<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>hip hop Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/hip-hop/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/hip-hop/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Nov 2025 09:11:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Non rompete il cazzo alla P38</title>
		<link>https://ilnemico.it/non-rompete-il-cazzo-alla-p38/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/non-rompete-il-cazzo-alla-p38/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 14:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Astore]]></category>
		<category><![CDATA[Brigatismo]]></category>
		<category><![CDATA[hip hop]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Penthothal]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove BR]]></category>
		<category><![CDATA[P38]]></category>
		<category><![CDATA[Yung Stalin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2572</guid>

					<description><![CDATA[<p>Reportage dal tour della P38, uno dei gruppi più chiacchierati del momento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/non-rompete-il-cazzo-alla-p38/">Non rompete il cazzo alla P38</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;&nbsp;<br>È il primo novembre e piove, mi sono trasferito a Genova da due settimane e decido di passare il sabato sera in un locale fuori dal centro<strong> per vedere i P38 in concerto</strong>. Sul bus mi rendo conto di essere circondato da un gruppetto di miei coetanei che vanno nello stesso posto, mi immergo nelle loro conversazioni come se ne facessi parte e l’ansia di sembrare un maniaco solitario si dissolve gradualmente. Quando scendo dal bus riprende a piovere forte, c’è molta gente fuori al locale, si entra a gruppetti. Dopo una ventina di minuti è il mio turno. Prendo una birra media e siedo su un tavolino vista palco per godermi l’opening act. Sul palco campeggiano tre bandiere della Palestina attaccate con lo scotch, davanti alla console invece la parodia della bandiera rossa che è costata al gruppo <strong>un’indagine dalla procura di Torino per istigazione a delinquere e apologia di reato con l’aggravante di terrorismo</strong>: c’è scritto “Bravi Ragazzi”, accompagnato dalla discussa stella a cinque punte. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br><br>Sono al Crazy Bull, a Sampierdarena, quartiere popolare di Genova Ovest divenuto la casa di migliaia di migranti latino-americani e culla della nuova generazione di rapper di Zena: HelmiSa7bi, Jerry Sampi e il più noto Sayf. Il locale si riempie mentre i suoni hyperpop di Ganri si diffondono nell’aria. Il pubblico non è ancora caldo a sufficienza. Tra l’opening e l’inizio del concerto c’è spazio allora per qualche pezzo: Quello che non ho di Fabrizio De André fa centro, sembra il preludio perfetto all’ingresso del gruppo. Mi alzo e vado al centro della sala. Invece parte Dolcevita di Ketama 126: il pubblico incassa la delusione. A metà pezzo qualcuno intona il coro “tout le monde déteste la police”, noncurante delle ben diverse frequenze del brano: col passare dei secondi sempre più persone cantano, e più sale la voce più sale l’adrenalina. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="P38 - NUOVE BR (VIDEO UFFICIALE)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/p2MhSUs1Iv8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><br><br>Il dj spegne la musica, è il momento, dalla casse esce la voce registrata di Penthothal che legge il SECONDO COMUNICATO: «Milleduecentocinque giorni, mh, ne è passato di tempo, eh? È bastato dire “lotta armata” per diventare terrorismo». Se il PRIMO COMUNICATO, che apriva Nuove Br, colpiva per la spregiudicatezza –«la lotta armata è appena tornata di moda, adesso sono cazzi vostri», ma anche «non siete rapper, siete degli imprenditori del cazzo» – il secondo riesce ad essere ancor più tagliente: «e se è vero che il potere scaturisce dalla canna del fucile, a volte la fama scaturisce dalla procura di Torino. Certo, <strong>forse a questo punto tanto valeva sparare davvero</strong>».         <br><br>Il pubblico si eccita e i tre sbucano dall’alto – il locale è sprovvisto di backstage – seguiti dal nuovo producer, subentrato quando Papa Dimitri ha deciso di lasciare il progetto per le vicende legali. Guardandoli scendere le scale che li portano sul palco, <strong>Yung Stalin, Astore e Jimmy Pentothal</strong> sono molto diversi da come me li ero immaginati ascoltandoli in cuffia. Avendo il viso coperto da un passamontagna bianco, finisco per soffermarmi sui loro corpi: nessuno dei tre è particolarmente in forma, ma è la sagoma sovrappeso di Jimmy Penthothal ad attrarre di più la mia attenzione. Inevitabilmente, quando ascolto i dischi delle band con più voci finisco per stabilire una mia personale gerarchia: Astore è il più bravo a rappare, e il live conferma questa impressione; Stalin il più iconico – dal nome alla rima sullo stato di Israele – ma è Penthothal il mio preferito, ed è per questo che scoprirlo grasso e poco adatto alla performance mi colpisce ancor di più.   <br><br>Il pezzo che apre il concerto è il primo della band, del 2020: la maggior parte delle persone, me compreso, non la cantano perché non la conoscono; subito dopo però arrivano i brani dall’ultimo album DITTATURA e dal precedente NUOVE BR, questi sì, cantati da quasi tutti i presenti. C’è comunque spazio per alcuni brani introvabili su Spotify e altri tratti dal disco di Astore, il più prolifico dei tre nonché quello specializzato nel tema del rapporto con le donne: «io non ho problemi con le donne perché il cazzo l’ho tagliato, stiamo pensando al cash cago sopra al patriarcato». In realtà, la narrazione del sesso che emerge da pezzi come COME ME COME TE o M(E)R(D)A è ben diversa da quella tipica del rap nostrano: «vengo a trovarti alle quattro di notte, devo vendicare Tiziana Cantone». Durante il concerto tre ragazze – inizialmente anche loro con un passamontagna – regalano acqua, birra e tequila al pubblico, «<strong>per sdebitarci del prezzo del biglietto</strong>» dice Penthothal, e non è una recita pensata per le prime file, l’alcool arriva anche dietro. Per il resto del tempo le tre sono sedute sulla scala alla mia destra e cantano i pezzi come fan accanite: sono pagate per recitare o sinceramente appassionate al gruppo?  </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Il Nemico - Roma Teheran (Visual)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/cwDRs48tr-A?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>           <br><br>Intorno a me ci sono persone molto diverse tra loro: oltre a molti miei coetanei, varie coppiette che slinguazzano sulle note di GHIACCIO SIBERIA – «<strong>trapper brigatista, bombe a Confindustria</strong>» – e diversi ragazzini, anche molto piccoli, che conoscono tutti i testi a memoria e li cantano con visibile emozione. Il pubblico adesso è veramente caldo, come il locale: molti seguono l’esempio di Yung Stalin e levano la maglietta. Quando è il momento di CIRCOTRIBUNALE, Penthothal non nasconde una certa insofferenza nell’indossare la toga da magistrato ma poi si diverte a ballare a braccetto con Astore vestito da clown.   <br><br>Quelli come me, i 25-30enni, rinunciano al pogo violento che si scatena a partire dal terzo pezzo più o meno ininterrottamente nonostante le intimidazioni della Security, ma non disdegnano di alzare la mano facendo il segno della pistola come richiesto da Jimmy Pentothal. Il pogo, la pistola, gli insulti: più va avanti il concerto più diventa una seduta di catarsi collettiva<strong>. Gli insulti partono ripetutamente e contro bersagli diversi: Israele innanzitutto, Papa Dimitri, Vittorio Feltri, Lucio Corsi, Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti</strong>, <strong>tutti i rapper italiani e alla fine nuovamente Israele.</strong> In alcuni momenti la catarsi la osservo, più che parteciparvi, turbato dall’impianto spacca timpani e dal sudore altrui che mi sfiora pericolosamente, in altri mi ritrovo ad alzare la mia P38 furiosamente al grido di Penthothal «viva la lotta armata».  <br><br>Sulla P38 si sono spese tantissime parole: chi li ha etichettati come pericolosi, chi li ha sbeffeggiati per il loro anacronismo e <strong>chi li ha esaltati per la loro abilità nel mischiare il linguaggio della trap con quello del brigatismo anni ’70</strong>. Dopo cinque anni dall’inizio della loro carriera, tre dall’inizio del procedimento giudiziario che li ha resi famosi, fare un bilancio della loro traiettoria artistica è inutile, oltre che molto scivoloso. Per questo motivo, quando finisce il concerto e qualcuno avanti e dietro di me comincia a fare qualche considerazione sulla gravità di alcune loro affermazioni o su quanto i tre siano dei geni, recupero velocemente la giacca da un divanetto e scappo via.      <br><br>Sul notturno per tornare ho intorno a me lo stesso gruppo dell’andata. La mia voce, bassa ma non impercettibile, si mischia a quella di una di loro cantando il ritornello di PARTITO DEL LAVORO con cui hanno chiuso il concerto: «le piace Stalin, ma quando è fatta dice che son l’anarchia, casa vacanze chiusi al centro di Pyongyang, con i miei fra siamo il partito del lavoro, ho una maglietta con la 3 faccia di Ho Chi Minh». Ci sorridiamo complici.       </p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/non-rompete-il-cazzo-alla-p38/">Non rompete il cazzo alla P38</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/non-rompete-il-cazzo-alla-p38/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le crisi di mezza età dei rapper.</title>
		<link>https://ilnemico.it/le-crisi-di-mezza-eta-dei-rapper/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/le-crisi-di-mezza-eta-dei-rapper/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 12:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di mezz'età]]></category>
		<category><![CDATA[hip hop]]></category>
		<category><![CDATA[Kanye West]]></category>
		<category><![CDATA[Marracash]]></category>
		<category><![CDATA[Nigga Heil Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
		<category><![CDATA[Salmo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2218</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alla fine è tutto un teatro. Prima recitavi il gangster. Poi reciti l’eremita illuminato, o il guru maledetto. Domani, chissà: magari il politico alternativo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/le-crisi-di-mezza-eta-dei-rapper/">Le crisi di mezza età dei rapper.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cari fan, preparatevi a una pioggia di trapper di mezza età tra una decina d’anni. Immaginate baby gang con i capelli ormai diradati, ma ancora col taglio sfumato dal barbiere di fiducia, occhiali da sole Balenciaga graffiati, tatuaggi sbiaditi… ma con la panza da birra artigianale, i figli alla Montessori e la dieta tisanoreica, a droppare la loro ultima traccia<strong>. I vostri idoli di un tempo, quelli che vi vendevano sogni di Lambo e montagne di coca, finiti tra tisane, psicologismi e meditazioni, con l’ansia da miglioramento personale</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="GARAGE GANG - FIGLIO MIO (PROD. AEGEMINUS)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/djraULvcC74?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Sì, insomma come Marracash e Salmo, un tempo rispettivamente il re del gangsta-rap e il cattivone sardo-criminale, oggi impegnatissimi in una nuova, entusiasmante carriera: <strong>quella dei quarantenni introspettivi che odiano il sistema</strong>, si sentono guariti, ma ci sguazzano ancora alla grande. Bipolarismo, ranch lontani dalla metropoli, suoni ammiccanti al cantautorato e al blues.</p>



