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	<title>Media Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Che fine ha fatto Bella Chat?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 10:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[McLuhan]]></category>
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		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Giannini raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista. Il progetto si intitola Bella Chat, e si rivela dopo poco il solito sfogatoio digitale di paura. Leggiamone la parabola attraverso McLuhan. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A Massimo Giannini</strong> bisogna volergli bene.</p>



<p>Va detto con la dislocazione a sinistra e il pleonasmo del clitico, in una figura sintattica tra le più sabaude dell’italiano: emozioni così preziose e rare da costringersi a ripetere la specificazione del proprio indirizzo.</p>



<p>A Massimo Giannini gli vogliamo bene, dunque, da quando, all’uscita delle Feltrinelli, promotori di fantomatiche case editrici provavano a piazzarti un volumetto con copertina plastificata arancione, probabilmente salvata all’ultimo da una grafica in Comic Sans: <em>Sette giorni a Dakar. Viaggio in Senegal</em>, firmato appunto da tale <strong>Massimo Giannini</strong>, in collaborazione con il fotografo Luca Macchiavelli.</p>



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<p>Per quanto privi della biografica certezza che quel Giannini a Dakar e <strong>lo Steve McQueen dell’anti-berlusconismo italiano siano la stessa persona</strong>, Massimo Giannini non può che cominciare a leggersi in versione avventuriero decoloniale, a cavallo dell’Harmattan, su una vecchia Norton coi freni a tamburo, comprata usata da un praticante avvocato di Prati. Con una certa tenerezza affettiva, rintracciamo, nella basetta euclidea del mezzobusto di Repubblica,<strong> l’allucinato <em>baby boomer</em> che scopre la percezione di sé nello stereotipo di un ideale.</strong></p>



<p>A Giannini bisogna volergli ancora più bene, dopo la fotografia dell’ispirato redattore che lo presenta col casco e i mocassini scuri, in sella a una Vespa bianca, accanto al titolo: <em><strong>Giannini esce dalla chat.</strong></em></p>



<p>Ecco i fatti: Massimo Giannini, insigne giornalista di area, raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della <strong>lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista.</strong></p>



<p>Il progetto si intitola <em><strong>Bella Chat</strong></em> e celebra lo splendore dei suoi natali nell’evocativa data del 25 aprile.</p>



<p>Ingolfata di illustrissimi – <strong>Romano Prodi, De Benedetti, Scurati, Bianca Berlinguer, Veltroni, Ranucci, Formigli e compagnia cantante </strong>–&nbsp;<em>Bella chat</em> in un attimo diventa una specie di <strong>bar della provinciale</strong> dove David Parenzo e Rula Jebrael, per edificare il futuro dell’Italia migliore, pensano sia opportuno ricoprirsi a vicenda di ingiurie del tenore di &#8220;non sono anti-semita io, sei sionista tu&#8221; e viceversa.</p>



<p>Quando Giannini realizza che dalla rubrica gli è uscito il solito sfogatoio digitale di paura, frustrazione e cattiveria, <strong>inforca la vespetta, saluta tutti e se ne va</strong>.</p>



<p>Giannini, nella <em>Bella chat</em>, c’entra con lo Sten e se n’esce con lo scooter.</p>



<p>Il suo dramma narcisistico diventa di tipo armocromatico.</p>



<p>Una Vespa troppo bianca su mocassini troppo scuri marca un malinteso abbastanza comune negli ambienti dello chic radicale. <strong>Giannini confonde il <em>medium</em> con il dispositivo</strong>. Se il dispositivo serve un determinato uso, il <em>medium</em> è sempre indipendente dalle sue possibili utilizzazioni: il “<em>medium</em> è il messaggio”.</p>



<p>Semplificando, <strong>Giannini porta la Vespa come un trapper porta il Rolex coi diamanti</strong>, a titolo di indicazione di un determinato grado sociale e culturale, piuttosto che per mera puntualità.&nbsp;</p>



<p>Una Vespa, e un paio di mocassini, in quanto dispositivi, non hanno niente da dire. Il loro compito si limita ad assolvere nella maniera più onesta possibile la funzione che gli è assegnata. Dispositivo e <em>medium</em> sono due cose diverse.</p>



