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	<title>Elite Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La struttura oligarchica dell&#8217;edificio democratico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2024 09:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Perché tutte le rivoluzioni, alla lunga, si corrompono? La maggior parte dei movimenti, ottenuto il monopolio della violenza, si trasformano in regimi. I rivoluzionari in dittatori. Gli attivisti in funzionari. Lo studioso della sociologia dei partiti Robert Michels risponde partendo da un assunto fondamentale: in ogni società, una minoranza organizzata si impone su una maggioranza disorganizzata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La tendenza burocratica ed oligarchica assunta dall’organizzazione dei partiti anche democratici è da considerarsi senza dubbio quale <strong>frutto fatale d’una necessità tecnica e pratica</strong>. Essa è il prodotto inevitabile del principio stesso dell’organizzazione.</p>



<p>Ma vi è ancora un altro coefficiente, che contribuisce non poco a produrre il medesimo effetto. Il moderno partito politico è altresì un’organizzazione di guerra. Come tale, esso deve piegarsi alle leggi della tattica. <strong>Ora, la legge fondamentale della tattica è la prontezza alla battaglia, la indefessa preparazione alla lotta</strong>. <strong>Senonché, democrazia e prontezza sono concetti assolutamente inconciliabili</strong>. Ciò venne riconosciuto già da Ferdinando Lassalle, il grande capo-partito socialista-rivoluzionario, quand’egli propugnò l’idea che la dittatura personale, esistente di fatto nella sua associazione, dovesse venir dichiarata giustificata dalla teoria e proclamata indispensabile in pratica. Egli stabilì esplicitamente che i soci dovevano lasciarsi guidare passivamente dal loro duce e che l’associazione doveva esser simile ad un martello nella mano del suo presidente. Questo era un precetto di necessità politica, specie poi in quei primordi del movimento operaio, ancora puerilmente maldestro; ed era anche l’unico modo per assicurarsi potenza e stima di fronte ai partiti della borghesia. La rapidità delle decisioni restava garantita dal centralismo.</p>



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<p>Restava, e resta. Una grande organizzazione è già in sé un ingranaggio di molta pesantezza. Le grandi distanze, e la perdita di tempo che deriverebbe, se si volesse spiegare alle masse i singoli problemi quotidiani che richiedono decisioni rapide, sia pur solo affinché esse acquistino una capacità relativa a farsi un giudizio, <strong>comportano l’impossibilità d’un regime democratico nella sua schietta forma originaria, giacché con questo non si potrebbe fare se non una politica di ritardi e di buone occasioni mancate</strong>; né in tale modo il partito politico riuscirebbe comunque a conservare la sua attitudine a stringere alleanze politiche e la necessaria duttilità tattica. In altri termini, il regime democratico non è affatto confacente ai bisogni primordiali del partito politico. <strong>Al partito che conduca una guerra – ed anche solo una guerriglia – occorre una armatura gerarchica</strong>. Senza di che, esso potrebbe paragonarsi alle sterminate orde amorfe e selvagge degli africani, la cui arte guerresca naufraga nella mischia con un qualsiasi battaglione ben disciplinato di soldati addestrati all’europea.</p>



<p>Così adunque – per motivi d’indole tecnico-amministrativa e di tattica –<strong> si forma un corpo direttivo di professione, il quale, sulla base di procure, accudisce da padrone agli affari della massa.</strong> Le masse delegano un piccolo numero di singoli individui che le rappresenta permanentemente. <strong>Ora l’inizio della formazione d’un corpo direttivo di professione denota il principio della fine della democrazia</strong>. E ciò in prima linea per la logica impossibilità dello stesso sistema di rappresentanza.</p>



<p>Rousseau ed i socialisti francesi della prima metà del secolo XIX hanno enunciato una profonda verità quando sostenevano che una massa che deleghi la propria sovranità, ossia la conferisca ad un esiguo numero di individui, abdica alla sovranità. <strong>Egli è che la volontà di un popolo non è conferibile, e nemmeno quella d’un singolo individuo. </strong>Ciò vale in grado ancor maggiore per un’epoca, ove la vita politica assume forme di giorno in giorno più complesse, e quindi ogni giorno più insensato diventa il voler “rappresentare” una massa in tutte le miriadi dei più svariatissimi problemi della vita politica ed economica. <strong>Rappresentare, significa spacciare la volontà di un singolo per volontà d’una massa</strong>. In casi particolari ed in questioni ben delineate e semplici, l&#8217;identificazione sarà anche conforme a verità. Ma una rappresentanza prolungata significa senz’altro il dominio dei rappresentanti fondato su un equivoco.</p>



<p>Il formarsi d’un gruppo direttivo di professione <strong>conduce altresì ad un aumento considerevole della disparità di cultura che intercede tra i condottieri e i condotti</strong>. Una lunga esperienza, basata sulla storia, insegna che gli elementi del dominio esercitato dalla minoranza sulla maggioranza vengono formati sopra ogni altra cosa, oltre che dal fattore del denaro e del capitale – superiorità economica – e dal fattore della tradizione e della educazione – superiorità storica – dal fattore della cultura – superiorità intellettuale. Ora, nei partiti del proletariato ci colpisce al primo sguardo il fenomeno che, in fatto di cultura, i duci sono di gran lunga superiori all’esercito.</p>



<p>Questa superiorità è in prima linea d’ordine puramente formale. In Paesi ove lo sviluppo politico ed una spiccata predisposizione psicologica di quella sotto-classe della borghesia, che diremmo intellettuale, fanno affluire al partito dei lavoratori un gran numero di avvocati, di medici e di professori universitari, come in Italia, tale superiorità si constata facilmente. <strong>Non ad onta, anzi, appunto a causa della superiore cultura formale da essi acquistata nel campo nemico, e che portano con sé nella loro diserzione nel campo dei proletari, i fuoriusciti della borghesia diventano i capi del proletariato organizzato.</strong></p>



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<p>In altri Paesi gli strati della borghesia incalzano contro i rivoluzionari con un’intransigenza così accanita da additare i propri elementi, passati al partito operaio, al completo boicottaggio sociale e politico; e le classi lavoratrici, in virtù della meravigliosa organizzazione dello Stato, e sotto la pressione della grande industria, che esige dai propri addetti un certo grado d’intelligenza, si trovano in possesso d’una cultura scolastica, sia pure elementare, che esse spesso procurano d’estendere e di completare con diligenti studi privati. <strong>In questi ultimi Paesi rintracciasi, alla testa dei lavoratori, accanto a un piccolo numero di intellettuali, una immensa maggioranza di ex operai.</strong></p>



<p>Epperò anche questi ex operai non si trovano più al medesimo livello di cultura dei loro antichi compagni. <strong>Il meccanismo del partito, col suo gran numero d’impieghi e di cariche onorifiche, offre agli operai la possibilità di far carriera; e spiegando in tal guisa una forza d’attrazione non comune, tende alla trasformazione, intesa in senso sociale, di una schiera di proletari, più o meno intelligenti, innalzandoli alla qualità d’impiegati fissi del partito e mettendoli quindi nelle condizioni di esistenza della piccola borghesia</strong>; e ciò col procurare loro, a proprie spese, agio e opportunità di acquistarsi una cultura superiore ed una certa cognizione delle cose della vita pubblica. In tal tirocinio gli ex operai acquistano una routine, che li rende sempre più superiori ai loro mandanti, e <strong>fa sì che finiscano col perdere il sentimento della propria comunanza colla classe da cui ebbero origine</strong>. Fra i capi proletari e l’esercito proletario sorge una vera differenza di classe sociale. In questo modo i lavoratori, colle loro proprie forze, si creano dei nuovi padroni i quali possono contare, nell’arsenale degli strumenti di dominio, come su una delle loro armi più potenti, soprattutto sull’incremento della propria cultura dovuta agli oboli dei loro compagni nelle fabbriche.</p>



<p>Prescindendo dagli anarchici – che in politica esercitano scarsa influenza, e inoltre in parte si oppongono a qualsiasi organizzazione, oppure sono organizzati in organizzazioni così rilassate ed elastiche da non poter esser propriamente considerate come formanti un partito – <strong>tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare. La via su cui essi muovono è la via legalitaria ed elettorale; loro scopo immediato è il conseguire influenza in parlamento; loro ultima finalità è la cosiddetta conquista del potere politico</strong>. In tale guisa resta spiegato perché anche i rappresentanti dei partiti rivoluzionari entrino a far parte della assemblea legislativa. Ma il lavoro parlamentare che essi vi compiono, dapprima controvoglia, poi con crescente compiacimento ed interesse, li trasporta ancor sempre più lontano dai loro elettori. Le questioni che lor si presentano e che esigono di venir da essi seriamente studiate, hanno per effetto di allargare e di approfondire le loro cognizioni e di aumentare quindi sempre di più il divario tra loro e i compagni rappresentati.</p>



