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	<title>fedez Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Eldalandia è il paradiso che ci meritiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 09:37:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eldalandia è un parco giochi vicino a Pisa – o comunque in uno di quei posti toscani in cui non si hanno scrupoli a chiamare i figli Elvio o Zuleica –, gestito da un signore – Luigi – che sembra trascorrere almeno il 70% del suo tempo di veglia vestito da Fred Flintstone.</p>
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<p>Eldalandia è un parco giochi vicino a Pisa – o comunque in uno di quei posti toscani in cui non si hanno scrupoli a chiamare i figli Elvio o Zuleica –, gestito da un signore – Luigi – che sembra trascorrere almeno il 70% del suo tempo di veglia vestito da Fred Flintstone. Non lo conosco perché sono un appassionato di gonfiabili (non più, da un paio d’anni almeno), <strong>ma per via di uno di quei rimpalli algoritmici che ormai popolano il mio Instagram solo e soltanto di dichiarazioni d’amore in slideshow fatte da persone che tendenzialmente indossano slip Speedo anche in casa</strong> (presto ne farò una rassegna, per la posterità). Ma è evidente che non sono l’unico, a conoscere Eldalandia, se pochi giorni fa il signor Flintstone mi è apparso accanto a Fedez, che, nel processo di ristrutturazione di se stesso in bilico tra l’ironia marcia, l’ostentato menefreghismo e posizioni trasgressive (lo pensa, ne sono sicuro), è passato a fare un saluto. Certezze estetiche: se una cosa in apparenza inusuale arriva a Fedez, è una banalità. Ma la questione vale comunque.</p>



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<p>Eldalandia, di per sé, non è più avvilente di tutti gli altri parchi giochi che esistono, dalle fiere con gli ottovolanti sbullonati a Gardaland. Magari qualche ripresa all’intonaco delle colonne – madonna questi bambini, buoni neanche a correre diritti –, un paio di punzonature all’erba sintetica, cambiare le sedie. Gli animatori sono figure simpatiche e normalissime, e tra loro forse si nasconde Elda – chi sei? la moglie, la figlia, un’operatrice montessoriana? aiutaci –, rammentata di sfuggita in uno degli ultimi video. <strong>La faccenda, però, inizia a conturbare con l’ingresso delle mascotte</strong>. C’è Sonic – mencissimo –, Stitch senza Lilo, un dinosauro tracheotomizzato dal cui stomaco sbuca un volto incomprensibilmente sorridente, un orso impaurito, un Topolino con l’espressione di uno che ha subìto la terza rapina in una settimana. Ma, soprattutto, c’è Luigi. Fred, insomma.</p>



<p><a href="https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S</a></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="577" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-1024x577.webp" alt="" class="wp-image-2344" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-1024x577.webp 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-300x169.webp 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez-768x433.webp 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/07/gigione-e-fedez.webp 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gigione e Fedez</figcaption></figure>
</div>


<p>Il signor Luigi ha delle indubbie peculiarità. Intanto, è un armadio, <strong>il che mi induce a pregare che queste righe gli tornino bene</strong>. Riformulo: è un armadio bellissimo. Occhi da marinaio, ciuffo rarefatto, parla toscano con frequenze più alte di quelle che ci aspetteremmo a guardarlo, ha impacci nell’apertura delle labbra, un indiscutibile limite nel battere certe consonanti occlusive, forse pure le adenoidi. <strong>Buca lo schermo? Dustin Hoffman, dio santo</strong>. E da Dustin sembra avere derivato anche l’attitudine al trasformismo: c’è il costume da Fred Flintstone, che dev’essere costato parecchio e va ammortizzato, ma anche una pletora di maschere minori che di tanto in tanto compaiono e abbagliano: la signora impellicciata con parrucca rossa – ipostatizzazione del mistero seducente, perfetto per gli under 12 –, il giovane agitato con ricciolini biondi – il divertimento sfrenato –, Mister camicia tropicale con cappello safari – per sponsorizzare l’offerta con omaggio vacanza di otto (otto) giorni al mare o in montagna. Sembra un individuo a cui affidare il prodotto di nove mesi di gravame, sei ore minimo di travaglio, anni di insonnie? Chi dice di no, forse è malizioso<strong>. Io, intanto, mi limito a suggerire una prestazione alla “Il professore matto”: più ruoli per un solo attore, in un unico contenuto. Si sbanca sicuro.</strong></p>



