<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>giovinezza Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/giovinezza/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/giovinezza/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 May 2025 09:25:46 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>L&#8217;unica cosa bella di Milano sono i Maranza</title>
		<link>https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 09:25:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[barabari]]></category>
		<category><![CDATA[barbari]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[Maranza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2255</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dalla newsletter di GOG, "Preferirei di no". A Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, tutto va per il verso giusto. Per fortuna però ci sono i maranza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/">L&#8217;unica cosa bella di Milano sono i Maranza</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre un terzo della redazione era in Palestina, un altro terzo ha passato <strong>qualche settimana di troppo a Milano, capitale della parolainglese-week,</strong> <strong>per scopi che purtroppo non possiamo rivelarvi</strong> e che non riguardano la firma di un contratto con una grande major né l’apertura di una nail factory in zona Isola malgrado avessimo fatto anche un business plan (per info scrivere in dm). </p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>La cosa più bella di Milano è il treno per Roma, dicono sempre i tassisti e i paninari e il tuo amico, quello simpatico al liceo, oggi un po’ meno, copywriter al The Roman Post forse troppo a lungo, però quant’è bello il scielo sopra ar Circo Massimo, ce l’hai una sigaretta? No Ivo, a Milano ho smesso, è vietato fumare a Milano. E invece, malgrado tutti i pregiudizi con cui siamo arrivati nel capoluogo meneghino,<strong> il nostro è stato un soggiorno felice, in una piccola, ridente cittadina di provincia</strong>, abitata da passanti perlopiù meridionali vestiti da Michele Morrone ma ben attenti a non lasciarsi sfuggire una cadenza che riservano solo ai compaesani, e che credono di sostare in una metropoli europea, e che perciò si comportano come se la città lo fosse davvero, e in qualche modo, negli anni, lo è anche diventata, come per magia. Gli amici tornati dal Vietnam di Brera ci dicevano che la città ha ritmi frenetici, l’individualismo dilaga, il turbomondialismo pure, l’aperitivo è ovunque. </p>



<p></p>



<p>A noi invece è parsa molto tranquilla, funzionale, <strong>un paesino in cui puoi fissare 3-4 appuntamenti in un solo giorno e riuscire a portarli tutti a termine</strong>: a Roma il limite massimo è stato stabilito a due dal Concilio di Nicea, poi antichi demoni ti puniscono con qualche ostacolo (l’incidente in motorino, il pacco all’ultimo, la morte di un nonno o di un papa, l’aggressione di un gabbiano). A Palermo un solo impegno al giorno, altrimenti maxiprocesso. </p>



<p></p>



<p>Ecco perché a Milano possiamo ancora sognare, credere che la vita dipenda solo da noi e dalle nostre capacità. Sotto il Po esistono forze che non esistono ma che giocano un ruolo fondamentale nella scrittura dei destini individuali e collettivi. <strong>Sopra, invece, sei tu il padrone, Ceo e azionista di maggioranza dell’azienda te stess*, anima e corpo, che alternativamente depuri con podcast di auto-aiuto e centrifugati dietetici e poi distruggi a forza di call e negroni.</strong> A differenza di Roma, vera e propria giungla urbana, con i suoi pericoli, i suoi misteri, il bestiario di personaggi assurdi che la popola, a Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, come in ogni grande metropoli. Vale un po’ quello che diceva Tolstoj per le famiglie: tutte le città felici si assomigliano, ogni città infelice è infelice a modo suo. </p>