<p>Il bello di questa fase esistenziale e artistica è che la svolta introspettiva arriva sempre, puntuale, dopo che il conto in banca ha raggiunto i sette zeri. Salmo ha pure rifiutato un milione di euro per un reality. Insomma: prima ostentavano, sbocciando bottiglie da mille euro; <strong>ora, dopo sei mesi di disintossicazione da social, postano il loro ultimo capolavoro</strong>… mentre ci spiano magari da profili fake.</p>



<p>Marracash, che fino a ieri faceva storie su storie dalla VIP lounge con modelle e bottiglie di Clicquot, oggi scrive poemetti sull’ipocrisia del jet set. Salmo, che ha venduto decine di migliaia di biglietti a prezzi da concerto degli U2, ora si ritira “<strong>a cercare l’essenziale</strong>”: il podcast pilotato, il platino prenotato.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>È il classico giochetto: <strong>prima ti arricchisci sfruttando un’immagine, poi la demonizzi per sembrare profondo.</strong> E non importa se tutto questo è ipocrita e un po&#8217; finto, come le tette di una di <em>Uomini e Donne</em> e la verginità della Comi (beata ragazza, ti seguo sempre). Insomma, <strong>&#8216;sti rapper hanno fatto soldi a palate con il materialismo più becero. Ora che sono sazi, fanno i puri</strong>. Lo diceva pure De André. E i fan ci cascano, credendo che sia “evoluzione” e non l’ennesima strategia di marketing.</p>



