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	<title>Flaubert Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Uccidi il semicolto che è in te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Della stupidità intellettuale. Appunti sparsi sull'"Educazione sentimentale" e altro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/uccidi-il-semicolto-che-e-in-te/">Uccidi il semicolto che è in te</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Flaubert è uno scrittore feroce. È lo scopritore della idiozia intellettuale contro la quale azionerà in tutta la sua vita artistica <strong>una speciale e acre ironia.</strong> Ancor prima dei nostri giorni in cui l&#8217;idiozia intellettuale ha raggiunto consistenze stratosferiche (nei film, nei libri, nei programmi televisivi), Flaubert aveva previsto già nella propria epoca, nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, <strong>l&#8217;insufflarsi nelle menti, attraverso il processo di acculturazione di massa, di dosi massicce di &#8220;<em>médiocre</em>&#8220;, di &#8220;<em>poncif</em>&#8221; (dozzinale),</strong> di quella idiozia proveniente dalla mezza cultura che il critico americano Dwight Macdonald chiamerà negli anni &#8217;50 in America &#8220;Midcult&#8221; e che da allora si è diffuso come un blob in tutta l&#8217;infosfera.</p>



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<p>Contro questo pericolo da egli intravisto, Flaubert, a differenza della sua amica &#8220;socialista&#8221; George Sand, <strong>si oppose</strong>, da vecchio mandarino borghese, <strong>all&#8217;istruzione popolare</strong>. Perorava di dare ai poveri il pane ma non l&#8217;istruzione. Preconizzava che con l&#8217;istruzione i saperi si sarebbero diffusi in ragione aritmetica ma la stupidità dei semicolti, degli acculturati, degli &#8220;infarinati&#8221; sarebbe cresciuta in ragione geometrica. Sarebbe diventata devastante. Era in lui, questa, un’opinione rocciosa dalla quale mai defletté, e che mise al centro della sua rappresentazione artistica: dagli influssi nefasti della lettura in Emma Bovary e presso quell&#8217;idiota scientista di Homais, fino al delirio enciclopedico dei due sublimi idioti Bouvard et Pécuchet (da ora in poi B&amp;P, la sigla è più da idioti). Un suo chiodo fisso. Un aspetto imprescindibile della sua poetica, della sua visione<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p><strong>L&#8217;idiozia intellettuale è il frutto avvelenato dell&#8217;Illuminismo,</strong> l&#8217;esito non previsto dell&#8217;Enciclopedia di Diderot, del sapere dispensato a tutti. Forse Flaubert esagerava, o forse non sbagliava se avesse assistito come noi all&#8217;esplosione dei deliri dei semicolti in tempi di pandemia o al delirio genuino e universale in ogni campo del sapere&#8230;</p>



<p>Alcuni esempi oltre quelli noti a molti lettori come i disturbi comportamentali germinati nella testa di Emma Bovary in seguito alle sue eccessive letture, possono essere tratti anche da <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> (da ora in poi <em>ES</em>). A comprova che nel Nostro <em>tout se tient</em> (tutto è collegato)<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>In <em>ES</em> c&#8217;è questa figurina di Rosanette con la quale il mediocre Frédéric intreccia una relazione non di secondo momento se dà luogo a un parto e alla nascita di un figlio, anche se per sbaglio. Flaubert non è cattivo con questa &#8220;<em>lorette</em>&#8221; (una donna di facili costumi che passa da un letto all&#8217;altro) verso la quale ha accenti delicati in più punti della narrazione, come in seguito li avrà verso la &#8220;<em>servante</em>&#8221; Félicité di <em>Un cuore semplice</em>. <strong>L&#8217;artista non se la prende quasi mai con gli umili e i semplici di cuore</strong>. Sono <em>bêtè</em> anche loro, certo, stupidi, idioti intrisi di <em>bêtise</em>, ma di un’idiozia quieta, creaturale, naturale come quella delle bestie ruminanti appunto, i bovi (da cui l&#8217;artista prende le radici dei cognomi Bovary e Bouvard), non toccati dalla <em>bêtise</em> irredimibile, ovvero l&#8217;idiozia superiore, quella sublime, intellettuale.</p>