<div type="product" ids="1961" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ci sono molti eventi ma pochissimi accadimenti. C’è il concerto, il vernissage, il finissage, l’inaugurazione, l’opening, l’happening, l’happy ending ma nessuna cosa che valga la pena di essere raccontata, <strong>perché tutto coincide esattamente con le aspettative che ne abbiamo</strong> (quindi che senso ha partecipare se già sappiamo come andrà a finire?) e ogni investimento organizzativo è sempre a somma zero. Il fatto stesso che le cose funzionino in modo lineare, e che quindi a un input x corrisponde l’output y, sospende l’avverarsi di qualsiasi imprevisto. Da un lato è cosa buona, per noi romani, in cui l’ordinario è un apostrofo rosa tra le parole «’sti cazzi», dall’altro è noioso da morire: il tempo sembra non scorrere, accavallarsi su uno stesso piano ciclico e ripetitivo. Vivere uno o dieci anni a Milano fa lo stesso, invecchi senza accorgertene, giorno dopo giorno, mentre il riso di fronte ai video dei gender reveal party dei napoletani si fa sempre più amaro, fino a trasformarsi in pianto o in un corso di cucito. <strong>L’unico elemento davvero picaresco che ha in qualche modo scombussolato questo lungo sogno-soggiorno è stata la presenza dei cosiddetti Maranza</strong>, loro sì moltiplicatori di contrattempi e di situazioni spiacevoli, colonizzatori dei non luoghi, mezzi pubblici, stazioni, Mc Donald, centri commerciali.<br><br>Sono vispi, allegri, atletici, a differenza dei milanesi o dei meridionali vestiti da milanesi che camminano con gli airpods, con quel talento insopportabile di non darti mai fastidio, di passare inosservati. Anche i maranza hanno gli smartphone, ma ne fanno un uso sempre collettaneo e ludico, gioco tra i giochi, e non passaporto esistenziale. Sono bellissimi i maranza, vistosi, vestiti total Gucci, oppure col Moncler, le Nike T e il borsello, quando passano si lasciano dietro una scia di Paco Rabanne e alette di pollo, hanno attaccate al culo le casse Jbl che droppano musica raw e jump e sembra sempre una festa della giovinezza la loro esibizione rituale di merci, potlatch del plus valore rubato a noi stronzi. <strong>Perché così deve essere la giovinezza, disturbante, fastidiosa, esotica</strong>. Non come quella fatta con lo stampino dai vecchi, per accontentare i loro pregiudizi sui giovani, e che combatte su Instagram per il futuro del pianeta, per il bonus psicologo e la liberalizzazione dei pronomi. </p>



<p>I maranza sono la giovinezza barbara e primitiva, tutta concentrata sul presente, senza scadenze, senza progetti a lungo termine, senza business plan emotivi: <strong>prendi tutto ciò che vuoi, adesso! Sono loro la fantasia al potere nelle strade, la reinvenzione di ogni codice, di ogni grammatica, il corpo è mio lo gestisco io, ne travaillez jamais come dicevano i situazionisti, sono il sessantotto realizzato fuori dell’Università.</strong> Sono i figli dei kebabbari, degli operai, dei corrieri che ci portano i libri di giorno, dei rider che ci servono la cena che consumeremo da soli la notte, sono i figli degli immigrati di seconda e terza generazione, sono i giovani senza lingua, che parlano male l’arabo e male l’italiano, disintegrati da qualsiasi società, dealfabetizzati, descolarizzati e quindi finalmente liberi, liberati dall’ideologia dominante, che sempre con le parole ci colonizza e ci istruisce. Potenza destituente, che davanti al Duomo si ritrova spontaneamente per urlare «Vaffanculo Italia»: è quello che noi non abbiamo il coraggio di fare. </p>



<p>I maranza hanno tutti gli anti-valori che ci mancano per sfuggire davvero al divenire algoritmico del mondo. <strong>Sono il fantasma anti-borghese che infesta la falsa coscienza della borghesia di sinistra, che si fa le pippe sull’Odio di Cassowitz, che indossa la shopper di Pasolini ma poi liquida con faciloneria i maranza come tamarri infrequentabili a causa del loro outfit</strong>, inservibili alla lotta su instagram contro il capitale, mentre sono loro la lotta, il corpo nella lotta, sono loro i ragazzi di vita, i più antimoderni degli ipermoderni, «giovani amici, a cavalcioni di Rumi o Ducati, con maschile pudore e maschile impudicizia, nelle pieghe calde dei calzoni nascondendo indifferenti, o scoprendo, il segreto delle loro erezioni…». </p>



