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	<title>Harris Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Trump l&#8217;oeil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 00:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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		<category><![CDATA[Elezioni americane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché anche questa volta i sondaggi delle elezioni americane non sono serviti a niente? Potrebbe avere a che fare con il fallimento della strategia della sinistra, estremizzata negli USA, che con la sottrazione di dignità dei suoi avversari, li spinge all'autocensura pubblica e allo sfogo protetto dal segreto dell'urna. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/trump-loeil/">Trump l&#8217;oeil</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che i sondaggi siano lo strumento peggiore per capire le inclinazioni di voto di un Paese, quello che il politologo Alfonso Signorini chiama il <em>sentiment</em>, ormai si può dire. Ma perché gli analisti e i commentatori, i giornalisti e i giudici di XFactor li prendono ancora sul serio? Chi esultando prima del tempo, chi lanciandosi in sperticate sentenze, chi vendendo le sue cripto per poi mangiarsi le mani. <strong>Quando li ascoltiamo sembra che ci sia come una misconoscenza dell’antropologia di base, quell’infarinatura minima di consapevolezza delle meschinità umane</strong> su cui ci illuminano da bambini le favole, la Bibbia e Dragon Ball. </p>



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<p>Tra tutte, il fatto che <strong>le persone mentono</strong>. Un’ovvietà che gli analisti troppo spesso sottovalutano, loro che lavorano solo sui dati, quindi solo su ciò che la gente dice esplicitamente. <strong>Ma le parole non sono un dato, nascondono sottotesti, sottointesi, in base al contesto mutano di significato. </strong>Pensiamo a un ragazzo americano qualsiasi, chiamiamolo Benjamin, che esce dall’Università a braccetto con la sua ragazza, anzi la sua crush – sono ancora nella fase del corteggiamento e non c’è la confidenza sufficiente per confessare l’indicibile. Lei della Virginia, una progressista convinta, lui del Missouri e la notte di nascosto guarda i video di Logan Paul che intervista gente assurda. </p>



<p>Una sondaggista donna, ispanica, incazzata nera dopo aver litigato con il marito causa stress pre-elettorale, li intercetta, e chiede loro che candidato voteranno alle prossime presidenziali. Lui è intenzionato a votare Trump, e tuttavia non può ammetterlo di fronte alla sondaggista incazzata ma soprattutto a Sarah, farebbe una figuraccia, complicherebbe la relazione, salterebbe la scopata a cui aveva pensato durante tutta la lezione di Bioetica dove gli hanno spiegato che il binarismo è una mistificazione teocratica. <strong>Opterà quindi per il <em>virtue signalling</em></strong>, superficiale ma ostentata segnalazione di virtù: dirà di votare per Kamala Harris. È più facile, comporta meno rischi. Perché non accade il contrario? Perché non è Sarah a mentire, dichiarando che voterà Trump per compiacere il suo ragazzo? La risposta a questa domanda, probabilmente, <strong>contiene anche la risposta a un’altra incognita: perché la sinistra sta sulle palle a tutti?</strong> </p>



<p>È una variazione sulla teoria delle minoranze intolleranti di Nassim Taleb, formulata in seguito ad un barbecue tra amici, quando si accorge che tutte le bevande disponibili sono «kosher», dicitura con cui vengono qualificati i cibi adatti agli ebrei in ossequio alle loro tradizioni. «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”». «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze».</p>



