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	<title>gen z Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Teoria della classe giovane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[boomer]]></category>
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		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[Millennial]]></category>
		<category><![CDATA[Scomodo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c'è categoria più vuota, priva di coscienza e disunita di quella dei giovani. Eppure essi sono il termine di validazione sia della politica che del mercato. Tutto deve piacere ai giovani, deve essere "da giovani", pena il boicottaggio e la derisione.  Ma cosa hanno da dire, in fondo, questi giovani?<br />
Dalla newsletter "Preferirei di no". </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? <strong>Niente, nemmeno una reminiscenza</strong>. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco, e anch&#8217;io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».</p>



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<p>Questo è Aldo Busi – uno degli incipit più belli di sempre – dal suo <em>Seminario di gioventù</em>. <strong>La giovinezza è una stagione della vita che non va presa troppo sul serio: perché non dura</strong>. I suoi dolori e le sue angosce, le sue pretese, le sue rivendicazioni, sono incendi transitori, fuochi fatui, deliri, megalomanie, vani tentativi di cambiare il mondo prima che il mondo ci cambi. Non si tratta di essere pessimisti né disfattisti. <strong>È l&#8217;amara constatazione di un fatto: storicamente i giovani non sono mai stati una forza rivoluzionaria. </strong>A parte i singoli individui, che hanno prodotto qualcosa in quanto individui ma non in quanto giovani, ragazze e ragazzi, specie quando agiscono collettivamente, non hanno mai cambiato le cose. </p>



<p>I giovani non hanno interessi comuni, i loro legami si fondano sul disinteresse, <strong>e perciò non possono avere coscienza di classe, anzi il loro portato d&#8217;innovazione artistica e culturale è tutto nell&#8217;incoscienza.</strong> Ogniqualvolta si aggregano per dare vita a qualcosa, il massimo che riescono a esprimere collettivamente è una potenza contestataria. L&#8217;associazionismo giovanile rimane allo stadio della disobbedienza, ma raramente viene convertito in qualcosa di più, perché anche «la disobbedienza – come scriveva Calvino – acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella». E a un giovane la disciplina non si addice quasi mai.</p>



<p> <strong>A che serve, quindi, dialogare con i giovani?</strong> Politicizzare la giovinezza (primavera di bellezza) come stiamo facendo in questi ultimi anni, cioè elevare a una dimensione politica quella che è una condizione solo anagrafica e temporanea? È sensato prendere sul serio i giovani? Malgrado Millennial e Gen Z si lamentino del contrario, a noi sembra che siano mediaticamente sovraesposti: sui social, in televisione (da Sanremo a Xfactor), tutti i grandi brand devono allinearsi, almeno comunicativamente, ai «valori» delle nuove generazioni per non subire shitstorm e fenomeni di boicottaggio. <strong>La giovinezza è un «marker di credibilità» artistica, musicale, ormai anche intellettuale e politica. Ma cosa hanno da dire oggi i giovani?</strong> Ovviamente, la loro sovraesposizione, <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=4c45223b6a&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come scrivevamo in un articolo sul Nemico</a>, è tutta una strategia dei vecchi per accontentare un diffuso malcontento giovanile. C&#8217;è un tacito accordo, un gioco delle parti tra Gen Z e Boomer, una segreta connivenza dove gli uni ripuliscono la coscienza agli altri, in un conflitto edipico perennemente pacificato, un parricidio sempre rimandato nel Paese dove i vecchi non muoiono. </p>



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<p>Ma perché stiamo riflettendo su questo? Perché l&#8217;altro giorno mentre passeggiavamo abbiamo trovato un&#8217;edicola. Pensavamo si fossero estinte. In centro a Roma sono infopoint per turisti, vendono grembiuli con la statua del David di Michelangelo, il cazzo caricaturalmente smisurato, oppure calendari di preti belli – in copertina un prete che oggi avrà sessant&#8217;anni – e biglietti per i bus a due piani da bucargli le gomme. Giornali non ce ne sono più. Invece in questa edicola superstite ancora li espongono, e infatti il proprietario se la passa male, sta incazzato nero, vuole emigrare in Spagna, non vende più mezza copia. <strong>Campeggia in bella vista un numero di Vanity Fair. Titolo: <em>i giovani non esistono</em>. Sfogliamo.</strong></p>