<p>Ci disturba la loro aggressività, la mascolinità tossica con cui rispondono alle umiliazioni sociali, per riabilitarsi ai propri occhi e a quelli della famiglia, e che rimarrà sempre una costante tra le persone che possono contare solo sulla propria forza-lavoro, come scrive Bourdieu, per cui la «virilità è uno degli ultimi rifugi dell’identità delle classi dominate». <strong>E così i maranza infestano anche i brutti sogni della borghesia liberale di destra</strong>, quella alla Del Debbio, quella di Rete 4 e della Verità che quando non li condanna vuol umanizzare questi giovani barbari, trovare un movente sociologico al loro brutalismo esistenziale. <strong>E invece dovremmo perorare una sacra alleanza tra i barbari neri delle periferie e i “bifolchi” bianchi dei margini</strong>, tra proletariato indigeno e proletariato autoctono (come scrive in un bel libro Houria Bouteldja, <em>Beuf et Barbares</em>, tradotto da Derive&amp;Approdi), l’unione di queste classi pericolose, potenzialmente sovversive, che invece di scannarsi tra loro nell’ennesimo conflitto tra poveri, dovrebbero formare una nuova soggettività politica ma già stiamo scadendo in un marxismo da quattro soldi, velleità da borghesi in crisi annoiati che hanno letto troppo <strong>e non credono davvero in ciò che dicono</strong>, quindi basta così.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/">L&#8217;unica cosa bella di Milano sono i Maranza</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Teoria della classe giovane</title>
		<link>https://ilnemico.it/giovani-vecchi-giovani/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/giovani-vecchi-giovani/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[boomer]]></category>
		<category><![CDATA[gen z]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[Millennial]]></category>
		<category><![CDATA[Scomodo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1483</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non c'è categoria più vuota, priva di coscienza e disunita di quella dei giovani. Eppure essi sono il termine di validazione sia della politica che del mercato. Tutto deve piacere ai giovani, deve essere "da giovani", pena il boicottaggio e la derisione.  Ma cosa hanno da dire, in fondo, questi giovani?<br />
Dalla newsletter "Preferirei di no". </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/giovani-vecchi-giovani/">Teoria della classe giovane</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? <strong>Niente, nemmeno una reminiscenza</strong>. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco, e anch&#8217;io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Questo è Aldo Busi – uno degli incipit più belli di sempre – dal suo <em>Seminario di gioventù</em>. <strong>La giovinezza è una stagione della vita che non va presa troppo sul serio: perché non dura</strong>. I suoi dolori e le sue angosce, le sue pretese, le sue rivendicazioni, sono incendi transitori, fuochi fatui, deliri, megalomanie, vani tentativi di cambiare il mondo prima che il mondo ci cambi. Non si tratta di essere pessimisti né disfattisti. <strong>È l&#8217;amara constatazione di un fatto: storicamente i giovani non sono mai stati una forza rivoluzionaria. </strong>A parte i singoli individui, che hanno prodotto qualcosa in quanto individui ma non in quanto giovani, ragazze e ragazzi, specie quando agiscono collettivamente, non hanno mai cambiato le cose. </p>



<p>I giovani non hanno interessi comuni, i loro legami si fondano sul disinteresse, <strong>e perciò non possono avere coscienza di classe, anzi il loro portato d&#8217;innovazione artistica e culturale è tutto nell&#8217;incoscienza.</strong> Ogniqualvolta si aggregano per dare vita a qualcosa, il massimo che riescono a esprimere collettivamente è una potenza contestataria. L&#8217;associazionismo giovanile rimane allo stadio della disobbedienza, ma raramente viene convertito in qualcosa di più, perché anche «la disobbedienza – come scriveva Calvino – acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella». E a un giovane la disciplina non si addice quasi mai.</p>



<p> <strong>A che serve, quindi, dialogare con i giovani?</strong> Politicizzare la giovinezza (primavera di bellezza) come stiamo facendo in questi ultimi anni, cioè elevare a una dimensione politica quella che è una condizione solo anagrafica e temporanea? È sensato prendere sul serio i giovani? Malgrado Millennial e Gen Z si lamentino del contrario, a noi sembra che siano mediaticamente sovraesposti: sui social, in televisione (da Sanremo a Xfactor), tutti i grandi brand devono allinearsi, almeno comunicativamente, ai «valori» delle nuove generazioni per non subire shitstorm e fenomeni di boicottaggio. <strong>La giovinezza è un «marker di credibilità» artistica, musicale, ormai anche intellettuale e politica. Ma cosa hanno da dire oggi i giovani?</strong> Ovviamente, la loro sovraesposizione, <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=4c45223b6a&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come scrivevamo in un articolo sul Nemico</a>, è tutta una strategia dei vecchi per accontentare un diffuso malcontento giovanile. C&#8217;è un tacito accordo, un gioco delle parti tra Gen Z e Boomer, una segreta connivenza dove gli uni ripuliscono la coscienza agli altri, in un conflitto edipico perennemente pacificato, un parricidio sempre rimandato nel Paese dove i vecchi non muoiono. </p>



<div type="post" ids="512" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ma perché stiamo riflettendo su questo? Perché l&#8217;altro giorno mentre passeggiavamo abbiamo trovato un&#8217;edicola. Pensavamo si fossero estinte. In centro a Roma sono infopoint per turisti, vendono grembiuli con la statua del David di Michelangelo, il cazzo caricaturalmente smisurato, oppure calendari di preti belli – in copertina un prete che oggi avrà sessant&#8217;anni – e biglietti per i bus a due piani da bucargli le gomme. Giornali non ce ne sono più. Invece in questa edicola superstite ancora li espongono, e infatti il proprietario se la passa male, sta incazzato nero, vuole emigrare in Spagna, non vende più mezza copia. <strong>Campeggia in bella vista un numero di Vanity Fair. Titolo: <em>i giovani non esistono</em>. Sfogliamo.</strong></p>