<p>Non è, adunque, soltanto un divario puramente iniziale tra i rappresentanti dei partiti detti rivoluzionari e i loro compagni, che l’attività parlamentare ingrandisce. Addestrandosi nei dettagli della vita politica, nei particolari della legislazione, delle questioni tributarie, delle questioni daziarie e nei problemi della politica estera,<strong> i capi acquistano un valore che – almeno finché la massa si attiene alla tattica parlamentare, ma forse anche se vi rinunzia – li rende indispensabili al partito</strong>; e ciò per il fatto ch’essi ormai non potrebbero più venir sostituiti senz’altro da altri elementi del partito non facenti parte del meccanismo burocratico perché accudiscono invece alle loro quotidiane occupazioni, che li assorbono completamente.</p>



<p>E così dalle cognizioni di causa vien virtualmente creata, anche in questo campo, <strong>una inamovibilità che è in contraddizione coi princìpi fondamentali della democrazia</strong>. Le cognizioni di fatto che innalzano definitivamente i capi al di sopra della massa rendendosela schiava, acquistano una base ancor più salda per i bei modi e pel <em>savoir faire</em> in società, che i deputati imparano nei parlamenti, come pure per lo specializzarsi, frutto in particolar modo del lavoro compiuto nella camera oscura delle commissioni.  Com&#8217;è naturale, essi applicano poi gli stratagemmi, ivi appresi, anche nei loro rapporti col partito. <strong>Con ciò riescono facilmente a vincere eventuali correnti loro contrarie: </strong>nell’arte di dirigere le adunanze, di applicare ed interpretare il regolamento e il programma, di presentare opportuni ordini del giorno in momenti opportuni, in breve, negli artifici atti a toglier di mezzo dalla discussione i punti importanti ma loro ostici od anche ad indurre una maggioranza mal disposta a votare in loro favore o, nel caso più sfavorevole, a farla ammutolire, essi sono maestri. Quali relatori e competenti che conoscono persino i più reconditi penetrali del tema che han da trattare, e che a forza di raggiri, parafrasi ed abilità terminologica, san trasformare anche le questioni più semplici e più naturali del mondo in tenebrosi misteri, dei quali essi soli possiedono la chiave, essi sono, in linea intellettuale, del tutto inaccessibili e, in linea tecnica, del tutto incontrollabili da parte delle grandi masse, di cui ognuno di essi si atteggia ad essere “l’esponente teorico”.</p>



<p>Essi sono i padroni della situazione. In questa posizione essi vengono vieppiù fortificati dalla fama che si vanno acquistando, sia come oratori, sia come studiosi o conoscitori di determinate materie, sia anche con le attrattive della loro personalità – intellettuale oppure soltanto fisica – nella stessa sfera dei loro avversari politici e, per tal modo, anche nell’opinione pubblica. <strong>Se le masse organizzate congedassero uno dei loro <em>leader</em>, generalmente riconosciuto e stimato, il partito dovrebbe subirne la conseguenza con un discredito di non poco momento agli occhi della gente.</strong></p>



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<p>Se adunque le masse del partito spingessero le divergenze fra loro ed i duci ch’esse medesime si sono eletti fino al punto della rottura completa, esse rimarrebbero “senza capo” nel doppio senso della parola, anche perché da una simile situazione deriverebbe loro un danno politico incommensurabile. E ciò non soltanto perché esse non dispongono, così senz’altro, di sufficiente qualità e quantità di forze nuove, tali da poter sostituire le forze vecchie che, grazie ad una pratica di decenni, conoscono a fondo la materia politica, ma anche perché alla personale influenza ed alla salda autorità parlamentare dei capi, esse devono buona parte dei loro successi nel campo della legislazione sociale e nella sanzione di princìpi generali di libertà politica. <strong>Le masse democratiche si trovano perciò in una posizione senza uscita, dovendo concedere sotto pena di suicidio politico ai loro <em>gros bonnets</em> un potere che, a lungo andare, elimina il caposaldo medesimo della democrazia.</strong></p>



<p>Il più forte diritto dei duci consiste nel fatto che essi sono indispensabili.</p>



<p>Così dunque al primo passo è seguito il secondo. La creazione di un ente direttivo di professione non fu che il preludio del formarsi di una direzione stabile ed inamovibile. Tale sviluppo viene ancora accelerato da certe qualità che son comuni a tutto il genere umano. Ciò che fu iniziato da necessità d’organizzazione, d’amministrazione e di strategia, verrà ultimato da necessità psicologiche. La coscienza della propria forza suole destare la smania di dominio, latente in ogni cuore umano. E&#8217; questa una nozione elementare di psicologia. <strong>Di regola, chi giunge ad impadronirsi di un qualsiasi potere, sarà poi sempre intento a rafforzarlo e a consolidarlo, a circondare di nuovi baluardi la posizione acquisita, ed a sottrarsi al dominio e al controllo delle masse.</strong></p>



<p>La naturale sete di comando dei capi viene assecondata dal naturale bisogno della folla di venir guidata, nonché dalla sua indifferenza. Nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto. <strong>Nel loro primitivo idealismo, esse han bisogno di divinità terrestri, alle quali si attaccano di affetto tanto più cieco, quanto più aspramente la durezza della vita le afferra</strong>.</p>



<p>Sovente questo bisogno di adorare è l’unico <em>rocher de bronze</em> che sopravviva alla metamorfosi delle loro convinzioni. Negli ultimi anni, gli operai delle fabbriche della Sassonia son divenuti, da pii protestanti che erano, socialisti-democratici. Può ben darsi che tale evoluzione abbia provocato in essi l’inversione di tutti i valori.</p>



<p>Ma dalla parete del modesto abituro essi non tolsero l’obbligatorio ritratto di Lutero che per sostituirlo con quello di Bebel, appunto come nell’Emilia, ove avendo i lavoratori della terra subito la medesima evoluzione, l’immagine della Madonna non cedette il posto che a quella dell’onorevole Prampolini, o a quella di Enrico Ferri, il “flagellatore della camorra”. Sotto le macerie del loro modo di pensare nel passato, la colonna trionfale del bisogno di adorare rimase in piedi ed intatta. Dalla delegazione, prende le mosse e si sviluppa il diritto morale alla delegazione. <strong>Chi sia stato delegato una volta, facilmente resta in carica, in quanto non glielo impediscano delle disposizioni statutarie, senza interruzione</strong>. L’elezione ad uno scopo determinato si muta in impiego a vita. La consuetudine diventa diritto. Il capo, che per un certo periodo di tempo sia stato successivamente delegato, finisce coll’aspirare alla continuazione della delegazione come a un suo buon diritto. Caso mai gli si negasse di continuare questo diritto, egli minaccia subito rappresaglie, tra le quali il dare le dimissioni è ancora la più innocua; e crea in tal modo gravi imbarazzi ai compagni del suo partito. Ma tali incidenti finiscono quasi sempre – e vedremo in seguito per quali motivi – colla vittoria del capo.</p>



<p>La composizione dei congressi del partito va diventando sempre più stabile. In altre parole: <strong>le masse tornano a rieleggere ogni volta i medesimi rappresentanti</strong>. Sicché i congressi, più che congressi di un dato partito, sembrano talvolta congressi di impiegati.</p>



<p>Anche i fortunati possessori delle posizioni più eminenti nel partito, che d’altronde vengono distribuite mediante elezioni indirette e che sono di loro natura cariche democratiche sottoposte a continuo mutamento, tentano di prolungare vita natural durante il termine della “procura generale” loro affidata. Lì pure l’incarico diventa un ufficio, e l’ufficio si tramuta in impiego fisso.</p>



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<p><strong>Nel regime dei partiti democratici, i capi diventano più inamovibili e più inviolabili di qualsiasi corporazione aristocratica</strong>. La durata media del loro ufficio sorpassa di gran lunga la durata media dell’ufficio di ministro negli Stati monarchici. Si è calcolata la durata media dell’ufficio di ministro in Germania a quattro anni ed un terzo. Invece, nella direzione del partito socialista tedesco, vediamo per oltre quarant’anni i medesimi uomini rivestire come capi le cariche ministeriali del partito stesso. La loro riconferma, richiesta dalle disposizioni statutarie dopo un periodo di tempo più o meno lungo, diventa una pura formalità, una cosa che va da sé.</p>