<p>Il tipo di idiota tecnologico di cui l’industria dell’informazione si serve per vendere prodotto e consolidare potere è educato a un costante travisamento di questa distinzione. In fondo è questo il motivo per cui continuiamo a cambiare automobile e telefono cellulare.</p>



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<p><strong>Una ripassata di McLuhan non giova solo per imparare come si portano una Vespa e un paio di mocassini, ma soprattutto per afferrare le ragioni del naufragio strutturale della lotta di chat</strong>. Se dalle primavere arabe arriva al-Sisi, è persino necessario decostruire una certa mitologia dell’azione politica delle reti sociali di matrice digitale.</p>



<p>Al di là dello slogan da fuoricorso al Dams, il nucleo teoretico dell’eredità di McLuhan viene dall’impatto psicologico dell’alfabeto fonetico, quindi della scrittura, sull’ideologia della civiltà occidentale.</p>



<p>In questo senso, la <strong>distinzione tra <em>hot media</em> e <em>cool media</em> </strong>è stata in parte fraintesa, o comunque messa da parte, in favore di un’idea dei dispositivi di comunicazione sviluppata sul terreno dei beni materiali, piuttosto che su quello simbolico dei rapporti di percezione. <strong>Quando Zuck, Musk, Brin, o qualsiasi altro genio della Silicon Valley, ci mettono in mano uno dei loro gingilli, bisogna innanzitutto prendergli la temperatura</strong>.</p>



<p>Per McLuhan, c’è un principio base che specifica un <em>medium</em> caldo, come la radio o il cinema, contro un <em>medium</em> freddo, come il telefono o la TV: <strong>quello dell’alta definizione</strong>. È caldo il <em>medium</em> che porta a saturazione la sua offerta di dati. Il <em>medium</em> freddo, al contrario, produce sempre una disponibilità limitata di informazioni.</p>



<p>L’esempio classico è la differenza tra “al fuoco!”, messaggio caldo, e “aiuto!”, messaggio freddo.</p>



<p>D’altra parte, ogni patetico posatore monta la sua <em>coolness </em>nella vaghezza dell’indefinito.</p>



<p>La tecnocrazia informatica si basa, come ogni altra forma di potere, su uno scompenso di conoscenza. <strong>Solo una minoranza di specialisti detiene i codici di funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale, di un motore di ricerca o di un sito di prenotazioni turistiche</strong>. McLuhan ci invita a non tener conto di questo divario. Nella relazione con il consumo dell’industria informatica, non sono interessanti le cause, ma gli effetti, cioè i meccanismi psichici toccati dalle invenzioni e dalla tecnologia. Questo almeno dimostra in ottica mcluhaniana&nbsp;la <em>Bella chat</em> di Giannini.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo dell’alfabeto fonetico, sviluppato nella tecnologia della stampa tipografica, determina l’avvento nella civiltà occidentale dei modelli politici del nazionalismo e del conflitto religioso. La parola scritta avvia il crollo della cultura feudale e la sua de-tribalizzazione: <strong>individualizza e frammenta</strong>.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo esclude, perché la singolarità di un determinato organo percettivo, una volta portata allo stadio dell’alta definizione, inibisce il coinvolgimento basato sull’equilibrio e sull’attivazione dei sensi nella potenza della loro molteplicità.</p>



<p>McLuhan è un professore di letteratura inglese che studia Shakespeare e corregge&nbsp; compiti in un ufficetto dell’università del Missouri. <strong>Per aumentare i compensi alle conferenze, deve allora concentrarsi sul vero fenomeno della sua epoca, che è la televisione</strong>.</p>



<p>La TV di McLuhan è la scatola analogica a valvole e transistor del tubo catodico, probabilmente in bianco e nero, con l’antenna a dipolo e una ricezione del segnale che la rendono l’epitome della bassa fedeltà: <em>medium</em> freddo dunque.</p>



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<p>«<strong>Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!</strong>», dice il conduttore Howard Beale in faccia alle telecamere della suo programma, nel film <em>Quinto Potere </em>di Sidney Lumet.</p>



<p>L’accesso di rabbia in favore di obiettivo può far sorridere, ma rileva il modo in cui Lumet mostra un <strong>fenomeno di ri-tribalizzazione</strong> legato al <em>medium </em>della TV.</p>