<p>Se davvero odiassero il sistema, avrebbero mollato tutto vent&#8217;anni fa. Lo ha fatto <strong>Kaos One</strong>, dedicandosi totalmente all’underground che lo stesso Salmo cita con un feat nell’ultimo album. Ma nel sistema, dopo averci nuotato dentro, si finisce un po’ a fare i santoni ben pagati.</p>



<p>Alla fine è tutto un teatro. Prima recitavi il gangster. Poi reciti l’eremita illuminato, o il guru maledetto. Domani, chissà: magari il politico alternativo (sempre con la villa in Sardegna e il conto alle Cayman).<br><strong>E il pubblico continua a crederci, perché anche loro sognano di poter un giorno “lasciare tutto”…</strong> ma solo dopo aver fatto i soldi, ovvio.</p>



<p><strong>Si è passati dal “spacco tutto” al “medito tutto” senza mai perdere un colpo</strong>. Noi paghiamo il biglietto, scrolliamo le storie e ci beviamo ogni stronzata. Che evolusssione, ragasssi. Che evolusssione… Invece Kanye West è il rapper quarantenne in crisi più fico. Sa ancora flexare soldi come ai vecchi tempi, dice stronzate politicamente scorrette, si fa il verso da solo e rimane un genio. Ha cambiato la musica anche dopo la svolta cristiana e moralista. Ha sposato la Kardashian, sempre più nuda.</p>



<div type="product" ids="2072" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Guardatelo: ha bisogno di attenzione costante, come tutti gli artisti maledetti, miseri, involuti, vuoti.</strong><br>Vuole essere nella parte, al centro dell’attenzione, ancora amato o odiato. Rubare il microfono e ubriacarsi cantando alla tua bella. Essere il guru e, volendolo, fare la finta davanti alla porta. Essere un minchione, ma essere artista, anche a costo di sembrare un clown. Come i veri artisti falliti. <strong>Vuole essere patetico</strong>. La crisi spirituale gli ha fatto produrre ancora dischi belli, e pure Papa Leone se li ascolta e ne è fan.</p>



<p>Dice: “Dio mi ha parlato. Ho fondato una chiesa.” E vende felpe con la svastica a 200 dollari.<br>Ha scoperto che la fede in qualcosa ti salva. Ed è anche un ottimo business, soprattutto se mischiata al branding.</p>



<p>La caduta libera nell’antisemitismo e nel suprematismo (ma ironicamente, da nero) è potenzialmente molto creativa per il mondo rap. Lo mette in crisi definitivamente, dal punto di vista concettuale. “Gli ebrei controllano tutto. Anzi, amo Hitler. Anzi, sono un suprematista bianco (anche se sono nero).” Insomma, non me ne fotte un cazzo. <strong>Sto sperimentando oltre il linguaggio e gli stereotipi rap</strong>. Non sono pazzo: è marketing della sfiga. Siamo tutti incel di qualcosa senza autonominarci incel. Siamo sfigati dentro. E ve lo vendo.</p>



<p><a href="https://twitter.com/kanyewest?lang=ca">https://twitter.com/kanyewest?lang=ca</a></p>



<p>Anche Eminem ha trovato un modo di essere quarantenne e rapper, ma non tutti lo hanno apprezzato in Italia: <em>The Death of Slim Shady</em>. Tradotto, per chi ha fatto il classico: colpo di grazia. Che, visti gli ultimi dischi, suona più come “auto-eutanasia artistica”. Il problema? Eminem ha 52 anni. Che, nel rap, è un po’ come essere al circo ed esibirsi con le foche. <strong>Ma ha senso, a quest’età, rappare ancora a mitraglia come se fosse il 2002? </strong>Farlo senza sembrare tuo zio napoletano ubriaco al karaoke, che canta Tupac con la cravatta in testa.</p>



<p>E poi, anche se è ancora un funambolo del verso, e sei, come si dice tra i “giovani”, figo e spacchi con rime e allitterazioni… chi lo capisce più? I boomer sono stanchi, i millennial disillusi, e la generazione Zoomer zoomereggia. <strong>Eminem si è chiesto se ha senso combattere i mostri che lui stesso ha generato. Perché oggi ci sono milioni di Slim Shady: più volgari, più disturbanti, più “virali”, in tutti i TikTok del mondo.</strong></p>