<p>Per capire questo fenomeno, bisogna spiegarlo prendendo in considerazione, più di ogni altra cosa, <strong>il gran fattore della tradizione</strong>, con la quale le masse rivoluzionarie si sono immedesimate non meno delle consorterie conservatrici. L’attenersi logico ai princìpi fondamentali della democrazia richiederebbe il non aver riguardo alcuno a tradizioni personali ed a sentimentalismi, ed esigerebbe anzi che la suprema direzione venisse cambiata ogni qual volta fosse necessario, in seguito al cambiamento della maggioranza nel seno del partito diviso in diverse correnti o tendenze.</p>



<p>In tali condizioni le forze vecchie tra i capi dovrebbero ceder il posto alle forze nuove, agli ultimi conquistatori del potere nel partito. D’altronde anche prescindendo da ciò, una massa, imbevuta di princìpi veramente democratici, <strong>dovrebbe forzatamente mirare a non lasciare troppo a lungo le stesse persone in una posizione di autorità e di impedire ch’essi si arrugginiscano</strong> acquistando la convinzione di non poter essere che loro gli eletti del popolo.</p>



<p>Invece, il misoneismo della tradizione insieme all’istintivo bisogno di una politica stabile, son causa del fenomeno che il corpo direttivo dei partiti democratici sia, quasi sempre, <strong>più l’espressione del passato che del presente.</strong> La direzione del partito – come avviene, a mo&#8217; d’esempio, da oltre trenta anni nel partito socialista tedesco – viene riconfermata non già perché rappresenti, nel momento della riconferma, la risultante delle forze del partito, bensì pel semplice fatto che esiste. <strong>E&#8217; la legge d’inerzia o, per servirsi di un termine eufemistico, la legge della stabilità</strong>, che prolunga ai capi il mandato sino alla loro morte.</p>



<p>Senonché un altro momento ancora, eticamente più attraente, coopera alla formazione di tale fenomeno: <strong>la gratitudine delle masse verso delle persone la cui opera, in fondo, è stata per esse di non poca utilità e che spesso, per amore della comune “idea”, han dovuto subire persecuzioni, esilio e carcere</strong>. E&#8217; opinione assai diffusa nelle masse che sarebbero “ingrate” se non riconfermassero sempre di nuovo un duce “benemerito” nelle sue funzioni.</p>



<p>La mentalità speciale che, in tali condizioni, si va formando nei duci, è uguale in tutti i partiti. La differenza di cultura e di competenza, realmente esistente tra i membri del partito, spicca anche nella distribuzione degli incarichi.<strong> Forte della propria superiorità <em>routinière</em> i capi impongono alle masse obbedienza, in nome di quella.</strong> Sembra loro cosa rivoltante, che l’esercito degli organizzati agisca in senso contrario alle loro proposte, o non si pieghi alle loro ammonizioni. Di fonte a siffatte disobbedienze, essi non possono trattenersi dall’assumere un tono di vera indignazione. Essi riguardano come grande e deplorevole mancanza di tatto e di educazione da parte delle masse, il fatto che esse non tengano conto dei consigli dei rappresentanti, peccato tanto più grave in quantoché le masse, eleggendoli spontaneamente a capi, li hanno rivestiti, come essi credono, della stessa invulnerabile sovranità popolare.</p>



<p>I capi insistono sull’incapacità della folla a giudicare, per tenerla lontana dagli affari. <strong>Essi si convincono che al partito non può convenire che la minoranza dei compagni, avvezzi a seguire e ponderare le questioni politiche, venga sopraffatta dalla maggioranza, composta di coloro che non sono capaci di formarsi un giudizio in casi determinati</strong>; e perciò si dichiarano contro il referendum o, almeno, nella vita vissuta del partito, non ne fanno uso.</p>



<p>Per scegliere il momento propizio all’azione, occorre una perspicacia che soltanto pochi dei singoli componenti una massa possiedono, mentre la maggior parte di essi segue le impressioni e gli impulsi del momento. <strong>Un gruppo ristretto di impiegati e di fiduciari, che deliberino a porte chiuse, sottratti così all’influsso delle relazioni colorate e svisate della stampa</strong>, e dove ciascuno può parlare senza aver da temere che le sue parole vengano riportate nel campo avversario, <strong>ha maggiori probabilità di emettere come corpo deliberante un giudizio oggettivo</strong>.</p>



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<p>Per sostituire, per quanto è possibile, l’elezione diretta con l’indiretta, si mette in campo, oltre ai motivi politici, la struttura complessa dell’organizzazione del partito; mentre per l’organizzazione dello Stato, che pure è tanto più complicata, si propugna, tra gli stessi capisaldi del programma, la legislazione diretta, chiedendo che si dia a ogni singolo cittadino il diritto di proporre leggi o di proporne l’eliminazione.</p>



<p>Quest’antinomia invade tutta la vita del partito. <strong>Ogni nuova corrente d’opposizione in seno al partito viene biasimata come se fosse nient’altro che un espediente di demagogia</strong>; l’appello diretto alla massa da parte degli elementi non soddisfatti dei dirigenti del partito, per quanto possano esser nobili i motivi che lo provocano, e sebbene esso sia da considerarsi senza dubbio quale diritto fondamentale d’ogni democrazia, viene respinto come scorrettezza o, addirittura, bollato col marchio d’infamia, quale maligno tentativo fatto unicamente per distruggere la disciplina del partito, e dietro istigazione di volgari sobillatori.</p>



<p>Oggetto di particolare zelo è il far sì che le masse, non foss’altro che per motivi tattici, a garanzia della necessaria coesione di fronte al nemico, <strong>non abbiano in alcun caso a perdere la fede nei dirigenti che si sono dati</strong>. Questo è il criterio, in base al quale ogni severa critica sull’oggettiva manchevolezza del movimento vien tacciata di attentato contro il partito stesso, e gli uomini che fanno capo all’opposizione vengono messi alla gogna come detrattori e nemici del partito e delle masse.</p>



<p><strong>Non v&#8217;è chi non veda come la tattica e la pratica del partito rivoluzionario non si allontanino granché dalla tattica e dalla pratica del governo borghese.</strong> Persino la terminologia nella lotta del governo contro i sovversivi e delle lotte del socialismo ufficiale contro i “miserabili” è – <em>riservatis riservandis</em> – identica. I medesimi rimproveri contro i ribelli; i medesimi argomenti a difesa dello status quo; lì, conservazione dello Stato, qui, conservazione del partito nella sua forma attuale; la medesima confusione di idee nello stabilire il rapporto tra cosa e persona, tra individuo e collettività.</p>



<p>Non v’è quasi capo-partito importante, che non pensi e non agisca e – se è uomo risoluto e di carattere onesto – non dica apertamente: <em>Le parti c’est moi!</em>, parafrasando il motto attribuito al Re Sole.</p>



<p>L’identificazione del burocrate con tutto il partito, e degli interessi dell’uno con gli interessi dell’altro, ben spesso non potrebbe esser più completa. Se il capo viene aggredito, la prima cosa che egli fa è di riferire l’attacco al partito; e ciò non soltanto per considerazioni di opportunità, ossia per assicurarsi in tal modo l’appoggio di tutto l’ente a scopo di atterrare l’aggressore col peso e colla preponderanza della massa, <strong>ma altresì per ingenua confusione tra la particella e il tutto</strong>.</p>



<p>I duci stessi, se rimproverati di contegno antidemocratico, se ne appellano alla volontà delle masse che li tollerano, e quindi alla loro qualità di rappresentanti ed eletti. Fintanto che le masse – essi dicono – ci eleggono e ci rieleggono, noi siamo la legittima manifestazione della volontà delle masse e coincidiamo con essa. La nostra azione è dunque, <em>eo ipso</em>, azione della massa. In teoria, questa difesa è piana e chiara e non ammette contraddizioni di sorta. <strong>Ma in pratica, le elezioni dei capi da parte delle masse si compiono con tali metodi, e sotto così forti suggestioni e altre costrizioni morali delle masse stesse, che la loro libertà di decisione appare in sommo grado limitata</strong>. E se ciò non appare sempre dalle elezioni, è però un fatto costante nelle rielezioni.</p>



<p>Il sistema democratico nel partito si riduce, in fondo, senza alcun dubbio, al diritto delle masse di scegliersi da sé, in determinati momenti, quei padroni, ai quali esse nel frattempo<strong> debbono assoluta obbedienza</strong>; al sistema, cioè, che nella storia degli Stati abbiamo imparato a conoscere sotto il nome del sistema plebiscitario o bonapartistico.</p>



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<p><strong>L’onnipotenza della burocrazia, liberata del tutto, nella pratica, dall’obbligo di una resa di conti, finisce per innalzarsi a dittatura</strong>, poiché essa nella sua qualità di amministratrice del patrimonio del partito, dispone anche di mezzi di natura economica e politica (come la stampa, le casse, la facoltà di pubblicare e diffondere, o meno, gli scritti degli aderenti al partito, di assumere oratori stipendiali, ecc.); mezzi ch’essa può sempre precludere, e difatti preclude a concorrenti male accetti e agli elementi irrequieti della massa.</p>



