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	<title>Meloni Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Che fine ha fatto Bella Chat?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 10:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Bella Chat]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[McLuhan]]></category>
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		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Giannini raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista. Il progetto si intitola Bella Chat, e si rivela dopo poco il solito sfogatoio digitale di paura. Leggiamone la parabola attraverso McLuhan. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-fine-ha-fatto-bella-chat/">Che fine ha fatto Bella Chat?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A Massimo Giannini</strong> bisogna volergli bene.</p>



<p>Va detto con la dislocazione a sinistra e il pleonasmo del clitico, in una figura sintattica tra le più sabaude dell’italiano: emozioni così preziose e rare da costringersi a ripetere la specificazione del proprio indirizzo.</p>



<p>A Massimo Giannini gli vogliamo bene, dunque, da quando, all’uscita delle Feltrinelli, promotori di fantomatiche case editrici provavano a piazzarti un volumetto con copertina plastificata arancione, probabilmente salvata all’ultimo da una grafica in Comic Sans: <em>Sette giorni a Dakar. Viaggio in Senegal</em>, firmato appunto da tale <strong>Massimo Giannini</strong>, in collaborazione con il fotografo Luca Macchiavelli.</p>



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<p>Per quanto privi della biografica certezza che quel Giannini a Dakar e <strong>lo Steve McQueen dell’anti-berlusconismo italiano siano la stessa persona</strong>, Massimo Giannini non può che cominciare a leggersi in versione avventuriero decoloniale, a cavallo dell’Harmattan, su una vecchia Norton coi freni a tamburo, comprata usata da un praticante avvocato di Prati. Con una certa tenerezza affettiva, rintracciamo, nella basetta euclidea del mezzobusto di Repubblica,<strong> l’allucinato <em>baby boomer</em> che scopre la percezione di sé nello stereotipo di un ideale.</strong></p>



<p>A Giannini bisogna volergli ancora più bene, dopo la fotografia dell’ispirato redattore che lo presenta col casco e i mocassini scuri, in sella a una Vespa bianca, accanto al titolo: <em><strong>Giannini esce dalla chat.</strong></em></p>



<p>Ecco i fatti: Massimo Giannini, insigne giornalista di area, raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della <strong>lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista.</strong></p>



<p>Il progetto si intitola <em><strong>Bella Chat</strong></em> e celebra lo splendore dei suoi natali nell’evocativa data del 25 aprile.</p>



<p>Ingolfata di illustrissimi – <strong>Romano Prodi, De Benedetti, Scurati, Bianca Berlinguer, Veltroni, Ranucci, Formigli e compagnia cantante </strong>–&nbsp;<em>Bella chat</em> in un attimo diventa una specie di <strong>bar della provinciale</strong> dove David Parenzo e Rula Jebrael, per edificare il futuro dell’Italia migliore, pensano sia opportuno ricoprirsi a vicenda di ingiurie del tenore di &#8220;non sono anti-semita io, sei sionista tu&#8221; e viceversa.</p>



<p>Quando Giannini realizza che dalla rubrica gli è uscito il solito sfogatoio digitale di paura, frustrazione e cattiveria, <strong>inforca la vespetta, saluta tutti e se ne va</strong>.</p>



<p>Giannini, nella <em>Bella chat</em>, c’entra con lo Sten e se n’esce con lo scooter.</p>



<p>Il suo dramma narcisistico diventa di tipo armocromatico.</p>



<p>Una Vespa troppo bianca su mocassini troppo scuri marca un malinteso abbastanza comune negli ambienti dello chic radicale. <strong>Giannini confonde il <em>medium</em> con il dispositivo</strong>. Se il dispositivo serve un determinato uso, il <em>medium</em> è sempre indipendente dalle sue possibili utilizzazioni: il “<em>medium</em> è il messaggio”.</p>



<p>Semplificando, <strong>Giannini porta la Vespa come un trapper porta il Rolex coi diamanti</strong>, a titolo di indicazione di un determinato grado sociale e culturale, piuttosto che per mera puntualità.&nbsp;</p>



<p>Una Vespa, e un paio di mocassini, in quanto dispositivi, non hanno niente da dire. Il loro compito si limita ad assolvere nella maniera più onesta possibile la funzione che gli è assegnata. Dispositivo e <em>medium</em> sono due cose diverse.</p>



<p>Il tipo di idiota tecnologico di cui l’industria dell’informazione si serve per vendere prodotto e consolidare potere è educato a un costante travisamento di questa distinzione. In fondo è questo il motivo per cui continuiamo a cambiare automobile e telefono cellulare.</p>



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<p><strong>Una ripassata di McLuhan non giova solo per imparare come si portano una Vespa e un paio di mocassini, ma soprattutto per afferrare le ragioni del naufragio strutturale della lotta di chat</strong>. Se dalle primavere arabe arriva al-Sisi, è persino necessario decostruire una certa mitologia dell’azione politica delle reti sociali di matrice digitale.</p>



<p>Al di là dello slogan da fuoricorso al Dams, il nucleo teoretico dell’eredità di McLuhan viene dall’impatto psicologico dell’alfabeto fonetico, quindi della scrittura, sull’ideologia della civiltà occidentale.</p>



<p>In questo senso, la <strong>distinzione tra <em>hot media</em> e <em>cool media</em> </strong>è stata in parte fraintesa, o comunque messa da parte, in favore di un’idea dei dispositivi di comunicazione sviluppata sul terreno dei beni materiali, piuttosto che su quello simbolico dei rapporti di percezione. <strong>Quando Zuck, Musk, Brin, o qualsiasi altro genio della Silicon Valley, ci mettono in mano uno dei loro gingilli, bisogna innanzitutto prendergli la temperatura</strong>.</p>



<p>Per McLuhan, c’è un principio base che specifica un <em>medium</em> caldo, come la radio o il cinema, contro un <em>medium</em> freddo, come il telefono o la TV: <strong>quello dell’alta definizione</strong>. È caldo il <em>medium</em> che porta a saturazione la sua offerta di dati. Il <em>medium</em> freddo, al contrario, produce sempre una disponibilità limitata di informazioni.</p>



<p>L’esempio classico è la differenza tra “al fuoco!”, messaggio caldo, e “aiuto!”, messaggio freddo.</p>



<p>D’altra parte, ogni patetico posatore monta la sua <em>coolness </em>nella vaghezza dell’indefinito.</p>



<p>La tecnocrazia informatica si basa, come ogni altra forma di potere, su uno scompenso di conoscenza. <strong>Solo una minoranza di specialisti detiene i codici di funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale, di un motore di ricerca o di un sito di prenotazioni turistiche</strong>. McLuhan ci invita a non tener conto di questo divario. Nella relazione con il consumo dell’industria informatica, non sono interessanti le cause, ma gli effetti, cioè i meccanismi psichici toccati dalle invenzioni e dalla tecnologia. Questo almeno dimostra in ottica mcluhaniana&nbsp;la <em>Bella chat</em> di Giannini.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo dell’alfabeto fonetico, sviluppato nella tecnologia della stampa tipografica, determina l’avvento nella civiltà occidentale dei modelli politici del nazionalismo e del conflitto religioso. La parola scritta avvia il crollo della cultura feudale e la sua de-tribalizzazione: <strong>individualizza e frammenta</strong>.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo esclude, perché la singolarità di un determinato organo percettivo, una volta portata allo stadio dell’alta definizione, inibisce il coinvolgimento basato sull’equilibrio e sull’attivazione dei sensi nella potenza della loro molteplicità.</p>