<p>E allora, ha senso ancora dissare qualcuno? Ha senso ancora prendersela con tutti e tutto, ma prima di tutto con se stessi? Ha senso se, tecnicamente, arrivi a mixare te stesso giovane con te stesso vecchio, dissandoti in loop e in multitraccia, e te ne fotti, e sei ancora la star, senza fare il guru, senza fare un disco dove dici che sei psicopatico… ancora psicopatico come una volta. Lo sei, e basta: psicopatico. Hai affrontato il ridicolo. Hai ucciso il rap.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/le-crisi-di-mezza-eta-dei-rapper/">Le crisi di mezza età dei rapper.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/le-crisi-di-mezza-eta-dei-rapper/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le mamme dei rapper</title>
		<link>https://ilnemico.it/le-mamme-dei-rapper/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/le-mamme-dei-rapper/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:23:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[fedez]]></category>
		<category><![CDATA[Ghali]]></category>
		<category><![CDATA[hip hop]]></category>
		<category><![CDATA[mamme]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
		<category><![CDATA[rapper]]></category>
		<category><![CDATA[Sfera Ebbasta]]></category>
		<category><![CDATA[sillogismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2093</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le creature più angeliche e buone, porto sicuro dove rifugiarsi dal mondo di violenza droga e povertà che è toccato in sorte, a quanto pare, ai loro figli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/le-mamme-dei-rapper/">Le mamme dei rapper</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono con Aristotele al Carrefour. Si sta cercando la curcuma quando di colpo ritira fuori la storia dei sillogismi. Sbraccia, gesticola tutto rosso, prova a spiegarsi ma pare in difficoltà. Io – magari sbagliando, non so –, gli dico che qualcosa non mi torna, il procedimento logico mi affascina, sì, ma si presta anche a mille eccezioni: insomma, lo contraddico. Dà di balta: mi urla contro, tira in terra la lattina di Fanta e va via. Dieci minuti, e torna indietro. Sembra più calmo, pare rientrato in sé. Si stira con le palme il chitone, si appoggia al carrello e mi guarda negli occhi, sospirando. “Senti”, mi dice, “ascoltami bene, per cortesia. Argomento semplice, proprio per farti un esempio. <strong>Allora, premessa maggiore: tutti i rapper sono esseri umani, giusto?”. Annuisco. “Tutti gli esseri umani – premessa minore – sono mammoni, giusto?”. Continuo ad annuire. “Ecco, questo premesso, non vedo altra conclusione se non affermare che i rapper sono tutti mammoni”</strong>, dice, e continua a guardarmi, come aspettando quell’approvazione che ancora non mi sento di dargli. Non è personcina tranquilla, Aristotele. Non lo è mai stato e lo si nota anche adesso, dalla frequenza con cui si ravvia i capelli, da come compulsa i braccialetti. “Allora? Sei d’accordo o no?”. “Aristotele”, gli dico, “coi rapper, non capisco, forse mi tornava di più quella del ristorante<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>…”. “Θεὲ ἅγιε, τοιούτους σκληροὺς δεῖ μοι πάλιν εὑρίσκειν!”, m’interrompe, e si allontana di nuovo, sbraitando. Io rimango lì, secco. Guardo Lorenzo Rocci, che si era allontanato per prendere un fustino di Dash. “Non lo tradurre”, mi dice. “Non lo tradurre che rimanerci male è un minuto”.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dopo cena ripenso a tutto il discorso. Ad assillarmi non è più la validità o meno del processo deduttivo – che potrebbe anche essere ammessa –, quanto il tema<strong>: che significa i rapper sono mammoni? I grill sui denti, i tatuaggi sul collo, la droga, e ancora la malavita, amicizie <em>peligrosas</em>, cicatrici dermatologiche e interiori, la rabbia sociale, il <em>barrio</em>, il senso di rivalsa, la strada, i coltellini svizzeri, il marciapiede, i punteruoli da compensato, tutto questo e poi si ricasca a farsi smacchiare i calzoni dalla mamma?</strong> Non fosse Aristotele, verrebbe da tirare dritto. Ma siccome <em>è</em> Aristotele, il visionario che ha vaticinato cinque degli ultimi otto vincitori di MasterChef dopo il primo Pressure Test, l’unica è cercare una playlist e dare il via. Metodo scientifico, amici. E magari anche <em>Peer review</em>, che vi piace tanto. <strong>Ghali.</strong></p>