<p><strong>In forza di un’evoluzione nel medesimo senso, oggigiorno vediamo anche i capi dei partiti democratici e socialisti rivoluzionari, muniti di ampi poteri, far una politica di propria testa, del tutto indipendente dalla collettività.</strong> La generale abitudine di non rispettare le decisioni in questioni di tattica, affidate loro come inviolabili dalla sfera direttiva più vasta (ossia dalle riunioni del partito, dai congressi e così via); di non prendere risoluzioni importanti se non <em>en petit comité</em>, sottoponendo poi alla collettività il fatto compiuto (per es. col fissare i congressi dopo le elezioni, in modo che i capi siano gli unici a decidere sul programma elettorale); gli accordi segreti dei capi tra di loro (come in Germania la segreta, anzi clandestina intesa sulle questioni del primo maggio e dello sciopero generale da parte della direzione del partito socialista con la Confederazione generale del lavoro); gli impegni e le convenzioni prese alla chetichella, col governo; l’imposizione del silenzio attorno a certe deliberazioni ed accordi presi, considerata come scorretta soltanto nel caso che sia stata applicata dal basso all’alto ossia alla direzione, e non però dall’alto al basso (ossia di fronte alle masse del partito): <strong>ecco i frutti giornalieri e naturali del sistema oligarchico, in vigore anche nei partiti della democrazia.</strong></p>



<p>I capi tendono a rinchiudersi tra di loro, formando una specie di lega o se vogliamo, un <em>trust</em>, circondandosi così d’una alta muraglia, oltre la quale essi non lasciano passare che gli elementi loro accetti e loro soggetti.<strong> Invece di lasciare questo compito alle elezioni delle masse, essi talvolta cercano di scegliere i loro successori da sé, e di completarsi, in via diretta o indiretta, per mezzo di un opzione autocratica</strong>. Già oggi possiamo rintracciare i rudimenti di questa evoluzione in tutte le corporazioni socialiste-democratiche ben organizzate tanto che chi predilige il paradosso potrebbe ben sentirsi tentato di valutare questo processo come primo sintomo del passaggio dal sistema del bonapartismo plebiscitario al sistema della monarchia per diritto ereditario.</p>



<p>Tutte le parole usuali per esprimere il dominio della massa o della maggioranza, come sarebbero Stato, cittadinanza, rappresentanza popolare, partito ecc., indicano soltanto un principio legale, soltanto un ideale, uno scopo ma non un fatto reale ed esistente. <strong>Alle masse tale differenza sostanziale è ancora del tutto ignota</strong>. Il proletario d’oggi subendo l’influenza delle costanti forze di un’arte oratoria instancabile, esercitata da elementi eletti dal proletariato stesso, ma a lui superiori per grado di cultura, ha concepito l’idea fissa che gli basti creare un posto nuovo nella burocrazia operaia per un nuovo impiegato o gettare una scheda nell’urna, vale a dire affidare la sua causa economico-sociale ad un avvocato politico, per divenir così egli stesso compartecipe del potere.</p>



<p><strong>La scienza ha il dovere di strappar questa benda dagli occhi delle masse.</strong> E ciò per diversi motivi. Per amor delle masse; per amore dell’avvenire della democrazia – posto che la democrazia abbia un avvenire –; ma soprattutto per amor di sé stessa, proseguendo una indagine gnoseologica.</p>



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<p>Riassumendo quanto abbiamo detto finora, il risultato finale della nostra analisi è il seguente:</p>



<p><strong>La formazione di regimi oligarchici nel seno dei regimi democratici moderni è organica</strong>. In altri termini, essa è da considerarsi quale tendenza, alla quale deve soggiacere ogni organizzazione, persino la socialistica, persino la libertaria. Questa tendenza si spiega in parte con la psicologia, cioè coi cambiamenti psichici che le singole personalità subiscono nel corso del loro moto evolutivo nel partito; in parte invece anche, ed anzi in primo luogo, con ciò che si potrebbe chiamare la psicologia dell’organizzazione stessa, vale a dire colle necessità di natura tattica e tecnica, che derivano dal consolidarsi dell’aggregato in ragione diretta del suo procedere disciplinatamente sulla via della politica.</p>



<p><strong>Se vi è una legge sociologica, a cui sottostanno i partiti politici</strong> – e prendiamo qui la parola politica nel suo senso più lato – questa legge, ridotta alla sua formula più concisa,<strong> non può suonare che all’incirca così: l’organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori.</strong></p>



<p>L’organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico. Dovunque, in essa, si rintracciano elettori ed eletti, ma, pure dovunque, dominio quasi illimitato dei capi eletti sulle masse elettrici. <strong>Sulla base democratica s’innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio.</strong></p>
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		<title>La rivoluzione dei declassati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 14:35:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Elite]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machajski avvertiva con largo anticipo la nascita dello Stato burocratico, un nuovo Leviatano, una nuova tecnocrazia, dove i “capitalisti del sapere”, benché socialisti, continueranno a svolgere una funzione di dominio sulle masse.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Nel <strong>XIX secolo </strong>la <strong>Russia</strong> era una società prevalentemente rurale malgrado un’industria pesante nei settori dell’estrazione mineraria, della produzione di acciaio e della trivellazione petrolifera (ma ancora di molto inferiore rispetto a Gran Bretagna, Francia e Germania). Grazie alle riforme infrastrutturali avviate a partire dal <strong>1870</strong> dall’imperatore Alessandro II, il Paese conobbe quello che lo storico economico Alexander Gerschenkron definì in seguito “<strong>il grande scatto</strong>”. Sul finire del secolo, la creazione di nuove fabbriche, miniere, dighe a San Pietroburgo, Mosca, Kiev e in altre città, nonché l’apertura della Transiberiana, che inaugurò zone di approvvigionamento di materie prime fino ad allora inaccessibili, dotarono la Russia di un ceto borghese e di una classe operaia sempre più omogenei, entrambi concentrati nelle grandi città.</p>



<p><strong>Insieme alle fabbriche germogliarono le formazioni e le organizzazioni socialiste</strong> volte a rappresentare gli interessi del proletariato, malgrado gli accesi dibattiti e le differenti correnti ideologiche che dividevano gli intellettuali sulle strategie da adottare per realizzare la rivoluzione in Russia. Benché il materialismo storico di Marx ed Engels, nella teoria, dimostrava che il comunismo potesse realizzarsi soltanto nelle società capitalistiche avanzate, poiché il capitalismo è la precondizione necessaria ad una rivoluzione comunista, e il pieno sviluppo delle sue forze produttive, paradossalmente, renderebbe quelle stesse forze incompatibili con il regime capitalistico (giungendo alla sua distruzione), entrambi, nella pratica politica, rivolsero i propri interessi alla Russia zarista, un laboratorio inedito, dove il capitalismo era ancora a uno stato embrionale. I partiti socialdemocratici europei, specie quello tedesco, avevano infatti optato per una strategia gradualista e legalista, scegliendo di operare all’interno dell’ordine borghese, nel tentativo di guadagnare progressivamente terreno sul piano del diritto, così come pensava Bernestein, uno dei maggiori esponenti della via riformista. Che in Russia si potessero invece abolire queste fasi transitorie e passare direttamente alle “dittatura del proletariato”?</p>



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<p>Tra i tanti intellettuali che si interrogarono su questo punto e sul ruolo dei partiti socialisti, vi fu il rivoluzionario polacco&nbsp;<strong>Jan&nbsp;Wacław&nbsp;Machajski</strong>.&nbsp;Machajski&nbsp;nacque a&nbsp;Pintzov, nella Polonia russa, il 15 dicembre del 1866. Figlio di un piccolo impiegato defunto precocemente, il giovane&nbsp;Machajski&nbsp;visse nell’indigenza ma riuscì a iscriversi alla facoltà di medicina di Varsavia. Assorbito rapidamente dalle lotte&nbsp;antizariste, si avvicinò al nazionalismo polacco e poi al socialismo. Imprigionato in Galizia per attività sovversive nel 1891, dopo quattro mesi venne autorizzato ad emigrare a Zurigo, dove si dissolsero le sue illusioni socialiste e&nbsp;<strong>cominciò l’avvicinamento al marxismo rivoluzionario</strong>, accompagnato ad una serrata critica nei confronti di quella social-democrazia tedesca che, a detta dell’intellettuale polacco, aveva tradito completamente i presupposti del marxismo. Invece di intensificare la lotta di classe, spingere per l’immediata socializzazione dei mezzi di produzione, i principali partiti socialisti abbandonarono il loro carattere rivoluzionario cercando un compromesso con le istituzioni borghesi (diritto di voto, abbassamento dell’orario lavorativo, aumento dei salari).&nbsp;</p>