<p>Non a caso, tempo pochi video, la vicenda Eldalandia si è polarizzata: visibilità in aumento, e la gente si divide tra chi commenta con sagacia variabile – oscillando tra patetiche allusioni drogherecce, laconici “preferisco spararmi in bocca”, e guizzi di indubbio spirito –, chi più scolasticamente si preoccupa e si scandalizza, chi difende Luigi e i suoi colleghi. E Luigi, a sua volta, con sapienza affaristica riprende le accuse più o meno sarcastiche e le ribalta in proprio favore. Parafraso: certo, abbiamo telecamere a circuito chiuso non per ragioni di sicurezza ma per fare filmini coi vostri pargoli; come no, la porta anti-bambino trasforma il nostro parco giochi in Guantanamo; tuo figlio fallo mangiare da noi, anzi, no, QUI da noi [<a href="https://www.instagram.com/p/DLfuSBoNY0S/">letterale</a>].<strong> Fino al </strong><strong><a href="https://www.instagram.com/p/DKh7KMMtm8F/">capolavoro</a></strong>: la replica emotiva, con caduta della maschera e sparruccamento, imperniata su scontatissime formule come “sapete chi non ha pregiudizi? i bambini” (eh), o “noi trasformiamo le critiche in amore”, che però, va ammesso, acquistano un sapore inedito e portentoso, perché pronunciate da un omone con maglia di Fred Flintstone (quella se la lascia addosso). (Tra l’altro, mi accorgo ora che Fred Flintstone non ha i capelli a caschetto, quella è Anna Wintour: rettificare, prego). Matematico: successo successo successo. Tantissimi bambini in gita da Eldalandia. Tra cui anche Fedez, appunto.</p>



<p>Tra i migliori esercizi consuma-tempo offerti da internet, c’è quello di ripercorrere lo storico delle pubblicazioni che risalgono a prima della celebrità. Qui si fa presto, perché è roba di due mesi. E, nei video pre-fama – stessi contenuti, meno professionalità –, capita di incappare in commenti a firma “da_gigione_non_solo_troiai” o “gigione666” (profili pubblici: mica siamo gente da inchieste). Stai a vedere che. Aspetta un minuto. Cliccare: un tuffo in un mare profondissimo. <strong>Luigi, che già ci era parso versatile, ora ci diventa polimorfo. </strong>Eccolo a reclamizzare un ristorante forse suo, in autoscatti birbanti, Babbo Natale per un giorno, nei panni dell’influencer per amici gelatai o negozianti, e, soprattutto, al mercato di Livorno, dove parrebbe possedere una bancarella che, tra troiai e non, offre un ricco catalogo di gadget sessuali in vari diametri e fogge, in perfetta pariglia – quanto al glitter – con immagini di <em>danseuses </em>più o meno vestite che intervallano l’allegra figura del nostro uomo. La domanda, antipatica, rispunta: <strong>è individuo a cui affidare l’esito di scuole bilingue, corsi di tennis, campi estivi a Cutigliano?</strong></p>



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<p>Ora: a me Fred sta molto simpatico. <a href="https://www.instagram.com/p/DLk33ynNOhp/">È versato nel ballo</a>, non teme di mettersi in mostra, sembra trattare bene i suoi dipendenti e da Eldalandia in effetti tutti paiono contenti. Però il dubbio rimane. Come, del resto, per ogni luogo destinato ad accogliere under 18. Chi ci dice che gli scout non imbavagliano i nostri giovani? Chi ci garantisce che la dottrina del giovedì non si risolva in una catechesi inopportuna? Chi assicura che l’allenatore di calcio non sia un sadico? Nessuno<strong>. Il rischio, purtroppo, è di questo mondo</strong>. Se Eldalandia fosse rimasta confinata nell’hinterland toscano, non ci sarebbero stati problemi: qualche avventore felice, altri in fuga dopo avere intravisto la prima mascotte. <strong>Ma, invece, è subentrato internet, con la sua prassi di desacralizzazione idiota: fai di una cosa un meme, e questa diventa subito innocua</strong>. <strong>Se ci vedi qualcosa di sospetto, sei tu un bifolco reazionario</strong>. Vergogna. Ironizzare sterilizza: superiamo le cautele non con un atto critico, ma tirandola in caciara. E produciamo epistemi fasulli: qui (esempio minore, ma comunque utile), se non capisci la magia di Eldalandia sei un bigotto. Le perplessità sono roba anni Cinquanta. Viviamo nella contemporaneità a-valoriale, produrre giudizi è da criminali.</p>



