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	<title>Gaza Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il Black Friday dopo Gaza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 09:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni regime egemonico produce la propria innocenza; il capitalismo contemporaneo la produce attraverso la soggettivazione, o in altri termini, lo “scrolling” compulsivo: Gaza → pubblicità → Gaza → sneakers in saldo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo Gaza, il Black Friday: rituale consumistico globale, emblema di una quotidianità costruita su desideri immediati, riflessi condizionati, promesse di felicità a breve durata. La distruzione programmata di una popolazione non è un evento compatibile con la vita ordinaria, si dirà. Eppure, nella nostra condizione attuale, la vita quotidiana sembra aderirvi perfettamente. La nostra partecipazione passiva – lo scroll, il commento, l’indignazione a tempo determinato – è <em>strutturalmente</em> modellata dagli stessi meccanismi che regolano il Black Friday – o meglio, che regolano il capitalismo affettivo: impulsi brevi, saturazione, distrazione. L’ordine dei nostri feed racconta più dell’ordine del mondo. È in questo intervallo – fra un’istantanea di Khān Yūnis e una promozione per un aspirapolvere – che si misura la forma contemporanea dell’<em>ideologia</em>: ciò che Gramsci avrebbe chiamato la “naturalizzazione” del potere.</p>



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<p>Intorno al 1933, durante la sua prigionia fascista, Gramsci annotava nei Quaderni del carcere, precisamente nel quaderno n. 16, una domanda: «cosa significa dire che una certa azione, un certo modo di vivere, un certo atteggiamento o costume sono “naturali” o che essi invece sono “contro natura”?» [1]. Questa domanda, a ben guardare, rappresenta ancora oggi l’intera posta in gioco della critica culturale. La <em>natura</em> intesa da Gramscinon riguarda un dato ecologico o biologico – o almeno non direttamente – ma un <em>dispositivo</em> politico. Nello specifico, «l’insieme dei rapporti sociali che determina una coscienza storicamente definita» [2]. Ogni potere, per mantenere il dominio, deve far coincidere l’ordine del suo universo produttivo con l’ordine del mondo, e presentare quindi come “naturale” ogni costruzione storica che lo sostiene. Deve, cioè, far passare per inevitabile, per “dato di fatto”, ciò che è invece costruito, contingente, reversibile. Il capitalismo è, per questo motivo, la più efficace <em>naturalizzazione</em> della storia: il sistema che più di ogni altro ha saputo far passare per leggi di natura i propri meccanismi di produzione, concorrenza e accumulazione. Ogni regime egemonico produce la propria innocenza; il capitalismo contemporaneo la produce attraverso la soggettivazione, o in altri termini, lo “scrolling” compulsivo: Gaza → pubblicità → Gaza → sneakers in saldo. Il nostro modo di percepire il mondo viene abituato a tradurre tutto in un flusso di segnali equivalenti. È questo scivolamento a fare emergere la coincidenza inquietante tra la <em>distruzione</em> – di qualsiasi genere – e il funzionamento automatico della nostra <em>vita quotidiana</em>. La tragedia solo come differente modulazione del consumo, quindi, mai come sua <em>negazione</em>.</p>



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		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



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<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



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<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



