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	<title>India Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L’India è l’etnocrazia più cool del momento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva. Da che se ne ha memoria l’immagine dell’India proposta dai rumorosi ripetitori occidentali è mediamente ben poco lusinghiera: ancora si trova chi repelle lo stile di vita indiano, fatto, secondo le loro fonti, di scarsa igiene, strade trafficate e inquinamento sfacciato. Fin qui il primo dei paesi del Terzo Mondo è stato il limite inferiore del decoro civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I luoghi comuni spesso ci azzeccano, ma altrettanto spesso sussistono solo in seno a precise campagne propagandistiche. La macchina dell’intrattenimento crea feticci di realtà di qualsiasi tipo, &#8211; in questo caso un popolo, un paese &#8211; per cucirgli addosso il costume più adatto per provocare la reazione, anche inconscia, voluta nel pubblico. Così nella coscienza collettiva l’attore India è stato presentato fin qui solo con delle sudice vesti, un bizzarro brufolo sulla fronte e cibo poco digeribile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo sospettare quale sia il motivo per cui gli Indiani non vengano ricordati come dei mistici, saggi e illuminati. Negli anni ‘50 la politica estera indiana è stata quella del non allineamento alla NATO o al Patto di Varsavia. Il sentimento di indipendenza appena conquistata era tale da far sì che l’allora governo di Nerhu, non cedesse all’attrazione gravitazionale dei due poli. A condividere questa postura all’epoca furono i nazionalisti socialisti, in particolare, la Jugoslavia di Josip Broz Tito e l’Egitto di Gamal Abed el-Nasser: non proprio due eroi nella favoletta del liberalismo all’americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ora qualcosa è cambiato e la figura dell’India nello stereotipo comune è destinata ad apparire in un ruolo diverso, in abiti formali e portamento inquisitore. Il primo ministro Narendra Modi è un personaggio carismatico, nonché il primo virtuoso esempio di punto di incontro tra lo sfarzo del tardo capitalismo e il misticismo della spiritualità orientale, entrambi esaltati nell’esecutivo. Il suo Bharatiya Janata Party, il Partito Popolare, è in cima ai sondaggi da 12 anni. Modi è anche amante dell’arte, filosofo e soprattutto profeta dell’Hindutva, grazie al quale ha potuto ridisegnare gli abiti da scena del suo immenso paese; a tesserli ci penseranno gli esperti costumisti Israeliani.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">L’Hindutva è un’ideologia politica che interpreta i fondamenti della religione indù in chiave etnica, ponendosi come ideale la realizzazione dello Stato Induista. Questo programma sfocia naturalmente nel nazionalismo estremo e nel restringimento degli spazi di libertà e contaminazione. In India quasi l’80% della popolazione è induista, la minoranza più rilevante è quella islamica (15%) seguita da cristiani, sikh e da ciò che rimane dei buddisti. Come per il Sionismo, l’Hindutva esiste solo quando indica il proprio nemico, la minaccia esistenziale che giustifica l’esistenza, e come per il sionismo questo nemico è l’Islam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il Raj britannico si ritirò dalla regione dopo la marcia del Sale di Gandhi, i coloni fecero in tempo ad assicurarsi la separazione del Pakistan a maggioranza musulmana dalla nascente Repubblica Indiana. Si generò una situazione di forte tensione per la quale partirono enormi flussi migratori attraverso la mal tracciata Linea Radcliffe che fecero registrare quasi un milione di morti. Se Mahatma Gandhi, fino al suo omicidio, aveva sempre teso la mano alle comunità musulmane del Pakistan, anche condannando fermamente le azioni intraprese in Palestina dagli Israeliani, con Modi questa linea è stata definitivamente stravolta e le pretese della Nuova India si trovano convergenti, almeno per ora, con gli interessi di egemonia di Israele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’alleanza si concentrerà sicuramente sulla creazione del corridoio IMEC alternativo alla via della Seta cinese, ma anche e soprattutto sul tema sicurezza, difesa e digitalizzazione. L’Impero si assicura la fedeltà del secondo esercito più grande del mondo e del più grande campo prove al mondo per allenare IA e sistemi di coercizione digitale. La nuova India avrà in cambio, oltre alla promessa di una crescita senza precedenti, l’accesso ai salotti eleganti del palazzo degli stereotipi, una nuova opinione pubblica sul suo conto che racconterà di un paese di grandi lavoratori, di competenti ingegneri, programmatori e di esperti massimi di intelligenza artificiale. Gli investimenti delle big tech, tra cui NVIDIA e Microsoft, e dei