoli di mercati e negozi. Oggi è invece una delle ultime città della Cisgiordania, insieme a Jenin, <strong>nella quale i palestinesi possono rivendicare liberamente e rendere onore al proprio martirio</strong>, i giovani morti in battaglia, quelli innocentemente uccisi da Israele, quelli che hanno consegnato la propria vita a un attentato.</p>



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<p><br><br>Passeggiando per i vicoli della città, scatta l’ora della preghiera. Nablus è immersa in una valle, le registrazioni in alto dai campanili rimbombano sulle montagne e immergono la piana, confuse in un rumore pieno e sacro. Il cielo è fermo, qualche scia di rosa spezza le nuvole bianche e basse. <strong>Vediamo, volto dopo volto, i ragazzi morti; ogni porta del mercato ha appeso il manifesto di un martire diverso.</strong> Cosa avrei fatto al posto loro? Chi sarei stato se fossi nato in Cisgiordania? Dove sarei? Sarei fuggito? Magari ce l’avrei fatta ad andarmene via, in qualche altro paese arabo, o in Europa. Oppure starei cercando di vivere una vita normale? Magari sarei già uscito un paio di volte di prigione, starei sperando di riuscire a evitare un altro arresto, o peggio, guardando con rassegnazione la casa del mio vicino mentre viene rasa al suolo, i militari che si addestrano, i territori requisiti, quelli rubati, pregando la notte i fratelli morti e ringraziando che perlomeno non sono nato a Gaza? O sarei stato un attivista? Andrei ancora alle manifestazioni? Proverei ad organizzarle a testa alta, schivando i proiettili dei coloni e disposto al carcere militare? Mi sarei tolto la vita? Avrei tradito la mia gente per qualche soldo e vantaggio in più? O starei su uno di questi manifesti che mi circondano, vestito di nero col fucile tra le mani, morto sapendo che sarei morto, che avrei onorato il martirio del mio popolo con il martirio della mia vita? Che avrei esposto, andando incontro a morte certa, l’insopportabile oppressione che è toccata alla mia gente e che ha una data di inizio, il 1948, e vede da una parte un popolo invaso e dall’altra uno invasore? Sarei stato capace di uccidere un innocente? Riuscirei ad avere pietà di un colono israeliano? Accordargli il lusso, per me sconosciuto da una vita, di essere considerato un innocente? <br><br>E invece se fossi nato in Israele? Sarei riuscito a fare finta di nulla? Mi sarei radicalizzato, andando in avanscoperta a fondare nuove colonie in Giudea e Samaria?<strong> Avrei avuto la forza e il coraggio, come hanno fatto molti, di litigare con la mia famiglia, perdere gli amici, ripudiare l’educazione che ho ricevuto e che il mio Stato ha provato a innestare sulla mia etnia?</strong> Avrei risposto alla chiamata alle armi? Sarei andato a Gaza? Ci sarei tornato tutte le volte che i miei generali me lo avrebbero chiesto? Sarei morto per Israele? <br><br> <br>Non so cosa avrei fatto, non ho modo di saperlo. In cuore mio spero davvero, però, che avrei disertato l’esercito e la cultura israeliana e avrei avuto il coraggio di fare parte della resistenza, se fossi stato palestinese. Non per l’onore, la gloria, per la retorica partigiana, o per le promesse nell’aldilà, ma perché qui, in mezzo a tutti questi morti, vedo per la prima volta in tutta la mia vita, <strong>qual è il prezzo della libertà. </strong></p>