<p>McLuhan è un professore di letteratura inglese che studia Shakespeare e corregge&nbsp; compiti in un ufficetto dell’università del Missouri. <strong>Per aumentare i compensi alle conferenze, deve allora concentrarsi sul vero fenomeno della sua epoca, che è la televisione</strong>.</p>



<p>La TV di McLuhan è la scatola analogica a valvole e transistor del tubo catodico, probabilmente in bianco e nero, con l’antenna a dipolo e una ricezione del segnale che la rendono l’epitome della bassa fedeltà: <em>medium</em> freddo dunque.</p>



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<p>«<strong>Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!</strong>», dice il conduttore Howard Beale in faccia alle telecamere della suo programma, nel film <em>Quinto Potere </em>di Sidney Lumet.</p>



<p>L’accesso di rabbia in favore di obiettivo può far sorridere, ma rileva il modo in cui Lumet mostra un <strong>fenomeno di ri-tribalizzazione</strong> legato al <em>medium </em>della TV.</p>



<p>Howard Beale invita il pubblico a urlare dalla finestra il suo atto di rivolta, in un rito collettivo di partecipazione globale. Quando il telespettatore recepisce l’invito di Beale, in un attimo, dalla Georgia alla Louisiana, è un coro di gente fuori dai balconi che grida all’unisono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».</p>



<p>Nonostante <em>Quinto Potere</em> resti particolarmente apprezzato per la preveggenza della sua sceneggiatura, <strong>la performance di massa che mette in scena sarebbe oggi inconcepibile</strong>. Un’eventuale commissione per la parità di genere potrebbe tra l’altro censurare la discriminazione verbale dell’aggettivo «nero».</p>



<p>McLuhan dice che la televisione, la sua televisione a tubo catodico e antenna a dipolo incorporata, lavora in una dimensione audio-tattile. Il che è già abbastanza clamoroso, in una società fino a quel momento immersa, da Gutenberg in poi, nell’alta definizione visiva della stampa a caratteri mobili. Ancora più clamorosa è l’oggettiva deduzione che andrebbe tratta da questa premessa: <strong>la televisione come <em>medium</em> freddo ristabilisce lo schema tribale di una partecipazione che il <em>medium</em> caldo invece dissolve.</strong></p>



<p>La scena dei telespettatori che urlano il medesimo grido fuori dalla finestra in <em>Quinto Potere </em>indica questo, che McLuhan probabilmente aveva ragione.</p>



<p>Il nodo sta nel comprendere la contemporaneità elettrica fra energia e informazione.</p>



<p><strong>Il <em>medium</em> elettrico è per antonomasia il mezzo della compresenza</strong>. Se il dono più grande che la tipografia ha fatto all’uomo è quello del distacco e del non coinvolgimento – il potere di agire senza reagire – al contrario<strong> i <em>media</em> elettrici portano a zero qualsiasi tipo di separazione nel tempo e nello spazio</strong>. La compresenza elettrica, sensorialmente eccitata alla partecipazione tribale dalla bassa definizione del <em>medium</em> freddo, produce masse mediatiche compatte, capaci di aggregarsi senza distinzioni intorno al consumo di un determinato prodotto, o di un determinato valore della lotta politica.</p>



<p>La componente tribale e partecipativa dei principali movimenti politici nati nella seconda metà del secolo scorso si può allora considerare in gran parte invocata dalla forma del <em>medium</em> televisivo.</p>



<p><strong>Dagli anni zero in poi, quindi dall’11 settembre e dal G8 di Genova, la televisione ha smesso di essere televisione, nel senso in cui la intende McLuhan, progressivamente aumentando la qualità e l’intensità dell’immagine, fino allo standard dell’alta definizione digitale</strong>.</p>



<p>Il medium elettrico freddo della televisione ha prima dimostrato di poter sconvolgere profondamente, nel suo tessuto e nei suoi schemi, l’ordine dei rapporti umani impostato dalla parola stampata, salvo poi avventurarsi in una <strong>mutazione termica vagamente autodistruttiva</strong>, con il passaggio al silicio e alla calda risoluzione 4k dello schermo piatto.</p>



<p>Implosa la TV, s<strong>i guarda alla chat di Giannini con la stessa passione dell’entomologo che fa l’acquario con una palata di fango per scoprirci dentro le leggi dell’universo</strong>.</p>



<p>Se il consesso telematico di una supposta élite intellettuale diventa un crocchio di rettili nervosi, <strong>vuol dire che qualcosa ci sfugge, nei meccanismi di formazione di questa élite</strong>, ma anche nell’epocale transizione dal <em>medium</em> elettrico della TV al <em>medium</em> elettrico di Internet.</p>



<p>La caratteristica delle reti sociali di stampo digitale che ancora non ci sconvolge abbastanza è la loro <strong>evidente trazione sociopatica</strong>.</p>



<p>È controintuitivo, ma si fatica a elaborare le contraddizioni di Internet come <em>medium </em>elettrico della compresenza. Perché, se da un lato il messaggio della rete viaggia a una velocità tale da annullare ogni tipo di distanza e separazione, dall’altro Internet e le sue applicazioni gli restituiscono la netta predominanza della parola scritta, cioè del <em>medium</em> caldo del distacco.</p>



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<p>La schizofrenia delle strutture percettive indotta dall’improvviso avvicendarsi di una tecnologia calda con una fredda si condensa nell’estensione del <em>touchscreen</em> che, pur muovendo da <em>input</em> di natura tattile, annulla il senso del tatto in favore della sua assolutezza visiva.</p>



<p>Internet è il <em>medium</em> che elettrifica la parola scritta, introducendo <strong>un conflitto tra inclusività elettronica ed esclusività tipografica</strong>, i cui effetti di narcosi e stress nevrotico sono solo in apparenza distinti. L’ambiente polarizzato delle camere dell’eco non è altro che una <strong>reazione a un stato di compresenza necessario, perché elettrico, e al tempo stesso sgradevole e sgradito, nella misura in cui si basa su interazioni in gran parte mediate dal testo scritto.</strong> L’esacerbazione dei conflitti che sfocia nell’aggressione dell’insulto non è dunque un’anomalia dell’uso distorto di un dispositivo neutro, ma la funzione ineludibile della tecnologia di Internet come messaggio imposto al sistema nervoso centrale.&nbsp;</p>



<p><strong>Tra isterici e narcotizzati, si capisce che non c’è nessuno spazio per nessuna rivoluzione</strong>. Giannini nel frattempo si è messo un impermeabile beige alla Howard Beale, ha fatto una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello e ha cominciato a urlare da solo, nella fotocamera anteriore del suo telefono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!». <strong>Ma nessuno lo sta ascoltando</strong>.</p>



