L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva. Da che se ne ha memoria l’immagine dell’India proposta dai rumorosi ripetitori occidentali è mediamente ben poco lusinghiera: ancora si trova chi repelle lo stile di vita indiano, fatto, secondo le loro fonti, di scarsa igiene, strade trafficate e inquinamento sfacciato. Fin qui il primo dei paesi del Terzo Mondo è stato il limite inferiore del decoro civile.
I luoghi comuni spesso ci azzeccano, ma altrettanto spesso sussistono solo in seno a precise campagne propagandistiche. La macchina dell’intrattenimento crea feticci di realtà di qualsiasi tipo, – in questo caso un popolo, un paese – per cucirgli addosso il costume più adatto per provocare la reazione, anche inconscia, voluta nel pubblico. Così nella coscienza collettiva l’attore India è stato presentato fin qui solo con delle sudice vesti, un bizzarro brufolo sulla fronte e cibo poco digeribile.
Possiamo sospettare quale sia il motivo per cui gli Indiani non vengano ricordati come dei mistici, saggi e illuminati. Negli anni ‘50 la politica estera indiana è stata quella del non allineamento alla NATO o al Patto di Varsavia. Il sentimento di indipendenza appena conquistata era tale da far sì che l’allora governo di Nerhu, non cedesse all’attrazione gravitazionale dei due poli. A condividere questa postura all’epoca furono i nazionalisti socialisti, in particolare, la Jugoslavia di Josip Broz Tito e l’Egitto di Gamal Abed el-Nasser: non proprio due eroi nella favoletta del liberalismo all’americana.
Ma ora qualcosa è cambiato e la figura dell’India nello stereotipo comune è destinata ad apparire in un ruolo diverso, in abiti formali e portamento inquisitore. Il primo ministro Narendra Modi è un personaggio carismatico, nonché il primo virtuoso esempio di punto di incontro tra lo sfarzo del tardo capitalismo e il misticismo della spiritualità orientale, entrambi esaltati nell’esecutivo. Il suo Bharatiya Janata Party, il Partito Popolare, è in cima ai sondaggi da 12 anni. Modi è anche amante dell’arte, filosofo e soprattutto profeta dell’Hindutva, grazie al quale ha potuto ridisegnare gli abiti da scena del suo immenso paese; a tesserli ci penseranno gli esperti costumisti Israeliani.
L’Hindutva è un’ideologia politica che interpreta i fondamenti della religione indù in chiave etnica, ponendosi come ideale la realizzazione dello Stato Induista. Questo programma sfocia naturalmente nel nazionalismo estremo e nel restringimento degli spazi di libertà e contaminazione. In India quasi l’80% della popolazione è induista, la minoranza più rilevante è quella islamica (15%) seguita da cristiani, sikh e da ciò che rimane dei buddisti. Come per il Sionismo, l’Hindutva esiste solo quando indica il proprio nemico, la minaccia esistenziale che giustifica l’esistenza, e come per il sionismo questo nemico è l’Islam.
Quando il Raj britannico si ritirò dalla regione dopo la marcia del Sale di Gandhi, i coloni fecero in tempo ad assicurarsi la separazione del Pakistan a maggioranza musulmana dalla nascente Repubblica Indiana. Si generò una situazione di forte tensione per la quale partirono enormi flussi migratori attraverso la mal tracciata Linea Radcliffe che fecero registrare quasi un milione di morti. Se Mahatma Gandhi, fino al suo omicidio, aveva sempre teso la mano alle comunità musulmane del Pakistan, anche condannando fermamente le azioni intraprese in Palestina dagli Israeliani, con Modi questa linea è stata definitivamente stravolta e le pretese della Nuova India si trovano convergenti, almeno per ora, con gli interessi di egemonia di Israele.