<p>Uooh-uooh-uooh, bella!</p>



<p>Sono uscito dalla melma,</p>



<p>da una stalla a una stella.</p>



<p><strong>Compro una villa alla mamma</strong></p>



<p>e poi penserò all’Africa.</p>



<p>Stoppo. Come una villa alla mamma? E poi l’Africa? Ma che è, un’OPA? Cambio canzone.</p>



<p>[…] Devo stare attento, mannaggia</p>



<p>se la metto incinta poi mia madre mi, ah!</p>



<p>Perché sono ancora un bambino,</p>



<p>un po’ italiano, un po’ tunisino.</p>



<p>[…]</p>



<p>Dritto per la mia strada</p>



<p>Meglio di niente, mas que nada, vabbè</p>



<p>Tu aspetta sotto casa</p>



<p><strong>Se non piaci a mamma, tu non piaci a me</strong></p>



<p>Sento un brivido che si spicca dalla punta dell’alluce, corre a ritroso tutta la rete delle fibre nervose, si schianta dalle parti dell’ipotalamo. Mi agghiaccio. Un bambino? <strong>Avrai trent’anni, Ghali</strong>. Vai ospite nei talk show, mi fai il baluardo progressista e poi “se non piaci a mamma, non piaci a me”. Ma poi che è, questa inserzione brasileira, è inutile fare il globetrotter e poi la domenica tutti col bavaglio a mangiare i cannelloni madonna mamma ma che ci hai messo? il risentimento di non avere ancora un nipote da angariare dici? Pensavo noce moscata. Cambio ancora: “Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo?”. <strong>La statistica parla: tre canzoni su tre e si arriva alla mamma entro il quarto rigo</strong>. Prima di passare oltre, leggo il titolo della prossima traccia: <em>Mamma</em>, s’intitola. Ghali perduto, penso: punto per Aristotele.</p>



<div type="product" ids="2087" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ma può darsi che Ghali sia un caso isolato. È un oggetto mediatico di difficile lettura, va a Sanremo con un pupazzone, neanche ci prova a rimpiattare l’infantilismo. Vado avanti. <strong>Sfera Ebbasta</strong>. Pseudonimo protervo, ghigno beffardo, bazza in alto, fierezza, autonomia.</p>



<p>[…] Sono una rockstar, rockstar,</p>



<p>a uccidermi no, non sarà una stronza,</p>



<p>il mio cuore è freddo anche più del mio polso</p>



<p>e se provi a scaldarlo rischi che si sciolga.</p>



<p>Qui ti voglio Aristotele, chiacchiera con Sfera, di sillogismi, stai tranquillo che non arrivi alla premessa minore e prendi una coltellata. “Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: LA DROGA, finalmente, e poi <em>pute</em>, che non so cosa significhi ma la voglio immaginare una parola mondo che ingloba in quel semantema che rimanda allo scaracchio tutte le efferatezze possibili e soprattutto il disprezzo per l’ovvio, tra cui il familismo acritico.</p>



<p>Mamma, guarda, senza mani, sono una rockstar,</p>



<p><strong>mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra.</strong></p>



<p>Urlo, salto in piedi, rovescio il Fruttolo. Non ci posso credere. Mando indietro, ascolto di nuovo: “Mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra”. L’ha detto davvero. Inizio ad assaporare il gusto amaro del torto: stai a vedere ha ragione Aristotele. Con gli universali ci ha capito il giusto, ma se poi ci dà su queste faccende che gli vuoi dire. Che gli vuoi dire.</p>



<p>Ma ci sarà qualcuno che si salvi, cristo di dio: scorro veloce, Fedez?, figurati, Fedez è fisso con sua madre, le ha intestato tutto, <strong>è grassa se a suo nome gli è rimasto un monopattino</strong>, e infatti “sono solamente un bambino / che chiamerai papà”, roba da sfasciare il <em>De Trinitate</em> di Sant’Agostino, vabbè niente Fedez, ma questi – Fedez, Ghali, Sfera Ebbasta –, questi sono quelli più noti, amati dal pubblico che è figlio del pubblico di Toto Cutugno, nipote del pubblico che a Sanremo osannava Consolini e Latilla, è chiaro che qui si corra sul nazionalpopolare. No, è un errore di metodo: bisogna cercare altrove, fuori dal grande pubblico, <strong>Noyz Narcos</strong>, per dire, che forse neppure l’ha avuta, una mamma, pare nato da un’esplosione in un laboratorio chimico Noyz Narcos, no, macché laboratorio chimico, <strong>ce l’ha la mamma, e le chiede scusa, <em>Sorry mama</em>: “Vita puttana” – scrive, e per un attimo ti pare un maledetto – “mamma sorry” dice, poi “Secco don’t worry” – chi è Secco, il babbo? –, e arrivederci anche Noyz Narcos</strong>, dritto a rimpolpare l’ultimo tomo dell’<em>Organon</em>.</p>



