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	<title>musica impegnata Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Avrete anche voi visto Thom Yorke ubriaco in un autogrill della Palermo-Catania</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 16:34:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cattivi Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[industria musicale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Thom piano piano si sciolse, dimenticò del tutto il volo da prendere, gli impegni che lo attendevano a Londra e poi la tournée di lì a breve. Iniziò a canticchiare Weird Fishes, nella desolazione di quella decadente stazione di servizio, di fronte a quegli unici due spettatori.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La macchina scivolava sull’asfalto bollente, tra le pale eoliche ferme come cristi immensi fuori scala, perduti tra colli assolati e arsi dal sole di mezzogiorno, intento a scuocere anche l’abitacolo con una lama bianca e impolverata. Thom Yorke osservava dal finestrino la strada scorrere da quasi due ore, silenzioso, curvo su se stesso come se si nascondesse da qualcosa, mentre l’autista NCC silenziosamente svolgeva il suo compito in maniera impeccabile.<br><br><br><br>Aveva passato la notte a Palermo, nella casa dei parenti di lei. I cugini, le zie, i salotti pieni di tende troppo spesse e fotografie in cornici d’oro, sempre leggermente storte. Gli offrivano cibo come una minaccia, obbligatoria, feroce: «Mangia, Jimmy», lo chiamavano così, Jimmy, nessuno sapeva perché, probabilmente un errore di comprensione, una disattenzione da&nbsp;<em>small talk</em>&nbsp;diventata errore sistematico. Una disattenzione verso la sua persona, probabilmente, una valutazione alternativa che lo metteva su un piano diverso rispetto a quello a cui era abituato, al piano delle attenzioni particolari, delle riverenze, o dell’odio; di certo un piano lontano dall’indifferenza. Lui sorrideva, si sedeva, masticava, rispondeva a gesti. Inizialmente pensava solo a quando sarebbe potuto fuggire; dopo un po’ iniziò a chiedersi verso cosa fuggire; dopo mesi di frequentazione non trovò più un motivo al dover fuggire, al dover fuggire a quel lento abbandonarsi ai pranzi infiniti, ai tempi morti e allungati allo stremo, ai pomeriggi sonnolenti in cui veniva preso da un torpore quasi mortifero, a cui effettivamente no, non poteva fuggire. Si ritrovava a passare giornate intere senza fare né vedere nulla.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p class="wp-block-paragraph">Ora era sulla strada per Catania. Aveva il volo la sera stessa, Palermo era&nbsp;<em>full</em>&nbsp;e il suo charter aveva dovuto trovare il primo posto disponibile sugli aeroporti dei dintorni. Ogni volta era così: giorni lenti, gonfi d’aria immobile, il corpo che si svuotava di qualsiasi tensione creativa, qualsiasi spinta. Sicilia come una resa silenziosa delle proprie volontà: mentre ti offre tutto, ti priva di qualsiasi tensione verso l’affermazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«<em>per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole</em>»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando vide il cartello Gelso Bianco, decise di fermarsi. Non perché avesse fame né sete. Solo perché era stanco, di quella stanchezza senza tregua. E in quel posto, da qualche parte, c’era qualcosa che riconosceva come proprio. Un’eco. Un suono già sentito in sogno.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tt9K!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fc1fa3eb2-0726-4656-8818-fff39990b23a_887x427.webp" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tt9K!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fc1fa3eb2-0726-4656-8818-fff39990b23a_887x427.webp" alt=""/></a><figcaption class="wp-element-caption">L’area di servizio Gelso Bianco dell’autostrada Palermo-Catania</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Entrò nell’autogrill.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aria condizionata faceva il rumore umido di un respiro troppo vicino. L’odore era un mix di plastica, cornetti vecchi e sudore da viaggio. Alle pareti, locandine scolorite di panini XL e arancini da 2,50.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Thom si avvicinò al banco. Prese una bottiglietta d’acqua naturale sigillata. La porse al cassiere, senza dire niente. Aveva pensato di comprarsi anche dei barbiturici—non sapeva bene dove, forse in aeroporto—per placare l’angoscia che lo stringeva sempre prima del volo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una voce alle sue spalle lo fermò.