<p>Machajski&nbsp;ottenne un discreto successo attraverso la pubblicazione dei suoi articoli e intorno alle sue tesi nacque una piccola ma intensa attività rivoluzionaria tra il 1905 e il 1912 in Russia.&nbsp;Lev&nbsp;Trotskij, che ebbe occasione di conoscerlo nel 1902, a Irkutsk, durante l’esilio, nei suoi diari menzionò i tre diversi quaderni che&nbsp;Machajski pubblicò a proprie spese:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Machajski&nbsp;debuttò con una critica dell’opportunismo nella socialdemocrazia (e ottenne un notevole successo nelle nostre colonie di esiliati). Il secondo quaderno forniva una critica del sistema economico di Marx e conduceva a questa conclusione inattesa: il socialismo è un regime sociale basato sullo sfruttamento degli operai da parte dei lavoratori intellettuali».</p>
</blockquote>



<p>I capitalisti, per il rivoluzionario polacco, non sono più esclusivamente i&nbsp;grandi possidenti, i proprietari terrieri, i capitani d’industria. I nemici del proletariato si possono nascondere anche tra i nullatenenti, tra coloro che posseggono un capitale solo simbolico e culturale. Si tratta dei lavoratori intellettuali, “una classe privilegiata della società borghese”: ingegneri, funzionari, impiegati nel settore privato, professori e medici, giornalisti e avvocati. Col crescere della produzione capitalistica questa classe di organizzatori delle forze produttive ha visto crescere il suo raggio di influenza e la sua importanza nella vita economica. Gli intellettuali detengono il monopolio delle conoscenze ma «i loro interessi sono troppo variegati per poter formare un ceto omogeneo» dagli obiettivi ben definiti. Per certi aspetti borghesi, per altri proletari,&nbsp;<strong>i lavoratori intellettuali vengono però prodotti in eccesso dal sistema capitalistico</strong>, che non riesce ad allocarli tutti. Scrive Gustave Le Bon nel saggio la Psicologia delle folle (1895):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali che ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle».</p>
</blockquote>



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<p>Il rischio di declassamento e la frustrazione, fanno sì che alcuni intellettuali abbraccino un atteggiamento di contestazione, presentandosi sulla scena politica come i disinteressati avvocati delle classi lavoratrici. È così che <strong>Luciano Pellicani</strong> commenta la tesi machajskiana:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Da questo doppio fenomeno – quello del proletariato industriale che andava faticosamente prendendo coscienza dei propri interessi di classe e quello degli intellettuali&nbsp;déclasséche cercavano, assumendo la leadership della lotta contro il capitalismo, di sottrarsi al processo di proletarizzazione che li minacciava – era sorto il movimento socialista. Il quale, oltre ad essere l’organizzazione della protesta operaia, era anche lo strumento attraverso il quale i settori marginali dell’intellighenzia europea cercavano di ascendere al pieno potere sociale e politico tramite la “colonizzazione” del proletariato industriale».</p>
</blockquote>



<p>Una posizione non dissimile da quella professata dal padre del sindacalismo rivoluzionario,&nbsp;<strong>Georges Sorel</strong>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La vera vocazione degli intellettuali è lo sfruttamento della politica; essi vogliono persuadere gli operai che il loro interesse è quello di portarli al potere e di accettare la gerarchia delle capacità, che mette gli operai sotto la direzione degli uomini politici».</p>
<cite>Sorel, 1919</cite></blockquote>



<p>E più tardi rielaborata anche dal filosofo marxista&nbsp;<strong>Michel&nbsp;Clouscard</strong>, che interpreterà il sostegno degli studenti francesi alle cause operaie durante il maggio del ’68, nello stesso modo in cui&nbsp;Machajski&nbsp;giudicò l’adesione massiccia dei ceti istruiti ai movimenti operai:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi»</p>
<cite>Clouscard, 1986</cite></blockquote>



<p>Il socialismo, all’alba del ventunesimo secolo, si è rivelato perciò un dispositivo efficace per collocare professionalmente la classe istruita prodotta in eccesso dalla borghesia. Disposta a spodestare i grandi capitalisti,&nbsp;<strong>senza però abolire i privilegi dei lavoratori intellettuali</strong>. Scrive Machajski:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La classe operaia moderna, gli schiavi di oggi, non cessano di essere schiavi, condannati a un lavoro manuale per tutta la vita; di conseguenza, il plusvalore nazionale da essi creato non sparisce, ma passa nelle mani dello Stato democratico in qualità di fondi di mantenimento dell’esistenza parassitaria dei saccheggiatori, del ceto borghese. Ceto che anche dopo l’abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti, il mondo dei “guanti bianchi”; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione. Il socialismo dei mezzi di produzione significa semplicemente l’abolizione del diritto di proprietà privata e della gestione privata delle fabbriche e della terra. Nel suo attacco agli industriali, il socialismo non intacca per niente gli onorari dei direttori e degli ingegneri».</p>
<cite>Infra, p. 56</cite></blockquote>



<p>Il socialismo perciò non abolirà lo sfruttamento capitalista,&nbsp;<strong>ma finirà per inaugurare la stagione del capitalismo di Stato</strong>&nbsp;(le municipalizzazioni e le nazionalizzazioni andavano in questa direzione), dove il dominio delle forze di produzione non sarà più nelle mani dei proprietari ma degli organizzatori, dei “capitalisti del sapere”.</p>



<p>L’analisi di&nbsp;Machajski&nbsp;trova&nbsp;tantissime&nbsp;<strong>affinità con gli studi di Vilfredo Pareto</strong>, che proprio in quegli anni, nel 1902 per la precisione, teneva il suo corso all’Università di Losanna, poi divenuto un saggio,&nbsp;<em>Les&nbsp;systèmes socialistes</em>: il socialismo e le forze socialdemocratiche sarebbero prefazione 11 il mezzo utilizzato dalla nascente classe media istruita per ribaltare quella precedente. È la teoria della “circolazione delle élite”. Secondo Pareto non può esistere una società senza classi e, a differenza di quanto sostengono i marxisti, la lotta per il potere non è tra governati e governanti, tra élites e popolo, ma esclusivamente&nbsp;<strong>tra le élites di governo e quelle non di governo</strong>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Illusione è il credere che di fronte alla classe dominante stia, al presente, il popolo; sta, ed è cosa ben diversa, una nuova e futura aristocrazia, che si appoggia sul popolo».</p>
</blockquote>



<p><strong>La storia per Pareto è un cimitero di aristocrazie</strong>. Sono queste minoranze a produrre i mutamenti e le rivoluzioni. Da qui la loro necessaria&nbsp;renovatio, che si compie per via ereditaria nelle società aristocratiche, o per il tramite delle elezioni in quelle democratiche. Tuttavia Pareto ammette che quella democratica è la più subdola tra le forme di governo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Con o senza suffragio universale, è sempre un’oligarchia a governare e a saper dare alla “volontà del popolo” l’espressione che desidera».</p>
<cite>Pareto, 1916</cite></blockquote>



<p>Parole che Machajski potrebbe sottoscrivere quando nel 1905 scrive <em>Il Lavoratore intellettuale</em> (con lo pseudonimo di A. Volsky), dove dichiara che <strong>il sapere è un mezzo di produzione e l’intellighenzia è una classe sfruttatrice</strong> che impiega il suo capitale culturale per asservire le masse, sfruttare la loro manodopera “politica” e raggiungere così i propri scopi. Il socialismo, ed ecco la vera novità apportata da Machajski, è l’ideologia di classe dell’intellighenzia.</p>



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<p>La società senza classi è una chimera, e il Manifesto del Partito Comunista il vangelo impiegato per generare consenso tra le masse proletarie. I dirigenti socialisti, gli intellettuali,&nbsp;<strong>i funzionari di Partito, sono –&nbsp;paretianamente&nbsp;– la nuova aristocrazia che si appoggia sul popolo per difendere i propri interessi e spodestare l’aristocrazia precedente</strong>, instaurando il governo dei competenti, quindi una prima forma di tecnocrazia.&nbsp;Machajski&nbsp;sta già immaginando la nascita dello Stato burocratico, considerando criticamente l’arrivo al potere degli intellettuali, degli organizzatori della produzione, dei manager.</p>