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		<title>Il gioco di specchi del governo Meloni: braccia tese e CPR in Albania.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2024 07:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[CPR]]></category>
		<category><![CDATA[gioventù meloniana]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'inchiesta di fanpage sulla gioventù meloniana dirada un po' di nebbia, ma non rivela alcunché. Piuttosto che concentrarci sulle braccia tese e gli slogan fascisti, dovremmo convergere le forze e concentrarci sulle sostanza, e non la forma, di questo governo, e le pratiche che la rivelano, come il trasferimento dei CPR in Albania.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’entourage del governo Meloni è composto di fascisti. Ma non ci è servito fanpage per capirlo. Sarebbe a dir poco deludente la coscienza politica di chi avesse avuto bisogno di questa inchiesta per giungere all’evidente conclusione che <strong>chi ha militato in passato nel Fronte della Gioventù oggi non si fa problemi a tendere il braccio in privato</strong>. La strategia di defascistizzazione apparente della Meloni è reale e concreta, ovvero sui dossier che contano il governo si sta comportando esattamente come qualsiasi altra espressione legislativa del paese avrebbe fatto. Ma sul piano dello spirito del partito la questione è ben diversa.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Chiunque abbia fatto esperienza dell’<em>humus</em> culturale italiano, a partire dalle scuole e dalle università, vedendo le immagini dell’inchiesta (commentata con quella voce sensazionalistica che suppone una soglia di attenzione media degli spettatori di circa 20 secondi) avrà ottenuto al massimo la timida soddisfazione <strong>di vedere confermato un sospetto più che fondato</strong>. Non sono i <em>Sieg Heil</em>, i petti alti e il cuore nero, a rendere quel partito un covo di nazisti. Non è Sangiuliano che afferma che il suo libro preferito è il <em>Tramonto dell’occidente </em>(chissà se lo ha letto davvero poi, è comunque un tomo impegnativo). Questo tipo di ambiguità ricercata, <strong>che ammicca a una parte dell’elettorato mentre fa infuriare quella opposta</strong>, è pensata precisamente per dirigere le forze critiche verso un obiettivo illusorio. Abbiamo visto le loro giovanili (e alcuni dirigenti) cingersi gli avambracci, li abbiamo visti inneggiare a sua eccellenza BM. E ora? Pensiamo davvero che chiunque li abbia votati si ricrederà? Che qualcuno fosse sinceramente convinto di aver portato al governo dei trozkisti? Certo il loro gioco dell’ambiguità perde un po’ di consistenza, ma in sostanza cambia poco.<strong> Il governo è saldo, le braccia, nel privato, rimarranno tese</strong>; faranno solo un po’ più di attenzione.&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>L’inchiesta di Fanpage alla fine dimostra tutt’altro. Rivela quanto lo stesso entourage della gioventù meloniana sia preoccupato affinché nessuno faccia mostra in pubblico delle proprie passioni nostalgiche; possiamo perciò tranquillamente immaginare che direttive simili circolino anche nel partito dei “grandi”. <strong>Meloni proviene da quel mondo là, dalle giovanili dei partiti postfascisti</strong>. È del tutto impensabile che le dinamiche della gioventù meloniana di colloquiale consuetudine con gli slogan e le idee del fascismo e del nazismo la stupiscano realmente. È irragionevole però e in odore di complottismo pensare che la Ducetta aspetti chissà quale convergenza storica per poter instaurare una dittatura che si richiamasse esplicitamente al fascismo; sembra ben contenta così, le cose le vanno alla grande. E questo perché il potere di cui dispone FDI è già sufficiente, per Meloni e i suoi, per portare avanti alcuni dei propri obiettivi, perfettamente in linea, questi sì, con <strong>strategie preoccupanti e fasciste</strong>. Questo non vuol dire che il governo disponga di chissà quale libertà di manovra, ma che le forze democratiche di questo paese si mostrano del tutto compiacenti, in realtà, anche con le peggiori nefandezze dell’estrema destra, <strong>purché il partito che le promuove confermi la propria fedeltà atlantista</strong>. Un caso su tutti dovrebbe diradare qualsiasi dubbio: quello dei<strong> CPR in Albania</strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>I CPR sono il luogo fisico in cui si concentrano<strong> il massimo delle contraddizioni che convivono nello spirito europeo</strong>. Sono i centri di permanenza per i rimpatri, gli ex CIA, ex CPT, ex CPTA; gli si cambia nome quasi ogni volta che cambia il ministro dell’Interno. Seppure a tutti gli effetti i CPR sono delle carceri, ovvero luoghi di detenzione di corpi e privazione della libertà di movimento, essi non godono della stessa visibilità delle strutture di detenzione regolare, già peraltro di norma fatiscenti e malfunzionanti. I detenuti che vi soggiornano, sono nominalmente degli ospiti temporanei dello Stato, poiché sulla carta non hanno commesso alcun crimine; il reato di cui sono imputati, introdotto nel 2009, è quello di <strong>immigrazione clandestina</strong>, la quale non prevede la detenzione, ma una sanzione amministrativa; una multa, perciò, seppure molto onerosa (soprattutto per chi è stato costretto a ricorrere all’immigrazione clandestina). All’interno del CPR però, non essendo questo luogo un carcere effettivo, non vengono garantiti neppure i diritti che si riservano agli ergastolani. A discrezione della direzione vengono tolti ai detenuti i cellulari, l’assistenza sanitaria è pressoché ridotta alla fornitura di psicofarmaci per contenere le crisi depressive e di solitudine, il contatto con l’esterno è severamente limitato, non esistono libere uscite, non esistono visite da fuori. <strong>Non sono tutelate neppure le procedure minime di garanzia</strong>, come quella che prevede la possibilità di un parlamentare di visitare un carcere, persino quello duro del 41-bis, per accertarsi che la detenzione non violi i diritti umani o la costituzione (entrambe gli ordinamenti sono peraltro comunque violati dal 41-bis e dalla pratica del carcere ostativo).&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Questa è solo la condizione legislativa di partenza dei CPR. Ovviamente poi, per consuetudine nazionale, essi sono gestiti <strong>con la più indifferente disumanità</strong>. Le infiltrazioni mafiose ne sono la principale fonte di sostentamento economico. Chi ha avuto la fortuna di uscirne (perché alcuni vi stazionano anche senza essere poi rimpatriati, li si condanna preventivamente a un soggiorno all’inferno per sbrigare con più calma la loro pratica) racconta di <strong>condizioni igieniche fatiscenti, cibo scaduto, continue e ripetute malversazioni da parte del personale</strong>. Non stupirà perciò che i tentativi di suicidi e di evasioni dei detenuti sono all’ordine del giorno; l’amministrazione dei CPR però risponde prontamente alle problematiche, alzando sempre di più le mura che li circondano e aumentando le dosi di psicofarmaci.</p>



<p> &nbsp;</p>



<p><br>Tutto ciò però non ha molto a che fare solo con il governo Meloni, queste pratiche hanno una storia lunga; l’amministrazione di questi luoghi è stata confermata <strong>pressoché da ogni forza parlamentare che oggi siede alla Camera</strong>. Stupisce perciò come lo scandalo per le braccia tese dei giovani meloniani possa conciliarsi con il finanziamento e la ratifica delle costruzioni di vari lager sparsi per il territorio nazionale. Ma ciò che rende peculiare il governo di destra oggi al potere, e su cui dovrebbero dirigersi l’attenzione e le inchieste antifasciste, è la volontà, molto discussa, ma di cui ad oggi ancora non si è data una spiegazione ufficiale, di dislocare i CPR in altri paesi, come l’Albania (che ha acconsentito subito di buon grado nella speranza di ottenere uno sponsor per entrare nell’UE). Le motivazioni ufficiali che vengono date per questo primo trasferimento &#8211; peraltro già in profondo ritardo rispetto ai piani &#8211; sono le seguenti: “[L’accordo] si pone sostanzialmente tre obiettivi: contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori illegali e accogliere solamente chi ha davvero diritto alla protezione internazionale” (Giorgia Meloni, conferenza stampa del 6 novembre 2023). <strong>Non si capisce in quale modo la pratica dovrebbe risultare più semplice da sbrigare in Albania</strong>. O almeno non se ne può ammettere la vera motivazione, che forse è ignara alla stessa dirigenza di FDI ma ne rivela lo spirito, che, non per riduzione di complessità, ma per assenza di termini migliori, <strong>va definita nazista</strong>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignfull size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="296" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1.jpg" alt="" class="wp-image-913" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1-300x148.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scritta sul muro del CPR di Ponte Galeria del 22enne Ousmane Sylla, morto suicida all&#8217;interno del centro, con la quale chiede di spedire le proprie spoglie alla madre.</figcaption></figure>