<p>Certo la sorprende a sbadigliare davanti alle reliquie della Grande Storia durante la gita a Fontainebleu, in cui lo stesso artista si lascia andare, dopotutto, allo scoraggiamento e/o alla malinconia davanti ai fasti transeunti delle Dinastie e delle Corti, alla mestizia sottocutanea del passaggio del tempo e alla diffusa “<em>éternelle misère de tout</em>” (l’eterna miseria di tutto).</p>



<p>F. scrive: «Elle [Rosanette] avait été sensible autrefois, et même, dans une peine de cœur, avait écrit à Béranger pour en obtenir un conseil&#8230;». (Rosannette in passato aveva mostrato sensibilità, e anche, soffrendo per amore, aveva scritto a Béranger per ottenere così un consiglio) Avete letto bene: Rosanette che scrive a Béranger, un poeta che Flaubert considerava mediocre per ricevere consigli in affari di cuore! <strong>Cercate di immaginare uno scrittore o un personaggio mediocre della ribalta di oggi cui la gente minuta scriva per conforto e ispirazione</strong>. Fate voi i nomi (di cui vi prendete la responsabilità della comparazione dileggiante): Veltroni? Gramellini? Signorini? Barbara D&#8217;Urso? C&#8217;è una sottile parodia in questa scena: è il pop che dialoga col trash. Béranger è un chiodo fisso per F. la sua bestia nera. Da notare che nella <em>Bovary</em>, nel ritratto di Charles, c&#8217;è questa annotazione. Charles «s’enthousiasma pour Béranger, sut faire du punch et connut enfin l’amour» (si entusiasmò per Béranger, imparò come fare del punch e conobbe infine l’amore). La successione delle &#8220;esperienze&#8221; di Charles è da &#8220;<strong>grottesco triste&#8221;, un trattamento stilistico frequente in Flaubert in cui egli mischia l&#8217;Alto e il Basso per farli cozzare assieme e vedere l&#8217;effetto che fa.</strong> L&#8217;autore qui dileggia il suo personaggio perché mette in successione esperienze volgari (imparare a fare il punch) e sublimi (la frequentazione della poesia di Béranger e la prima copula).</p>



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<p>Flaubert ritornerà spesso, anche in <em>ES</em> e altrove, su questo poeta francese, allora celebre, da lui ritenuto mediocre. In una lettera a L. de Cormenin (7 giu 1844) scriverà «On dirait que nous ne sommes faits que pour supporter une certaine dose de beau; un peu plus nous fatigue. Voilà pourquoi les natures médiocres préfèrent la vue d’un fleuve à celle de l’Océan, et pourquoi il y a tant de gens qui proclament Béranger le premier poète français». (Si direbbe che non siamo fatti che per sopportare una piccola dose di bellezza; qualcosina in più e ci affatichiamo. Ecco perché le nature mediocri preferiscono la vista di una fiume a quella dell’oceano, e perché c’è così tanta gente che proclama Béranger il primo poeta francese). Ma è alla Colet (27 sett 1846) che preciserà il suo pensiero: «Tu voudrais me faire connaître Béranger ; je le désire aussi. C’est une grande nature qui me touche. Mais il y a, je parle de ses oeuvres, un malheur immense, c’est la classe de ses admirateurs. Il y a des génies énormes qui n’ont qu’un défaut, qu’un vice, c’est d’être sentis surtout par les esprits vulgaires, par les coeurs à poésie facile. Béranger, depuis trente ans, défraye les amours d’étudiants et les rêves sensuels des commis voyageurs. Je sais bien que ce n’est [pas] pour eux qu’il écrit ; mais c’est surtout ces gens-là qui le sentent. D’ailleurs on a beau dire<strong>, la popularité, qui semble élargir le génie, le vulgarise, parce que le vrai Beau n’est pas pour la masse</strong>, surtout en France» (Tu vorresti farmi conoscere Béranger; lo vorrei anch&#8217;io. È un grande natura che mi commuove. Ma c&#8217;è, e parlo delle sue opere, un malessere immenso, ed è la classe dei suoi ammiratori. Ci sono geni enormi che hanno un solo difetto, un solo vizio, che è quello di essere sentiti soprattutto da menti volgari, da cuori di facile poesia. Per trent&#8217;anni, Béranger è stato oggetto di romanzi studenteschi e di sogni sensuali di commessi viaggiatori. So bene che non è per loro che scrive, ma è soprattutto questa gente che lo sente. Inoltre, <strong>la popolarità, che sembra elargire il genio, lo volgarizza, perché la vera bellezza non è per le masse</strong>, soprattutto in Francia).</p>