<p>Ieri sera mi è capitato a tiro il <a href="https://www.raiplay.it/video/2025/07/Premio-Strega-il-monologo-di-Anna-Foglietta-Ci-vorrebbe-Pasolini-f39c2b1b-daf5-48aa-9e7f-27d2839eafdb.html">video</a> della dott.ssa Anna Foglietta, che ha parlato all’ultimo Premio Strega dicendo – testuale – “ci vorrebbe Pasolini”. Ora, non ho visto l’estratto completo perché con il parental control solo le anteprime, ma posso immaginare che il desiderio fosse recuperare la voracità intellettuale e artistica del vecchio PPP, o forse una punta di sano conservatorismo dei costumi. <strong>Ho letto il titolo e, appena smesso di piangere, ho pensato: quanto è vero. Ma poi, subito dopo, cinque minuti di Instagram e sono finito a domandarmi: sarà mica che io e Anna siamo dei bacchettoni?</strong> Forse, mi sono detto. E forse Pasolini ormai è davvero inattuale. Magari, ho concluso prima di correre a riguardare Carlo Cracco che fa l’omelette, l’eclettismo di cui c’è bisogno oggi è quello di Gigione, che scarta con nonchalance dalle terga di una stripper ai gonfiabili e a Scooby Doo. Può darsi.</p>



<p>Quello che conta davvero, invece, è questo: mamma, se neanche tutta questa sparata ti basta a convincerti che il mio compleanno forse è meglio organizzarlo all’oratorio ti giuro non so più che fare, fai quello che vuoi ma da bere almeno fammelo portare a me che la Lemonsoda non garba a nessuno.</p>



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		<title>Le mamme dei rapper</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:23:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le creature più angeliche e buone, porto sicuro dove rifugiarsi dal mondo di violenza droga e povertà che è toccato in sorte, a quanto pare, ai loro figli.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono con Aristotele al Carrefour. Si sta cercando la curcuma quando di colpo ritira fuori la storia dei sillogismi. Sbraccia, gesticola tutto rosso, prova a spiegarsi ma pare in difficoltà. Io – magari sbagliando, non so –, gli dico che qualcosa non mi torna, il procedimento logico mi affascina, sì, ma si presta anche a mille eccezioni: insomma, lo contraddico. Dà di balta: mi urla contro, tira in terra la lattina di Fanta e va via. Dieci minuti, e torna indietro. Sembra più calmo, pare rientrato in sé. Si stira con le palme il chitone, si appoggia al carrello e mi guarda negli occhi, sospirando. “Senti”, mi dice, “ascoltami bene, per cortesia. Argomento semplice, proprio per farti un esempio. <strong>Allora, premessa maggiore: tutti i rapper sono esseri umani, giusto?”. Annuisco. “Tutti gli esseri umani – premessa minore – sono mammoni, giusto?”. Continuo ad annuire. “Ecco, questo premesso, non vedo altra conclusione se non affermare che i rapper sono tutti mammoni”</strong>, dice, e continua a guardarmi, come aspettando quell’approvazione che ancora non mi sento di dargli. Non è personcina tranquilla, Aristotele. Non lo è mai stato e lo si nota anche adesso, dalla frequenza con cui si ravvia i capelli, da come compulsa i braccialetti. “Allora? Sei d’accordo o no?”. “Aristotele”, gli dico, “coi rapper, non capisco, forse mi tornava di più quella del ristorante<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>…”. “Θεὲ ἅγιε, τοιούτους σκληροὺς δεῖ μοι πάλιν εὑρίσκειν!”, m’interrompe, e si allontana di nuovo, sbraitando. Io rimango lì, secco. Guardo Lorenzo Rocci, che si era allontanato per prendere un fustino di Dash. “Non lo tradurre”, mi dice. “Non lo tradurre che rimanerci male è un minuto”.</p>