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ava Jimmy, un fari accussì, fanni ‘na cantata cca, forza!»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si voltò. Un uomo sulla sessantina, giubbotto smanicato sopra una canottiera sudata, baffi bianchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrava tornato da una giornata nei campi. Lo guardava come si guarda un vecchio amico, con addosso la stanchezza di una giornata di lavoro ma la luce di chi ha appena posato gli attrezzi e può godersi il resto della giornata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Arfiu,» disse l’uomo al barista, «dacci ‘na Vecchia Romagna ‘cca a Jimmy ca s’arricupigghia.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Thom sorrise, per cortesia.&nbsp;<em>Sorry, I have to take my.</em>..&nbsp;<em>pigghiari barbiturici</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A quali babbiturici? Nenti ti fanu. Veni cca.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non rispose. Si trovò seduto, non sapeva come. Davanti a lui, un bicchiere mezzo pieno di brandy scuro. Non si domandava nulla. Era lì, punto. Non pensava al volo, né al check-in, né alla musica, né a Dajana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Afferra il bicchiere. Fa un sorriso, che però gli esce come una smorfia. Lo beve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il bicchiere era caldo. O era la mano?</p>



<p class="wp-block-paragraph">O era la voce?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La voce dell’uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">O era sua madre che parlava in siciliano?</p>



<p class="wp-block-paragraph">No. Sua madre non era siciliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era morta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">O forse no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Jimmy, ti ricordi quando suonavi nei garage e sputavi sangue?»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sveglia di soprassalto dal suo delirio ad occhi aperti, il barista intento ad asciugare i bicchieri con uno straccio, l’ospite intento a canticchiare sotto i baffi. Alza la testa di soprassalto:</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Arfiu, raccìni n’àuttru!»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il barista annuì. Sapevano già tutto. Sapevano che sarebbe rimasto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo Vecchia Romagna scivolò giù solo, senza attrito, come aria verso i polmoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Thom piano piano si sciolse, dimenticò del tutto il volo da prendere, gli impegni che lo attendevano a Londra e poi la tournée di lì a breve. Iniziò a canticchiare&nbsp;<em>Weird Fishes</em>, nella desolazione di quella decadente stazione di servizio, di fronte a quegli unici due spettatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ora nni jemu a Carduna, a Piano Tavola. Ti passinu tutti cosi.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Thom lo guardò. Il pick-up fuori era pieno di fango e cassette vuote. Un cane nero dormiva sul sedile passeggero, col muso spalmato sul vetro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non rispose. Guardava le sue mani. Piccole, ossute. Mani che avevano suonato stadi interi, inciso dischi amati e odiati, mani che avevano toccato calde pelli di belle donne, mani che adesso tremavano leggere, come foglie vecchie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo si sfilacciava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel bagno dell’autogrill, sopra il lavandino, lo specchio era incrinato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si guardò. Aveva il volto che sembrava disegnato col carboncino. Gli occhi come due buchi nel cartone. Una mosca gli volava intorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rise piano. Nessuno avrebbe creduto che fosse lui. Nessuno gli avrebbe chiesto un selfie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uscì, andò verso l’uomo, inizio a balbettare nel suo italiano insicuro,&nbsp;<em>sorry ma, ma io devo prendere un aereo, ho molte cose da fare molte a cui pensare, il suo cane sul pickup mi fa pensare a un disco dei pearl jam ma credo fosse una pecora, ho sempre pensato che sarebbe bello fare un film che inizia con rival e un dolly che segue un pick up su cui un grosso cane nero abbaia ferocemente a favore di