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<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/israele-e-lapocalisse/">Israele è l&#8217;Apocalisse</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>In Palestina, esistere vuol dire resistere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 08:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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		<category><![CDATA[Valle del Giordano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di colonizzazione israeliana della Valle del Giordano e la storia di resistenza di una famiglia di pastori, circondata da Israele. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/in-palestina-esistere-vuol-dire-resistere/">In Palestina, esistere vuol dire resistere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 5% della Valle del Giordano è ancora Palestina. Per il restante 95% parlare di Palestina è più un vezzo politico. La colonizzazione della VdG, ormai quasi completata, rientra in un piano militare preciso e rivendicato esplicitamente da Israele. Gli israeliani lamentano infatti di non avere un confine naturale che li separi dai loro vicini a est, gli “arabi jihadisti”. Abba Eban, ex ambasciatore di Israele presso gli USA, dichiarava che Israele senza <strong>la Valle del Giordano fosse come un campo di concentramento lungo e stretto, un carcere nel quale gli ebrei attendono con rassegnazione una morte inevitabile e violenta</strong>. Il confine che rivendicano è il fiume Giordano, un rivolo di acqua battesimale &#8211; attraversabile a piedi, o alla peggio asfaltabile in mezza giornata per il passaggio dei cingolati &#8211; che offre una protezione di gran lunga inferiore rispetto alle tre mandate di recinsione elettrizzata e filo spinato che ad oggi già separano la Palestina controllata da Israele e la Giordania. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Heart of the Matter: The Jordan Valley Is the Future of the Zionist Endeavor" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/JeAqg5VhiiM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Shottino ogni volta che il vecionostro influencer dell&#8217;IOF dice Jordan Valley. Curioso come la zona abitata da più tempo nella storia del mondo venga presentata come vuota e a disposizione.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;<br><br>La conquista di questo confine naturale è servita fin da subito come pretesto per la strategia di colonizzazione israeliana, che si fonda sull’abuso di una clausola degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo#:~:text=In%20sostanza%2C%20gli%20accordi%20chiedevano,creazione%20dell'Autorit%C3%A0%20Nazionale%20Palestinese.">accordi di Oslo</a>, ovvero che Israele, in casi di estrema necessità e pericolo, può fondare accampamenti militari <em>temporanei </em>nell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo diretto militare e civile di Israele), della durata di massimo 5 anni. Ovviamente <strong>la quasi totalità dell’area C nella Valle del Giordano ospita accampamenti militari <em>permanenti</em></strong>, immersi in vastissime zone militari ad accesso vietato, interrotti solo da colonie o avamposti illegali di israeliani.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Diverso è il discorso per l’area A, il territorio autonomo in mano all’Autorità Palestinese. Israele non può, in teoria, intervenire direttamente in quest’area, ma produce pretesti per farlo comunque. Come quelli prodotti per le frequenti incursioni e demolizioni nei campi profughi, come quello di Jenin recentemente sgomberato e distrutto &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/January_2023_Jenin_incursion">la situazione a Jenin è drammatica</a>: al cimitero, come ci raccontano, hanno imparato a lavorare d&#8217;anticipo dopo il <a href="https://www.hrw.org/reports/2002/israel3/israel0502-05.htm">massacro del 2002</a>: scavano fosse preventive per le vittime della caccia al “terrorismo”, per non essere impreparati. <strong>In tutta la Cisgiordania l’area A, infatti, si concentra intorno alle grandi città, verso le quali Israele sta provando a spingere i palestinesi sparsi sul territorio</strong>. Qualche piccola macchia d’autonomia, più o meno grande, la si trova anche qua e là, scollegata rispetto ai centri urbani. Il giornalista palestinese con il quale entriamo in contatto a Gerusalemme Est decide di portarci a visitare uno di questi piccoli territori. Si trova nella VdG, per l’appunto, ed è proprietà di un suo amico, un pastore che, per sua fortuna o sfortuna, ci abita insieme alla moglie e i nove figli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Percorriamo in macchina la strada che parte dalla palestinese Gericho &#8211; la città abitata da più tempo al mondo &#8211; e costeggia parallela il fiume Giordano. Si vedono sulla destra le montagne della Giordania, abitate a chiazze, sviluppate e urbanizzate. Danno l’aria di essere un posto come tanti altri nel Medio Oriente, come avrebbe potuto essere la Palestina. Intorno a noi il panorama è ben più inquietante. <strong>Ogni 100 metri, ai bordi della carreggiata, a destra e a sinistra sventolano parallele due grandi bandiere israeliane</strong>; ogni vallata che incrociamo ha al centro una bandiera israeliana, ogni collina l’ha in cima, se al suo posto non c’è invece direttamente una colonia illegale. A immense distese verdi di palme da datteri, recintate e avvolte nel filo spinato – coltivate da israeliani perciò -, si alterna qualche campo palestinese, sempre aperto, perlopiù di grano, sedani, zucchine. Per il resto deserto e strada. Per la strada &#8211; <strong>Route 90</strong> si chiama – le targhe sono sia gialle che verdi, sia di palestinesi che di israeliani perciò, questi ultimi o coloni o turisti qualsiasi, in quella che considerano la regione israeliana della West Bank. Ogni tanto ci si ferma a un checkpoint militare, alle intersezioni più grandi; le macchine si arrestano, i bambini con le kippah nei sedili posteriori salutano i militari, su incitazione dei padri alla guida, i militari ricambiano sorridenti. &nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-2235" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-300x300.