falchi dei settori della difesa occidentali in termini di infrastrutture e formazione tecnica sono colossali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Palantir in particolare esercita un ruolo quasi ministeriale nell’India di Modi, attraverso Foundry monitora i movimenti del sempre più digitalizzato sistema bancario indiano e con Gotham sorveglia la popolazione specialmente nelle aree del Kashmere in funzione anti-pakistana. Entrambi i software sono armonizzati con sistemi bancari, droni e cloud israeliani. Il nuovo asse va oltre al cinismo economico, lo dimostra per esempio l’esodo dal nord-est dell’India verso Israele della tribù dei Bnei Manashe, considerata una delle ”10 tribù perdute di Israele” e spediti a ripopolare le aree occupate di Libano e Palestina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contestualmente a questi grandi affari abbiamo assistito all’esplosione di Dyia Joukani, alias “Cool Girl from India”. La fashion designer di Mumbai sbarca nei Per Te e immediatamente l’asticella della nonchalance viene spostata su un nuovo livello, prendendo in contropiede i primatisti europei. È l’occidente che si apre lentamente a una possibile nuova forma degli indiani. E mentre Dyia si propone come modello per i chill guys e le cool girls che si lasciano scorrere addosso il mondo che esplode tra un blouson ricamato e una canzone di Frank Ocean, anche le classi dirigenti possono guardare all’India.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Narendra Modi incarna quel leader che ogni dirigente europeo vorrebbe essere: un leader eletto democraticamente, ma il cui potere è giustificato da una volontà superiore, divina. Se la guerra all’Iran ha fatto provare a qualche elettore un po’ di simpatia per gli Ayatollah, che almeno muoiono da grandi signori rispetto agli omologhi della controparte occidentale, immaginarsi in Europa una teocrazia democratica emanata dal Dio progresso non è affatto un esercizio complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’élite europea osserva il paradigma indiano come se fosse la condizione ideale per l’amministrazione di un elevato tasso di povertà. Qui da noi sarà necessario romanticizzare la povertà con la religione, e far risaltare i moti d’orgoglio sotto l’occhio sempre vigile di Palantir. La nostra classe dirigente in futuro non mancherà mai di farci vedere con quale dignità gli indiani si fanno forza tra la miseria, aggrappandosi al loro inesauribile spirito imprenditoriale così carente tra noi, cresciuti nella bambagia della fine della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’atteggiamento che la “cool girl from India” mostra nei suoi bellissimi video è stato il rifugio sicuro di molti giovani occidentali che, non trovando nelle istituzioni delle basi d’appoggio credibili su cui fondarsi si sono protetti dalla disumanità del mondo dietro uno scudo di silenzio cosmico altrettanto disumano. Per non rischiare di disturbare nessuno in questa vita in cui tutti disturbano tutti, i chill-guys si arroccano nell’immagine che gli altri hanno di loro e, sempre senza forzature, lasciano che la loro preziosa personalità fluisca solo a piccole gocce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma gli spazi di libertà sono talmente stretti che questi fiati vitali scorrono solo lungo i canali social che lucrano su chi spera, un giorno, senza ammetterlo, che per essere notato da qualcuno possano bastare le poche gocce di personalità filtrate dall’algoritmo. Al giorno d’oggi questo sentimento di eroica resistenza (digitale) al caos trova il suo vate in Dyia. Quindi, se gli europei non riusciranno ad accogliere la mentalità micro-imprenditoriale che si addice ai popoli affamati, possono ancora ritirarsi nel loro cyber-nichilismo cosmico e dedicarsi all’ansia abissale che ne consegue. In entrambi i casi si guardi all’India.</p>



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		<title>L&#8217;India come riserva di spiritualità per l&#8217;Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[hindutva]]></category>
		<category><![CDATA[hippie]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[orientalismi]]></category>