<p>In parte questo discorso venne portato avanti da Robert&nbsp;Michels, quando nel suo saggio&nbsp;<em>La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia</em>, rilevava «l’immanente presenza di tratti oligarchici in ogni aggregato umano». Specie nel Partito, dove vige un alto grado di organizzazione, quindi di specializzazione e divisione dei compiti e delle mansioni. Un contesto in cui è necessario prendere delle decisioni immediate, e perciò concentrare il potere nelle mani di un ristretto gruppo dirigenziale. In seno ai movimenti politici si fa chiara l’esigenza di istruire i quadri attraverso corsi e scuole di formazione, ma in questo modo la struttura del Partito diventa verticista, gerarchica, e al suo interno si assiste alla lotta tra le élite aspiranti al comando. L’obiettivo di questi apparati, quindi, non è quello di realizzare gli ideali che professano, ma di garantire la propria sopravvivenza (il maggior numero di iscritti):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«L’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a sé stessa. Alle istituzioni e alle qualità che in origine erano semplicemente destinate ad assicurare il buon funzionamento della macchina di partito si finisce per attribuire maggior importanza che non al grado di produttività della macchina stessa».</p>
<cite>Michels, 1912</cite></blockquote>



<p>La democrazia borghese perciò non sarebbe tanto diversa dalla monarchia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Il popolo “sovrano” si sceglie, invece di un re, tutta una assemblea di piccoli re, ed incapace di esercitare liberamente il suo dominio sulla cosa pubblica, esso si lascia spontaneamente confiscare i suoi diritti. L’unica cosa che la maggioranza si riserba, è quella sovranità climaterica e derisoria che consiste nell’eleggere, dopo un dato periodo di tempo, dei nuovi padroni».</p>
</blockquote>



<p>Nel caso specifico, dei funzionari di partito. In questa corrente di pensiero si inserisce un altro italiano,&nbsp;<strong>il livornese Bruno Rizzi, che parlerà proprio di burocratizzazione del mondo</strong>, titolo, tra l’altro, del suo libro più celebre pubblicato in Francia nel 1939. Rizzi (1901-1977), marxista di formazione, tra i fondatori del Pci, esiliato in Francia dal regime fascista, viene allontanato poi dal Partito di Bordiga a causa delle sue posizioni poco ortodosse. È infatti uno dei principali critici della collettivizzazione della proprietà: «Noi non sapremo definire questa proprietà&nbsp;“nazionale” che è di tutti, questa proprietà che non è borghese, né proletaria, che non è privata, ma che non è neanche socialista» (Rizzi, 1939). Rizzi è convinto che l’abolizione della proprietà privata non elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma lo trasferisca da un piano individuale, dove il capitalista sfrutta il lavoratore salariato, a quello collettivo, dove una classe di burocrati e tecnici della produzione sfruttano la stessa forza lavoro e si appropriano del suo plusvalore in nome dello Stato Comunista: prefazione 13</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Per noi l’Urss rappresenta un nuovo tipo di società diretta da una nuova classe. La proprietà è collettivizzata ed appartiene a questa classe che ha organizzato un nuovo sistema di produzione. Lo sfruttamento passa dal dominio del singolo a quello della classe».</p>
<cite>Rizzi, 1967</cite></blockquote>



<p>Una “<strong>casta</strong>” che Rizzi identifica con i «funzionari, tecnici, poliziotti, ufficiali, scrittori, mandarini sindacali e tutto il partito comunista in blocco». È questo fatto che porta Rizzi ad affermare che lo Stato sovietico non è in alcun modo socialista né democratico, ma uno Stato collettivista-burocratico dove la classe dei tecnici:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Avendo tutte le leve economiche nelle mani, salvaguardata da uno stato poliziesco espressamente eretto, è onnipotente. Fissa a piacere i salari ed i prezzi di vendita al pubblico con delle maggiorazioni sui costi, per cui le “sanguisughe borghesi” di una volta appaiono come “onesti commercianti”».</p>
<cite>Rizzi, 1967</cite></blockquote>



<p>Benché le intuizioni di&nbsp;Machajski&nbsp;non abbiano avuto una grande eco negli anni successivi e non siano mai state canonizzate, vediamo che diversi autori che si sono occupati dei&nbsp;<strong>rapporti tra élite e masse, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra organizzatori ed esecutori</strong>, hanno sottoscritto, consapevolmente o meno, molte delle sue tesi. Come scrive Alexandre&nbsp;Skirda, curatore dell’edizione francese di questo volume, in cui sono raccolti i suoi scritti più significativi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La novità della critica&nbsp;egualitarista&nbsp;di&nbsp;Machajski&nbsp;consisteva nella sua definizione di conoscenza – non più soltanto forza lavoro superiore, particolare, ecc. – ma mezzo di produzione capitalizzato, redditizio per il suo possessore, trasmissibile di generazione in generazione, e principale beneficiario della crescita della produttività capitalista. Essendo le funzioni di direzione e di gestione strettamente legate al potere di decisione politica, gli intellettuali socialisti, nuovi notabili, potevano allora proporsi di dirigere e gestire con profitto la produzione capitalista, privata o collettivizzata, ma sempre mercantile, lasciando intatto il sistema di sfruttamento, o meglio, perfezionandolo ed assicurandone la perennità».</p>
</blockquote>



<p>Di fronte al <strong>pericolo di un’infiltrazione borghese nei movimenti operai</strong>, la soluzione proletaria diventa quella di operare una “socializzazione delle conoscenze” per mezzo della «violazione dispotica del diritto di proprietà privata da parte del proletariato, con la manifestazione violenta della loro volontà i lavoratori riusciranno a rimuovere la legge cardine del sistema delle classi, difesa da molti eserciti, in nome della quale tutti i membri della minoranza privilegiata sono predestinati, perfino prima di nascere, al dominio, mentre i discendenti della maggioranza oppressa sono condannati alla schiavitù». «Verrà il tempo – scrive Machajski – in cui le masse laboriose insorte considereranno questa filosofia degli studiosi socialisti, a proposito delle forze economiche segrete, come un’elucubrazione ulteriore dei padroni per giustificare il loro dominio, tanto preziosa per tutti i saccheggiatori quanto tutte le favole sulle forze celesti e sulla provvidenza divina». Solo se l’operaio smetterà di «considerare l’esercito degli intellettuali come un “battaglione proletario” alleato, e vedendolo invece come una classe privilegiata che lo dirige, verrà a modificarsi la dottrina socialista sorta in un momento di totale fiducia verso il “lavoratore intellettuale”».</p>



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<p>Anti-intellettualista, anarchico, libertario, per certi aspetti soreliano quando rivendica l’utilizzo della violenza e lo spontaneismo rispetto all’organizzazione dall’alto,&nbsp;Machajski ha esaminato con largo anticipo&nbsp;<strong>le contraddizioni di un socialismo gestito dalle forze borghesi</strong>&nbsp;prima ancora che da quelle operaie, e insieme ha preannunciato le ombre e le disfunzioni dello Stato burocratico, sollevando una questione ontologica in merito al ruolo dell’intellettuale, una questione ancora aperta, a cui non si è riuscito a dare una risposta compiuta, e che Irving Howe ha formulato più tardi con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Quando la società lo respinge, è un’altra prova della meschinità sociale; quando gli concede un posto onorevole, lo compra. Di fatto o un isolato, o un venduto».</p>
</blockquote>
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		<title>Governare è obbedire</title>
		<link>https://ilnemico.it/ascesa-e-crepuscolo-delle-elite/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 16:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Elite]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Masse]]></category>
		<category><![CDATA[Michels]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[Pareto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scambiata per onnipotente, in ogni comunità la classe dirigente resta al potere soltanto se incontra il sentimento della popolazione. Pure nelle peggiori dittature. Ce lo spiega la grande letteratura.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Alla base della teoria elitista troviamo un assunto molto semplice: qualsiasi società, in ogni tempo, è sempre organizzata verticalmente. Gaetano Mosca, tra i principali teorici dell’elitismo, inaugura il suo <em>Elementi di Scienza politica</em> sostenendo che «è fatale che i pochi comandino e i molti obbediscano», e che una classe, «la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti; mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo principio minoritario può applicarsi a qualsiasi tipo di governo, monarchico o repubblicano, aristocratico o democratico che sia. La storia, quindi, non contempla mai una lotta tra minoranze e maggioranze, governanti e governati, élite e popolo, ma è un avvicendarsi di lotte tra gruppi ristretti di persone che si organizzano per conquistare il potere, ognuno dei quali utilizza tutti gli strumenti – materiali o immateriali – che ha a disposizione per capitalizzare il consenso e decretare la sua elezione. Ma cosa determina l’ascesa di un’élite rispetto a un’altra? Su quali principi si basa il meccanismo di circolazione dell’élite? Cosa rende legittima una minoranza nell’esercizio del potere sulla maggioranza? Per provare a rispondere a queste domande, oltre ad attingere dai grandi classici dell’elitismo, guarderemo ad alcuni classici della letteratura che sono riusciti a raccontare e sciogliere, con una potenza immaginifica spesso superiore a quella dei manuali di sociologia, la complessità di questo fenomeno.</p>