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-150x150.jpeg 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-768x768.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-600x600.jpeg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-100x100.jpeg 100w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map.jpeg 1240w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br>Arriviamo a destinazione, una piccola fattoria di un centinaio di pecore, qualche tenda da beduino, tre grosse cisterne per l’acqua. C’è un trattore, ma non c’è nessuna macchina parcheggiata. Una ne avevano e gli è stata rubata di notte, qualche settimana prima. Gli ovili sono un po’ fatiscenti, le pecore riescono a uscire e andare dove vogliono, scorrazzano come i cani-pastore della famiglia, ma per istinto di gregge stanno perlopiù vicine. Non si arrischiano mai ad andare <strong>nella grande strada asfaltata che costeggia la fattoria e che unisce due enormi accampamenti militari, a destra e a sinistra della casa</strong>. Saranno a 1km di distanza l’uno dall’altro, entrambi visibili dalla casa, che si trova perfettamente al centro. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per questo, la strada è attraversata da veicoli militari, spesso vuoti, e da gruppi di giovani soldati che fanno jogging, con le casse sparate. Sulla collina che sovrasta l’accampamento di sinistra c’è una colonia. Dietro la casa palestinese, a 300 metri circa, c’è un enorme impianto elettrico, in cima a un’altra collina. Alimenta tutti gli edifici militari e civili israeliani nei dintorni, tranne la fattoria, che tira avanti invece con pannelli solari e batterie<strong>. L’impianto elettrico serve anche per illuminare a giorno la grande strada di fronte alla casa, con un numero quasi ironico di lampioni uno a fianco all’altro.</strong> Non c’è nessun motivo per cui questi lampioni debbano puntare verso un lato o l’altro della strada, verso la casa o verso la terra deserta all’altro lato della strada. <strong>Ovviamente puntano verso la casa</strong>, inondandola di luce durante la notte.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Nella fattoria abita la famiglia di cui sopra, <strong>circondata da Israele</strong>. Come per tutte le case palestinesi, le cisterne d’acqua sono una necessità. La fattoria aveva le proprie condutture, connesse a una sorgente vicina. Sono state staccate dall’esercito, ed è stato intimato alla famiglia di non ricollegarle e di non scavare pozzi, pena lo sgombero. <strong>Quello dell’acqua è lo strumento più efficace nelle mani di Israele per rendere la vita impossibile ai palestinesi, in particolare quelli che non può cacciare con la forza</strong>. Perché questa fattoria non può essere ufficialmente toccata, i militari non possono raderla al suolo, sgomberarla. È un piccolo lembo di zona A, sotto il controllo civile e militare, perciò, dell’Autorità Palestinese. <strong>Tutto quello che possono fare, e fanno, è circondare, vessare e intimidire costantemente chi ci abita</strong>; o direttamente tramite la costruzione di queste infrastrutture militari, oppure finanziando e supportando i coloni più radicali che abitano nei paraggi, guidati dallo scopo messianico di liberare quella terra, e che fanno tutto ciò che Israele non potrebbe mai fare apertamente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ai palestinesi non rimangono tante alternative, <strong>se non resistere e sopportare, quanto più a lungo possibile</strong>. <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/existence-is-resistance/">Existence is resistance</a></em>. Non hanno alternative legali. Possono sì appellarsi a una manciata di diritti, ma di circostanza, e spesso senza alcun risultato, come lamentarsi della distruzione dei pannelli solari quando l’ordine di demolizione impugnato dall’esercito prevedeva di radere al suolo soltanto la casa o la fattoria. In Palestina, come ripetono spesso i palestinesi, la legge è come se non esistesse, o meglio esiste e funziona benissimo, ma solo se sei israeliano. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Il giornalista di Gerusalemme Est e il pastore si conoscono molto bene. Sono amici di lunga data. A dire il vero in molti conoscono il pastore, è una figura ben nota nella VdG. Circola un video di lui che scaccia da casa propria, disarmato, dei coloni armati, venuti a intimidirlo. Il giornalista ci spiega che è un uomo ben posizionato e rispettato all’interno della comunità, probabilmente avrebbe una vita più semplice se decidesse di andarsene, di spostarsi da qualche cugino, o in qualche grande città. Avrebbe appoggi e assistenza assicurata. <strong>Non ha alcuna intenzione di farlo però</strong>. <strong>La sua resistenza non si basa su altro che continuare ad esistere, non muoversi, provare a fare la stessa vita di sempre, mentre l’esercito più potente del mondo prova in tutti i modi a farlo crollare, a rendergli la vita impossibile, a terrorizzarlo</strong>; mentre ogni giorno gli sfilano davanti le macchine da guerra degli invasori della sua terra, seguiti dai giovani soldati che si addestrano per andare in guerra contro la sua gente, mentre ogni mattina porta a spasso le pecore sul lembo di terra che ancora gli è concesso di pascolare – ogni anno più piccolo &#8211; e dove un tempo abitavano le 14 famiglie dei suoi fratelli e vicini di casa, sgomberati per fare spazio a qualche collina artificiale ricoperta di bossoli e granate esauste – campi d’addestramento per l’esercito di occupazione.</p>