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<p>Dopo cena ripenso a tutto il discorso. Ad assillarmi non è più la validità o meno del processo deduttivo – che potrebbe anche essere ammessa –, quanto il tema<strong>: che significa i rapper sono mammoni? I grill sui denti, i tatuaggi sul collo, la droga, e ancora la malavita, amicizie <em>peligrosas</em>, cicatrici dermatologiche e interiori, la rabbia sociale, il <em>barrio</em>, il senso di rivalsa, la strada, i coltellini svizzeri, il marciapiede, i punteruoli da compensato, tutto questo e poi si ricasca a farsi smacchiare i calzoni dalla mamma?</strong> Non fosse Aristotele, verrebbe da tirare dritto. Ma siccome <em>è</em> Aristotele, il visionario che ha vaticinato cinque degli ultimi otto vincitori di MasterChef dopo il primo Pressure Test, l’unica è cercare una playlist e dare il via. Metodo scientifico, amici. E magari anche <em>Peer review</em>, che vi piace tanto. <strong>Ghali.</strong></p>



<p>Uooh-uooh-uooh, bella!</p>



<p>Sono uscito dalla melma,</p>



<p>da una stalla a una stella.</p>



<p><strong>Compro una villa alla mamma</strong></p>



<p>e poi penserò all’Africa.</p>



<p>Stoppo. Come una villa alla mamma? E poi l’Africa? Ma che è, un’OPA? Cambio canzone.</p>



<p>[…] Devo stare attento, mannaggia</p>



<p>se la metto incinta poi mia madre mi, ah!</p>



<p>Perché sono ancora un bambino,</p>



<p>un po’ italiano, un po’ tunisino.</p>



<p>[…]</p>



<p>Dritto per la mia strada</p>



<p>Meglio di niente, mas que nada, vabbè</p>



<p>Tu aspetta sotto casa</p>



<p><strong>Se non piaci a mamma, tu non piaci a me</strong></p>



<p>Sento un brivido che si spicca dalla punta dell’alluce, corre a ritroso tutta la rete delle fibre nervose, si schianta dalle parti dell’ipotalamo. Mi agghiaccio. Un bambino? <strong>Avrai trent’anni, Ghali</strong>. Vai ospite nei talk show, mi fai il baluardo progressista e poi “se non piaci a mamma, non piaci a me”. Ma poi che è, questa inserzione brasileira, è inutile fare il globetrotter e poi la domenica tutti col bavaglio a mangiare i cannelloni madonna mamma ma che ci hai messo? il risentimento di non avere ancora un nipote da angariare dici? Pensavo noce moscata. Cambio ancora: “Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo?”. <strong>La statistica parla: tre canzoni su tre e si arriva alla mamma entro il quarto rigo</strong>. Prima di passare oltre, leggo il titolo della prossima traccia: <em>Mamma</em>, s’intitola. Ghali perduto, penso: punto per Aristotele.</p>



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<p>Ma può darsi che Ghali sia un caso isolato. È un oggetto mediatico di difficile lettura, va a Sanremo con un pupazzone, neanche ci prova a rimpiattare l’infantilismo. Vado avanti. <strong>Sfera Ebbasta</strong>. Pseudonimo protervo, ghigno beffardo, bazza in alto, fierezza, autonomia.</p>



<p>[…] Sono una rockstar, rockstar,</p>



<p>a uccidermi no, non sarà una stronza,</p>



<p>il mio cuore è freddo anche più del mio polso</p>



<p>e se provi a scaldarlo rischi che si sciolga.</p>



<p>Qui ti voglio Aristotele, chiacchiera con Sfera, di sillogismi, stai tranquillo che non arrivi alla premessa minore e prendi una coltellata. “Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: LA DROGA, finalmente, e poi <em>pute</em>, che non so cosa significhi ma la voglio immaginare una parola mondo che ingloba in quel semantema che rimanda allo scaracchio tutte le efferatezze possibili e soprattutto il disprezzo per l’ovvio, tra cui il familismo acritico.</p>