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		<title>In Palestina, esistere vuol dire resistere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 08:53:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Valle del Giordano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di colonizzazione israeliana della Valle del Giordano e la storia di resistenza di una famiglia di pastori, circondata da Israele. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 5% della Valle del Giordano è ancora Palestina. Per il restante 95% parlare di Palestina è più un vezzo politico. La colonizzazione della VdG, ormai quasi completata, rientra in un piano militare preciso e rivendicato esplicitamente da Israele. Gli israeliani lamentano infatti di non avere un confine naturale che li separi dai loro vicini a est, gli “arabi jihadisti”. Abba Eban, ex ambasciatore di Israele presso gli USA, dichiarava che Israele senza <strong>la Valle del Giordano fosse come un campo di concentramento lungo e stretto, un carcere nel quale gli ebrei attendono con rassegnazione una morte inevitabile e violenta</strong>. Il confine che rivendicano è il fiume Giordano, un rivolo di acqua battesimale &#8211; attraversabile a piedi, o alla peggio asfaltabile in mezza giornata per il passaggio dei cingolati &#8211; che offre una protezione di gran lunga inferiore rispetto alle tre mandate di recinsione elettrizzata e filo spinato che ad oggi già separano la Palestina controllata da Israele e la Giordania. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Heart of the Matter: The Jordan Valley Is the Future of the Zionist Endeavor" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/JeAqg5VhiiM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Shottino ogni volta che il vecionostro influencer dell&#8217;IOF dice Jordan Valley. Curioso come la zona abitata da più tempo nella storia del mondo venga presentata come vuota e a disposizione.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;<br><br>La conquista di questo confine naturale è servita fin da subito come pretesto per la strategia di colonizzazione israeliana, che si fonda sull’abuso di una clausola degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo#:~:text=In%20sostanza%2C%20gli%20accordi%20chiedevano,creazione%20dell'Autorit%C3%A0%20Nazionale%20Palestinese.">accordi di Oslo</a>, ovvero che Israele, in casi di estrema necessità e pericolo, può fondare accampamenti militari <em>temporanei </em>nell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo diretto militare e civile di Israele), della durata di massimo 5 anni. Ovviamente <strong>la quasi totalità dell’area C nella Valle del Giordano ospita accampamenti militari <em>permanenti</em></strong>, immersi in vastissime zone militari ad accesso vietato, interrotti solo da colonie o avamposti illegali di israeliani.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Diverso è il discorso per l’area A, il territorio autonomo in mano all’Autorità Palestinese. Israele non può, in teoria, intervenire direttamente in quest’area, ma produce pretesti per farlo comunque. Come quelli prodotti per le frequenti incursioni e demolizioni nei campi profughi, come quello di Jenin recentemente sgomberato e distrutto &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/January_2023_Jenin_incursion">la situazione a Jenin è drammatica</a>: al cimitero, come ci raccontano, hanno imparato a lavorare d&#8217;anticipo dopo il <a href="https://www.hrw.org/reports/2002/israel3/israel0502-05.htm">massacro del 2002</a>: scavano fosse preventive per le vittime della caccia al “terrorismo”, per non essere impreparati. <strong>In tutta la Cisgiordania l’area A, infatti, si concentra intorno alle grandi città, verso le quali Israele sta provando a spingere i palestinesi sparsi sul territorio</strong>. Qualche piccola macchia d’autonomia, più o meno grande, la si trova anche qua e là, scollegata rispetto ai centri urbani. Il giornalista palestinese con il quale entriamo in contatto a Gerusalemme Est decide di portarci a visitare uno di questi piccoli territori. Si trova nella VdG, per l’appunto, ed è proprietà di un suo amico, un pastore che, per sua fortuna o sfortuna, ci abita insieme alla moglie e i nove figli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Percorriamo in macchina la strada che parte dalla palestinese Gericho &#8211; la città abitata da più tempo al mondo &#8211; e costeggia parallela il fiume Giordano. Si vedono sulla destra le montagne della Giordania, abitate a chiazze, sviluppate e urbanizzate. Danno l’aria di essere un posto come tanti altri nel Medio Oriente, come avrebbe potuto essere la Palestina. Intorno a noi il panorama è ben più inquietante. <strong>Ogni 100 metri, ai bordi della carreggiata, a destra e a sinistra sventolano parallele due grandi bandiere israeliane</strong>; ogni vallata che incrociamo ha al centro una bandiera israeliana, ogni collina l’ha in cima, se al suo posto non c’è invece direttamente una colonia illegale. A immense distese verdi di palme da datteri, recintate e avvolte nel filo spinato – coltivate da israeliani perciò -, si alterna qualche campo palestinese, sempre aperto, perlopiù di grano, sedani, zucchine. Per il resto deserto e strada. Per la strada &#8211; <strong>Route 90</strong> si chiama – le targhe sono sia gialle che verdi, sia di palestinesi che di israeliani perciò, questi ultimi o coloni o turisti qualsiasi, in quella che considerano la regione israeliana della West Bank. Ogni tanto ci si ferma a un checkpoint militare, alle intersezioni più grandi; le macchine si arrestano, i bambini con le kippah nei sedili posteriori salutano i militari, su incitazione dei padri alla guida, i militari ricambiano sorridenti. &nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-2235" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-300x300.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-150x150.jpeg 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-768x768.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-600x600.jpeg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-100x100.jpeg 100w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map.jpeg 1240w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br>Arriviamo a destinazione, una piccola fattoria di un centinaio di pecore, qualche tenda da beduino, tre grosse cisterne per l’acqua. C’è un trattore, ma non c’è nessuna macchina parcheggiata. Una ne avevano e gli è stata rubata di notte, qualche settimana prima. Gli ovili sono un po’ fatiscenti, le pecore riescono a uscire e andare dove vogliono, scorrazzano come i cani-pastore della famiglia, ma per istinto di gregge stanno perlopiù vicine. Non si arrischiano mai ad andare <strong>nella grande strada asfaltata che costeggia la fattoria e che unisce due enormi accampamenti militari, a destra e a sinistra della casa</strong>. Saranno a 1km di distanza l’uno dall’altro, entrambi visibili dalla casa, che si trova perfettamente al centro. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per questo, la strada è attraversata da veicoli militari, spesso vuoti, e da gruppi di giovani soldati che fanno jogging, con le casse sparate. Sulla collina che sovrasta l’accampamento di sinistra c’è una colonia. Dietro la casa palestinese, a 300 metri circa, c’è un enorme impianto elettrico, in cima a un’altra collina. Alimenta tutti gli edifici militari e civili israeliani nei dintorni, tranne la fattoria, che tira avanti invece con pannelli solari e batterie<strong>. L’impianto elettrico serve anche per illuminare a giorno la grande strada di fronte alla casa, con un numero quasi ironico di lampioni uno a fianco all’altro.</strong> Non c’è nessun motivo per cui questi lampioni debbano puntare verso un lato o l’altro della strada, verso la casa o verso la terra deserta all’altro lato della strada. <strong>Ovviamente puntano verso la casa</strong>, inondandola di luce durante la notte.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Nella fattoria abita la famiglia di cui sopra, <strong>circondata da Israele</strong>. Come per tutte le case palestinesi, le cisterne d’acqua sono una necessità. La fattoria aveva le proprie condutture, connesse a una sorgente vicina. Sono state staccate dall’esercito, ed è stato intimato alla famiglia di non ricollegarle e di non scavare pozzi, pena lo sgombero. <strong>Quello dell’acqua è lo strumento più efficace nelle mani di Israele per rendere la vita impossibile ai palestinesi, in particolare quelli che non può cacciare con la forza</strong>. Perché questa fattoria non può essere ufficialmente toccata, i militari non possono raderla al suolo, sgomberarla. È un piccolo lembo di zona A, sotto il controllo civile e militare, perciò, dell’Autorità Palestinese. <strong>Tutto quello che possono fare, e fanno, è circondare, vessare e intimidire costantemente chi ci abita</strong>; o direttamente tramite la costruzione di queste infrastrutture militari, oppure finanziando e supportando i coloni più radicali che abitano nei paraggi, guidati dallo scopo messianico di liberare quella terra, e che fanno tutto ciò che Israele non potrebbe mai fare apertamente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ai palestinesi non rimangono tante alternative, <strong>se non resistere e sopportare, quanto più a lungo possibile</strong>. <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/existence-is-resistance/">Existence is resistance</a></em>. Non hanno alternative legali. Possono sì appellarsi a una manciata di diritti, ma di circostanza, e spesso senza alcun risultato, come lamentarsi della distruzione dei pannelli solari quando l’ordine di demolizione impugnato dall’esercito prevedeva di radere al suolo soltanto la casa o la fattoria. In Palestina, come ripetono spesso i palestinesi, la legge è come se non esistesse, o meglio esiste e funziona benissimo, ma solo se sei israeliano. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Il giornalista di Gerusalemme Est e il pastore si conoscono molto bene. Sono amici di lunga data. A dire il vero in molti conoscono il pastore, è una figura ben nota nella VdG. Circola un video di lui che scaccia da casa propria, disarmato, dei coloni armati, venuti a intimidirlo. Il giornalista ci spiega che è un uomo ben posizionato e rispettato all’interno della comunità, probabilmente avrebbe una vita più semplice se decidesse di andarsene, di spostarsi da qualche cugino, o in qualche grande città. Avrebbe appoggi e assistenza assicurata. <strong>Non ha alcuna intenzione di farlo però</strong>. <strong>La sua resistenza non si basa su altro che continuare ad esistere, non muoversi, provare a fare la stessa vita di sempre, mentre l’esercito più potente del mondo prova in tutti i modi a farlo crollare, a rendergli la vita impossibile, a terrorizzarlo</strong>; mentre ogni giorno gli sfilano davanti le macchine da guerra degli invasori della sua terra, seguiti dai giovani soldati che si addestrano per andare in guerra contro la sua gente, mentre ogni mattina porta a spasso le pecore sul lembo di terra che ancora gli è concesso di pascolare – ogni anno più piccolo &#8211; e dove un tempo abitavano le 14 famiglie dei suoi fratelli e vicini di casa, sgomberati per fare spazio a qualche collina artificiale ricoperta di bossoli e granate esauste – campi d’addestramento per l’esercito di occupazione.</p>