<p>Ora qui non si tratta di demografia, di un rapporto tra maggioranza e minoranza in termini numerici, quello tra Sarah e il nostro giovane Benjamin, ma rimane comunque un fatto:<strong> Sarah non potrebbe tollerare la scelta di Ben, mentre Ben tollererà senza fare troppe storie la scelta di Sarah</strong> (il patriarcato tra i ventenni è finito da un pezzo). Sarah è in qualche modo una minoranza auto-percepita, in quanto donna, in quanto progressista, di sinistra, illuminata, buona, giusta, queerfriendly, a differenza del popolo reazionario, infame, pancia del paese, composto da quelle che Eco chiamava “legioni di imbecilli” che hanno trovato voce sui social, senza capire che imbecilli con un telefono in mano lo diventiamo un po’ tutti, <strong>anche Eco</strong>. Così Sarah si sente depositaria di una legittimità superiore a quella di Ben e può far valere la sua intolleranza, costringendolo a fare pippa. «Voto Kamala Harris! Claro que sì», dirà il nostro sorridendo in favore di foglio Excel e abbracciando ancora più forte a sé Sarah. </p>



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<p>Ecco che salta il banco, il sondaggio mente perché gli uomini mentono – per quieto vivere o per chissà quante altre ragioni. Quanto spazio di ripensamento corre tra ciò che diciamo, la nostra reale intenzione e l’azione concreta? <strong>Tutto questo spettro di incertezza non è contabilizzato nelle statistiche.</strong> Un vuoto in cui si muovono masse di elettori. È come pensare di vincere le elezioni sulla base dei «mi piace» ai propri post, strategia che in qualche modo la Harris ha utilizzato incentivando gli <em>endorsement</em> da parte di tutto lo Star System, da Taylor Swift a Bruce Springsteen. I social ci dicono che piacciono. Gli stadi pieni ci dicono che piacciono, certo. Ma a quanti altri stanno sulle palle e questa avversione non viene conteggiata? Su quanti, tra gli elettori afro e ispanici, ha prevalso una tendenza patriarcale che gli ha fatto preferire Trump a una donna, senza che ciò potesse essere previsto? </p>



<p><strong>Non c’è il tasto «non mi piace» sui social</strong>, non esistono gli indici di sgradimento, le minoranze non coincidono sempre con i pregiudizi statistici che abbiamo su di loro. La frustrazione o il rancore hanno questa differenza con le passioni positive, che spesso sono mute. Nessuno può ammettere di provare risentimento. Nessuno si alzerà e dirà di averne abbastanza di mangiare cibo Kosher, non davanti a tutti almeno. Nessuno dirà alla sua ragazza che è contrario all’aborto o che gli rode solo l&#8217;idea di avere uno stipendio inferiore a quello di una donna (è sbagliato questo rodimento? Però esiste e incide sul voto). Da qualche altra parte quel rancore, aggravato dalla sua inconfessabilità e divenuto umiliazione, sopraggiungerà ben oltre l’odio che vediamo sui social – la parte visibile di un’insofferenza molto più grande che è il vero ago della bilancia <strong>in un vecchio Occidente con un discreto tenore di vita dove la politica si gioca sempre più sulla manutenzione o la sostituzione dei simboli</strong> (che tanto sull’economia domina il realismo capitalista).</p>



<p>Ecco perché una strategia basata solo o principalmente sull’analisi dei dati è destinata a fallire. <strong>La politica è l’arte di interpretare il non detto, l’inconfessabile, tutto ciò che la gente omette – e dargli una voce, quindi una dignità.</strong> La destra ci sguazza in questa roba, originando mostri come Trump e affini. Mentre la sinistra si sforza di fare il contrario – il suo sembra un perenne esercizio di sottrazione di dignità alla maggioranza delle persone comuni, invitando all’autocensura, alla colpevolizzazione di sé. <strong>Possibile che non ci sia un’alternativa a queste due modalità di fare politica? Il disprezzo del basso da un lato e l’esaltazione della bassezza dall’altro?</strong> Deve esserci una via di uscita, e sicuramente non è quella di gridare che Trump ha ucciso la democrazia, sono arrivati quelli di Qanon al potere (anzi i veri complottisti sono proprio quanti credono che i complottisti abbiano portato Trump alla Casa Bianca). </p>