<p>Lo accompagniamo al pascolo. Insieme a noi qualche attivista internazionale non-violento, che spesso accompagna il pastore e lo aiuta a sorvegliare la casa di notte. Ci raccontano un po’ di quello che sta succedendo nella VdG e del loro lavoro. Saliamo sulla montagna più alta. <strong>Ogni costruzione in mezzo al deserto che vediamo intorno a noi è Israele</strong>: distese di pannelli solari, accampamenti militari, colonie, impianti elettrici. Un deserto militarizzato e hi-tech. Sulla collina opposta vediamo un pastore colono con le pecore, ci dicono che quando capita di incrociarlo da vicino non finisce mai bene. Sulla collina opposta c’è una grande stella di David in ferro battuto, segnala una postazione di cecchini, all’ingresso di una colonia illegale. Vediamo qualche quad di coloni che ne esce, ci allarmiamo, ma siamo gli unici del gruppo, nessun altro se ne cura più di tanto. Hanno riconosciuto subito i loro abiti da turisti, vanno solo a farsi qualche salto sulle dune piene di bossoli dove un tempo abitavano le 14 famiglie.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2238" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le dune, saranno 20mq. La loro costruzione ha richiesto lo sgombero forzato di 14 famiglie.</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2239" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg 461w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-135x300.jpg 135w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure>
</div>