<p>Lo accompagniamo al pascolo. Insieme a noi qualche attivista internazionale non-violento, che spesso accompagna il pastore e lo aiuta a sorvegliare la casa di notte. Ci raccontano un po’ di quello che sta succedendo nella VdG e del loro lavoro. Saliamo sulla montagna più alta. <strong>Ogni costruzione in mezzo al deserto che vediamo intorno a noi è Israele</strong>: distese di pannelli solari, accampamenti militari, colonie, impianti elettrici. Un deserto militarizzato e hi-tech. Sulla collina opposta vediamo un pastore colono con le pecore, ci dicono che quando capita di incrociarlo da vicino non finisce mai bene. Sulla collina opposta c’è una grande stella di David in ferro battuto, segnala una postazione di cecchini, all’ingresso di una colonia illegale. Vediamo qualche quad di coloni che ne esce, ci allarmiamo, ma siamo gli unici del gruppo, nessun altro se ne cura più di tanto. Hanno riconosciuto subito i loro abiti da turisti, vanno solo a farsi qualche salto sulle dune piene di bossoli dove un tempo abitavano le 14 famiglie.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2238" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le dune, saranno 20mq. La loro costruzione ha richiesto lo sgombero forzato di 14 famiglie.</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2239" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg 461w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-135x300.jpg 135w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure>
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<p><br>Scendendo il pastore ci chiede esplicitamente aiuto, <strong>vuole che l’Italia lo aiuti</strong>, dice che ha piovuto poco quest’anno e hanno poco terreno da pascolare, la maggior parte della terra intorno è militarizzata e inaccessibile. Molte pecore moriranno di fame quest’estate, e la sua famiglia campa solo di pecore e formaggio. Sono così preziose ormai che non le mangiano neanche più. Dice che senza aiuto potrà durare al massimo 1 anno o 2. Poi anche lui se ne dovrà andare. Non sappiamo bene cosa rispondergli.</p>