<p> <br>Le posizioni sull’immigrazione possono essere diverse e svariate, ciascuna risponde a un qualche tipo di sensibilità più o meno fondata razionalmente o psicologicamente. A nostro avviso il semplice fatto che esistano delle frontiere costituisce <strong>una condizione ridicola di ipocrisia e sopraffazione</strong>, che un giorno, si spera, l’umanità considererà alla stregua della schiavitù. Ma non è sulla base di una tale convinzione che va giudicato il modo in cui il nostro paese ha deciso di affrontare la questione, perché, indipendentemente da essa, come vengono gestiti i corpi dei migranti <strong>rivela i pregiudizi e le finalità che i vari governi si pongono.</strong> Il cambio di passo, la novità di dislocare i CPR in Albania è una prerogativa tutta meloniana, è la soluzione finale all’unico problema che pongono i migranti anche nel momento in cui sono reclusi dietro mura progressivamente più alte e invalicabili sbarre di ferro, ovvero il problema di <strong>essere ciononostante dei corpi</strong>.         </p>



<p><br>Un corpo, pure se recluso, occupa una porzione di spazio. All’interno di esso può interagire con ciò che lo circonda, può essere visto e vedere, può essere ascoltato e ascoltare. <strong>All’interno del CPR si è cercato in ogni modo di impedire che i corpi venissero visti</strong>, alzando le mura e proibendo le visite (anche dei parlamentari e dei giornalisti). Ma non si è riuscito, finora, a impedire che questi corpi venissero ascoltati. Certo, ci si è provato, costruendo i CPR in punti morti delle città, spesso difficili da raggiungere, togliendo ai migranti i telefoni, privandoli dei traduttori. Non si è riuscito, tuttavia, a impedire che quei corpi facessero rumore, urlassero all’esterno, gridassero, ai pochi venuti a portare loro un po’ di solidarietà, <strong>tutto il dolore e la frustrazione della tortura illegittima a cui sono stati sottoposti</strong>. Non c’è nulla che può convincere dell’ingiustizia di quello che succede dentro i CPR più dell’amalgama di lingue diverse che valica le mura e si accorda in un solo grido disperato, rivolto all’esterno. Quando ciò non basta, poi, capita a volte, all’acme della disperazione, <strong>che i detenuti diano fuoco ai loro materassi</strong>. È un gesto profondamente simbolico. Compierlo, significa compiere un reato, significa che la propria sanzione amministrativa verrà convertita immediatamente in una condanna penale. Si viene trasferiti al carcere in direttissima; certo date le condizioni il trasferimento è da considerare una promozione, ma quanto può essere intollerabile quello che avviene dentro ai CPR se, pur di esprimere un messaggio di sofferenza all’esterno, <strong>lo si accoglie di buon grado?</strong></p>



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<p><br>Diventa così più evidente il motivo del trasferimento immotivato e dispendioso dei CPR in Albania. <strong>L’obiettivo è rendere più difficile e ostacolare la possibilità che ci si renda conto che all’interno di quel luogo, ad essere detenuti, sono dei corpi, degli esseri umani</strong>. Più lontani sono, più sarà difficile vederli e sentirli, portando loro solidarietà. Minore sarà per questo la possibilità di confrontarsi con la realtà dei CPR, con quello che all’interno vi avviene. È una variazione sul tema di quella storia dell’albero nella foresta che cade. Se, per le torture fisiche e psicologiche che ha subito, si suicida un migrante che non hai mai visto e non vedi, e di cui non hai mai sentito le grida, <strong>è morto davvero?</strong></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>La strategia ricorda perciò molto da vicino un altro modo di gestire i corpi rendendoli oggetti, massimizzando l’efficienza della loro sparizione e minimizzando gli intoppi che comporta la loro natura corporale. Ciò preoccupa molto più dell’inchiesta di fanpage, che rimane comunque utile, ma resta sulla superficie, <strong>all’interno del gioco di specchi creato ad arte dal governo Meloni</strong>, volto a impegnare la critica sugli aspetti formali del loro partito, sulle parole d’ordine che acconsentono o meno di usare, sui riferimenti ideologici a cui si ispirano, e non converge invece l’attenzione e le forze sulle<strong> nefandezze concrete della sostanza di questo governo</strong> e forse di un intero paese, che si accontenta di dichiararsi antifascista quando sul proprio territorio costruisce, finanzia e amministra, grazie al prezioso supporto della mafia, dei campi di concentramento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-gioco-di-specchi-del-governo-meloni-braccia-tese-e-cpr-in-albania/">Il gioco di specchi del governo Meloni: braccia tese e CPR in Albania.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Perché Gramsci va di moda a destra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lottizzazione o “Egemonia culturale”? A cosa punta la destra al potere? Riprendiamo il concetto di egemonia in Gramsci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/perche-gramsci-va-di-moda-a-destra/">Perché Gramsci va di moda a destra?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>A cosa tende esattamente il tema dell’egemonia culturale agitato fin dai primi momenti dalle destre che hanno preso il potere istituzionale? Esse puntano a&nbsp;contendere alle sinistre sconfitte&nbsp; anche il cosiddetto «soft power» della cultura&nbsp; per consolidare il consenso, oppure intendono ridefinire con questa formula&nbsp;il proprio perimetro culturale e <strong>procedere a una risemantizzazione (che vada al di là del termine&nbsp;<em>nazione</em>&nbsp;ripetuto a ritmo di&nbsp;<em>rap</em>&nbsp;dalla Premier) del proprio apparato ideologico troppo legato all’alone postfascista?</strong> È solo un mezzo o ha in sé un fine, un progetto più generale, di pensiero, per riplasmare la società e la cultura?</p>



<p>La domanda può anche essere formulata in altro modo. Il termine e concetto di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;costantemente brandito&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;dalla destra, è un&nbsp;falso scopo&nbsp;di ragionamenti alti e di allusioni a un pensatore del campo ideologico opposto &#8211; Gramsci &#8211; per nascondere&nbsp;semplicemente la volontà di conquista di&nbsp;<em>casematte</em>&nbsp;in cui gli egemoni di prima&nbsp;lo hanno finora esercitato, e cioè innanzitutto <strong>occupare la RAI quale formidabile infrastruttura dove piazzare uomini fidati</strong> e, a seguire, i posti nel sottogoverno ministeriale, nelle aziende pubbliche o parapubbliche, nelle direzioni dei musei, negli istituti culturali all’estero, nelle sovrintendenze ai beni artistici, nelle fiere del libro ecc&#8230;? <strong>O c’è&nbsp;invece un progetto più sottile di conquista e mantenimento del potere, come il concetto di egemonia ha nella originaria formulazione gramsciana?</strong></p>