<p>L&#8217;editoriale è una paternale melensa del direttore che ci introduce a questo numero pensato in collaborazione con i redattori di Scomodo: progetto culturale di <strong>bravi ragazzi romani che fanno un sacco di cose</strong>, ma soprattutto come dicono loro stessi, non fanno «un&#8217;informazione comoda, accondiscendente, ma un giornalismo dirompente e di conflitto». Su Vanity Fair. Babbé. Ma cosa hanno da dire? Continuiamo a sfogliare. Se superi pagina tre lo compri – dice il giornalaio, con una sangria in mano. Noi lo compriamo ma dentro non c&#8217;è niente. Niente in tutto il numero. Cento e passa pagine di lamentela di giovani che ambiscono a un riconoscimento, vogliono un lavoro stabile, la recessione industriale ma con gli iphone in tasca, il sesso addestrato, l&#8217;intromissione delle istituzioni nella sfera privata, a regolamentare i rapporti sociali, linguistici tra le persone. </p>



<p>Non c&#8217;è alcuna fantasia in queste pretese: il posto fisso, la casa assicurata a vent&#8217;anni, l&#8217;istruzione accessibile ma con riserve sulla meritocrazia: praticamente lo stesso programma politico di Checco Zalone. Micro-concessioni, assistenzialismo, paghetta obbligatoria, reddito di giovinezza, sesso automatizzato. <strong>I giovani che si riconoscono in questa categoria sintetica, sintetizzata in laboratorio, eleggendo le istituzioni dei vecchi a loro interlocutori</strong> (Ghali si dice contento di essere diventato l&#8217;idolo delle mamme), utilizzando il loro stesso linguaggio burocratico, muovendo la loro ribellione nel perimetro che esse concedono, <strong>sono una forza costituente, anzi ricostituente di uno Stato in carenza vitaminica, sono lo Stato di domani.</strong> Al contrario, le forze più interessanti in seno a qualsiasi società, qualsiasi ordine costituito, quelle più creative, esprimono una tensione destituente, sottraggono legittimità ai padroni del discorso, non chiedono riconoscimento perché sanno che vuol dire riconoscere a loro volta, <strong>liberano spazi invece di territorializzarli con nuove parole d&#8217;ordine, nuove regole, distruggono le identità invece di creare funzionari al servizio delle identità</strong>, degli identitarismi in lotta tra di loro alla ricerca dell&#8217;approvazione da parte di vecchie mummie che elargiscono bonus cultura, bonus facciate, bonus psicologi e contratti a tempo indeterminato all&#8217;identità più alla moda del momento. È questa la bella lotta? L&#8217;integrazione a una società disintegrata? </p>



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<p>È questo il manifesto stilato da una minoranza rumorosa di giovani che si è arrogata il diritto di parlare, e quindi inventare, questa categoria fasulla, diffondendo una visione semplicistica del mondo, <strong>per cui basta camperizzare un van per abolire i confini, fare un aperitivo per creare un momento di aggregazione</strong> (allora anche Casapound è un movimento conviviale), leggere un libro per dirsi impegnati, scopare per fare la rivoluzione dei costumi, parlare della libertà senza menzionare l&#8217;enorme sacrificio che la libertà comporta, per sentirsi liberi? Fare skincare per lottare contro il razzismo (sì, abbiamo letto un articolo su cosmesi e lotta di classe)?</p>



<p><strong>E se la nostra fosse tutta invidia?</strong>&nbsp;Invidia per questi giovani impegnati (impiegati?), pieni di speranza e di fiducia e di metri quadri? Noi che giovani non lo siamo più – abbiamo oltrepassato la soglia dei trent&#8217;anni, la lotta dei trent&#8217;anni. Ma è strano, perché giovani non ci siamo mai sentiti, specie da giovani.&nbsp;<strong>La giovinezza si riconosce solo per difetto, per distacco. Si è stati giovani, non lo si è.</strong>&nbsp;Forse invidiamo questa disinvoltura nell&#8217;identificarsi a una categoria, facilita tantissime cose quando si tratta di compilare un bando, di scegliere che scarpe mettersi, ma ne vediamo anche il pericolo, specie quando si tratta di una categoria così transitoria:&nbsp;<strong>applicare una data di scadenza alla propria intelligenza, alla propria credibilità o incredibilità è una pessima strategia.&nbsp;</strong>O forse no, per chi già sa che dovrà ammazzare il giovane e diventare il vecchio che ha disprezzato.&nbsp;<strong>Quando il segreto per non invecchiare, dice il maestro, è ammazzare il giovane per salvare il bambino.</strong></p>