<p>Howard Beale invita il pubblico a urlare dalla finestra il suo atto di rivolta, in un rito collettivo di partecipazione globale. Quando il telespettatore recepisce l’invito di Beale, in un attimo, dalla Georgia alla Louisiana, è un coro di gente fuori dai balconi che grida all’unisono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».</p>



<p>Nonostante <em>Quinto Potere</em> resti particolarmente apprezzato per la preveggenza della sua sceneggiatura, <strong>la performance di massa che mette in scena sarebbe oggi inconcepibile</strong>. Un’eventuale commissione per la parità di genere potrebbe tra l’altro censurare la discriminazione verbale dell’aggettivo «nero».</p>



<p>McLuhan dice che la televisione, la sua televisione a tubo catodico e antenna a dipolo incorporata, lavora in una dimensione audio-tattile. Il che è già abbastanza clamoroso, in una società fino a quel momento immersa, da Gutenberg in poi, nell’alta definizione visiva della stampa a caratteri mobili. Ancora più clamorosa è l’oggettiva deduzione che andrebbe tratta da questa premessa: <strong>la televisione come <em>medium</em> freddo ristabilisce lo schema tribale di una partecipazione che il <em>medium</em> caldo invece dissolve.</strong></p>



<p>La scena dei telespettatori che urlano il medesimo grido fuori dalla finestra in <em>Quinto Potere </em>indica questo, che McLuhan probabilmente aveva ragione.</p>



<p>Il nodo sta nel comprendere la contemporaneità elettrica fra energia e informazione.</p>



<p><strong>Il <em>medium</em> elettrico è per antonomasia il mezzo della compresenza</strong>. Se il dono più grande che la tipografia ha fatto all’uomo è quello del distacco e del non coinvolgimento – il potere di agire senza reagire – al contrario<strong> i <em>media</em> elettrici portano a zero qualsiasi tipo di separazione nel tempo e nello spazio</strong>. La compresenza elettrica, sensorialmente eccitata alla partecipazione tribale dalla bassa definizione del <em>medium</em> freddo, produce masse mediatiche compatte, capaci di aggregarsi senza distinzioni intorno al consumo di un determinato prodotto, o di un determinato valore della lotta politica.</p>



<p>La componente tribale e partecipativa dei principali movimenti politici nati nella seconda metà del secolo scorso si può allora considerare in gran parte invocata dalla forma del <em>medium</em> televisivo.</p>



<p><strong>Dagli anni zero in poi, quindi dall’11 settembre e dal G8 di Genova, la televisione ha smesso di essere televisione, nel senso in cui la intende McLuhan, progressivamente aumentando la qualità e l’intensità dell’immagine, fino allo standard dell’alta definizione digitale</strong>.</p>



<p>Il medium elettrico freddo della televisione ha prima dimostrato di poter sconvolgere profondamente, nel suo tessuto e nei suoi schemi, l’ordine dei rapporti umani impostato dalla parola stampata, salvo poi avventurarsi in una <strong>mutazione termica vagamente autodistruttiva</strong>, con il passaggio al silicio e alla calda risoluzione 4k dello schermo piatto.</p>



<p>Implosa la TV, s<strong>i guarda alla chat di Giannini con la stessa passione dell’entomologo che fa l’acquario con una palata di fango per scoprirci dentro le leggi dell’universo</strong>.</p>



<p>Se il consesso telematico di una supposta élite intellettuale diventa un crocchio di rettili nervosi, <strong>vuol dire che qualcosa ci sfugge, nei meccanismi di formazione di questa élite</strong>, ma anche nell’epocale transizione dal <em>medium</em> elettrico della TV al <em>medium</em> elettrico di Internet.</p>



<p>La caratteristica delle reti sociali di stampo digitale che ancora non ci sconvolge abbastanza è la loro <strong>evidente trazione sociopatica</strong>.</p>



<p>È controintuitivo, ma si fatica a elaborare le contraddizioni di Internet come <em>medium </em>elettrico della compresenza. Perché, se da un lato il messaggio della rete viaggia a una velocità tale da annullare ogni tipo di distanza e separazione, dall’altro Internet e le sue applicazioni gli restituiscono la netta predominanza della parola scritta, cioè del <em>medium</em> caldo del distacco.</p>