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<p>Innanzitutto, ogni élite ha bisogno d’essere riconosciuta come tale per esercitare le sue funzioni e occupare una posizione dominante. Il concetto di legittimità, secondo tutto il pensiero elitista, è la chiave di volta per capire il rapporto che sussiste tra i governanti e i governati, la classe dirigente e quella diretta, ma anche tra le élite e il potere. Credere che le élite detengano un potere amplissimo e che possano agire incondizionatamente, rispondendo soltanto alla propria volontà e alla propria coscienza, non può che condurci in una spirale di dietrologie e di complottismi tanto ingenui quanto è ingenuo credere il contrario, ossia che le élite non abbiano alcun potere. Le élites sono tali – e quindi meritano di assolvere alle funzioni dirigenziali, intellettuali e amministrative di una società – proprio perché in grado di offrire delle prestazioni effettive che le rendono legittime agli occhi delle classi subalterne. Questa idea la troviamo espressa chiaramente da Thomas Hobbes nel <em>Leviatano</em>, quando ipotizza un patto tra una cittadinanza che, rinunciando alla libertà, trasferisce i propri diritti a un sovrano in cambio di sicurezza e incolumità.</p>



<p>Si tratta dello stesso atto di sottomissione intenzionale di cui parla Etienne de La Boetie nel suo noto <em>Discorso sulla servitù volontaria</em>. Le masse non sono <em>costrette</em> a obbedire, ma si fanno complici del proprio tiranno/assemblea/parlamento per ricavarne dei vantaggi. Ogni élite, in ogni tempo, pattuisce con la propria base un contratto più o meno indiretto, stabilendo così lo status quo. Questo scambio viene dichiarato legittimo quando le prestazioni dell’élites sono soddisfacenti e la minoranza al potere si mostra capace di produrre cambiamento e innovazione, interpretando le esigenze delle masse e corrispondendone le aspettative fondamentali.</p>



<p>Inversamente, quando un’élite non riesce a tradurre gli umori del popolo e a rispondere alle sue urgenze, iniziano dei periodi, non per forza brevi, di illegittimità, e quindi di instabilità politica, a cui segue, inevitabilmente, il suo decadimento. Attraverso questa chiave si possono leggere tutti i grandi sconvolgimenti storici: sommosse, ribellioni e rivoluzioni sono fenomeni che avvengono quando lo scambio è iniquo e le opere delle élites sono sempre più scadenti per legittimarne l’elezione agli occhi di una massa subalterna che non trova più vantaggioso pagare il costo della propria obbedienza. Una nuova élite, con nuove qualità, fa la sua comparsa sulla scena politica per spodestare la precedente.</p>



<p>Che tipo di prestazioni deve offrire un’élite per detenere legittimamente il potere? Di epoca in epoca, inevitabilmente, il pacchetto dei servizi che un’élite deve offrire varia in base a «i mutamenti strutturali intervenuti nella società, che nei diversi periodi storici privilegiano determinate qualità a scapito di altre e in maggiore o minor misura.</p>



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<p>È mutando dunque i bisogni della società, che mutano in parallelo le qualità richieste ai membri dell’élite, e in particolare delle élite di governo».<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a></p>



<p>Gaetano Mosca sostiene che queste trasformazioni sociali, politiche, culturali, comportano la variazione delle qualità di cui devono disporre le élite per occupare il potere.</p>



<p>«Così, nelle società primitive, che sono ancora nel primo stadio della loro costituzione, la qualità che più facilmente apre l&#8217;accesso della classe politica o dirigente, è il valore militare», nelle società aristocratiche si parla invece di caste ereditarie, in quelle a forte credenza religiosa «si costituisce quasi sempre un&#8217;aristocrazia sacerdotale», mentre nelle società avanzate, invece, come «negli Stati Uniti d&#8217;America, tutti i poteri escono direttamente od indirettamente dalle elezioni popolari ed il suffragio è, in quasi tutti gli Stati, universale». Ma, continua Mosca, «in tutti i paesi del mondo, altri mezzi d&#8217;influenza sociale, quali sarebbero la notorietà, la grande cultura, le cognizioni speciali e i gradi elevati nelle gerarchie ecclesiastiche, amministrative e militari, si acquisiscono sempre molto più facilmente dai ricchi anziché dai poveri». In ogni caso «se in una società si afferma un nuovo cespite di ricchezza, se cresce l&#8217;importanza pratica del sapere, se l&#8217;antica religione decade o una nuova ne nasce, se una nuova corrente di idee si diffonde, contemporaneamente avvengono forti spostamenti nella sua classe dirigente»<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>.</p>



<p>Le élite, per rimanere tali, per non decadere, sono costrette a perenni cicli di innovazione della loro offerta e che questa sia sintonizzata il più possibile sulle necessità e i bisogni, sia materiali che simbolici, del popolo che è eletta a governare. Anche la gestione dei simboli e del senso dell’esistenza è un fattore imprescindibile di legittimità. Detenere il monopolio della forza non è sufficiente e un’élite che è incapace di profilare uno scopo, di indicare una via, di inventare un futuro è destinata al fallimento. Le élite devono sapere gestire per Gaetano Mosca delle “formule”, Guglielmo Ferrero li chiama “geni”, mentre Georges Sorel parlava di “miti”, ma tutti e tre questi concetti vogliono dire più o meno la stessa cosa.</p>



<p>Non si tratta di argomentazioni razionali o prestazioni immediatamente quantificabili, ma di immagini motrici, spesso capaci di essere comprese per sola intuizione, precedendo qualsiasi riflessione. Il mito non è giusto o sbagliato, ma va al di là del bene e del male, risponde solo a un principio operativo, o funziona o non funziona: «la sua socializzazione va di pari passo con la sua sacralizzazione» dice Julien Freund.</p>



<p>L’idea, per esempio, di un re che sia tale per “volontà divina”, è un mito che si è rivelato per molto tempo fecondo, producendo adesione nel popolo, rispondendo a una domanda di senso collettiva, finché non si è esaurita, con il mutare degli eventi e degli spiriti.</p>



<p>Guglielmo Ferrero, tra i maggiori storici del Novecento, giustifica così il decadimento del principio di legittimità “divino” che sottostava alla monarchia. «A partire dal secolo XVI l&#8217;oro e l&#8217;argento dell&#8217;America provocano in Europa le prime febbri dell&#8217;inflazione: Calvino autorizza l&#8217;interesse del denaro; i mercanti si arricchiscono, le industrie si sviluppano e gli artigiani si moltiplicano. Nello stesso tempo il Rinascimento classico laicizza la cultura. Le prime scoperte dell&#8217;erudizione e della stampa, l&#8217;astronomia di Copernico e di Galileo, la colonizzazione dell&#8217;America, la moltiplicazione della ricchezza, lo sviluppo degli eserciti accrescono la fiducia degli uomini e della loro intelligenza. Lo spirito critico si risveglia […]. La scienza delle scienze del medioevo – la teologia – declina e i fervori mistici cominciano a intiepidirsi: preparazione dell&#8217;incredulità generale delle classi superiori durante il secolo XVIII».<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a></p>



<p>Ugualmente feconda è stata la narrazione marxista, la più grande e coinvolgente mitopiesi contro lo Stato borghese e i suoi rappresentanti, capace di innescare sommosse e rivoluzioni in tutta Europa, capeggiate da una nuova élite che ha saputo abilmente maneggiare le formule socialiste per convogliare su di se il consenso e, laddove non è riuscita a ribaltare integralmente il sistema, nella sua declinazione riformista è stata cooptata dalla vecchia élite, occupando un numero consistente di seggi parlamentari e partecipando all’esercizio del potere, un potere che necessitava di rinnovare la propria offerta sotto una veste socialisteggiante per rispondere alle nuove esigenza di uguaglianza e di equità che venivano da una base proletaria in ascesa, ora illuminata dal Manifesto del Partito Comunista.</p>



<p>Un potere che aveva bisogno di cambiare tutto, per non cambiare niente, in fondo.</p>



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<p>A questo punto sembra chiaro che ogni élite, in ogni tempo, debba fare sempre i conti con quelle che Antonio Gramsci chiama, con una certa eloquenza letteraria, le «forze vive della storia». È chiarificante, in proposito, citare il celebre romanzo di Lev Tolstoj, <em>Guerra e Pace</em>, pubblicato tra il 1865 e il 1869, in cui lo scrittore russo scrive della storia come di un’oggettivazione del soggetto, costretto ad agire da un’infinità di forze eterogenee e incontrollabili, risultato di altrettante concatenazioni aleatorie di fatti.</p>