<p>È che l’America sembra proprio aver completato tutto l’arco delle possibilità democratiche, facendo il giro e portando all’estremo il paradosso che la democrazia contiene al suo interno, <strong>quello per cui si può pretendere la libertà di scegliere per l’illibertà</strong>. Anche perché dall’altra parte non si è proposta una vera libertà, ma un’illibertà uguale e contraria, con l&#8217;aggravante di dover sopportare una tipa come Sarah.</p>



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		<title>Una donna per Nemica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jul 2024 10:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Harris]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con un Biden fuori dalle scene, e un Trump per un pelo fuori dal mondo dei vivi, gli sceneggiatori di Washington, non paghi, calano l'asso: a rappresentare i Dem, con tutta probabilità, sarà un poker d'identità protette: donna, afro-americana, indo-giamaicana, per sua sfortuna eterosessuale, ma non si sa mai... dall'altro lato Trump passa una mano di vernice sulla scenografia repubblicana, e ferito, ma in missione per conto di dio, si accosta al fotogenico JD Vance, hillbilly dagli occhi scintillanti, la parlata suadente, e la pelle giovane, pelosa, e bianca bianca bianca.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non c’è stato bisogno di portarlo via di peso, come successe due anni fa al povero ex presidente Hu Jintao durante il Congresso del partito comunista, nessuno lo ha preso sottobraccio e accompagnato più o meno cortesemente all’uscita. <strong>Nell’America democratica, per dire grazie e arrivederci al candidato ultraottantenne Biden sono bastati alcuni sondaggi e la chiusura di qualche rubinetto nel canale dei finanziamenti per la campagna,</strong> oltre a una spruzzata di COVID arrivata alla fine come la canonica goccia caduta su questo sorprendente&nbsp;vaso di Pandora delle presidenziali americane 2024, le più movimentate della recente storia americana.</p>



<p>Un vaso che negli ultimi dieci giorni ci ha riservato un uno-due che nemmeno “mani di pietra” Roberto Duran avrebbe saputo sferrare con maggiore veemenza, <strong>a ricordarci una volta di più quanto violenza e democrazia siano intrecciate nella storia degli Stati Uniti </strong>e quanto profonda sia la crisi di entrambi i partiti principali, repubblicano e democratico.</p>



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<p>Prima la silenziosa ma altamente spettacolare fucilata durante il comizio di Butler, con Trump che per un pelo non ci lascia come minimo l’orecchio, mostrando subito ancora sanguinante il pugno alzato a una folla plaudente; quindi il commiato di Joe Biden, dato ormai per scontato nonostante le smentite d’ufficio fino all’ultimo della Casa bianca, <strong>con tanti saluti al record che forse in cuor suo aveva già smesso di pregustare</strong>, quello di essere il primo over 80 a partecipare a una campagna presidenziale, per conto di un partito democratico in cui Nancy Pelosi si sta prendendo nuove soddisfazioni nei confronti di un sempre più debole Barak Obama, accusato di aver badato più a se stesso (e al possibile futuro politico della moglie?) che al bene del partito.&nbsp;</p>



<p>Roba da sceneggiatori in forma olimpica. Era chiaro: il film che prevedeva l’“unto del signore”, l’eroe salvato dall’intervento divino, l’ex presidente poco gradito al suo stesso GOP (proprio come il re dei conservatori Barry Goldwater negli anni Sessanta), capace di sollevare gli animi <em>hillbilly</em>, il nemico giurato (e sguaiato) del <em>Deep State</em> e dell’informazione perbenista, combattere (?) contro il politico di lungo corso ormai così barcollante fisicamente e mentalmente che nemmeno gli amici sapevano più come difendere, <strong>non poteva andare avanti.</strong> T<strong>roppo inutilmente costoso, troppo poco spettacolare, e soprattutto troppo scontato il suo finale</strong>, una specie di “David contro Golia 2. La vendetta”. Perché Golia-Trump l’ha detto a tutti nel primo discorso post-attentato: Dio è con me.</p>