<p>Mamma, guarda, senza mani, sono una rockstar,</p>



<p><strong>mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra.</strong></p>



<p>Urlo, salto in piedi, rovescio il Fruttolo. Non ci posso credere. Mando indietro, ascolto di nuovo: “Mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra”. L’ha detto davvero. Inizio ad assaporare il gusto amaro del torto: stai a vedere ha ragione Aristotele. Con gli universali ci ha capito il giusto, ma se poi ci dà su queste faccende che gli vuoi dire. Che gli vuoi dire.</p>



<p>Ma ci sarà qualcuno che si salvi, cristo di dio: scorro veloce, Fedez?, figurati, Fedez è fisso con sua madre, le ha intestato tutto, <strong>è grassa se a suo nome gli è rimasto un monopattino</strong>, e infatti “sono solamente un bambino / che chiamerai papà”, roba da sfasciare il <em>De Trinitate</em> di Sant’Agostino, vabbè niente Fedez, ma questi – Fedez, Ghali, Sfera Ebbasta –, questi sono quelli più noti, amati dal pubblico che è figlio del pubblico di Toto Cutugno, nipote del pubblico che a Sanremo osannava Consolini e Latilla, è chiaro che qui si corra sul nazionalpopolare. No, è un errore di metodo: bisogna cercare altrove, fuori dal grande pubblico, <strong>Noyz Narcos</strong>, per dire, che forse neppure l’ha avuta, una mamma, pare nato da un’esplosione in un laboratorio chimico Noyz Narcos, no, macché laboratorio chimico, <strong>ce l’ha la mamma, e le chiede scusa, <em>Sorry mama</em>: “Vita puttana” – scrive, e per un attimo ti pare un maledetto – “mamma sorry” dice, poi “Secco don’t worry” – chi è Secco, il babbo? –, e arrivederci anche Noyz Narcos</strong>, dritto a rimpolpare l’ultimo tomo dell’<em>Organon</em>.</p>



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<p><strong>Lowlow</strong> forse? Nemmeno Lowlow: “Una mattina andavo in banca insieme a mamma / E ho visto Nico entrare e calarsi il passamontagna”, vita cruenta accompagnando la madre a fare un giroconto. <strong>Emis Killa</strong>? “Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei”, bella, buona anche per un bigliettino d’auguri in terza elementare. Tedua! “Innanzitutto devo tutto a mia madre per stare al mondo / Anche se al mondo non ci so stare”, complimenti signora bel lavoro. <strong>Gemitaiz</strong>? Nome cattivo, cranio tatuato, eppure:</p>



<p>Ricordo, mamma che mi chiamava</p>



<p>quando il fine settimana</p>



<p>al tramonto tornavo a casa</p>



<p>che puzzavo di marijuana</p>



<p>(scusa mamma)</p>



<p>Mi sa che ho perso. Provo ad aprirmi all’internazionale, ma il <em>Dear mama </em>di <strong>TuPac </strong>secca il proposito sul nascere. Ha ragione Aristotele, inutile insistere. Anzi, sarà il caso che vada a dirglielo, prima che si metta a scrivere un trattatello per convincermi.</p>



<p>Esco di casa e mi incammino verso il circolo. Fa freddo, mi metto i guanti e intanto continuo a pensare a tutte queste canzoni piene di mamme. Che, a pensarci, neanche fosse parola facile da mettere in rima, “mamma”: con che rima “mamma”? Tolto il suffisso “-gramma” – “porto la mamma a fare il fonocardiogramma” – resta poco, se non “dramma” – ma non mi pare questo il caso – e qualche assonanza scadente. <strong>È proprio una questione di autonomia apparente, cinismo confuso con adultità, emancipazione sbandierata ma fittizia</strong>. IL CONTEMPORANEO, griderebbe il mio amico Massimo Gramellini, non fosse che gli hanno fatto due otturazioni e con le consonanti occlusive è ancora in difficoltà. &nbsp;Resta che Aristotele ha ragione anche stavolta, e se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando sa di avere ragione, allora sta zitto una trentina di secondi, ti guarda, e poi fa il gesto dei surfisti. Da battere nel muro.</p>