<p>La sentenza è definitiva<strong>. Il Bello non è fatto per le masse</strong>. Flaubert segna il distacco definitivo delle due entità. Da allora sarà così nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica. Flaubert segna la data di inizio di un fenomeno che da allora sarà dilagante. <strong>È la nascita del &#8220;demotico&#8221;</strong> di cui scriverà Hobsbawm nel <em>Secolo breve</em>. Non è a caso che F. inventerà per il suo Arnoux il titolo della sua rivista <em>L&#8217;Art industriel</em>, che riecheggia il titolo del saggio di Sainte-Beuve (del 1839) che per primo aveva segnalato il fenomeno <em>La littérature industrielle</em>, ossia un ossimoro nella sua visione artistica (se è Arte non può essere Industriale), e una forma sottile e sintetica di dileggio così frequente in lui.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Detestava il sentimentalismo facile ma anche l&#8217;illusionismo intellettuale. Intendo dire che ci sono DUE forme di bovarismo (&#8220;<em>se concevoir autre qu&#8217;il n&#8217;est</em>&#8220;, secondo la formula di de Gaultier) in Flaubert. Un bovarismo sentimentale e uno intellettuale, ma entrambi trovano una fonte di alimentazione nella lettura di libri. Di Emma è noto il rapporto distorcente sulla sua personalità scaturito dalla lettura dei libri. La stessa cosa succede a Rosanette che scrive a Béranger (che evidentemente ha letto) per avere suggerimenti e conforto alle sue <em>affres</em> sentimentali. E d&#8217;altra parte cosa faceva l&#8217;estremista socialista Sénécal? Leggeva! E come? Ecco la frase di F. «et il cherchait dans les livres de quoi justifier ses rêves» (e cercava nei libri come giustificare i suoi sogni). Puro bovarismo intellettuale! Per entrambi F. nutre in fondo disprezzo intellettuale e comunque questo rapporto distorcente coi libri troverà completamento artistico e apoteosi sinistra nei due lettori compulsivi B&amp;P.</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Tout se tient</em>. Flaubert, lo si scorda spesso, è un artista sommo, ma anche uno scrittore &#8220;intellettuale&#8221;. In <em>ES </em>questo secondo Flaubert è in pieno splendore, e ancor più lo sarà in B&amp;P. Ma man mano che procede in questo itinerario passa dall&#8217;esplorazione del cuore (Emma) a quella del cervello e cuore (Frédéric) a quella del cervello solamente (B&amp;P). Escludo il Flaubert orientalista in questa analisi, perché nell&#8217;Oriente Flaubert orienta (bisticcio volontario) il sogno e <em>la rêverie</em>. Lì in Oriente non c&#8217;è dissidio, tutto è immediato e non mediato, è natura non civiltà, e se è civiltà è civiltà morta, ha il fascino delle cose morte. Alberto Cento [<em>Il realismo documentario dell&#8217;Éducation sentimentale</em>] scrive una frase significativa: « A Salammbô concedeva tutto ciò che negava a Emma». Nell&#8217;Oriente Flaubert era fuori di sé e dunque non vedeva contraddizioni e insufficienze. Era quando tornava da questo sogno purpureo e gemmato che si sentiva costretto a vivere in un mondo e tra gente che lo stomacavano. Odiava il presente e i suoi abitanti e adorava il passato, l&#8217;Oriente e la storia come una forma di stordimento dell&#8217;io. Il suo oppio. Da qui molti contrasti e ironie. C&#8217;è molta ironia da disagio in lui&#8230; l&#8217;ironia dell&#8217;adattamento dell&#8217;ideale nel reale o piuttosto di una caduta rovinosa dell&#8217;ideale nel banale quotidiano. Come non amarlo?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/uccidi-il-semicolto-che-e-in-te/">Uccidi il semicolto che è in te</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Il &#8220;giallo&#8221; non è letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2024 11:08:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E' una forma sofisticata e prolissa di intrattenimento. La letteratura, per essere tale, deve avere qualcosa da "dire", e poco da "risolvere". </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-giallo-non-e-letteratura/">Il &#8220;giallo&#8221; non è letteratura</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho statistiche a disposizione ma tiro a indovinare che <strong>metà della produzione romanzesca di oggi in Italia è basata su &#8220;intrecci di risoluzione&#8221;: gialli, thriller, detective stories, noir</strong> che dir si voglia.</p>