		<category><![CDATA[yoga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Yoga e meditazione trascendentale, Osho e Bikram, curcuma e non-violenza. L'Occidente, attraversato da una perdurante sindrome da scompenso spirituale, ricorre all'importazione massiccia di pratiche e guru nati nel sub-continente. Di contro nasce e si espande sempre di più il nazionalismo indiano, l'ideologia hindutva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il mondo occidentale è ricco di pratiche, credenze e costumi provenienti dalla cultura indiana, estrapolate e riadattate appositamente per adeguarsi allo stile di vita nordamericano ed europeo. <strong>Dei paesi orientali, l’India è quello che ha maggiormente contribuito ad appagare le esigenze spirituali di questa parte di mondo, in evidente crisi di trascendenza. </strong>Dallo yoga aziendale, all’<em>ayurveda</em> come medicina alternativa, dal vegetarianismo alle pratiche non-violente, fino alla curcuma e i pantaloni “punjabi”, elementi che si richiamano al vasto ed eterogeneo insieme del mondo culturale del subcontinente indiano, sono ormai equivalentemente caratteristici della cultura occidentale. Per contro, le usanze del mondo islamico o di quello ebraico, per quanto entrambi più prossimi geograficamente e interconnessi storicamente, non hanno attecchito in uguale misura, conservando una più ampia specificità loro propria, inassimilabile. Può darsi che ciò sia dovuto all’eterogeneità dei gruppi etnici presenti in India, il che ha impedito che uno solo tra di essi potesse rivendicare, e difendere, la paternità delle tradizioni culturali e spirituali indiane<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. Ma con quale grado di fedeltà sono state integrate le pratiche e le credenze importate? <strong>Quali sono state le conseguenze di questa colonizzazione all’inverso, sia per il popolo occidentale che per quello indiano? </strong>Ma anzitutto, cos’è che ha portato l’Occidente a ricorrere, in tale misura, a soluzioni esogene ed esotiche per le proprie esigenze spirituali e culturali?             </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Dal secondo dopoguerra in poi, l’Occidente si trova nel mezzo di una <strong>perdurante sindrome da scompenso spirituale</strong>. Avendo esaurito, per il momento, le risorse spirituali endogene delle proprie religioni ufficiali, da qualche decennio questa parte di mondo si dedica<strong> al recupero, al revival e al pastiche di elementi del proprio passato esoterico, mescolati ad acquisizioni esotiche, estratte da paesi più fertili in materia di spirito</strong>. Tutto ciò ha dato vita alla religiosità <em>New Age</em>, una rivisitazione sincretica degli attributi più spendibili e meno problematici dei culti essoterici ed esoterici con cui il mondo occidentale è entrato in contatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Durante la seconda metà del secolo scorso l’avanguardia spirituale europea ed americana, in crisi di trascendenza, ha ripreso le antiche rotte missionarie che avevano portato il cristianesimo in ogni latitudine del mondo, invertendo però lo scopo del viaggio. <strong>Mentre i missionari partivano con l’obiettivo di spargere il verbo cristiano, e convertire gli infedeli, negli anni ’60 e ’70 del ’900, gli hippie e gli alternativi europei ed americani facevano rotta verso Oriente &#8211; </strong>lungo quello che <em>a posteriori</em> è stato battezzato l’<em>hippie trail</em><strong> &#8211; con l’obiettivo di immergersi nelle culture locali, delle quali cercavano di estrarre le risorse spirituali, adottandone pratiche e costumi</strong>, da integrare in un <em>melange</em> posticcio una volta rientrati in patria.  </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Il pellegrinaggio occidentale degli anni ’60 e ’70 ebbe conseguenze di vario tipo dal punto di vista culturale. Se alcuni gruppi etnici, come gli han cinesi, vi si dimostrarono pressoché indifferenti, altri, come i persiani sciti dell’Iran, ne ricavarono, per opposizione, un principio identitario più forte, marcatamente anti-occidentale. <strong>Un paese in particolare si distinse tra le mete dei turisti spirituali, l’India, terra da sempre contesa e attraversata da etnie diverse, con credi e tradizioni differenti</strong>. Il subcontinente indiano sembrava offrire al mondo occidentale un’accessibile riserva di spiritualità, da cui esso scopriva così di poter attingere profusamente.   </p>



<p class="wp-block-paragraph">  <br>Per una naturale osmosi, le fedi esotiche e i valori che esse veicolano, tendono a subire, se introdotte e trafugate in paesi diversi da quello di origine, <strong>un preventivo e spontaneo depotenziamento dei loro aspetti più sovversivi e meno conciliabili, una riduzione della loro complessità.</strong> Già i romani si erano distinti per la loro grande capacità di assimilare e riadattare i culti delle popolazioni con cui entravano in contatto &#8211; il più delle volte sottomettendole. Può darsi che ciò abbia contribuito a consolidare l’Impero e a garantirne la tenuta<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.  In maniera simile, il mondo occidentale contemporaneo sembra coltivare la medesima disposizione assimilativa, quasi un correlato della sua coazione a ripetere imperiale.   </p>