<p>A un centinaio di giorni dalle elezioni, ecco dunque rimischiarsi tutto, con un David democratico che potrebbe ritrovare fiducia sotto le sembianze femminili di Kamala Harris (visti in tempi ristretti, pareva impossibile una soluzione diversa, senza contare il precedente negativo della convention “aperta” del 1968 che spianò la strada a Nixon) <strong>e un Golia repubblicano ritrovatosi improvvisamente di fronte un avversario diverso da quello bersagliato a più non posso fino a pochi giorni prima</strong>. “Vincere con lei sarà ancora più facile”, è stato il primo commento di Trump, ma per quanto risultino fuori luogo certi entusiasmi espressi da chi crede ancora ciecamente nello schema repubblicani=destra e democratici=sinistra, anche stavolta è difficile prenderlo sul serio.&nbsp;</p>



<p>L’elezione del 2020 era andata così, con un detentore del titolo che dopo aver fatto per quattro anni da classico elefante nella malmessa cristalleria del mondo (complicando non poco la vita a molte istituzioni internazionali), continuava a inseguire sul ring il ben poco brillante ottantenne che il giovane Obama aveva scelto nel 2012 come proprio vice a bilanciare la propria inesperienza ma che lo stesso Obama, da ex presidente, non aveva poi voluto candidare nel 2016, preferendogli sciaguratamente la divisiva Hillary Clinton. Non si era mostrato furbo come Chaplin sul ring di “Luci della città”, Biden, ma non ne aveva avuto nemmeno bisogno. <strong>Anzi, al contrario, nel film che lo ha visto vincitore nel 2020 lui era infatti lo scialbo rassicurante e l’altro il kitsch disturbante</strong>. Per dirla architettonicamente, il match era tra il “less is more” (il meno è il più) di miesiana memoria e il “less is bore” (il meno è noioso), diventato con Robert Venturi il claim del postmodernismo americano. Trump si era affannato, aveva sferrato pugni qui e là, <strong>ma alla fine di una delle campagne presidenziali più modeste (e più volgari, anche) della storia americana si era dovuto accasciare sotto i colpi di un’affluenza record</strong> (66,6%, 75% in probabili Stati-chiave come Michigan e Wisconsin) e un voto postale rivelatosi decisivo, complice anche quel COVID sbeffeggiato oltre misura.</p>



<p>Il copione che ci riserva il Trump versus Harris per i prossimi tre mesi ha tutta l’aria di essere molto diverso  da quello andato in scena nel 2020, anzi l’opposto. Un americano “tedesco” di New York, ex presidente condannato in sede civile per molestie sessuali che in quanto a volgarità, omofobia e sessismo non vuol essere secondo a nessuno di qua, e una rivale donna, afro-americana di discendenza indo-giamaicana, nata in California, ex procuratrice tipo “law and order” a San Francisco, sposata per giunta con un ebreo. Senza contare il turn point anagrafico: per quanto presente, ora il “vecchio” è il quasi ottantenne Trump. <strong>Se non fosse per l’apparato della power élite che assicura continuità tra un’amministrazione e l’altra e una redistribuzione della ricchezza che va al contrario, si potrebbe parlare quasi di due Americhe a confronto. </strong>Sorprese magari no, ma di scintille il nuovo copione ne assicura eccome. Del resto, siamo o non siamo nel Paese di P.T.Barnum? A coniare il minimalista “less is more” non poteva certo essere stato un europeo…</p>



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<p>Il “meno”, negli Stati Uniti, è sinonimo di noioso, a bassa intensità di appeal, per dire così, eppure ora il palazzinaro-costruttore d’alto bordo Donald Trump farebbe molto bene a studiarsi cosa voleva dire Mies van der Rohe, l’architetto di Aachen morto nel 1969 a Chicago. Perché in questo nuovo film che si va a girare, <strong>le parti si sono letteralmente invertite e la nuova sfidante è per molti versi un mistero</strong> &#8211; non come quello dell’uscita di scena di Angela Merkel, ma pur sempre un mistero. Soprattutto per Trump.</p>