<p><br>Di nuovo giù a casa ci chiede un aiuto per scavare una buca per il cesso chimico, a noi e agli attivsti. <strong>Non ne avrebbe il diritto, dovrebbe chiedere un permesso che non gli concederebbero.</strong> <strong>Neanche per la merda</strong>. È un bel momento, forse tra i più belli di tutto il nostro soggiorno in Palestina. Il sole sta calando, ad aiutarci ci sono anche i suoi figli e le sue figlie, già autonomi e indipendenti alle loro varie età, alcune anche tenere. Ogni tanto si sente il suono di un veicolo che si avvicina e lo sguardo del padre si incupisce, ci fa sedere tutti per terra, restiamo in silenzio finché il rumore non si allontana. Poi di nuovo in piedi a scavare e scherzare senza una lingua comune.<br> <br>Riaccompagniamo al crepuscolo gli attivisti internazionali verso la loro sede. In macchina il giornalista ci racconta dei piani di Israele. <strong>Ci dice che vogliono unire le varie colonie illegali fuori Gerusalemme l&#8217;una all&#8217;altra, fino al Mar Morto, per dividere la Cisgiordania in due, nord e sud</strong>. I Palestinesi potranno passare solo attraverso un tunnel sotterraneo. Gerusalemme sarà a 30 minuti di macchina dal Mar Morto invece. La strada che stiamo percorrendo invece, la 90, quella piena di bandiere israeliane &#8211; una delle ultime accessibili sia a palestinesi che israeliani &#8211; <strong>diventerà un’autostrada, accesso solo per le targhe gialle</strong>. Da essa si staccheranno varie strade come rami, a separare le comunità palestinesi tra di loro, e unire invece le colonie all&#8217;autostrada, a Gerusalemme, al resto di Israele.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg 725w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-212x300.jpg 212w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-768x1085.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-1087x1536.jpg 1087w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-600x848.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Questa era la situazione, già disastrosa, nel 2020. E&#8217; difficile trovare mappe aggiornate fatte bene. La velocità della colonizzazione è aumentata sensibilmente già all&#8217;indomani del 7/10, per via dell&#8217;eccezionale distrazione dell&#8217;attenzione internazionale.</figcaption></figure>
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<p><br><br>Vediamo adesso il vero colore di quelle vallate, le chiazze di terra nera che vedevamo ai bordi delle strade sotto le bandiere. Sono le vecchie comunità palestinesi, i vecchi accampamenti di quelli che non ce l&#8217;hanno fatta, che a un certo punto se ne sono andati, lasciandosi tutto alle spalle. A destra e a sinistra, sono molte. Il colore della terra sotto le bandiere è nero di fuliggine, è l&#8217;ultima testimonianza delle famiglie ormai disperse. <strong>Su tutte sventolano, a conquista, le stelle di David bianche e blu</strong>. Il giornalista ci parla di ognuna di esse, dice quanti animali avevano, quante persone ci abitavano; dice poi: &#8220;now they are theirs&#8221; (adesso appartengono a loro).<br><br>Per strada spuntano anche le colonie, rigogliose, protette da alti fili spinati, coperte da pannelli solari, chiazzate di prati verdi. Vita tranquilla e spensierata di periferia, si sente l&#8217;acqua che scorre nel deserto, <strong>non ci sono cisterne</strong>. Ogni tanto un checkpoint. Come prima le macchine si fermano, i bambini israeliani salutano, i militari sorridono.</p>