<div type="product" ids="2072" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Lowlow</strong> forse? Nemmeno Lowlow: “Una mattina andavo in banca insieme a mamma / E ho visto Nico entrare e calarsi il passamontagna”, vita cruenta accompagnando la madre a fare un giroconto. <strong>Emis Killa</strong>? “Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei”, bella, buona anche per un bigliettino d’auguri in terza elementare. Tedua! “Innanzitutto devo tutto a mia madre per stare al mondo / Anche se al mondo non ci so stare”, complimenti signora bel lavoro. <strong>Gemitaiz</strong>? Nome cattivo, cranio tatuato, eppure:</p>



<p>Ricordo, mamma che mi chiamava</p>



<p>quando il fine settimana</p>



<p>al tramonto tornavo a casa</p>



<p>che puzzavo di marijuana</p>



<p>(scusa mamma)</p>



<p>Mi sa che ho perso. Provo ad aprirmi all’internazionale, ma il <em>Dear mama </em>di <strong>TuPac </strong>secca il proposito sul nascere. Ha ragione Aristotele, inutile insistere. Anzi, sarà il caso che vada a dirglielo, prima che si metta a scrivere un trattatello per convincermi.</p>



<p>Esco di casa e mi incammino verso il circolo. Fa freddo, mi metto i guanti e intanto continuo a pensare a tutte queste canzoni piene di mamme. Che, a pensarci, neanche fosse parola facile da mettere in rima, “mamma”: con che rima “mamma”? Tolto il suffisso “-gramma” – “porto la mamma a fare il fonocardiogramma” – resta poco, se non “dramma” – ma non mi pare questo il caso – e qualche assonanza scadente. <strong>È proprio una questione di autonomia apparente, cinismo confuso con adultità, emancipazione sbandierata ma fittizia</strong>. IL CONTEMPORANEO, griderebbe il mio amico Massimo Gramellini, non fosse che gli hanno fatto due otturazioni e con le consonanti occlusive è ancora in difficoltà. &nbsp;Resta che Aristotele ha ragione anche stavolta, e se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando sa di avere ragione, allora sta zitto una trentina di secondi, ti guarda, e poi fa il gesto dei surfisti. Da battere nel muro.</p>



<p>Eccolo lì, seduto. Ma non è solo. Accanto a lui, Pirrone, lo scettico. “Eccoci”, penso, “ci risiamo”. L’ultima volta li abbiamo divisi in quattro, con Pirrone che brandiva l’attizzatoio del barbecue. Seedorf non glielo puoi toccare. Ma ora sembrano tranquilli: Pirrone è seduto, si massaggia la pancia e sorride. Il “maestro di color che sanno” (prenota così, al ristorante), invece, è in lacrime e con le cuffie nelle orecchie, gobbo perché i fili sono pieni di nodi e non gli arrivano bene alla testa. Li raggiungo, ma Aristotele non mi guarda neanche: continua a piangere e riposiziona gli auricolari. Guardo Pirrone: “Fabri Fibra, bambino”, mi sussurra: “Fabri Fibra”.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A chi percepisca il dovere filologico di rimarcare la distinzione tra rapper e trapper e fare questioni d’appartenenza a una sottocultura che si picca d’essere ruvida e guarda male noi che ancora si piange a sentire <em>Come saprei</em> di Giorgia si raccomanda con cordialità di pensare alla sua, di mamma.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp; 1. Al ristorante qualcuno dovrà pure pagare; 2. Tu sei qualcuno; 3. Paga te.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/le-mamme-dei-rapper/">Le mamme dei rapper</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/le-mamme-dei-rapper/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