camera, ma io non mi occupo di film, però a volte ho pensato alle mie canzoni come colonne sonore, ha presente&nbsp;</em>exit music<em>? E in fondo mi trovo bene qua, solo che devo proprio andare, non so nemmeno cosa voglia dire, carduna? Io comunque credo che il confine tra il reale e l’immaginario sta iniziando a vacillare, saranno queste strade assolate o quest’atmosfera decadente oppure i lunghi pranzi che ho fatto in questi giorni, mi manca comunque questo posto, Piano Tavola, non l’ho mai visitato, una volta o l’altra la invito a vedere Lundin Links, non so perché ma credo sappia di cosa parlo, sembra di essere in una di quelle narrazioni di Bret Easton Ellis, non so se sto facendo un monologo tutto nella mia testa o se lei sia qui con i suoi baffi da tricheco ad ascoltare le mie parole e capirle, come se ad esempio</em></p>
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		<title>I cantautori hanno rovinato questo paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 11:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando penso alla mediocrità della musica italiana, penso soprattutto ai cantautori. Che sia ben chiaro, alcuni sono molto superiori ai loro epigoni stranieri, che hanno spesso imitato superandoli<strong>: Tenco, Battiato, Battisti, Lucio Dalla, i dischi in dialetto di De André o Pino Daniele, Vasco, quello marcio e tossicomane dei vecchi tempi</strong>, tra l’ironia e il disincanto di maniera, libero dallo sciame di hipster dirittoumanisti che adesso lo adora, e lo ha fatto diventare la parodia di se stesso, circondato da un pubblico di beoni tamarri.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo ora mi tocca usare un’alabarda spaziale futurista sui gli idoli d’infanzia di più generazioni, perché i cantautori rappresentano la fase anale dell’arte! <strong>Sono i campioni mondiali di un’estetica piatta e accomodante, i maestrini indiscussi di un linguaggio che non offende, non scuote, ma accarezza il cuore della borghesia piccola e crepuscolare</strong>, dei boomer che si lamentano dell’autotune su Boomerbook. Quelli che hanno annientato il paese, che rimpiangono un passato in cui tutto era meglio, ma lo hanno mandato a puttane loro, quel passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, mentre il pubblico applaude e si commuove, <strong>l’arte si grattugia le palle</strong>. Sia benedetto Tony Effe, e acclamato Sferaebbasta, e quanto è fica Anna Pepe, che avrebbero sicuramente entusiasmato il truculento guerrafondaio Filippo Tommaso Marinetti, che di certo scrisse cose ben peggiori di Tony: «La donna nuda è leale. La donna vestita è sempre un po’ falsa. La carne della donna è sempre buona. Lo spirito della donna tende alla cattiveria e alla perfidia» e ribadisce poi: «Il cervello è il motore aggiunto e inadatto al&nbsp;chassis&nbsp;(la struttura portante delle varie parti che costituiscono una macchina, ndr) della donna che ha per motore naturale l’utero. Il cervello sforza, sfascia e deforma la donna che lo porta». Parole di fronte alle quali Tony Effe con i suoi culi nuovi di zecca regalati a bitch giapponesi risulta solo volgarotto, e per questo perdonabile. Carmelo Bene, in una delle sue celebri invettive, lo aveva detto senza mezzi termini: «<strong>I cantautori?</strong> <strong>Sono l&#8217;abbrutimento della poesia</strong>, non hanno niente a che fare con l&#8217;arte e la musica. Sono commercianti di emozioni a buon mercato». E come dargli torto?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cantautorato italiano, osannato da generazioni di critici e pubblico, si regge su un compromesso velenoso: <strong>essere accessibile a tutti, e quindi innocuo, pur compiacendo l’immaginario di una certa sinistra.</strong> Canzoni che parlano di amori finiti e quindi non veri, perché il vero amore è sempre eterno e disperato, e questioni sociali col pelo sullo stomaco. Un lessico di plastica, infarcito di luoghi comuni e sentimentini precotti, anzi già digeriti e espulsi, che non sfiora mai le asperità del reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema non è mai ciò che si canta, è come lo si fa<strong>. Il cantautore è il sacerdote di una liturgia stanca, dove la voce è sussurro o urlo, mai dissonanza</strong>. Dove la musica è accompagnamento, e melodia semplice, mai sfida o ricerca, giusto il primo Battiato e l’ultimo Battisti hanno fatto vera arte melodica. Il resto dei cantautori ha passato il tempo a consolare il pubblico senza metterlo di fronte a se stesso. <strong>Sono cantori di un conformismo che si traveste da ribellione</strong>, rivoluzionari da salotto che sfidano il sistema con accordi di chitarra, strumento mediocrino, su poesiole da bar insomma, che solo un tardo recupero nostalgico, demenziale e cringe può riabilitare!</p>