<p>Eccolo lì, seduto. Ma non è solo. Accanto a lui, Pirrone, lo scettico. “Eccoci”, penso, “ci risiamo”. L’ultima volta li abbiamo divisi in quattro, con Pirrone che brandiva l’attizzatoio del barbecue. Seedorf non glielo puoi toccare. Ma ora sembrano tranquilli: Pirrone è seduto, si massaggia la pancia e sorride. Il “maestro di color che sanno” (prenota così, al ristorante), invece, è in lacrime e con le cuffie nelle orecchie, gobbo perché i fili sono pieni di nodi e non gli arrivano bene alla testa. Li raggiungo, ma Aristotele non mi guarda neanche: continua a piangere e riposiziona gli auricolari. Guardo Pirrone: “Fabri Fibra, bambino”, mi sussurra: “Fabri Fibra”.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A chi percepisca il dovere filologico di rimarcare la distinzione tra rapper e trapper e fare questioni d’appartenenza a una sottocultura che si picca d’essere ruvida e guarda male noi che ancora si piange a sentire <em>Come saprei</em> di Giorgia si raccomanda con cordialità di pensare alla sua, di mamma.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp; 1. Al ristorante qualcuno dovrà pure pagare; 2. Tu sei qualcuno; 3. Paga te.</p>
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		<title>Instadrama</title>
		<link>https://ilnemico.it/instadrama/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[c.palis]]></category>
		<category><![CDATA[canidiDio]]></category>
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		<category><![CDATA[instadrama]]></category>
		<category><![CDATA[rapimento]]></category>
		<category><![CDATA[socialnetwork]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Instadrama, il diario delirante di uno scrittore fallito, affetto da una strana forma di Tourette, che decide di rapire il figlio della coppia di influencer più seguita d'Italia per ottenere l'ormai insperato successo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il bambino è seduto su una vecchia sedia di vimini, le mani legate alle gambe posteriori con due fascette. Al collo ha un cartello con sopra scritto in rosso <strong>“I AM A LITTLE CHILD. I FEEL SO ALONE. I FEEL SO SCARED. HELP HELP HELP”.</strong><br></p>



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<p><br>Non riesco più a fare una vita di stenti, non riesco più, a trent’anni, a vivere con i miei genitori, a fare colazione con il pisello barzotto che spinge contro la macchiolina di piscio sul boxer, mentre mi stacco con le dita piene di palle le caccole dagli occhi facendole cadere nei COCO pops, ingiallendo ulteriormente lo Zymil che sono costretto a bere a causa del mio reflusso esistenziale. Cinque giorni fa non ero nessuno, il mio profilo personale conta soli 218 follower. <strong>Oggi invece sono il fondatore di una pagina con più di 10 milioni di follower.</strong> Come diceva Pasolini, il successo è l’altra faccia della persecuzione. Come ha detto Antonella Elia in un’intervista: “Il successo crea angoscia. Ero spaventata”. Come dice il mio DOC: il successo contiene la parola “cesso” perché rende le persone merda.<br></p>