<p><br>Scendendo il pastore ci chiede esplicitamente aiuto, <strong>vuole che l’Italia lo aiuti</strong>, dice che ha piovuto poco quest’anno e hanno poco terreno da pascolare, la maggior parte della terra intorno è militarizzata e inaccessibile. Molte pecore moriranno di fame quest’estate, e la sua famiglia campa solo di pecore e formaggio. Sono così preziose ormai che non le mangiano neanche più. Dice che senza aiuto potrà durare al massimo 1 anno o 2. Poi anche lui se ne dovrà andare. Non sappiamo bene cosa rispondergli.</p>



<p><br>Di nuovo giù a casa ci chiede un aiuto per scavare una buca per il cesso chimico, a noi e agli attivsti. <strong>Non ne avrebbe il diritto, dovrebbe chiedere un permesso che non gli concederebbero.</strong> <strong>Neanche per la merda</strong>. È un bel momento, forse tra i più belli di tutto il nostro soggiorno in Palestina. Il sole sta calando, ad aiutarci ci sono anche i suoi figli e le sue figlie, già autonomi e indipendenti alle loro varie età, alcune anche tenere. Ogni tanto si sente il suono di un veicolo che si avvicina e lo sguardo del padre si incupisce, ci fa sedere tutti per terra, restiamo in silenzio finché il rumore non si allontana. Poi di nuovo in piedi a scavare e scherzare senza una lingua comune.<br> <br>Riaccompagniamo al crepuscolo gli attivisti internazionali verso la loro sede. In macchina il giornalista ci racconta dei piani di Israele. <strong>Ci dice che vogliono unire le varie colonie illegali fuori Gerusalemme l&#8217;una all&#8217;altra, fino al Mar Morto, per dividere la Cisgiordania in due, nord e sud</strong>. I Palestinesi potranno passare solo attraverso un tunnel sotterraneo. Gerusalemme sarà a 30 minuti di macchina dal Mar Morto invece. La strada che stiamo percorrendo invece, la 90, quella piena di bandiere israeliane &#8211; una delle ultime accessibili sia a palestinesi che israeliani &#8211; <strong>diventerà un’autostrada, accesso solo per le targhe gialle</strong>. Da essa si staccheranno varie strade come rami, a separare le comunità palestinesi tra di loro, e unire invece le colonie all&#8217;autostrada, a Gerusalemme, al resto di Israele.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg 725w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-212x300.jpg 212w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-768x1085.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-1087x1536.jpg 1087w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-600x848.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Questa era la situazione, già disastrosa, nel 2020. E&#8217; difficile trovare mappe aggiornate fatte bene. La velocità della colonizzazione è aumentata sensibilmente già all&#8217;indomani del 7/10, per via dell&#8217;eccezionale distrazione dell&#8217;attenzione internazionale.</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Vediamo adesso il vero colore di quelle vallate, le chiazze di terra nera che vedevamo ai bordi delle strade sotto le bandiere. Sono le vecchie comunità palestinesi, i vecchi accampamenti di quelli che non ce l&#8217;hanno fatta, che a un certo punto se ne sono andati, lasciandosi tutto alle spalle. A destra e a sinistra, sono molte. Il colore della terra sotto le bandiere è nero di fuliggine, è l&#8217;ultima testimonianza delle famiglie ormai disperse. <strong>Su tutte sventolano, a conquista, le stelle di David bianche e blu</strong>. Il giornalista ci parla di ognuna di esse, dice quanti animali avevano, quante persone ci abitavano; dice poi: &#8220;now they are theirs&#8221; (adesso appartengono a loro).<br><br>Per strada spuntano anche le colonie, rigogliose, protette da alti fili spinati, coperte da pannelli solari, chiazzate di prati verdi. Vita tranquilla e spensierata di periferia, si sente l&#8217;acqua che scorre nel deserto, <strong>non ci sono cisterne</strong>. Ogni tanto un checkpoint. Come prima le macchine si fermano, i bambini israeliani salutano, i militari sorridono.</p>



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<p></p>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
		<link>https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
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<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



<p></p>



<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<p>&nbsp;</p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Palestina serve un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e, scortato dai media, mostri l’altra guancia ai coloni israeliani.</p>
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<p>Anzitutto una premessa, il fatto che alla Palestina serva una figura simile al <strong>Mahatma Gandhi</strong> o a <strong>Nelson Mandela</strong>, i paladini da stencil della protesta non-violenta, della disobbedienza civile, non significa che ciò sia quel che la Palestina si merita. La Palestina e i palestinesi si meriterebbero che la maggior parte degli ebrei di Israele lasciassero la Terra Santa, si rimescolassero ai loro connazionali europei e americani, magari nel frattempo guariti dal virus dell’antisemitismo, e che venisse loro accordato un risarcimento, probabilmente inquantificabile, per i danni subiti negli ultimi 70 anni come conseguenza di una guerra fratricida tra i popoli europei. Questo è quello che i palestinesi, probabilmente, si meriterebbero, se a determinare la storia non fossero i rapporti di forza, ed è anche lo scopo che la maggior parte delle frange estremiste si sono prefissate di raggiungere tramite <strong>la lotta armata e indiscriminata contro gli israeliani, concepiti, per il fatto stesso di trovarsi in territori occupati, come colpevoli invasori</strong>, anche se trascorrono vite innocenti e serene, protette da mura ad alta tensione e guardie giurate dell’esercito.   </p>