<p>In Italia fino a pochi decenni fa siamo stati refrattari a questo genere di procedimento narrativo per la ragione che la nostra letteratura è stata sempre &#8220;exclusive&#8221; (Arbasino <em>dixit</em>) ossia &#8220;alto di gamma&#8221;, preziosa, ricercata, mandarinesca, destinata agli <em>happy few</em>; di fatto priva, almeno fino agli anni &#8217;60 del secolo scorso, di un pubblico di massa, cui rivolgersi anche con una letteratura di genere. Ma c&#8217;è stato anche un impedimento, diciamo così, &#8220;antropologico&#8221; alla diffusione del giallo. <strong>Il poliziesco si basa su una preoccupazione protestante: assicurare alla giustizia di un Dio veterotestamentario il colpevole, mentre nel nostro Paese cattolico e indulgente c&#8217;è sempre stata una complicità antropologica col reo, col &#8220;Caino che nessuno deve osare toccare&#8221;, figurarsi a metterlo al centro di una caccia, foss&#8217;anche narrativa</strong>. (È una spiegazione pungente che Laura Grimaldi, responsabile storica del giallo Mondadori, dava in un’intervista che non sono riuscito a segnare).</p>



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<p>Occorre subito aggiungere, circa la scarsa diffusione del &#8220;giallo&#8221;, penetrato in Italia solo a partire dagli anni &#8217;30 del secolo scorso, che esso prende nome dal colore della copertina con cui Mondadori confezionava i libri, ma in sé il giallo ricomprende crime stories, detective stories, thriller, noir, ecc. <strong>Il fatto in sé singolare è che il genere era solo d&#8217;importazione, non veniva praticato da autori italiani</strong> (salvo Scerbanenco, milanese di origine ucraina), non aveva scuole locali e pertanto non si declinava troppo in generi e sottogeneri, e non si perdeva quindi in sottigliezze nominalistiche. È noto che i nomi seguono le cose, secondo alcune suggestioni, e che scarseggiano laddove c’è poca varietà, mentre abbondano laddove c&#8217;è profusione: vedi i mille modi degli eschimesi di chiamare ciò che noi riassuntivamente e sbrigativamente chiamiamo &#8220;neve&#8221;.</p>



<p>Lo dico subito: io non amo il genere &#8220;giallo&#8221;. Credo di aver letto in vita mia, e solo per lo scrupolo di coprire una lacuna intellettuale più che per un reale interesse, non più di quattro esemplari del genere (un poker di &#8220;Gialli Mondadori&#8221;). <strong>Dopodiché non ho avvertito più il bisogno di leggerne altri, neanche sotto l&#8217;ombrellone</strong>. Aggiungo che credo di non essere uno snob: ho letto da giovanissimo Gramsci e verso la cosiddetta &#8220;letteratura industriale&#8221; ho mostrato sempre la dovuta attenzione &#8220;demopsicologica&#8221;, necessaria per comprendere l&#8217;estetica di massa, <strong>partendo dal presupposto che di questa massa faccio parte.</strong> Non ho neanche pregiudizi verso i generi: spesso più che una gabbia o un limite sono una sfida per gli scrittori di vaglia.</p>



<p>Le mie obiezioni verso il genere giallo collimano in parte con quelle espresse con caparbietà ed eleganza da Edmund Wilson ne <em>Il cronista letterario</em> (una raccolta di scritti a cura di G.Cherchi, Garzanti 1992), che ho letto &#8220;dopo&#8221; essermi fatto delle convinzioni personali, <strong>e che attestano sostanzialmente che il genere poliziesco altro non è che un gioco come un cruciverba o una sciarada: un intrattenimento</strong>. Ho qualche lettura poi nel campo della narratologia, che metto subito al servizio delle mie riflessioni: <strong>il giallo mi sembra il brillante risultato della intersezione di due macrostrutture narrative: a) il &#8220;romanzo d&#8217;assedio&#8221;; b) l'&#8221;intreccio di risoluzione&#8221;.</strong></p>