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<p><br>Io: «Come stai?».           <br>Lui: «Non bene».           <br>Io: «Come mai?».           <br>Lui: «Mi ucciderai?».     <br>Io: «Non lo so… spero di no sinceramente, dipende da come andranno le cose. Non ho programmato niente… in questo momento sono più confuso di te». Sempre Io: «Posso farti una domanda?».      <br>Lui: «Sì».            <br>Io: «Tu ora sei famoso ancor prima di sapere che cos’è la fama. <strong>Prima ancora di aver sviluppato una coscienza vivi il sogno del 99% degli occidentali: il successo. </strong>Sei, possiamo dire senza esagerare, il nuovo Macaulay Culkin…».   <br>Lui: «Chi è Maculkin?».<br>Io: «L’attore che interpreta il bambino in Richie Rich. Richie, appunto».<br>Lui: «Che bello!».<br>Io: «È un tossicodipendente che entra e esce da cliniche e carceri».<br><br>Non ha risposto.<br><br>Io: «Il punto è proprio questo. I tuoi genitori ti vogliono bene, davvero, perché anche se non sono dei bravi genitori, sono delle belle persone. Però penso che a furia di scattarsi foto si siano dissociati. Ogni giorno venite sbattuti sotto agli occhi di decine di milioni di persone… non pensano che tutta questa esposizione vi danneggerà? No, non possono non averlo capito, è ovvio. Sono io a non capire come possano schiaffare sui social un bambino di neanche dieci anni (ti ho rapito proprio per questo motivo, perché loro ti hanno erto a simbolo)<strong> senza pensare alle conseguenze che tutta questa visibilità avrà sulla tua vita, sul tuo equilibrio psicologico, sulle tue relazioni, che saranno – mi dispiace dirtelo ma lo racconta la storia dei Vip – per lo più inautentiche.</strong> Parliamo del tuo futuro: da grande sarai come Jim Carrey in The Truman Show, con gli occhi di tutti puntati su di te. Lui stava bene nel suo mondo finto, ma poi ne è uscito… ti immagini che incubo? Il tuo mondo ovattato è l’infanzia, e tra poco entrerai nell’inferno dell’adolescenza, vale a dire la consapevolezza distorta e avvelenata dai complessi. L’inferno in terra. Riesci a prevedere che cosa succederà? Questo è quello che penso io: non potrai fare una passeggiata, non potrai prendere cornetto e cappuccino al bar senza che qualcuno ti rompa le palle. Tipi fastidiosissimi e irrispettosi, esseri vomitevoli, orrendi, vorranno farsi i selfie con te, senza chiedertelo, come se fossi un monumento ambulante. <strong>Ti inviteranno dappertutto, avrai tutti accanto, ma un giorno capirai di essere solo. Solo come un cane</strong>. Anche perché così, di primo acchito, e scusa se te lo dico, con questo tuo fare spocchioso non mi sembri la persona più simpatica del mondo. E quindi passiamo al lato psicologico. Solo, triste, esaurito, arrabbiato come Justin Bieber in piena pubertà, forse anoressico, bulimico, emo, gay, eroinomane, poi di nuovo etero, poi trans, come Elliot Page, nato Ellen Page, che cambia genere perché tanto non esiste sesso, ma allo stesso tempo cambia nome per averne uno adeguato al suo nuovo sesso. Passerai dai migliori psicologi di Milano, che sono poi i peggiori. Per non sentire il vuoto che porti dentro, starai sempre incollato al telefono, il dispositivo che il vuoto te lo ha creato, oppure sospeso nel multiverso con degli Oculus di ultima generazione. Ti chiuderai nella bolla del virtuale, dove non esiste il male del mondo, dove non esistono i parassiti come me che vogliono vivere di visibilità riflessa attraverso di te. <strong>Sarai in pace, finalmente in pace, ma solo perché nella tua pace non ci sarà la vita</strong>: i tuoi migliori amici saranno dei codici, il tuo partner un ologramma, il tuo cane una GIF, ma dentro di te, lentamente, qualcosa morirà…». <br>Lui: «Cosa?». <br>Io: «Ciò che sei davvero, quello che avresti potuto scoprire di essere esprimendo le potenzialità insite nei tuoi geni. I tuoi genitori, e questo è innegabile, sono due persone molto creative. La loro creatività però è venuta fuori perché avevano fame, perché volevano il loro riscatto sociale. A ogni costo. Quindi chapeau a loro che ce l’hanno fatta, ma non mi rompessero il cazzo con moralismi inutili se ce la voglio fare anche io. Per te però è diverso: perennemente satollo, con tutti i desideri esauditi, con una squadra di agenti che risolverà ogni tuo problema, riuscirai a sviluppare le tue qualità profonde? Eh? Eh? Sei ricco, famoso, e sarai pure carino, nel peggiore dei casi, seguito dai migliori stilisti del mondo, avrai uno stile pazzesco e le ragazzine e i ragazzini ti sbaveranno dietro come lumache succhia popolarità. <strong>Avrai tutto servito su un piatto d’argento, e quindi non sarai mai affamato, al massimo sarai triste, abbattuto.