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<p><br><br>Ma è una soluzione troppo ambiziosa se considerata<strong> la disparità di mezzi tra le due parti in causa</strong>. Mezzi che Israele si sente legittimato ad usare proprio nel momento in cui subisce un attacco. Motivo per il quale ogni Intifada, ad oggi, si è conclusa con un ulteriore perdita di terreno e mezzi da parte dei palestinesi, un monte vittime sproporzionato e impietoso, numeri da rappresaglia. Per ogni israeliano morto o ferito in un’esplosione di insofferenza violenta sono morti, ogni volta, circa 10-15 palestinesi. Nella prima, del 1987, morirono 160 israeliani, e 1.100 palestinesi. Nella seconda, a fronte di 1.000 vittime israeliane ce ne furono 5.000 palestinesi. Se il 7/10, poi, ha causato circa 1.600 morti israeliani, le morti palestinesi ad oggi si aggirano intorno alle 50.000, ma sono probabilmente molte di più. Per questo motivo le strade che si profilano per la Palestina sembrano essere 3:         <br><br>1) <strong>Una lenta ma violenta occupazione da parte di Israele di tutti i loro territori</strong>, come è avvenuto in Cisgiordania dalla guerra dei sei giorni fino ad oggi, con la supervisione impotente di Fatah, che rinsecchisce progressivamente quei lembi di territorio che si possono ancora chiamare Palestina senza scadere nel ridicolo, alla quale nessuno oppone più alcun tipo di resistenza, premurandosi invece di preparare la propria vita da esiliati in Giordania o da subordinati al popolo israeliano;     <br><br>2) <strong>Una veloce eliminazione di tutto ciò che rimane della resistenza palestinese, trucidata dai droni e dalle truppe d’assalto dell’IDF (truppe di “difesa”, per l’appunto), legittimata dai tentativi di quella stessa resistenza di esercitarsi attraversi la lotta armata</strong>. Ovvero ancora altri 7/10 e ancora altre occupazioni militari della Palestina, in parte legittimate da un’opinione pubblica israeliana comprensibilmente faziosa, fino all’inevitabile vittoria totale di Israele e la sua sovrapposizione geografica a quei territori che 150 anni fa l’Inghilterra battezzò come Palestina;      <br><br>3) <strong>La nascita di un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale</strong>, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e mostri l’altra guancia ai coloni israeliani e all&#8217;esercito, avanzando, scortato dai media, nei territori occupati, esponendosi a un martirio difficile da legittimare.     <br><br>Esisterebbe anche una quarta opzione, quella di una vittoria sul campo raggiunta grazie al sostegno dell&#8217;asse della Resistenza, ma è certamente, tra tutte, la più improbabile.     <br><br>Ciò di cui la resistenza palestinese ha bisogno, piuttosto, è la disobbedienza civile. Ma non quella alla Thoreau, la distaccata e fiera non-partecipazione, con annessa accettazione stoica delle conseguenze. Israele non vedrebbe l’ora e in parte è ciò che sta già avvenendo. Ciò che serve &#8211; <strong>di nuovo non ciò che sarebbe giusto, ma che serve</strong> &#8211; è una <strong>non-violenza militante, rumorosa, mediatizzabile</strong>. Serve una bella storia, una narrazione travolgente, dai contorni misticheggianti, come solo la Terra Santa sa fornirne. Serve una figura legittimata alla violenza vendicativa da un passato di soprusi subiti, un orfano nomade, un prigioniero politico, che rinuncia però alla lotta armata in nome della pace e della integrazione, come Mandela. Oppure un mandarino che abbia saputo integrarsi a pieno nel mondo occidentale, come Gandhi, magari un CEO della Silicon Valley di origine palestinese, che rinunci ai propri privilegi per camminare scalzo tra le rovine di Gaza, raccogliendo odio e frustrazione e seminando un perdono immeritato. impietosendo nella vergogna l’opinione pubblica occidentale e israeliana.<br><br>L’Occidente conosce fin troppo bene il linguaggio della forza, sa muoversi con maestria sul piano materiale della conquista, della guerra, dell’infiltrazione tecnologica, mediatica, politica, di tutto ciò che è mondano e quantificabile. Sul questo piano, ad oggi, risulta imbattibile. Se, per frustrazione, gli si scaglia una pietra contro, sa rispondere con un arsenale di macigni. <strong>Non sa e non ha mai saputo come comportarsi, però, davanti al perdono immotivato, al martirio, a chi risponde alla sua violenza con la compassione</strong>. Le violenze perpetrate sulla popolazione di Gaza hanno diffuso l’indignazione nei confronti di Israele in tutto il mondo, ma la destra di Netanyahu ha potuto giustificare a sé e alle altre potenze coinvolte i propri abusi di potere richiamandosi al 7/10. <strong>Mostrare l’altra guancia sarebbe certo già di per sé un fallimento e un riconoscimento della legittimità dell’esistenza di Israele, persino una forma compiacente di mansuetudine, che metterebbe in una posizione di prestigio e totale discrezione l’esercito israeliano ai danni della resistenza.</strong> Qui non si tratta, ancora una volta, di cosa sia giusto o meno, ma di quali strade rimangono realisticamente a disposizione per il popolo palestinese.  </p>