L’alleanza si concentrerà sicuramente sulla creazione del corridoio IMEC alternativo alla via della Seta cinese, ma anche e soprattutto sul tema sicurezza, difesa e digitalizzazione. L’Impero si assicura la fedeltà del secondo esercito più grande del mondo e del più grande campo prove al mondo per allenare IA e sistemi di coercizione digitale. La nuova India avrà in cambio, oltre alla promessa di una crescita senza precedenti, l’accesso ai salotti eleganti del palazzo degli stereotipi, una nuova opinione pubblica sul suo conto che racconterà di un paese di grandi lavoratori, di competenti ingegneri, programmatori e di esperti massimi di intelligenza artificiale. Gli investimenti delle big tech, tra cui NVIDIA e Microsoft, e dei falchi dei settori della difesa occidentali in termini di infrastrutture e formazione tecnica sono colossali.
Palantir in particolare esercita un ruolo quasi ministeriale nell’India di Modi, attraverso Foundry monitora i movimenti del sempre più digitalizzato sistema bancario indiano e con Gotham sorveglia la popolazione specialmente nelle aree del Kashmere in funzione anti-pakistana. Entrambi i software sono armonizzati con sistemi bancari, droni e cloud israeliani. Il nuovo asse va oltre al cinismo economico, lo dimostra per esempio l’esodo dal nord-est dell’India verso Israele della tribù dei Bnei Manashe, considerata una delle ”10 tribù perdute di Israele” e spediti a ripopolare le aree occupate di Libano e Palestina.
Contestualmente a questi grandi affari abbiamo assistito all’esplosione di Dyia Joukani, alias “Cool Girl from India”. La fashion designer di Mumbai sbarca nei Per Te e immediatamente l’asticella della nonchalance viene spostata su un nuovo livello, prendendo in contropiede i primatisti europei. È l’occidente che si apre lentamente a una possibile nuova forma degli indiani. E mentre Dyia si propone come modello per i chill guys e le cool girls che si lasciano scorrere addosso il mondo che esplode tra un blouson ricamato e una canzone di Frank Ocean, anche le classi dirigenti possono guardare all’India.
Narendra Modi incarna quel leader che ogni dirigente europeo vorrebbe essere: un leader eletto democraticamente, ma il cui potere è giustificato da una volontà superiore, divina. Se la guerra all’Iran ha fatto provare a qualche elettore un po’ di simpatia per gli Ayatollah, che almeno muoiono da grandi signori rispetto agli omologhi della controparte occidentale, immaginarsi in Europa una teocrazia democratica emanata dal Dio progresso non è affatto un esercizio complicato.
L’élite europea osserva il paradigma indiano come se fosse la condizione ideale per l’amministrazione di un elevato tasso di povertà. Qui da noi sarà necessario romanticizzare la povertà con la religione, e far risaltare i moti d’orgoglio sotto l’occhio sempre vigile di Palantir. La nostra classe dirigente in futuro non mancherà mai di farci vedere con quale dignità gli indiani si fanno forza tra la miseria, aggrappandosi al loro inesauribile spirito imprenditoriale così carente tra noi, cresciuti nella bambagia della fine della storia.
L’atteggiamento che la “cool girl from India” mostra nei suoi bellissimi video è stato il rifugio sicuro di molti giovani occidentali che, non trovando nelle istituzioni delle basi d’appoggio credibili su cui fondarsi si sono protetti dalla disumanità del mondo dietro uno scudo di silenzio cosmico altrettanto disumano. Per non rischiare di disturbare nessuno in questa vita in cui tutti disturbano tutti, i chill-guys si arroccano nell’immagine che gli altri hanno di loro e, sempre senza forzature, lasciano che la loro preziosa personalità fluisca solo a piccole gocce.
Ma gli spazi di libertà sono talmente stretti che questi fiati vitali scorrono solo lungo i canali social che lucrano su chi spera, un giorno, senza ammetterlo, che per essere notato da qualcuno possano bastare le poche gocce di personalità filtrate dall’algoritmo. Al giorno d’oggi questo sentimento di eroica resistenza (digitale) al caos trova il suo vate in Dyia. Quindi, se gli europei non riusciranno ad accogliere la mentalità micro-imprenditoriale che si addice ai popoli affamati, possono ancora ritirarsi nel loro cyber-nichilismo cosmico e dedicarsi all’ansia abissale che ne consegue. In entrambi i casi si guardi all’India.