<p>Di tutte le analisi narratologiche sull&#8217;intreccio che sono state proposte nell&#8217;intento di afferrare questo proteiforme manufatto letterario che è il romanzo, almeno due mi sembrano esaustive e definitive. La prima è quella di Franco Ferrucci, (<em>L&#8217;assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi narrativi</em>, Mondadori 1991), il quale ritiene che tutti i possibili intrecci, stringi stringi, si riducono a due archetipi narrativi: <strong>il romanzo d&#8217;assedio e il romanzo di peregrinazione (<em>nostos</em>, ritorno), il romanzo da fermi e il romanzo in movimento</strong>, ovvero l&#8217;<em>Iliade</em> e l&#8217;<em>Odissea</em>. Non è difficile accogliere favorevolmente l&#8217;estrema e azzardata riduzione di tutti i possibili intrecci narrativi a queste due modalità: è indubbio, solo per fare qualche esempio, che <em>Le relazioni pericolose</em> di Laclos è un romanzo d&#8217;assedio e che il <em>Tom Jones</em> di Fielding è un romanzo di peregrinazione, che <em>Sulla strada </em>di Kerouac appartiene al secondo tipo e <em>Gli indifferenti</em> al primo. Ancora: non vi sarà difficile ascrivere <em>Le affinità elettive</em> di Goethe e <em>Il Nome della rosa</em> di Eco ai romanzi d&#8217;assedio e <em>Gil Blas</em> di Lesage e il <em>Don Chisciotte</em> ai romanzi di peregrinazione. E così via.</p>



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<p>Questa brutale semplificazione ci è di grande <strong>aiuto per riconoscere di primo acchito l&#8217;immagine complessiva di un romanzo</strong>, ciò che resterà come un fosfene negli occhi chiusi del lettore che ha finito di leggere un romanzo. Questa immagine è <strong>la macrostruttura su cui poggia tutta la narrazione</strong>.</p>



<p>I tedeschi chiamano <em>Kammerspiel</em> (tragedia da camera<strong>) il romanzo da fermo, e, per certi versi, il giallo è un perfetto <em>Kammerspiel</em>.</strong> Provate a scrivere un romanzo che si svolga tutto per linee interne e in spazi ristretti: indubbiamente dovreste essere molto bravi, perché non verrà in vostro soccorso né l&#8217;azione né l&#8217;avventura; ma potreste raccogliere frutti molto più succosi, di grande fascinazione e forte potere di attrazione: avete trasformato una &#8220;tragedia da camera&#8221; nella &#8220;stanza della tortura&#8221;, graditissima al lettore. Tenere incastrato il lettore in una stanza chiusa come in <em>Dieci piccoli indiani</em> (uno dei miei quattro gialli) o in una piccola città termale come avviene nei romanzi di Jane Austen o in un appartamento romano come <em>Gli indifferenti</em> di Moravia; e beh, non è cosa da poco<strong>. Avete utilizzato l&#8217;effetto cric: minimo sforzo (quanto ad azione e movimento) ma massimo rendimento</strong>. Avrete scritto un romanzo rinunciando al &#8220;romanzesco&#8221;, inteso come dilatazione dello spazio e del tempo tipico dei romanzi di avventura, di cappa e spada, e delle <em>Rivombrose </em>televisive.</p>



<p>Ma c&#8217;è una seconda classificazione delle macrostrutture narrative ancora più convincente che si affianca e interseca la prima<strong>. &#8220;Intreccio di rivelazione&#8221; o &#8220;di risoluzione&#8221;? Questo è il grande problema di ogni struttura narrativa</strong>. L&#8217;inventore di questa classificazione, il narratologo americano Seymour Chatman, dedica solo qualche fuggevole cenno a questi due possibili narrativi nel suo prezioso saggio <em>Storia e discorso</em> (Pratiche, Parma 1978). Secondo me sono centrali e vorrei riprenderle perché costituiscono il cuore di qualsiasi narrazione.</p>



<p>Ma di cosa si tratta?</p>



<p>Partiamo dalla definizione del più intuitivo fra i due: l&#8217;intreccio di risoluzione<strong>. Prendete una detective story, un thriller, un giallo. Ecco, questo è il classico &#8220;intreccio di risoluzione&#8221;: una trama in cui occorre risolvere un teorema narrativo.</strong></p>