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		<title>La Gen Z è un&#8217;invenzione dei boomer</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-gen-z-e-uninvenzione-dei-boomer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2024 16:20:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[boomer]]></category>
		<category><![CDATA[gen z]]></category>
		<category><![CDATA[generazioni]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Generazione Z è una generazione privata di fantasia, perché deve fare i conti esclusivamente con i problemi creati dai propri genitori “boomer” (l’ecologia, la parità di genere, la salute mentale, il linguaggio inclusivo) quindi è ostaggio di questi problemi, che ne infestano sogni e aspirazioni come fantasmi. La Gen Z è il prodotto più riuscito dei boomer, frutto delle loro nevrosi e dei loro sensi di colpa. Liberiamoci dalle generazioni, dal fascismo di queste identità che ci vengono assegnate prima ancora di maturare una coscienza </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Boomer, Millennial, Gen Z, Gen Alpha, e chissà quante altre sigle ancora verranno affibbiate ai nuovi nati da ricercatori universitari con molto tempo libero, riviste di sociologia, pop-psicologi, conduttori di podcast e giornalisti che devono riempire le pagine subculturali di testate in perdita. <strong>Ma perché abbiamo la smania di catalogare le generazioni, classificarne aspirazioni e incubi, produrre sopra di esse tutta una serie di discorsi?</strong> E se questa stessa produzione non contribuisse indirettamente alla loro invenzione? Perché stiamo cercando sempre più soggetti – intellettuali, registi, artisti, ma anche influencer – da eleggere a rappresentanti della loro generazione? Perché cerchiamo i romanzi generazionali, i film generazionali, perché promuoviamo tutte quelle opere che fissano il perimetro esistenziale di una generazione, <strong>prima ancora che quella generazione abbia davvero compiuto qualcosa? </strong>Possibile che neanche facciamo in tempo a maturare una coscienza, che già qualcuno ci consegna lo <em>starterpack </em>di idee politiche, usi, costumi, pose, film e playlist a cui appaltare il nostro universo interiore, il nostro destino? Se i boomer si sono scoperti boomer all’improvviso, etichettati in senso dispregiativo da una generazione più giovane, i Millennial se lo sono praticamente detto da soli un po’ svogliatamente, su un sottofondo di musica indie che già ne annunciava il declino e la conseguente depressione, mentre la Gen Z, caso più emblematico, nonostante affermi la sua autonomia rispetto al passato, sembra esserne, in fondo, il prodotto più riuscito.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Le principali aspirazioni e paure di questa generazione</strong> (che per fortuna, come le altre, non esiste se non sulla carta, benché una sparuta ma rumorosa minoranza di essa faccia di tutto pur di appartenervi) <strong>corrispondono perfettamente ai “contenuti rimossi” dalla generazione dei loro padri e madri, quindi per lo più dai boomer</strong>. </p>
</blockquote>



<p>I membri della Gen Z si affacciano alle porte della storia come il ritorno, sotto altra forma, dei fantasmi che abitano l’inconscio dei loro genitori: lotta per il clima e per un mondo sostenibile, parità di genere, apertura alla <em>queerness</em>, inclinazione alla fluidità delle relazioni rispetto alle rigidità dei rapporti tradizionali, forte attenzione alla salute mentale, all’uso delle parole, ai diritti civili. Tutti questi temi sono l’inversione di quei valori che hanno guidato la generazione precedente – cha ha goduto dei benefici dell’industrialismo ma ne ha visto gli scompensi, ha abbracciato la famiglia tradizionale senza però riuscire a salvaguardare il patto che la sancisce (inaugurando quindi la stagione dei divorzi), ha riconosciuto principalmente le identità binarie e i loro stereotipi mentre questi stessi stereotipi, quelli di virilità e femminilità, stavano diventando obsoleti all’interno di un post-capitalismo che non fa più distinzioni di sesso, e può sfruttare donne e uomini in ugual misura. Una generazione, quella dei boomer, che ha sottovalutato l’importanza della salute mentale mentre collassavano i corpi intermedi e ha pagato lo scotto delle sue nevrosi, così come ha fatto meno attenzione al proprio vocabolario, in una società non ancora colonizzata dai social e quindi meno suscettibile, o comunque meno esposta, alle conseguenze di insulti, offese, shitstorm, dove il confine con lo scherzo era meno marcato, sicuramente più labile.</p>



<p><strong>Questi ragazzi e ragazze nati tra il 1995 e i primi anni duemila, così come i discorsi che li informano, quindi che li mettono in forma, sono il dispositivo attraverso cui i loro padri e le loro madri stanno tentando di redimersi, di lenire il loro senso di colpa, di riscattare la loro cattiva coscienza. </strong>Sono perciò i figli prediletti, quelli che saranno in fin dei conti perdonati, assolti, coinvolti.</p>



<p>Incubati nel ventre di queste colpe, educati, anche involontariamente, quasi per contrappasso, per sopperire a tutta questa serie di contraddizioni che la generazione precedente non ha risolto, gli zetini millantano un atteggiamento di ribellione contro i boomer, colpevoli del pessimo ordine del mondo, dei loro traumi, delle loro condizioni di vita precarie, ma ne sono il prolungamento con altri mezzi, la loro opera definitiva. <strong>Questi giovani vengono intervistati, promossi, valorizzati, chiamati a esprimersi nei luoghi che qualcun altro ha allestito per loro</strong>: sono manipolati (laddove ogni verbalizzazione comporta una manipolazione) e quindi disciplinati dai boomer, perché sono gli over 50, ancora, a detenere i mezzi di produzione di questi discorsi e il potere di escludere e includere i soggetti che reputano più rappresentativi, perché più utili ai loro fini.</p>