</strong> E le cose si cambiano con la rabbia, con la frustrazione, mai con la tristezza. “Uuuuh, sto così male, cosa posso fare per cambiare la mia vita?”, ti domanderai in mezzo ai tuoi oggetti costosi. “Ho già visto tutto, ho tutto quanto. Forse… forse la soluzione è scendere dalla punta della piramide, comprare una fattoria e mungere le mucche per riscoprire le cose belle della vita come insegna Paolo Coelho…”. A Paolo Coelho non bisogna dare retta. Non è mica facile svegliarsi all’alba e mungere una mucca, bisogna essere temprati. E tu non lo sei. Quindi, nessuna soluzione. Psicofarmaci a go-go. Ristagnerai nella tua comodità, nella tua comfort-zone, nel tuo ozio inquieto. <strong>Sulle spalle porti la dolce disgrazia di non dover pensare al domani, una vacanza perenne.</strong> I tramonti più belli ti daranno fastidio agli occhi, le cose più buone del mondo avranno per te tutte lo stesso sapore, e via via diventeranno cattive. Guarda me invece, lavoravo dieci ore in un bar. 4 euro e 50 l’ora. Kim, il mio capo, mi trattava come un essere inferiore dalla mattina alla sera mentre il cliente americano di turno sorseggiava il mokaccino facendo scintillare sotto il mio naso il suo Daytona. Un giorno tuo padre è entrato in quel cesso di bar di cinesi in cui lavoravo, e ha chiesto di rifargli il cappuccino tre volte perché non era abbastanza schiumoso. Capisci? Io non chiederei neanche al mio peggior nemico di rifarmi il cappuccino perché non è abbastanza schiumoso. Ma tutta questa frustrazione, tutta questa mancanza di comfort, tutto questo vedervi più “salvi” di me, mi ha portato a tirar fuori le palle per cambiare la mia condizione. È grazie a te se sono tornato a scrivere. E ora mi sento vivo, libero. Tu dormirai per sempre. Io sono scappato da quel bar di cinesi, tu invece un giorno ti impiccherai, ha-ha-ha!».<br>Lui: «La signora Zhu dice non è giusto dire cinesi». <br>Io: «Chi è la signora Zhu?». <br>Lui: «La Signora Zhu è signora che dice a mamma e papà cosa è giusto dire e cosa invece no».<br>Io: «Dice a mamma e papà cosa è giusto dire, eh? Io lo sapevo che c’era una signora Zhu! C’è sempre una signora Zhu che direziona tramite somme di denaro messe a disposizione da multinazionali la libertà decisionali di persone influenti.<strong> Tua madre e tuo padre sono delle scimmie. </strong>La signora Zhu dà ogni mattina a mamma e papà la pillola che li posiziona sempre dalla parte giusta degli argomenti, che fa loro dire sempre le cose giuste al momento giusto».<br><br>Il bambino ha alzato le spalle, come per dire “boh”, e ha tagliato due ananas su Fruit Ninja.<br><br>Io: «La signora Zhu dice un sacco di minchiate. È giusto dire cinesi, perché esistono i cinesi. Il nome Zhu da dove viene, scusa?». <br>Lui: «Signora Zhu ha mamma italo-australiana, il papà è cino-canadese. Però è nata in India e ora vive tra New York, Milano, Parigi, Londra e Podgorica». <br>Io: «Podgorica? La signora Zhu è una sradicata globetrotter che nella sua libreria ha solo “Lonelynessplanet”. Le persone come la signora Zhu, che in apparenza conducono vite stupende saltando da una parte all’altra del mondo, in realtà sono sole e piangono ogni notte nel loro freddo letto d’albergo che puzza di Dash. E i tuoi genitori ripetono a bacchetta quello che gli viene consigliato dalle psicopatiche come la signora Zhu, che vogliono un mondo devastato per poter vivere finalmente in un habitat che possa rispecchiare il loro stato d’animo. Tu non sei altro che un burattino “cute” strappa like. La signora Zhu consiglierà ai tuoi genitori di ricoprire te e i tuoi tre fratellini con il fil di ferro, come si fa con i bonsai, per non farvi crescere…». Ma poi ho interrotto il siluro complottista perché il bambino ha smesso di ascoltarmi. Si è fatto pensieroso e distante.<br></p>



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