<p>L&#8217;editoriale è una paternale melensa del direttore che ci introduce a questo numero pensato in collaborazione con i redattori di Scomodo: progetto culturale di <strong>bravi ragazzi romani che fanno un sacco di cose</strong>, ma soprattutto come dicono loro stessi, non fanno «un&#8217;informazione comoda, accondiscendente, ma un giornalismo dirompente e di conflitto». Su Vanity Fair. Babbé. Ma cosa hanno da dire? Continuiamo a sfogliare. Se superi pagina tre lo compri – dice il giornalaio, con una sangria in mano. Noi lo compriamo ma dentro non c&#8217;è niente. Niente in tutto il numero. Cento e passa pagine di lamentela di giovani che ambiscono a un riconoscimento, vogliono un lavoro stabile, la recessione industriale ma con gli iphone in tasca, il sesso addestrato, l&#8217;intromissione delle istituzioni nella sfera privata, a regolamentare i rapporti sociali, linguistici tra le persone. </p>



<p>Non c&#8217;è alcuna fantasia in queste pretese: il posto fisso, la casa assicurata a vent&#8217;anni, l&#8217;istruzione accessibile ma con riserve sulla meritocrazia: praticamente lo stesso programma politico di Checco Zalone. Micro-concessioni, assistenzialismo, paghetta obbligatoria, reddito di giovinezza, sesso automatizzato. <strong>I giovani che si riconoscono in questa categoria sintetica, sintetizzata in laboratorio, eleggendo le istituzioni dei vecchi a loro interlocutori</strong> (Ghali si dice contento di essere diventato l&#8217;idolo delle mamme), utilizzando il loro stesso linguaggio burocratico, muovendo la loro ribellione nel perimetro che esse concedono, <strong>sono una forza costituente, anzi ricostituente di uno Stato in carenza vitaminica, sono lo Stato di domani.</strong> Al contrario, le forze più interessanti in seno a qualsiasi società, qualsiasi ordine costituito, quelle più creative, esprimono una tensione destituente, sottraggono legittimità ai padroni del discorso, non chiedono riconoscimento perché sanno che vuol dire riconoscere a loro volta, <strong>liberano spazi invece di territorializzarli con nuove parole d&#8217;ordine, nuove regole, distruggono le identità invece di creare funzionari al servizio delle identità</strong>, degli identitarismi in lotta tra di loro alla ricerca dell&#8217;approvazione da parte di vecchie mummie che elargiscono bonus cultura, bonus facciate, bonus psicologi e contratti a tempo indeterminato all&#8217;identità più alla moda del momento. È questa la bella lotta? L&#8217;integrazione a una società disintegrata? </p>



<div type="post" ids="69" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>È questo il manifesto stilato da una minoranza rumorosa di giovani che si è arrogata il diritto di parlare, e quindi inventare, questa categoria fasulla, diffondendo una visione semplicistica del mondo, <strong>per cui basta camperizzare un van per abolire i confini, fare un aperitivo per creare un momento di aggregazione</strong> (allora anche Casapound è un movimento conviviale), leggere un libro per dirsi impegnati, scopare per fare la rivoluzione dei costumi, parlare della libertà senza menzionare l&#8217;enorme sacrificio che la libertà comporta, per sentirsi liberi? Fare skincare per lottare contro il razzismo (sì, abbiamo letto un articolo su cosmesi e lotta di classe)?</p>



<p><strong>E se la nostra fosse tutta invidia?</strong>&nbsp;Invidia per questi giovani impegnati (impiegati?), pieni di speranza e di fiducia e di metri quadri? Noi che giovani non lo siamo più – abbiamo oltrepassato la soglia dei trent&#8217;anni, la lotta dei trent&#8217;anni. Ma è strano, perché giovani non ci siamo mai sentiti, specie da giovani.&nbsp;<strong>La giovinezza si riconosce solo per difetto, per distacco. Si è stati giovani, non lo si è.</strong>&nbsp;Forse invidiamo questa disinvoltura nell&#8217;identificarsi a una categoria, facilita tantissime cose quando si tratta di compilare un bando, di scegliere che scarpe mettersi, ma ne vediamo anche il pericolo, specie quando si tratta di una categoria così transitoria:&nbsp;<strong>applicare una data di scadenza alla propria intelligenza, alla propria credibilità o incredibilità è una pessima strategia.&nbsp;</strong>O forse no, per chi già sa che dovrà ammazzare il giovane e diventare il vecchio che ha disprezzato.&nbsp;<strong>Quando il segreto per non invecchiare, dice il maestro, è ammazzare il giovane per salvare il bambino.</strong></p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/giovani-vecchi-giovani/">Teoria della classe giovane</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/giovani-vecchi-giovani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