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<p>La schizofrenia delle strutture percettive indotta dall’improvviso avvicendarsi di una tecnologia calda con una fredda si condensa nell’estensione del <em>touchscreen</em> che, pur muovendo da <em>input</em> di natura tattile, annulla il senso del tatto in favore della sua assolutezza visiva.</p>



<p>Internet è il <em>medium</em> che elettrifica la parola scritta, introducendo <strong>un conflitto tra inclusività elettronica ed esclusività tipografica</strong>, i cui effetti di narcosi e stress nevrotico sono solo in apparenza distinti. L’ambiente polarizzato delle camere dell’eco non è altro che una <strong>reazione a un stato di compresenza necessario, perché elettrico, e al tempo stesso sgradevole e sgradito, nella misura in cui si basa su interazioni in gran parte mediate dal testo scritto.</strong> L’esacerbazione dei conflitti che sfocia nell’aggressione dell’insulto non è dunque un’anomalia dell’uso distorto di un dispositivo neutro, ma la funzione ineludibile della tecnologia di Internet come messaggio imposto al sistema nervoso centrale.&nbsp;</p>



<p><strong>Tra isterici e narcotizzati, si capisce che non c’è nessuno spazio per nessuna rivoluzione</strong>. Giannini nel frattempo si è messo un impermeabile beige alla Howard Beale, ha fatto una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello e ha cominciato a urlare da solo, nella fotocamera anteriore del suo telefono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!». <strong>Ma nessuno lo sta ascoltando</strong>.</p>



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		<title>Massima tolleranza vuol dire massima indifferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[Détournement]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Perniola]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c'è nulla che tira più, nelle librerie o nei cinema, della rivoluzione. Le migliori menti del nostro secolo sono state sedotte e cooptate dalla società dello spettacolo, hanno svenduto il proprio pensiero, introducendolo nella macchina del successo, depotenziandolo, offrendolo in sacrificio a editori e produttori pronti a devolverlo al potere dominante e alla società dei consumi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’industria culturale, che nell’era della piccola-borghesia-planetaria vive principalmente di cinema ed editoria, è insieme (e paradossalmente) <strong>sia l’arma più potente per la rivoluzione sia il mezzo più efficiente per la riproduzione di sé del potere costituito</strong>. Questo paradosso si fa lampante nei libri o nei film che sembrano criticare il mondo in cui ci è toccato esistere, che promuovono atteggiamenti <strong>apparentemente controculturali</strong>, ma ricevono poi il successo al botteghino, e i posti in vetrina nelle librerie. Per ogni biglietto strappato, per ogni copia venduta viene meno la loro carica eversiva, il messaggio promosso perde di consistenza rivoluzionaria e finisce integrato nel disilluso discorso dominante. Perché il mezzo tramite il quale si affida al mondo un messaggio non è mai esso stesso privo di contenuto, ma promuove e accoglie tutto l’apparato che gli permette di esistere. </p>



<p>È quel paradosso che qui abbiamo più volte sottolineato dei sedicenti editori indipendenti che sopravvivono grazie ai sussidi statali, al PNRR, a Resto al Sud. Un messaggio finirà sempre per essere svilito dal proprio mezzo e dall’insieme di circostanze che ne permettono la diffusione. <strong>Ed è per questo che il potere, oggi, ha imparato a promuovere le proprie critiche, a premiare i propri detrattori.</strong></p>



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<p>Così è successo a <em>Fight Club</em>, libro e film, presto integrati nella cultura di massa e <em>memizzati</em>, ridotti ad artefatti nostalgici di un mondo fuori dal capitalismo che questi stessi prodotti hanno reso ancora più lontano e inaccessibile. Ma anche a <em>V per Vendetta</em>, <em>Matrix</em>, <em>Triangle of Sadness</em> (e tutti quel filone di black humor scandinavo) e chi più ne ha più ne metta.</p>



<p>Ma allora come mantenere e la carica eversiva di un messaggio e la possibilità della sua diffusione? Ci limitiamo a riportare le parole di Mario Perniola nel suo ultimo-primo libro, <em>Regola il tuo passo su quello delle tempeste</em>:</p>