<p class="wp-block-paragraph">    <br>Alcune pratiche indiane, in particolare, sono divenute a tal punto popolari da essere ormai parte integrate della cultura occidentale, ed elementi imprescindibili di ciò che comunemente si intende per religiosità “New Age”. Una forma riadattata di queste pratiche sembra aver trovato un proprio luogo naturale nel Nordamerica e in Europa, ai due poli opposti delle rappresentanze dell’ideologia neoliberale:<strong> sia, da un lato, all’interno della cultura aziendale, capitalista e tecnocratica, che, dall’altro, nelle sottoculture che rivendicano un’incompatibilità con la mentalità del profitto.</strong> Lo yoga, per citare l’esempio più evidente di chiara derivazione indiana, è una pratica che ha sedotto sia l’universo degli ambiziosi <em>guru</em> (termine affatto casuale) del tech e delle start-up che quello delle controculture, che invece si richiamano a un rapporto più diretto con la natura, lontano dalle lusinghe della tecnologia e del capitale. <strong>Sia gli eredi degli <em>hippie</em> che quelli degli <em>yuppie</em>, per dirlo in una battuta.</strong>   </p>



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<p class="wp-block-paragraph">    <br>La millenaria disciplina dello yoga è finalizzata nell’induismo a raggiungere uno stato di coscienza superiore, e nell’interpretazione buddhista a fuoriuscire dal <em>samsara</em> (ciclo delle reincarnazioni) tramite l’annullamento di <em>tanha</em> e <em>trshna</em> (brama e sete), sulla base del presupposto che la realtà non sia altro che <em>dukkha</em> (sofferenza o angoscia, agitazione, commozione). Nel suo riadattamento occidentale invece,<strong> lo yoga sembra aver subito una distillazione integrativa, per essere accolta senza attrito sia negli <em>open office</em> della Silicon Valley che lungo le spiagge della West Coast o negli eco-villaggi anticapitalisti; una sorta di “californizzazione” coatta.</strong> <strong>La realtà di fondo dell’esistenza, nella <em>vulgata</em> californiana, non è più <em>dukkha</em> &#8211; dolore, angoscia &#8211; ma <em>stress</em>, ovvero un prodotto di scarto delle contraddizioni che l’ideologia capitalista obbliga a sopportare</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La pratica finalizzata alla fuoriuscita dalla corrente samsarica, alla liberazione dell’anima dall’oppressione corporale, e al pieno controllo ascetico dei propri pensieri e delle proprie passioni, si è così trasformata in una disciplina di <em>fitness</em> tesa al riequilibrio spirituale e fisico, <strong>una forma elaborata ed esotica di riscaldamento muscolare</strong>, volta a integrare ed accogliere gli urti esistenziali. Lo yoga occidentale, rendendo più flessibili anima e corpo, è diventata così un’ulteriore pratica sportiva, che oltre a tonificare e allungare i muscoli, permette di scongiurare, ancora per un po’, lo spettro del nichilismo. Nella sua declinazione aziendale esso assume persino le caratteristiche di un <em>training</em> cognitivo ed esistenziale, <strong>finalizzato a massimizzare creatività, evoluzione personale, capacità manageriali ed efficienza lavorativa,</strong> e monetizzare così al massimo sul proprio equilibrio emotivo e spirituale<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.   </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Un’altra pratica di origine indiana, di derivazione vedica, che ha trovato modo di essere riadattata all’interno della cultura occidentale è la meditazione trascendentale. Popolarizzata in Occidente da Maharishi Mahesh Yogi, e promossa da celebrità quali i Beatles e i Beach Boys, la pratica ha riscosso un enorme successo sia in America che in Europa. Al pari dello yoga, però, anch’essa si è dovuta riadattare per diffondersi, e rispondere così a esigenze e prerogative lontane da quelle inizialmente contemplate dai <em>Veda</em>. <strong>Essa infatti ha trovato modo di insinuarsi nelle crepe dell’ideologia, spiritualmente arida, del transumanismo</strong>. Lasciandosi alle spalle i complicati percorsi di ascesi e autocoscienza della tradizione induista, la disciplina della meditazione trascendentale <strong>è stata propagandata in Occidente alla stregua di un’alternativa, ammantata di un’aura sacrale, per esaudire i desideri che i transumanisti, di norma, affidano al <em>bio-engineering</em></strong>. Da un lato essa funzionerebbe come stabilizzatore del ciclo circadiano, della pressione sanguigna e dell’umore (principalmente, di nuovo, sotto forma di riduzione dello <em>stress</em>), dall’altro essa può essere applicata anche come strumento di ingegneria sociale, che ridurrebbe la criminalità e le conflittualità nel mondo; nel pacchetto riservato solo agli iscritti al <em>Trancendental Meditation – Sidhi Program</em>, <strong>la pratica concederebbe persino la facoltà di volare</strong>, in grande anticipo rispetto al progresso tecnologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">    <br>La notevole disponibilità emotiva che l’Occidente, minacciato dal nichilismo, è stato disposto a investire in tutto quel che concerne la spiritualità e la cultura indiana <strong>lo ha esposto anche ai pericoli della suggestione esercitata da individui carismatici e controversi</strong>. Come il “guru del sesso” Osho Rajneesh, nel cui ashram a Pune si può entrare solo passando prima per un anticamera-laboratorio e sottoponendosi al test dell’HIV; o Bickram Choudhury, sedicente ideatore del Bickram yoga, una versione “al caldo” dell’antica pratica indiana, accusato da alcune sue allieve di molestie sessuali.