<p>Salutata quattro anni fa come la speranza di tutto il mondo femminil-progressista,<strong> Harris è rimasta infatti avvolta nel cono d’ombra della vicepresidenza (la carica che l’John Adams vice di Jefferson considerava “la più insignificante”), senza che nessuno ne abbia saputo spiegare in maniera convincente (a meno di non credere alla storia del dossier migranti) le ragioni</strong>. Sicché ora è lui, forte del vantaggio fin qui fin troppo facilmente accumulato, a dover interpretare il ruolo dello “scialbo”, del “moderato” e lei a dover attaccare, magari puntando tutto sui buoni risultati dell’economia (nonostante un po’ d’inflazione) e sui diritti civili, l’aborto in particolare, messo clamorosamente in crisi con la sentenza della Corte suprema che ha abolito il diritto federale. <strong>Se poi riuscisse ad andare oltre il blando lamento fin qui esibito da Biden nei confronti di Netanyahu (nessun taglio sulle armi, solo qualche munizione in meno) potrebbe forse convincere oltre alle donne anche molti giovani elettori delusi a tornare alle urne.</strong> Difficile, dati i rapporti storici di vicinanza tra Stati-Uniti e Israele (ma intanto salta il discorso del primo ministro israeliano davanti al Senato in seduta congiunta…).</p>



<p>A tre mesi dal voto, abbiamo così una vicepresidente sessantenne finora rimasta nell’ombra (e già bollata come ordinaria via X da Elon Musk, insieme a Peter Thiel il più vicino al partito repubblicano tra i gigacapitalisti della Silicon valley anche prima dell’arruolamento come vice di J.D. Vance da parte di Trump), obbligata nelle prossime settimane a farsi conoscere per la sua tattica offensiva. I primi colpi li ha già sferrati: <strong>uno esplicito, da ex procuratrice, a Trump (“Ho già avuto a che fare con truffatori e predatori sessuali”), l’altro, più velenoso, sembrerebbe proprio a Obama: “Ha fatto più Biden in tre anni di mandato che molti altri anni in otto”.</strong></p>



<p><strong>L’ex presidente che già assaporava la vittoria si ritrova ora costretto a fare i conti con un avversario ancora da mettere completamente a fuoco ma ringiovanito di oltre vent’anni</strong>…Non sappiamo quanto Trump saprà essere prudente, non sappiamo quanto e dove Harris continuerà a picchiare, non sappiamo insomma se sarà un incontro al fulmicotone come quello Muhammad Alì-Frazier del 1975 o alla camomilla come quello tra Sugar Ray Leonard-Marvin Hagler del 1987.</p>



<p>Il futuro, come ripeteva sempre il Segretario di Stato di Truman Dean Acheson, arriva sempre un giorno alla volta, ma <strong>tutto lascia supporre che a rivelarsi determinante sarà ancora l’affluenza</strong>, quel 10% in più che quattro anni fa consentì a Joe Biden di essere il primo presidente della storia ad aver festeggiato i suoi ottant’anni alla Casa Bianca.</p>



<p>Trump ha già cominciato ad offendere la sua nuova avversaria (per la sua risata particolare), ma chissà se deciderà se proseguire nell’abituale raffica di insulti. <strong>Commetterebbe un errore madornale a lasciarsi trasportare da un istinto che finora non si è mai preoccupato troppo di&nbsp;non apparire da gentleman</strong>. A noi non serve una Lady Gaga, disse nel 2020, spavaldamente, Donald Trump. Ora però chissà cosa non farebbe per avere dalla sua Taylor Swift. O almeno per impedire che la cantautrice del momento si schieri contro di lui a sostegno di Kamala Harris. Potrebbe rivelarsi un’arma letale…</p>



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