<p>&#8220;La scrittura e la stampa sono state le armi di battaglia della borghesia nella sua lotta contro l’<em>ancien</em> <em>régime </em>e non possono essere adoperate impunemente per altre battaglie. Ogni tentativo di rivolgerle <em>ingenuamente </em>contro il potere borghese è destinato a fallire. <strong>Lo scritto rivoluzionario oscilla tra l’impotenza e il successo editoriale; la sua diffusione non è per nulla garanzia di efficacia, ma paradossalmente la migliore repressione, lo svilimento, l’eliminazione di ogni pericolosità</strong>. Il <em>medium </em>di cui si vale, la forma merce che riveste, il prestigio sociale dello scrittore come «uomo positivo», prevalgono sul suo contenuto che diventa un mero pretesto, un fattore di moda culturale e di competizione mondana. <strong>Il ruolo di rivoluzionario libresco e la carriera di impiegato statale non sono per nulla inconciliabili, anzi vanno nello stesso senso</strong>.</p>



<p>La censura, l’intolleranza teorica, le persecuzioni «ideologiche» sono avanzi feudali che la borghesia ha ereditato dall’<em>ancien régime</em>: in piena età borghese a nessuno più importa di cosa il singolo scriva. Le fantasie sul carattere corruttore e maledetto dei libri sono un residuo del passato pre-borghese: non per nulla oggi sono coltivate soltanto dalle vecchie zie di provincia, dai magistrati nevrotici e dai surrealisti. <strong>Massima tolleranza vuol dire massima indifferenza e massima sicurezza</strong>.</p>



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<p>Che cosa resta al rivoluzionario antiborghese, stretto tra l’inesistenza dell’insurrezione e l’impotenza della scrittura, del cinema e degli altri media tradizionali? <strong>Non gli resta che il<em> détournement</em>, ossia l’uso rovesciato e stravolto dei media, delle forme, delle istituzioni irrimediabilmente compromessi</strong>: «le due leggi fondamentali del <em>détournement </em>– scrive Debord – sono la perdita di importanza, che va fino alla perdita del suo senso primitivo, di ogni singolo elemento <em>détourné</em>; e nello stesso tempo, <strong>l’organizzazione di un altro insieme significante</strong> che conferisce ad ogni elemento la sua nuova portata». Se per la cultura borghese la storia si svolge secondo una legge di cronico ritardo per cui il contenuto apparente di un <em>medium </em>è il <em>medium </em>precedente, per il rivoluzionario è vero il contrario: <strong>egli agisce in una situazione di anticipo, per cui il contenuto della sua opera appartiene al futuro e porta in sé la critica della propria formulazione e del <em>medium</em> a cui si affida.</strong> Mentre la mediazione borghese è vittima inconsapevole del ritardo, la mediazione rivoluzionaria si fonda sulla più lucida coscienza dell’anticipo e non può mai prescindere da essa, pena il decadere nell’apologia dell’esistente.</p>



<p>La considerazione rivoluzionaria del <em>medium </em>in se stesso non lo eternizza affatto, ma anzi lo<em> </em>storicizza, storicizzando nel contempo se stessa,<em> </em>senza perciò restare paralizzata dal dato di fatto.<em> </em>Tuttavia il <em>détournement </em>non è una soluzione<em> </em>stabile e definitiva; è uno sforzo continuo, una<em> </em>tensione, una lotta destinata a protrarsi indefinitamente;<em> </em><strong>è il movimento stesso della creazione</strong><strong><em> </em></strong><strong>che non può mai offrire il prodotto all’altrui contemplazione</strong><strong><em> </em></strong><strong>passiva, ma deve sempre ritornare</strong><strong><em> </em></strong><strong>su di esso, sui significati, sulle interpretazioni,</strong><strong><em> </em></strong><strong>sui fraintendimenti che esso genera per evitare</strong><strong><em> </em></strong><strong>che la società borghese lo recuperi e ne stravolga</strong><strong><em> </em></strong><strong>il senso a proprio vantaggio</strong>. L’essenziale dell’opera<em> </em>si svolge così al di fuori dell’opera e la sua<em> </em>divulgazione è soltanto l’inizio del processo che<em> </em>la conduce alla sua <em>realizzazione pratica</em>.<em></em></p>
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