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>La californizzazione della cultura indiana, reinventando molti aspetti delle pratiche e delle dottrine originarie su cui si basa &#8211; spesso mistificandole o banalizzandole &#8211; <strong>ha ormai creato un immaginario separato, una sua versione occidentale, un vero e proprio orientalismo</strong>. Per contro, il successo dell’ideologia <em>hindutva</em>, promossa in particolare dal primo ministro uscente dell’India, Narendra Modi, sembra confermare <strong>la percezione da parte del popolo indiano di un travisamento della “tradizione induista”, da cui nascerebbe l’esigenza di difenderla e promuoverla</strong>. Il nazionalismo hindu riscuote consensi in India in primo luogo in opposizione al panislamismo, un’ideologia reputata pericolosa per le sue possibili conseguenze sul conflitto indo-pakistano nella regione del Kashmir.  Ma può darsi che l’abuso di pratiche e costumi indiani, avvenuto negli ultimi decenni in Occidente, non sia del tutto irrelato alla diffusione dell’ideologia<em> hindutva</em>. <strong>Una tradizione, infatti, nasce spesso in risposta a un tentativo di assimilazione illegittima, un sacrilegio, una profanazione</strong>. Ad esempio è in momenti di particolare promiscuità e confusione linguistica che nascono le varie e ufficiali accademie preposte, così come le ricette ufficiali tendono ad essere esaltate proprio per prendere le distanze dalla diffusione di variazioni e travisamenti. In periodi storici ad alta intensità di domanda spirituale ciò può capitare anche nella sfera delle religioni<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>.         </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L’integrazione tollerante e l’esclusione tradizionalista sono le due facce della medaglia che rotola sul piano inclinato della storia. <strong>Il popolo indiano, dovendo fronteggiare sia l’una che l’altra tendenza &#8211; nei tentativi di assimilazione dell’Occidente da una parte e nell’opposizione frontale del mondo islamico dall’altra – sembra essersi adattato</strong>. Esso si è radicato, per difesa, in un’inedita forma di nazionalismo, pronta ad accogliere la sua specifica eterogeneità linguistica, etnica e religiosa, la medesima che ne aveva garantito l’eccezionale fecondità spirituale e culturale. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">             </p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Ciò potrebbe anche essere la causa dell’eccezionale produttività religiosa dell’India, paese in cui sono nate ben quattro religioni diverse: l’induismo, il buddhismo, il giainsimo e il sikhismo.&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Oltre ai culti mitraici e zoroastriani, la più celebre delle evenienze in questo senso fu l’importazione del cristianesimo, ordinato all’interno della religione cattolica. A fondare il cattolicesimo fu infatti non tanto l’ebreo Gesù di Nazareth, ma il romano Paolo di Tarso &#8211; a tal punto romano da scampare la crocifissione, in cambio di una dignitosa decapitazione -, che, senza essere mai entrato in contatto con il suo Messia, ne professò comunque con zelo la dottrina. L’interpretazione paolina tuttavia tendeva a escluderne gli aspetti più sovversivi e rivoluzionari, mettendo piuttosto l’accento sull’invito cristiano, più pacifico e conciliante, a investire sulle ricompense dell’aldilà, tralasciando le esigenze del presente.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> In ciò affine all’uso degli psichedelici a scopo non più ri-creativo, ma creativo e imprenditoriale, promosso da molti elementi di spicco della <em>tech industry</em> e dell’ambiente delle <em>start-up</em> americane.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Uno dei periodi più floridi per la produzione dogmatica cattolica, e quindi l’istituzione della sua tradizione religiosa, la Controriforma del Concilio di Trento, deriva il proprio nome precisamente dal successo delle riforme luterane e calviniste. Le guerre di religione producono spesso le stesse tradizioni oggetto della contesa.</p>
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