<p>Ora, in questa macrostruttura narrativa ciò che si mette in <strong>moto è un enigma da sciogliere</strong>, una sciarada narrativa da risolvere, come diceva Wilson. È la narrazione <em>more geometrico demonstrata</em>, <strong>è <em>l&#8217;esprit de géometrie</em> del meccanismo di risoluzione contrapposto all&#8217;<em>esprit de finesse</em> del meccanismo di rivelazione</strong> (una narrazione che svela un io, un ambiente, un&#8217;epoca). Come nel romanzo di movimento il potere d&#8217;attrazione è assegnato principalmente all&#8217;azione, così nel romanzo di risoluzione tutto il potere è assegnato all&#8217;intreccio, alla capacità che avrete nel predisporre tale &#8220;ordigno&#8221; narrativo, nel portarlo a maturazione e nel saperlo sciogliere secondo principi logici ferrei. <strong>Qui: «Che cosa accadrà?», è <em>la</em> domanda unica del concatenamento delle vostre sequenze narrative.</strong></p>



<p>Ma occorre intendersi: i romanzi con intreccio di rivelazione, poniamo <em>Madame Bovary</em> o <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> di Flaubert o altri ancora, non sono inerti macchine narrative dove il disvelamento di un ambiente o di una psicologia nulla concedono all&#8217;intrigo, all&#8217;incatenamento logico delle sequenze narrative, alla <em>suspense</em>. Se guardiamo più da vicino questi due romanzi scorgiamo che <em>Madame Bovary</em>, a differenza dell&#8217;<em>Educazione</em>, è un romanzo più strutturato, che segue principi quasi di &#8220;risoluzione&#8221;, mentre l'&#8221;<em>Educazione</em>&#8221; è totalmente &#8220;piatto&#8221; e nulla concede ai concatenamenti e agli sviluppi dell&#8217;azione. <strong>Il primo sembra obbedire alla regola per la quale all&#8217; inizio del romanzo &#8220;tutto è possibile, a metà le cose divengono probabili, alla fine tutto diventa necessario</strong>&#8220;. C&#8217;è dunque una forma di &#8220;risoluzione&#8221; anche nei romanzi di &#8220;rivelazione&#8221;, ed è data dalla curvatura del racconto. La sapiente messa in tensione di tutto il materiale narrativo che culmina nel suicidio di Emma garantisce questi esiti nella <em>Bovary</em>. Nell&#8217;<em>Educazione</em> invece, Flaubert, <strong>che inseguiva un suo tipo di romanzo &#8220;sul niente&#8221;, ossia senza oggetto specifico, senza appigli esterni e senza un tema centrale, inanella una <em>suite</em> di scene «dove non &#8220;succede&#8221; nulla» e la domanda «Che cosa accadrà?», resterà sempre insoddisfatta</strong>, essendo l&#8217;ultima preoccupazione dell&#8217;autore.</p>



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<p>A pensarci bene la vita di tanti di noi non è affatto romanzesca e <strong>si svolge piuttosto secondo gli schemi dell&#8217;<em>Educazione</em> che della <em>Bovary</em></strong>: una sequela di atti che non si incardinano in scene madri, che non hanno un crescendo e che finiscono senza botti. Flaubert era cosciente di tutto ciò. Scriverà all&#8217;amica Mme Roger Des Genettes nell&#8217;Ottobre 1879: «Perché questo libro [l&#8217;<em>Educazione</em>] non ha avuto il successo che attendevo? [&#8230;] È un libro troppo vero e, esteticamente parlando, gli manca una cosa: <strong>la falsità della prospettiva</strong>. A forza d&#8217;aver bene congegnato il piano, il piano è scomparso. <strong>Ogni opera d&#8217;arte deve avere un punto, una sommità, deve fare la piramide, o meglio la luce deve cadere su un punto della superficie</strong>. Ora, niente di tutto ciò nella vita. <strong>Ma l’arte non è la natura!».</strong> Ogni narrazione <strong>deve fare la piramide</strong>, deve avere una punta, che coincide con la <em>spannung</em> dei tedeschi e il <em>dénouement</em> dei francesi: <strong>tutte le linee narrative devono convergere in un punto, da dove procedere per lo <em>scioglimento</em>.</strong></p>



<p>Nel &#8220;giallo&#8221;, ahimè, <strong>non accade altro che questo:</strong> un intreccio di risoluzione che fa coincidere <em>il</em> fine e <em>la</em> fine della storia, del <em>plot</em>.</p>