<p>Una generazione rivoluzionaria dovrebbe deludere completamente le aspettative di quella precedente, compiere il parricidio senza chiedere perdono invece di realizzarne i sogni reconditi. <strong>Odiati per essere amati, gli zetini scendono in piazza con il benestare dei loro padri e delle istituzioni</strong>. È un po’ quello che è successo ai sessantottini, perdonati dai genitori democristiani, che nei figli hanno potuto osservare il riverbero delle loro nevrosi borghesi. È quello che sta succedendo oggi a un fenomeno come Scomodo, la redazione zetina tutta under 30 che piace tanto alla vecchia guardia del Pd. Le istituzioni non fanno altro che parlare di “giovani”, i giovani sono diventati un “discorso”, in senso foucaultiano, e ogni discorso è una forma di «violenza che noi facciamo alle cose»: una manomissione della realtà. La Gen Z è quindi un’invenzione narratologica, che i boomer sfruttano abilmente – potremmo chiamarlo <em>youthwashing –</em> e in cui i più giovani in crisi di identità trovano riparo, rimanendone al tempo stesso ostaggio. Se i vecchi promuovono le cause di questa generazione, infatti, lo fanno solo formalmente, che strutturalmente ed economicamente sono invece insostenibili, almeno finché si parlerà della pace nel mondo e dell’ecosostenibilità integrale ma nessuno sarà davvero disposto a rinunciare ai propri privilegi, agli spritz e all’aria condizionata. <strong>Boomer e Gen Z hanno già fatto pace, forse non sono neanche mai state in guerra</strong>, sono entrambe emanazioni l’una dell’altra in un gioco di specchi psicanalitico collettivo, espressioni sintomatiche di una classe media in crisi che di giorno in giorno vede erodersi il suo potere d’acquisto e le sue aspettative sul futuro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Per ora la Gen Z non rappresenta altro che un segmento di mercato molto preciso, al servizio di un’economia che si basa su dati, statistiche, profilazioni: basta fare un giro su Google per notare come i siti di marketing dispensino consigli a brand e aziende per intercettare il target di questi ragazzi – le parole da usare, i toni, i valori da comunicare. <strong>Appartenere a una generazione equivale oggi ad appartenere a un segmento di mercato facilmente identificabile e misurabile</strong>.</p>
</blockquote>



<p>Ma come si fa a non sentirsi stanchi di rivendicare questa appartenenza, di confinare il proprio pensiero in un vincolo anagrafico, con tutto il prontuario di frasi fatte da dire a cena, il compendio di atteggiamenti e di idee politiche da sbrodolare all’aperitivo o sui social? Di adottare i pregiudizi dei propri coetanei, e sospendere qualsiasi spirito critico? Insomma di appartenere a una generazione prima ancora ch’essa venga effettivamente storicizzata? <strong>Di solito, ciò che una generazione rappresenta, viene decretato a posteriori</strong>. Lo decidono i posteri, in modo più o meno arbitrario, quando rimettono insieme i pezzi delle opere di quello o quell’altro gruppo di persone che hanno sintetizzato i motivi ricorrenti di un’epoca. <strong>Ora invece la definizione precede l’azione, la anticipa e la predetermina</strong>. La Gen Z è condannata nella definizione che qualcuno le ha dato di sé, che impossibilita qualsiasi variazione, delirio, qualsiasi fuga dal canone, costretta nel gioco delle colpe, privata di fantasia e di spontaneità, impegnata ad assolvere il mandato messianico e ingrato di rimediare agli errori dei genitori.</p>



<p>Noi vorremmo scappare dalle generazioni, dall’essere una generazione, dalla tessera del partito delle generazioni, dal fascismo delle generazioni, dalle generazioni politicizzate, polarizzate. Vorremmo vivere il più lontano possibile da speranze e ossessioni pret-à-porter della nostra generazione, di non ragionare collettivamente, collettivisticamente. <strong>Chissà se un giorno ce le ritroveremo stampata sulla carta di identità, la generazione a cui apparteniamo</strong>. Ma avere una data di emissione, però, implica anche avere una data di scadenza. E l’innocenza cronologica dura poco, almeno finché non si diventa abbastanza grandi da scoprirsi un giorno dietro il banco degli imputati nel tribunale della generazione successiva.</p>



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