<p>E per quale ragione il termine&nbsp;molto più complesso di&nbsp;<em>egemonia</em>, in quella formulazione, viene connotato dalla&nbsp;destra meloniana&nbsp;dal solo aggettivo esplicativo&nbsp;<em>culturale</em>? Nella presupposizione, certo non infondata e&nbsp;necessaria, ma insufficiente, <strong>che chi controlla i presìdi&nbsp;culturali controlla le menti, e dunque il consenso politico-elettorale?</strong></p>



<p>In verità, dalle prime mosse viste in questo anno e mezzo, probabilmente si tratta di un gigantesco&nbsp;<em>rubamazzetto,</em>&nbsp;ossia della <strong>semplice sottrazione agli avversari di un buon numero di poltrone da costoro occupate in passato</strong> (anche in maniera sfrontata e in contrasto ai propri ideali di eguaglianza o di semplice «pari opportunità»), in una interpretazione tutta casereccia dello&nbsp;<em>spoils</em>&nbsp;<em>system</em>&nbsp;anglosassone, fatto che ha avuto già le sue prime evidenze con le acquisizioni a favore della compagine governativa del MAXXI di Roma, affidato al guizzante e colto Alessandro Giuli e della Biennale di Venezia, assegnata alla presidenza di Pietrangelo Buttafuoco.</p>



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<p><strong>Sembrerebbe di trovarci pertanto nell’ambito di una contro-lottizzazione</strong> più che di un probabile <em>turn</em> <em>around</em> con il quale cambiare termini e modi di una nuova <em>forma</em> <em>mentis</em> collettiva più consona non tanto ai voltaggi mentali dei vincitori ma a un cambio di paradigma che rompa gli steccati e chiuda per sempre col Novecento.</p>



<p><br>La <em>semplice</em> lottizzazione non necessita di evocare chissà quali scenari intellettuali, infatti. Si fa, e poi la «si difende» nei <em>talk</em> televisivi dicendo che <strong>quella che facciamo noi si chiama erotismo e quella che fanno gli altri pornografia</strong>. (Ciò vale, <em>ça</em> <em>va sans dire</em>, anche per quelli che hanno gestito l’apparato televisivo nelle <em>casematte</em> del terzo canale fino all’arrivo della destra più pronunciata, quella meloniana, nella stanza dei bottoni televisivi che già con Edoardo Sylos Labini, non certo uomo di sinistra, ma vera e propria quinta colonna, ha cominciato a innalzare, non senza un certo equilibrio, nel santuario televisivo della sinistra, i santini ritenuti propri: Guareschi, Marinetti, Mazzini ecc.).</p>



<p>La lottizzazione, ricordo, fu il termine coniato ai tempi della riforma Rai del 1975 dal compianto Alberto Ronchey, ed ebbe il consenso della maggior forza di opposizione,  il PCI, visto che con la creazione della terza rete nel 1979 si concesse  l’ingresso nella televisione pubblica – fino a quel momento saldamente in mano a democristiani e socialisti – anche ai comunisti  (che vi piazzarono tutta o quasi la redazione di “Paese Sera” e “Unità”). <strong>Ciò fu possibile innanzitutto «privatizzando» di fatto la RAI</strong>, che da Ente Pubblico fu trasformata giuridicamente in SpA, transitando quindi dal diritto amministrativo sotto il dominio del diritto privato e avendo per effetto diretto anche se non immediato l’abolizione del concorso pubblico fino a quel momento necessario per entrare negli organici statali e parastatali. Ciò rese la lottizzazione più sfrontata e libera da riserve e pudori rendendo giuridicamente possibile e alla luce del sole le chiamate dei propri quadri, <em>intuitu</em> <em>personae</em>, fino a quel momento avvenute in maniera finta e dissimulata, dietro le quinte. Enrico Vaime, sornione ed elegante programmista RAI dell’epoca precedente, ricordava a tal proposito: «Sono entrato in Rai tanti anni fa, con un concorso pubblico. Entrarono con me Liliana Cavani, Giuliana Berlinguer, Francesca Sanvitale, Carlo Fuscagni, Giovanni Mariotti, Leardo Castellani. A quel punto hanno capito che era rischioso e non ne hanno fatti più». (“Corriere della Sera”, 21 marzo 2021). Pertanto se si volesse davvero combattere la lottizzazione, il ripristino dei concorsi pubblici per l’accesso in Rai, che il regime giuridico privatistico consente di eludere ma non proibisce di indirli (restando dopotutto pubblico il capitale costitutivo della SpA Rai), potrebbe essere un segnale di moralizzazione dell’ambiente e di autentica svolta, o comunque un tentativo di risolvere alla radice, selezionando <strong>meritocraticamente</strong>, almeno l’apparato dei tecnici e degli intellettuali, giornalisti e programmisti. Ciò che avrebbe dovuto fare la sinistra comunista nel 1979! Ma è pura utopia mi rendo conto che ciò accada oggi. E tuttavia…</p>



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<p><strong>Poniamo, riprendendo il quesito iniziale, che non si tratti di semplice lottizzazione, che invece ci sia qualcosa di più nella visione delle destre attuali, e soprattutto di quella largamente maggioritaria del partito della Premier</strong> (“Forza Italia” essendo troppo legata secondo la formula di Massimiliano Panarari alla <em>egemonia</em> <em>sottoculturale</em> del non meno redditizio, sotto il profilo dei consensi, <em>pop</em> televisivo), ossia una piattaforma ragionata di allargamento della propria base culturale e della propria <em>costituency</em>  ideologica, da offrire sulla falsariga proprio del pensiero di Gramsci ai propri «intellettuali organici», per una nuova strategia egemonica. Ebbene, se così fosse occorrerebbe a mio avviso, per puro scrupolo di indagine, «vedere il piatto» al fine di appurare se c’è qualche segnale, di cui non saprei definire esattamente il grado di sincerità o di strumentale doppiezza, nell’impianto della nuova «narrazione», oppure, come per il discorso sullo strombazzato «merito» –  fino ad ora posto semplicemente in maniera  nominalistica -, c’è solo un&#8217;etichetta vuota.</p>



<p>Per esempio il fatto che il concetto di <em>egemonia</em> sia stato formulato da Gramsci ha portato il Ministro della Cultura Sangiuliano ad attenzionare la figura del pensatore sardo, non ultimo manifestando nel gennaio scorso alla direzione della clinica “Quisisana” di Roma – dove il leader comunista s’è spento nel 1937 – l’intenzione di apporvi una targa commemorativa. Ciò non deve sorprendere. Sembrerebbe in corso all’interno della cultura di destra un desiderio di intraprendere percorsi nuovi, al di là dei consumati e invecchiati nomi di Papini, Prezzolini, Tolkien (a cui hanno «già dato» con la prima e subitanea mostra allestita alla GAM), un proposito, non ancora ben definito ma già avviato, sembra, <strong>di ricostruire una <em>nuova</em> <em>genealogia</em>, un <em>nuovo</em> <em>Pantheon</em> con i nomi p.e. di Giambattista Vico o Cesare Pavese</strong> (ciò soprattutto ad opera dell’intellettuale di punta Marcello Veneziani), di mettere in sordina  le parole-talismano con le maiuscole della propria tradizione culturale <em>d’antan</em> di Mito, Sacro, Tradizione, Origine, Razza, Misticismo, Esoterismo, Culto dell’Eroe, Evola, i Templari, i Cavalieri Teutonici, il Medioevo ma anche la «smania del campeggio sportivo» come la chiamava Furio Jesi nel suo famoso (spero) saggio sulla cultura di destra.</p>