<p>Occorre subito aggiungere, per altro verso, che l&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221; non si nega a istanze di rivelazione. <strong>C&#8217;è chi afferma anzi che il thriller oggigiorno è il nostro vero &#8220;romanzo sociale&#8221;</strong>, che dietro le trame di Dashiell Hammett, di Georges Simenon, di Jean-Claude Izzo o del nostro Camilleri <strong>v&#8217;è un lavoro segreto di &#8220;disvelamento&#8221;, di rivelazione appunto, di ambienti sociali, di universi locali e di psicologie che non occorre sottovalutare rispetto al mero plot</strong>. Non c&#8217;è solo l&#8217;intrattenimento dell&#8217;intrigo ma un contenuto di &#8220;rivelazione&#8221; non sminuito dall&#8217;attesa ovvia del lettore che venga soddisfatta la domanda: «Che cosa accadrà?». <strong>Anzi diciamo che lo scrittore scaltro che ha adottato questo tipo di intreccio, gabba l&#8217;ipocrita lettore ammannendogli il giochino del «giallo», per poi fare nei fatti ciò che vuole</strong>. Accetta una convenzione per disattenderla nei fatti.</p>



<p>Ciò detto, c&#8217;è chi afferma &#8211; il sottoscritto per l&#8217;occasione &#8211; <strong>che il dominio assoluto della trama in questo genere di narrazioni è una forma di asservimento abnorme a quelle necessità ludico-combinatorie che inevitabilmente comporta l&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221;.</strong></p>



<p>Quel che mi preme soprattutto sottolineare e che mi allontana da questo genere è che nei «gialli» <strong>il primo morto è innanzitutto l’autore</strong>; che in essi l&#8217;autore rinuncia a se stesso e noi lettori non acquisiamo un nuovo punto di vista sul mondo legato alla sua personale percezione. <strong>Guadagniamo il gioco e perdiamo il giocatore</strong>: perdiamo soprattutto lo <em>sguardo</em> dell&#8217;autore (che se è tanto icastico e perentorio, definiamo perciò: pirandelliano, tolstojano, dostoevskiano, shakespiriano o anche brancatiano ecc). <strong>Accettando il gioco rinunciamo alla conoscenza; ci divertiamo</strong> (nel senso etimologico del termine), sarà una “<em>passive diversion</em>&#8221; dirà il sommo Francis R. Leavis<strong>) ci distraiamo, e non portiamo nulla o poco a casa, ossia nessuna nuova acquisizione sulla vita, sul mondo e su noi stessi.</strong> Perché la letteratura è principalmente questo: una forma di conoscenza. Insomma, <strong>in questo tipo di intrecci non &#8220;ci si serve&#8221; della trama, ma &#8220;si serve&#8221; la trama</strong> (uso un&#8217;espressione tratta dal bel libro di Cesare De Marchi: <em>I romanzi. Leggerli, scriverli</em>, Feltrinelli, 2008): <strong>la trama diventa il fine e non il mezzo, e l&#8217;autore si eclissa al suo cospetto</strong>.</p>



<p>Concludo aggiungendo, al fine di guardare la questione sotto tutti i punti di vista, <strong>che ciò è vero solo in parte e che ogni impedimento può diventare un giovamento per i grandi artisti</strong>. Rammento infatti che uno scrittore assolutamente geniale come <strong>Carlo Emilio Gadda per uscire dal sublime ma «inconcludente» (nel senso che non riusciva a chiuderle!) manierismo delle sue precedenti opere di &#8220;rivelazione&#8221;</strong> (<em>La cognizione del dolore</em> prima fra tutte<strong>) ha dovuto ricorrere in <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> proprio all&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221;</strong>, all&#8217;inchiesta commissariale, e «concludere» finalmente un&#8217;opera. Ma di Gadda ci resta però uno &#8220;sguardo&#8221; (barocco è il mondo, e lo <em>gliuommero </em>non è di don Ciccio Ingravallo ma di tutti noi), una personale visione del mondo che non si perde al servizio dell&#8217;inchiesta commissariale di don Ciccio: era scrittore, prima che narratore, l&#8217;Ingegnere, aveva qualcosa da <em>dirci</em> e nulla da <em>risolvere</em>.</p>



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