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		<title>Libera stampa in libero ENI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni giornali sembrano non dare importanza alla licenza assegnata da Israele per esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni. Chissà perché...</p>
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<p><strong>“Chi cerca la verità passa per cretino”</strong>. È una citazione dallo Sciascia di <em>A ciascuno il suo</em>. Buona parte dei gruppi editoriali italiani deve averla scritta a caratteri cubitali sui muri delle redazioni. Sapete, un po’ come si faceva ai bei tempi con le frasi della Buonanima, quando Salvini non era ministro dei trasporti e i treni arrivavano in orario. Ma non divaghiamo. Anche perché, una volta tanto, la realtà ci dà conforto: secondo dati rilevati tramite l’analisi a infrarossi delle marchette che appaiono sui media della Patria, i dotati di scarso quoziente intellettivo sono un’esigua minoranza. La maggioranza brilla per acume: non ci pensa proprio, a cercare o a dar conto dei fatti scomodi. Del resto, l’intelligenza è come il coraggio: o ce l’hai, o non ce l’hai. <strong>E gli intelligenti, grazie al cielo, abbondano. Sono sparsi a macchia d’olio.</strong></p>



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<p>Anzi, a macchia di petrolio. E generoso consumo di gas, nonostante le ultime bollette. Metti ad esempio che nel nostro googlare da perdigiorno scrivessimo, putacaso, le seguenti parole-chiave: “Eni Gaza”.  <strong>Uscirebbero quattordici pagine nella sezione “tutti” e appena cinque in “notizie”, ruotanti quasi esclusivamente attorno a Gaza Marine, giacimento sottomarino da 28 miliardi di metri cubi che, leggiamo in un articolo di <em>Avvenire </em>del 27 luglio 2024, “potrebbe trasformare la vita di milioni di palestinesi, al punto di rendere questa terra martoriata un grande produttore di energia”</strong>. Sul motore di ricerca, riguardo al tesoro mezzo sconosciuto, oltre all’organo dei vescovi compaiono una manciata di testate (<em>Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, L’Indipendente, Domani, Altreconomia</em>) e vari siti pro Palestina.</p>



<p>Eppure ha rappresentato, come si dice, un caso. O almeno, ci saremmo aspettati che diventasse tale. il 29 ottobre 2023, esattamente dopo ventidue giorni dall’attacco di Hamas, Israele assegna la licenza di esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni, decisione contestata il 6 febbraio 2024 da una serie di associazioni palestinesi con una diffida a intraprendere le attività, fatta pervenire tramite uno studio legale di Boston. Di qui, per troncare subito il dibattito che poteva nascerne, la dichiarazione del 14 febbraio da parte del ministro degli esteri, Antonio Tajani, berlusconiano in assenza di Berlusconi: “Il contratto è ancora in via di finalizzazione, al momento non vi è alcuno sfruttamento di risorse”. <strong>Eni, dal canto suo, non ha commentato.</strong></p>