<p><br><strong>Anche perché appare evidente in queste prospezioni nuove che questa destra sia giunta al potere con un armamentario ideologico (sovranismo, anti-immigrazionismo, atlantismo debole, ecc.) buono nel momento dell’ascesa ma non totalmente spendibile nella fase concreta del governo che impone un guardingo realismo.</strong></p>



<p>Ma se è questa l’intenzione vera, poniamo di recuperare <em>anche</em> Gramsci, occorre dire che tale concetto di <em>egemonia</em> non solo <em>culturale</em> va meglio delineato. In ogni caso può essere una buona occasione questa per capire esattamente <strong>di cosa si sta parlando, quando si parla di <em>egemonia</em></strong>, ripercorrendo sinteticamente l’originaria formulazione di questo fondamentale concetto, la cui elaborazione in Gramsci fu lunga e parecchio articolata.</p>



<p>Occorre subito dire che tale formulazione risale nella sua forma compiuta al periodo dei “Quaderni del carcere” (1929-1937) cioè al periodo che segue la sconfitta e l’imprigionamento del leader comunista. Quella dell’egemonia, è una <em>riformulazione</em> <em>più raffinata e meditata dei meccanismi da attuare per la  presa del</em> <em>potere</em>.</p>



<p><br>Nel periodo precarcerario Gramsci infatti ragionava in tutt’altri termini, più <em>tellurici</em>, e cioè: di <em>spirito</em> <em>di</em> <em>scissione</em> (di origine soreliana), e di <em>subisso</em> <em>apocalittico</em>, di <em>rottura</em> <em>fondamentale</em>  (leggi: rivoluzione), e prediceva con toni duri e ultimativi che se tutto ciò non fosse riuscito «a collocare la classe operaia nelle coscienze delle moltitudini e nella realtà politica delle istituzioni di governo, […]  il nostro paese sarà il centro di un <em>maelstrom</em> che trascinerà nei suoi vortici tutta la civiltà europea», (art. “Previsioni” in “Avanti!” ed.torinese 19 ott. 1920). Infine indicava il programma della classe operaia in questi termini: «sistema soviettista invece che Parlamento nell’organizzazione statale, comunismo e non capitalismo nella organizzazione dell’economia nazionale e internazionale». (“L’Ordine Nuovo”, 1° settembre 1924).</p>



<p>Insomma l’accento del Gramsci precarcerario sembrava essere posto <strong>più sulla forza tellurica e gnostico-salvifica della rivoluzione</strong> (“subisso apocalittico”, “frattura fondamentale”) che sul lento processo <em>molecolare</em> (aggettivo molto gramsciano) che invece il concetto di <em>egemonia</em> (<em>politico-sociale</em> oltre che <em>culturale</em>) perora e presuppone. Non sto dicendo che il Gramsci dei “Quaderni” non fosse più un comunista (tutt’altro, esponeva forti tratti totalitari secondo Del Noce), ma c’è chi, come Giuseppe Vacca, avanza l’ipotesi di un Gramsci approdato a una “Costituente” e che fosse giunto <strong>a una concezione più <em>soft</em>, liberaldemocratica, della sua proposta politica</strong>, ma che in questa fase del suo pensiero, restando fermo il suo obiettivo politico, rifletteva sulla modalità con cui perseguirlo, in cui è contemplata la <em>forza</em> verso gli avversari e il <em>consenso</em> verso gli alleati. Augusto Del Noce, a tal proposito, in <em>Il suicidio</em> <em>della</em> <em>rivoluzione</em> lo ha definito «il più liberale tra gli eredi del marx-leninismo» e il «più umano dei comunisti» e aggiunge che nella sua visione permangono «il massimo della tensione rivoluzionaria e il massimo del moderatismo». Per altro verso Lucio Colletti in <em>Tra marxismo e no</em> sarà scettico e icastico: «Il pluralismo, il pluripartitismo, l’avvicendamento di maggioranza e minoranza, il governo parlamentare e tutto il resto, in Gramsci non ci sono. Il tema dell&#8217;”egemonia” in Gramsci non significa nulla di tutto questo. E meno che mai significa superamento o abbandono della “dittatura del proletariato” di Lenin» ( p. 181).</p>



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<p>Ma tornando al Gramsci precarcerario, non ancora teorico dell’egemonia, il&nbsp;<em>massimalismo</em>&nbsp;del «biennio rosso» ’19-’20 o dei «quattro anni» secondo l’interpretazione di Nenni – «settarismo» o anche «diciannovismo» verrà chiamato in seguito –&nbsp; aveva procurato una reazione furibonda nel campo avverso (padronato ed&nbsp;<em>establishment</em>&nbsp;monarchico-istituzionale) determinando secondo la nota tesi di Angelo Tasca l’esplosione del fascismo che ancora nelle elezioni del ’19 era uscito sconfitto, tanto che lo stesso Gramsci riconobbe in seguito in un articolo del 1924: «Fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana». (“L’Ordine nuovo” 15 marzo 1924).</p>



<p><strong>Visti questi antecedenti, una nuova «narrazione» o se volete un nuovo «discorso sul metodo» si annunciava e si imponeva dunque con l’elaborazione del concetto, più raffinato e sapiente, di <em>egemonia</em></strong>. Concetto che non è sempre agevole ricostruire nelle sue formulazioni e soprattutto nelle sue tante implicazioni, anche con il sussidio del vecchio studio dello storico delle idee Perry Anderson in un saggio del 1976 nella “New Left Review” intitolato “The antinomies of Antonio Gramsci” o la riflessione partecipata e sanzionatoria di Augusto Del Noce (un marxista britannico e un cattolico conservatore italiano). A costoro preferisco la sintesi che ne fa lo storico delle idee Donald Sassoon nel suo ricco, dotto e brillante <em>Cento anni di</em> <em>socialismo</em> (Editori Riuniti, 1991).</p>



<p>Premetto per chi non ha voglia o tempo per inoltrarsi nelle tre paginette seguenti una sintesi F<em>or</em> <em>Dummies</em>. Orbene, Gramsci elabora il concetto di egemonia come la somma di due concetti che egli già osserva nel nostro Risorgimento (ossia nella strategia di Cavour <em>vs</em> Mazzini), ossia: <em><strong>dominio</strong></em><strong> con l’uso della <em>forza</em> verso gli avversari e <em>direzione</em> ricorrendo al <em>consenso</em> verso gli alleati</strong>. Inoltre, mutuando il linguaggio della Prima Guerra Mondiale, alla quale non partecipò per le note ragioni fisiche, Gramsci dice: non è più tempo di <em>guerra</em> <em>di</em> <em>movimento</em> o <em>di</em> <em>manovra</em> alludendo sia alle tradizionali guerre napoleoniche per esempio, ma anche sottotraccia alle <em>rivoluzioni</em> <em>politiche</em> come quella del 1870 in Francia o nel 1917 in Russia che prendono con la violenza lo Stato. <strong>Ora nel mondo occidentale tra gli insorti e lo Stato si è installata una forte Società Civile che rende più stringente la strategia di una <em>guerra</em> <em>di</em> <em>posizione</em> e di conquista progressiva di <em>casamatte</em></strong>. Qui strategici sì, sono gli <em>intellettuali organici</em>, i quali hanno una funzione di base equivalente, si passi il termine, a quella dei sacerdoti nella Chiesa cattolica, destinati a diffondere il verbo e a elaborare e rafforzare il <em>consenso</em> nelle <em>casamatte</em> della società civile. Consenso ovviamente <em>razionale</em> e non <em>manipolato</em>, e qui molte insidie si nascondono nella nostra società massmediata. Ma una cosa per Gramsci è fondamentale, e cioè che un «gruppo sociale… <strong>deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente</strong>“». Altrimenti si avrebbe una dittatura senza egemonia, una semplice applicazione della <em>forza</em>, si suppone con il ricorso ad apparati repressivi polizieschi, che sembra difficile immaginare possa durare nelle nostre articolate, complesse e interdipendenti società occidentali.</p>