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<p class="wp-block-paragraph">E peggio ancora della musica leggera è quella impegnata, <strong>perché rende leggero anche l’impegno, perché ci fa sentire rivoluzionari a basso costo, a basso rischio, a bassa intensità.</strong> E così quelli che hanno ascoltato due dischi di De André o di De Gregori vengono a farci la paternale, diventano i primi dei moralisti, i primi dei cagacazzi giudiconi al rovescio, che <strong>si sono sforzati di definire sociali quei problemi che dipendono dalla natura stessa dell’uomo per fingere che possiamo risolverli,</strong> facendo da stampella a una politica in carenza di idee, che deve convincere il popolo del fatto che tutti i problemi sono “sociali”, e quindi rinnovare la propria utilità laddove non ne ha alcuna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Bisogna distruggere la sintassi», dichiarava Filippo Tommaso Marinetti nel suo <em>Manifesto del Futurismo</em>. Eppure, i cantautori italiani sembrano aver scelto di fare l’opposto: <strong>ricostruire la sintassi della banalità, rafforzare il già detto, rendere eterno ciò che avrebbe dovuto essere distrutto</strong>. Dove i futuristi invocavano la velocità, il dinamismo e la rottura delle convenzioni, i cantautori celebrano la lentezza di una nostalgia campagnola e bucolica, l’eterna attesa di un amore campestre, di una ribellione mai vissuta veramente, arroccati come sono nelle loro città metropolitane. La loro arte è una celebrazione del fermo immagine, una pittura iperrealista – quindi falsa – che si spaccia per pittura d’avanguardia.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il cantautorato italiano, partecipando al “progressismo”, è una <strong>nuova forma di conservazione,</strong> perché ogni progresso è in realtà la conservazione dei privilegi delle classi egemoni in ascesa. Ogni accordo di chitarra, ogni strofa sussurrata, <strong>è un omaggio a quel trasformismo culturale che si maschera da rivoluzione</strong>, ma che in realtà perpetua lo status quo senza peraltro celebrarlo adeguatamente – penso al penosissimo Guccini un surrogato da osteria della poesia borghese<strong>. I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese</strong>, neanche campagnola, che avrebbe formato pochi anni dopo almeno un paio di generazioni di startupper, muretti a secco, ed estati in Salento.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta amare per parlare d’amore, e non basta parlare d’amore per essere poeti, così come non basta tenere una chitarra in mano per essere musicisti<strong>. L’arte è rottura, non consolazione. L’arte è ferita. L’arte è ciò che ti costringe a guardare dove non vuoi, con occhi nuovi</strong>. Come scrisse Louis-Ferdinand Céline con il suo cinismo tagliente: «L’amore, è l’infinito messo alla portata dei barboncini». Ed ecco che le canzoni dei cantautori si rivelano per ciò che sono: un’idea di infinito ridotta a un giocattolo, un sentimento sublime addomesticato per un pubblico che vuole emozioni facili e inoffensive, quando l’amore è tossicità, conflitto, mai quiete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Carmelo Bene, nel suo disprezzo per questi “commercianti di emozioni a buon mercato”, sosteneva il teatro come puro suono elettronico, e guardava alla musica sempre distorta ed in ricerca, quella che distruggeva il linguaggio, annienta l’io, rifiuta la comunicazione come consolazione. Esattamente il contrario di ciò che i cantautori rappresentano<strong>: il linguaggio come coccola, la comunicazione come merce</strong>. «Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità», proclamavano i futuristi. I cantautori, al contrario, cantano la sicurezza del compromesso, l’abitudine alla nostalgia e alla prevedibilità, tutti possono essere nostalgici, non tutti possono immaginare il futuro. E così, come De Gregori con Enel, sono finiti a fare pubblicità progresso finto-patriottiche e pataccose nella tv storia patria e maestrina che criticavano. Non perché non abbiano nulla da dire, ma perché le loro parole sarebbero inascoltabili per orecchie abituate a scambiare l’ovvio per il sublime, ok ora mi rilasso tanto si tratta di musica leggera…</p>



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