<p>Noi però, sempre per la cretineria di fondo che ci contraddistingue, ci siamo chiesti dove siano finiti gli altri giornali. Nonostante la crisi dell’editoria, ne escono ancora in buon numero. Ma niente: cerca che ti ricerca, sull’Eni troviamo una massa sterminata di news sul <em>green deal</em>, sulla mobilità sostenibile, sullo spot per Sanremo con Virginia Raffaele, sulle strategie del management, sulle centrali, sul Piano Mattei, magari su qualche brutto incidente e vertenza occupazionale, ma su questioncelle come gli affari nel mare di Gaza, niente. Passi il saggio glissare dei giornaloni istituzionali tipo <em>Corriere </em>o <em>Repubblica, </em>i più sagaci per antonomasia. Ma i paladini della libertà li pensavamo come noi: più fantozziani,  sciascianamente affetti da deficienza naturale. E invece sono anch’essi menti superiori: non si attardano su notiziole allo stato gassoso. <strong>Pensavate a una bella inchiestina come solo <em>Fanpage</em> sa fare, con insider sotto copertura munito di telecamerina? Macché. O magari un rigoroso <em>fact checking</em> di <em>Open</em> di Chicco Mentana? Ma quando mai. E <em>Piazzapulita </em>di Corradone Formigli? Non risulta. <em>Report,</em> nel novembre scorso, un’incursione su certi progetti in Kenya della multinazionale al 30% dello Stato l’ha fatta (“falsità”, naturalmente, secondo l’azienda amministrata da Claudio De Scalzi).</strong></p>



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<p>E allora, da scemi senza speranza quali siamo, ci siamo domandati a quanto ammonti la percentuale dedicata alla stampa nell’annuale piano di spesa pubblicitaria del cane a sei zampe. <strong>Dovrà pur esserci un modo per misurare, calcolare, soppesare tanta diffusa avvedutezza fra le penne d’Italia. E quale migliore criterio dei banner di pubblicità, anima del commercio?</strong> Quali informazioni più chiaroveggenti, se non i testi a cura degli studios di editori i quali, legittimamente e intelligentemente, incassano senza voler rogne? E soprattutto: quale insuperabile e insuperata strategia, la tecnica immortale del silenzio. Per dire: che fine ha fatto la trattativa con gli Angelucci, padroni di <em>Giornale, Libero </em>e <em>Tempo</em>, per vendere l’agenzia stampa Agi di proprietà dell’Eni? Mistero. Arenata, deve essersi arenata. Forse, a rivelarci qualcosa potrebbe essere Mario Sechi, il <em>revolutionary conservatory</em> direttore di <em>Libero</em>. Prima dei gloriosi quattro mesi scarsi da responsabile stampa del maschio presidente Giorgia Meloni, a dirigere l’Agi era lui. E chissà: magari ci tornerà, se mai gli Angelucci facessero il colpaccio (“Io non sono Mario Sechi perché sono venuto all’Agi. Io ero già Mario Sechi. E lo sarò anche dopo. L’Agi resta mia, io non mi sento un esule, non vado al confine”: così avrebbe parlato, nel suo per altro sobrio discorso d’addio). </p>



<p><strong>“La memoria è l’intelligenza degli idioti”. Lo diceva un idiota di fama: Albert Einstein. Ci sovviene allora un ricordo. Prima di venire destituito alla direzione del quotidiano <em>Domani</em>, nell’aprile di due anni fa,per pura coincidenzapoco dopo un piccato botta e risposta con Eni irritata per un suo articolo di fondo, Stefano Feltri scriveva: “</strong><em>Non mi azzardo a dire più nulla sulle vicende giudiziarie: ogni accenno al merito comporta esporre me e il giornale ad altre azioni legali. Eni può dire: missione compiuta” (Domani, 25 marzo 2023). </em>State sere-Eni, insomma. Ecco, visto che noi si è stupidi, ma non così stupidi, non osiamo vergare un’altra sola parola in più. Ma siccome non siamo nemmeno così scaltri nell’orientare il pappafico, come invece insegnano col loro esempio fior di giornalisti che una parola fuori budget non la scrivono neanche per sbaglio, ci limitiamo a un consiglio da donare a te, perspicace lettore: fa’ attenzione agli inserzionisti, quando sfogli o clicchi. Ti si affacceranno alla mente meravigliose connessioni. E, orgogliosamente, ti sentirai un cretino. A ciascuno il suo.</p>



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