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<p></p>
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		<title>Come nasce una colonia illegale in Palestina </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.</p>
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<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 <strong>il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni</strong>. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia. </p>



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<p>Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. <strong>Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile.</strong> La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-2192" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-300x169.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-768x432.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-600x338.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2194" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2191" style="width:498px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg 576w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-169x300.jpg 169w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-600x1067.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>
</div>


<p><br>I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, <strong>così da poterlo arrestare nel pomeriggio.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled-2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all&#8217;ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.</figcaption></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2204" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. il giorno dopo l&#8217;attacco</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. <strong>Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove</strong>, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania. &nbsp;</p>



<p><br>Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell&#8217;avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala,<strong> nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%</strong>. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare<a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/"> nell’articolo precedente</a>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, <strong>ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”</strong>, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e <strong>grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><br><br>Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. <strong>Sono spesso però abitate da persone “qualunque”</strong>, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, <strong>sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><br><br>Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar.<strong> Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato</strong>. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà <em>de facto</em> di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi:<strong> la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”</strong>. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l&#8217;IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di &#8220;terroristi&#8221;, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, <strong>ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio</strong>. </p>



<p>Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. <strong>L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.</strong></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="480" style="aspect-ratio: 848 / 480;" width="848" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/video_2025-05-15_12-33-20.mp4"></video><figcaption class="wp-element-caption">Nascita di una colonia a Massafer Yatta.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/">Come nasce una colonia illegale in Palestina </a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



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<iframe loading="lazy" title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



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<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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