<p>«I cosiddetti grandi personaggi sono delle etichette che danno il nome a questo o a quell’avvenimento e che, alla pari delle etichette, poco hanno a che fare con l’avvenimento in se stesso. Ogni azione che costoro compiono e che ad essi pare libera di fronte alla loro propria volontà, sotto il suo aspetto storico non è libera, ma viene a trovarsi collegata con tutto il corso della storia». Victor Hugo, con toni ben più aulici, dice sostanzialmente la stessa cosa riguardo alla battaglia di Waterloo: «era possibile che Napoleone vincesse questa battaglia? Noi rispondiamo di no. Perché? A causa di Wellington? A causa Blücher? No. A causa di Dio… Napoleone era stato denunciato nell’infinito e la sua caduta era stata decisa. Egli era d’impaccio a Dio. Waterloo non è una battaglia: è il mutamento di fronte dell’universo».</p>



<p>Questo mutamento di fronte dell’universo può essere inteso come il cambiamento di quelle forze vive – quindi credenze, opinioni, stili e modi di vita, rinnovamenti sociali, filosofici, artistici e scientifici – che operano nella storia.<br>Un altro esempio che espone con grande profondità di spirito questa costante storica dei rapporti tra le élite e il potere è <em>Il Gattopardo</em> di Filippo Tomasi di Lampedusa, attraverso i due personaggi principali del romanzo, Don Fabrizio, il principe di Salina, e suo nipote Tancredi. Se Don Fabrizio incarna la vecchia élite borbonica, con le sue antiche tradizioni, i suoi valori e le sue idee, il giovane Tancredi è la più limpida e precisa personificazione dello <em>zeitgeist</em>, dello Spirito del tempo. La vicenda è ambientata nel mezzo dei moti risorgimentali e il giovane blasonato sceglie, pur appartenendo alla classe aristocratica borbonica, di partecipare alla spedizione garibaldina, per orientarla in chiave moderata e monarchica, premendo per una trasformazione apparente e non sostanziale delle cose.</p>



<p>«Segue i tempi […] in politica come nella vita privata», è «astuto e tempista», si immerge nel corso degli eventi e le sue doti trasformiste lo inducono ad allearsi con la borghesia in ascesa, rappresentata nel romanzo dalla famiglia Sedàra, prendendo in sposa la figlia di Don Calogero, la bellissima ma popolana Angelica, per mantenere e conservare così i suoi antichi privilegi, quelli economici <em>in primis</em>. Tancredi deve cambiare tutto, come dice lui stesso, per fare sì che nulla cambi. Don Fabrizio invece, pur consapevole dei grandi sconvolgimenti che si prospettano, si astrae dalla dimensione presente che segue con distacco, indifferenza e disprezzo. Egli tuttavia non la nega e non vi si oppone, ma, allo stesso tempo, non se ne fa partecipe e rifiuta di accettare la carica di senatore del Regno Sabaudo. Un rifiuto dettato da quella che l’autore chiama “rigidità morale” e che possiamo spiegare come l’inadeguatezza, o l’incapacità di interpretare il nuovo corso del mondo e le esigenze delle masse che premono per un cambiamento. Don Fabrizio, come Napoleone, è impotente di fronte al <em>mutamento di fronte dell’universo</em>. I suoi valori, quelli di un’antica aristocrazia in via d’estinzione, i suoi modi, i suoi ideali e le qualità per le quali in passato era legittimamente parte della classe dominante, adesso non valgono più nulla, non sono merce spendibile nel nuovo contesto storico. Così anche nei <em>Viceré</em> di De Roberto, Consalvo Uzeda dice alla zia Ferdinanda, indispettita dall’avvento delle istanze democratiche: «Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dal re; ora viene dal popolo… La differenza è più di nome che di fatto [&#8230;] il mutamento è più apparente che reale [&#8230;]. La storia è una monotona ripetizione». Anche lui si accorge che è cambiata la fonte della sua legittimità e che se vuole mantenere il potere, deve in qualche modo adeguarvisi.&nbsp;</p>



<p>Il rapporto delle élites con il potere, quindi, non è consustanziale, ma quasi gravitazionale: le élite orbitano intorno a un potere, a delle “forze vive” in perpetuo cambiamento, determinate dai mutamenti paradigmatici che avvengono in tutti campi della vita umana, in quelli economici, spirituali, religiosi, filosofici e scientifici. La legittimità di un&#8217;élite sembra quindi dipendere dalla capacità di farsi espressione attiva di un sistema-mondo, ingranaggio di un grande meccanismo in cui si relazionano modi e rapporti di produzione con un’altra serie di concause immateriali, profonde, irrazionali. Il potere di cui l’élite è emanazione non è una libertà positiva, non è una libertà <em>da</em> qualcosa, ma una libertà in quanto acquiescenza alle forze che, di epoca in epoca, muovono il mondo. La domanda che si pongono le élite – politiche, economiche, intellettuali – non può mai essere “cosa voglio?” (sarebbe inconcludente e secondaria), ma: “cosa devo fare per conservare il potere?”.</p>



<p>Il che equivale a domandarsi quali formule (Mosca), quali miti (Sorel) o geni (Ferrero), quali residui (Pareto) devo adottare e gestire per essere élite? Il loro sorgere e il loro tramontare si basa tutto su questa incognita. Quando queste formule esauriscono il loro potenziale “narrativo” ed “escatologico”, o ancora quando le performance effettive di un&#8217;élite sono in una fase di rendimento decrescente – si potrebbe applicare la teoria di Ricardo non solo agli Stati ma anche all&#8217;élite – segnalando la diminuzione della loro produttività marginale, allora si inaugura una fase di declino.</p>



<p>Allo stesso modo se trasliamo la riflessione di Schumpeter, grande lettore di Pareto, dall&#8217;economia alla sociologia, sembra chiaro che le minoranze organizzate decadono perché non sono più in grado di innovare, perché il loro ciclo innovativo ha esaurito la domanda e la loro offerta non trova più riscontro in un mercato che nel frattempo è cambiato.</p>



<p>Un&#8217;altra élite, con un&#8217;offerta diversa, arriva a conquistare il potere, oppure quella precedente, consapevole delle sue mancanze, è abbastanza astuta da cooptare la nuova élite in ascesa al suo interno, portando dei fattori di innovazione che gli consentano di rispondere a quei principi di legittimità che intanto sono mutati.<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a></p>



<p>Perciò si deduce che gli sconvolgimenti storici non cambiano l&#8217;impostazione verticale della società, ma solo il succedersi dei principi di legittimità, dei miti e delle formule che ogni élite è costretta a gestire per conquistare il potere. David Beetham, tra i principali interpreti di Weber, sostiene che «la partecipazione delle masse alla vita politica non comportava il mutamento della oligarchia, ma piuttosto un mutamento dei metodi della sua selezione, del tipo di persone che avrebbero raggiunto il vertice, e delle qualità necessarie all’effettivo esercizio del potere. L’avvento della democrazia di massa mutava le regole della selezione, ma non il fatto in sé della selezione».<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a> Una conclusione, questa, che dà ragione alla frase-manifesto del <em>Gattopardo</em>, pronunciata, come già detto in precedenza, dal giovane e astuto Tancredi: «se vogliamo che tutto rimanga com&#8217;è, bisogna che tutto cambi».</p>



<p>I cambiamenti che vediamo intorno a noi sono più formali che sostanziali: crollano imperi e ne sorgono di nuovi, decadono dinastie per mano di altre, sulle ceneri di monarchie sorgono repubbliche e viceversa, i governi si susseguono, ma alla base di questi corsi e ricorsi storici rimangono immutati i principi di circolazione, di selezione, di ascesa e di decadimento delle élite. Illuminati dalla teoria elitista e dalla grande letteratura, capaci di cogliere i meccanismi profondi che muovono i protagonisti storici, a cui spesso, per comodità, attribuiamo i destini del mondo, quando essi ne sono soltanto la manifestazione apparente.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> G. MOSCA, <em>Elementi di scienza politica</em>, vol I, 1896, p. 78.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp;P. GIOVANNINI, <em>Re-reading Pareto: a guide to power studies</em>, Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali, VII, 13, 2017</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a>&nbsp;AA. VV., <em>Elites. Le illusioni della democrazia</em>, Gog, Roma, 2017, p. 49.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> G. Ferrero, Potere, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea , p. 74</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> «I principi di legittimità nascono, crescono, invecchiano e si spengono». G. Ferrero, op. cit., p. 67</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Beetham, <em>La teoria politica di Max Weber</em>, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 145</p>
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