<p>A seguire pertanto, per i volenterosi, la&nbsp;brillante sintesi di Sassoon a sussidio della nostra vacillante memoria e come suggerimento a chi ha solo orecchiato un concetto così denso e complesso quale quello di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;in Gramsci.</p>



<p>«E impossibile in poche pagine fare giustizia della complessità del pensiero di Gramsci. È senza dubbio il più sofisticato teorico marxista della politica nel periodo tra le due guerre. Inoltre, le particolari condizioni in cui scrisse le sue opere del carcere, la paura di incorrere nella censura, il fatto di scrivere senza la certezza di essere letto, la sua salute precaria – rendono le sue frasi sparse piuttosto difficili da decodificare e interpretare, specialmente perché non è sempre coerente nella terminologia. Qui noi possiamo mettere a fuoco solo un aspetto centrale del suo pensiero: come il suo contemporaneo Otto Bauer, <strong>Gramsci fu un teorico della sconfitta del movimento operaio nel periodo successivo al 1918, quando l’Europa borghese fu &#8220;ricomposta&#8221;</strong>».</p>



<p><br>Il suo punto di partenza fu questo: l’assalto diretto allo Stato che aveva costituito l’aspetto primario della lotta bolscevica nell’ottobre del 1917 non era un’opzione praticabile per quelli che operavano in Occidente. Lenin aveva accennato a questo già nel marzo del 1918:</p>



<p><strong>«la rivoluzione socialista mondiale non può cominciare nei paesi avanzati così facilmente come è cominciata la rivoluzione in Russia, nel paese di Nicola e di Rasputin».</strong></p>



<p>Lenin</p>



<p>Gramsci riteneva che una forte società civile avviluppasse lo Stato in Occidente e lo proteggesse. La società civile, «almeno per ciò che riguarda gli Stati più avanzati», era diventata una «struttura molto complessa e resistente alle “irruzioni” catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni, ecc.)». In Oriente (cioè in Russia), lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale. [Parole di Gramsci] Conta poco che Gramsci sbagliasse nel considerare la società civile russa «primordiale e gelatinosa». Quello che importa è la distinzione da lui fatta tra lo Stato in senso stretto – «una trincea esterna» – e il complesso sistema che risulta dall’accumulazione di consuetudini e tradizioni, convenzioni e costumi, dall’intrecciarsi di livelli di relazioni tra i gruppi di élite («quelli che dirigono») e la massa frammentata della popolazione («quelli che sono diretti»). <strong>Il potere non risiede in un’unica stanza dei bottoni che, una volta presa d’assalto, mette a disposizione tutti i meccanismi necessari.</strong></p>



<p><br>Coloro che sono formalmente al comando esercitano un potere reale, <strong>ma sono essi stessi soggetti a molteplici costrizioni che non svaniscono d’un tratto appena i precedenti detentori del potere vengono rimossi. </strong>Da un capo all’altro della società civile ciascuno ha ruoli e funzioni, quelli cruciali essendo appannaggio di un vero e proprio esercito di intermediari il cui compito consiste nell’organizzare il lavoro, la cultura, la religione e il tempo libero (Gramsci chiamava questi – impropriamente – gli «intellettuali»).</p>



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<p><br>La cattura ideologica di questo gruppo è centrale per la conquista del potere. Nessun sistema sociale complesso può sopravvivere o essere edificato senza di loro. <strong>Essi sono gli educatori, i giornalisti, il clero, i comunicatori, gli artisti, i pubblicitari, i disseminatori della cultura popolare, i quadri tecnici, ecc. In altre parole, tutti quelli che traducono, modificano e adattano e, perciò, costantemente alterano le idee dominanti e accettate sull’ordine esistente in modo che possano essere capite, interiorizzate e accolte da tutti</strong>. In questo modo ciò che è storicamente determinato e quindi transeunte appare giusto, naturale ed eterno. Questi funzionari «intellettuali» definiscono quello che è normale e quindi quello che è «deviante»; essi distinguono l’accettabile dall’inaccettabile in tutti i campi, compresi la produzione e il lavoro, la vita quotidiana e il «senso comune». E poiché ognuno è, almeno in qualche circostanza, un «educatore» o un «organizzatore» in questo senso gramsciano, ognuno è, in certa misura, un «intellettuale». <strong>La socializzazione reciproca è l’occupazione di tutti gli esseri umani.</strong></p>



<p><strong><br></strong>Se questo è vero, allora ne segue (a costo di dilatare il concetto del «politico» fino a includere la vita quotidiana) che quelli che cercano di stabilire un ordine sociale completamente nuovo non possono limitarsi alla «politica» nel vecchio senso – cioè la determinazione delle tattiche e delle strategie politiche richieste per <strong>assalire la cittadella dello Stato</strong> (in senso stretto).</p>



<p><br>I compiti sono molto più impegnativi. Essi richiedono lo stabilirsi di un nuovo tipo di consenso. Tuttavia il consenso non va inteso come qualcosa di statico, ma come un campo di battaglia in cui varie concezioni costantemente rivaleggiano tra loro. <strong>Per conseguire l’egemonia, è necessario essere la forza dominante su questo campo di battaglia.</strong></p>



<p><br>Ciò che Gramsci chiamava la «guerra di movimento o di manovra» era l’assalto alla cittadella dello Stato (in senso stretto), come nelle rivoluzioni del 1848 (che sfociarono nella sconfitta dei rivoluzionari) e dell’ottobre 1917. Egli considerava un testo particolare, <em>Lo sciopero generale</em> di Rosa Luxemburg (1906), come «uno dei documenti più significativi della teorizzazione della guerra manovrata applicata all’arte politica». Ma l’encomio finiva qui, perché Gramsci continuava stigmatizzando la strategia luxemburghiana dello sciopero di massa rivoluzionario come <strong>una forma di ferreo determinismo economico in questi termini</strong>: una crisi economica produce un fenomeno (lo sciopero) che «in un lampo» getta lo scompiglio tra i nemici, fa sì che essi perdano la fiducia nel futuro, mette in condizione di organizzare le proprie truppe, di creare i quadri necessari e di conseguire la necessaria concentrazione ideologica sul comune obiettivo da raggiungere. Questo, secondo Gramsci, è soltanto «misticismo storico, l’aspettativa di una sorta di illuminazione miracolosa».</p>



<p><br>Se Gramsci fosse un critico attendibile del pamphlet della Luxemburg c’interessa poco in questa sede. <strong>Quello che importa è il netto rifiuto della guerra di movimento come strategia per la conquista del potere.</strong> Una guerra del genere è al massimo una tattica da usarsi se e quando necessario, e che, in ogni caso, mette in grado di conquistare «posizioni non decisive». La via maestra per il potere richiede una strategia differente: la guerra di posizione. Questa «domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione» (è, in altre parole, un evento di massa di lungo termine): «è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia… la guerra di posizione, una volta vinta, è decisiva definitivamente».</p>



<p>In un altro quaderno Gramsci sottolineava che un «gruppo sociale… deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente”». Questo può essere interpretato come una prescrizione cronologica: <strong>in primo luogo si richiede una sufficiente egemonia per impadronirsi della macchina dello Stato; in secondo luogo l’effettiva presa del potere; quindi il consolidamento egemonico</strong>.</p>



<p><br>Altrove, tuttavia, Gramsci ha scritto: «La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole, a meno di avere subito una superiorità schiacciante sul nemico». <strong>Ne segue che in realtà il «momento» della conquista dello Stato è esattamente questo: solo un momento in un processo rivoluzionario.</strong> Paradossalmente, prendere il potere nel momento sbagliato può causare la sconfitta nel lungo termine. Ciò che conta più di tutto è un’accurata conoscenza del nemico, poiché in politica (cioè nella guerra di posizione) «l’assedio è reciproco». Anche il nemico combatte una guerra di posizione in ciò che è una «rivoluzione passiva» – vale a dire la modificazione graduale del suo proprio sistema di potere attraverso la riorganizzazione dell’egemonia. Questa riorganizzazione è ottenuta attraverso modificazioni molecolari che in realtà modificano progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano matrice di nuove modificazioni».</p>



<p>Così, secondo il modo di vedere di Gramsci, il Risorgimento italiano fu vinto dai moderati (Camillo Cavour e il Piemonte) perché Cavour, adottando i principi della guerra di posizione, comprese non solo il suo proprio ruolo, ma anche quello del suo oppositore, Giuseppe Mazzini, che, al contrario, non pare fosse consapevole del suo e di quello del Cavour. <strong>Cavour fu capace di assorbire elementi del campo mazziniano modificando la sua strategia e ottenendo il sostegno internazionale</strong>. La sua superiorità non si basava soltanto su una maggiore comprensione della situazione nazionale, ma anche dei rapporti di forza internazionali (nella misura in cui l’unificazione italiana fu resa possibile dal gioco politico reciproco delle potenze europee) e del fatto che, dopo il 1848, l’Europa era entrata in un periodo in cui la guerra di movimento avrebbe portato solo alla sconfitta.</p>



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<p>È importante capire che questo tipo di analisi regge purché si vada al di là delle metafore militari che permeavano il discorso di Gramsci. Esse sembrano suggerire che sia tutto nelle mani dello stratega superiore visto come una sorta di «uomo del destino», in grado di dare forma agli eventi più o meno a suo piacimento anche se all’interno di determinati limiti storici. È vero che Gramsci analizzò il fascismo nei termini dell’intervento di un «uomo del destino» (Mussolini). <strong>Ma egli vedeva Mussolini come il risultato di un particolare rapporto di forze (nel caso italiano, la forma assunta dalla crisi politica fu una paralisi del parlamento), che richiedeva una soluzione per «sbloccare» il sistema – in questo caso, una soluzione «extraparlamentare».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Il fascismo era la forma assunta in Italia dalla «rivoluzione passiva» come risultato della crisi postbellica. L’ascesa di Mussolini era la prova della debolezza del sistema di governo italiano. <strong>Ma era l’intero sistema capitalistico che stava subendo una «rivoluzione passiva», una riorganizzazione del potere resa necessaria dalle esigenze del passaggio dal «vecchio individualismo economico», cioè il <em>laissez-faire</em>, all’«economia programmatica», vale dire il capitalismo amministrato.</strong></p>



<p><br>Gramsci usò le sue categorie fondamentali per analizzare lo sviluppo del capitalismo americano (<em>Americanismo e fordismo</em>). La posizione economica propizia dell’America veniva fatta risalire all’assenza di un passato feudale e alla sua conseguente «razionale composizione demografica». Essa si avvantaggiava del fatto di <strong>non avere numerose classi prive di funzione essenziale nel mondo della produzione – cioè classi puramente parassitarie costituite di aristocratici, di coloro che vivono di rendita e dei loro innumerevoli faccendieri</strong>. La «tradizione» europea, la «civiltà» europea, era al contrario caratterizzata precisamente dall’esistenza di classi simili, create dalla «ricchezza e dalla complessità della storia passata».</p>



<p><strong>Poiché non è «gravata da questa cappa di piombo», l’egemonia negli Stati Uniti «nasce nella fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia».</strong> Gli alti salari caratteristici della produzione fordista costituiscono il mezzo «ideologico per ottenere la complicità dei lavoratori». E forse in questo passaggio, più che altrove, che si può sentire la materialità del concetto gramsciano di egemonia: essa è molto più che una semplice questione di propaganda e di instillazione delle idee «giuste», una sorta di incessante lavaggio del cervello globale. <strong>Essa è qualcosa che comprende le condizioni di esistenza, come un tenore di vita desiderabile, o anche lo sviluppo di una «forza-lavoro specializzata e ben articolata».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Dove il contributo di Gramsci è stato poco innovativo è <strong>nella concezione del partito</strong>: avendo esteso il concetto di egemonia ben al di là della vecchia nozione leninista della battaglia ideologica, egli assegnò al partito compiti che un’organizzazione del genere era semplicemente inadatta a svolgere. Il vecchio partito leninista doveva essere l’avanguardia della rivoluzione.</p>



<p><br>Il vecchio partito socialdemocratico (kautskiano) doveva attendere il momento della crisi del capitalismo. Ma il partito di Gramsci aveva un compito molto più formidabile: <strong>esso doveva costruire un nuovo Stato in senso lato</strong>. Toccò al successore di Gramsci, Togliatti, nelle condizioni molto più favorevoli dell’Italia del dopoguerra, quando era stata reinstaurata la democrazia, tentare di costruire un partito nuovo, un nuovo partito di massa, meglio equipaggiato dal punto di vista organizzativo e ideologico, sia di quello leninista che del vecchio partito operaista della Spd. Gramsci aveva spiegato quali dovevano essere i compiti di questo partito, di questo «nuovo principe» (nel senso machiavelliano). <strong>Ma non fornì indicazioni intorno a cosa esso sarebbe dovuto essere</strong>. Esistono, naturalmente, passaggi nei suoi scritti in cui il termine «partito» viene usato in modo vago (ad esempio un giornale può essere un «partito»), ma interpretandolo in questo modo, il concetto diventa così generico da essere praticamente privo di significato, oppure esso implode nel suo contrario: i compiti della rivoluzione non possono appartenere a un partito o a dei partiti, ma vengono trasferiti a una molteplicità di terreni e di lotte. Una tale interpretazione, così sovversiva del concetto leninista di partito, è possibile e legittima; ma non appartiene al Gramsci storico.</p>



<p><br>Il merito centrale di questo Gramsci (se si può parlare di «centralità» a proposito di un pensiero così diffuso) è che, non diversamente da Otto Bauer, egli abbandona il dilemma «riforme o rivoluzione» nell’unico modo possibile: andando al di là. <strong>Il concetto di rivoluzione può riferirsi sia alla conquista del potere dello Stato, sia all’intero processo di transizione da una società a un’altra.</strong></p>



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