Thom piano piano si sciolse, dimenticò del tutto il volo da prendere, gli impegni che lo attendevano a Londra e poi la tournée di lì a breve. Iniziò a canticchiare Weird Fishes, nella desolazione di quella decadente stazione di servizio, di fronte a quegli unici due spettatori.

La macchina scivolava sull’asfalto bollente, tra le pale eoliche ferme come cristi immensi fuori scala, perduti tra colli assolati e arsi dal sole di mezzogiorno, intento a scuocere anche l’abitacolo con una lama bianca e impolverata. Thom Yorke osservava dal finestrino la strada scorrere da quasi due ore, silenzioso, curvo su se stesso come se si nascondesse da qualcosa, mentre l’autista NCC silenziosamente svolgeva il suo compito in maniera impeccabile.

Aveva passato la notte a Palermo, nella casa dei parenti di lei. I cugini, le zie, i salotti pieni di tende troppo spesse e fotografie in cornici d’oro, sempre leggermente storte. Gli offrivano cibo come una minaccia, obbligatoria, feroce: «Mangia, Jimmy», lo chiamavano così, Jimmy, nessuno sapeva perché, probabilmente un errore di comprensione, una disattenzione da small talk diventata errore sistematico. Una disattenzione verso la sua persona, probabilmente, una valutazione alternativa che lo metteva su un piano diverso rispetto a quello a cui era abituato, al piano delle attenzioni particolari, delle riverenze, o dell’odio; di certo un piano lontano dall’indifferenza. Lui sorrideva, si sedeva, masticava, rispondeva a gesti. Inizialmente pensava solo a quando sarebbe potuto fuggire; dopo un po’ iniziò a chiedersi verso cosa fuggire; dopo mesi di frequentazione non trovò più un motivo al dover fuggire, al dover fuggire a quel lento abbandonarsi ai pranzi infiniti, ai tempi morti e allungati allo stremo, ai pomeriggi sonnolenti in cui veniva preso da un torpore quasi mortifero, a cui effettivamente no, non poteva fuggire. Si ritrovava a passare giornate intere senza fare né vedere nulla.

Ora era sulla strada per Catania. Aveva il volo la sera stessa, Palermo era full e il suo charter aveva dovuto trovare il primo posto disponibile sugli aeroporti dei dintorni. Ogni volta era così: giorni lenti, gonfi d’aria immobile, il corpo che si svuotava di qualsiasi tensione creativa, qualsiasi spinta. Sicilia come una resa silenziosa delle proprie volontà: mentre ti offre tutto, ti priva di qualsiasi tensione verso l’affermazione.

«per quelle cinque ore non si erano viste che pigre groppe di colline avvampanti di giallo sotto il sole»

Quando vide il cartello Gelso Bianco, decise di fermarsi. Non perché avesse fame né sete. Solo perché era stanco, di quella stanchezza senza tregua. E in quel posto, da qualche parte, c’era qualcosa che riconosceva come proprio. Un’eco. Un suono già sentito in sogno.

L’area di servizio Gelso Bianco dell’autostrada Palermo-Catania

Entrò nell’autogrill.

L’aria condizionata faceva il rumore umido di un respiro troppo vicino. L’odore era un mix di plastica, cornetti vecchi e sudore da viaggio. Alle pareti, locandine scolorite di panini XL e arancini da 2,50.

Thom si avvicinò al banco. Prese una bottiglietta d’acqua naturale sigillata. La porse al cassiere, senza dire niente. Aveva pensato di comprarsi anche dei barbiturici—non sapeva bene dove, forse in aeroporto—per placare l’angoscia che lo stringeva sempre prima del volo.

Una voce alle sue spalle lo fermò.

«Ava Jimmy, un fari accussì, fanni ‘na cantata cca, forza!»

Si voltò. Un uomo sulla sessantina, giubbotto smanicato sopra una canottiera sudata, baffi bianchi.

Sembrava tornato da una giornata nei campi. Lo guardava come si guarda un vecchio amico, con addosso la stanchezza di una giornata di lavoro ma la luce di chi ha appena posato gli attrezzi e può godersi il resto della giornata.

«Arfiu,» disse l’uomo al barista, «dacci ‘na Vecchia Romagna ‘cca a Jimmy ca s’arricupigghia.»

Thom sorrise, per cortesia. Sorry, I have to take my... pigghiari barbiturici.

«A quali babbiturici? Nenti ti fanu. Veni cca.»

Non rispose. Si trovò seduto, non sapeva come. Davanti a lui, un bicchiere mezzo pieno di brandy scuro. Non si domandava nulla. Era lì, punto. Non pensava al volo, né al check-in, né alla musica, né a Dajana.

Afferra il bicchiere. Fa un sorriso, che però gli esce come una smorfia. Lo beve.

E il bicchiere era caldo. O era la mano?

O era la voce?

La voce dell’uomo.

O era sua madre che parlava in siciliano?

No. Sua madre non era siciliana.

Era morta.

O forse no.

E poi…

«Jimmy, ti ricordi quando suonavi nei garage e sputavi sangue?»

Si sveglia di soprassalto dal suo delirio ad occhi aperti, il barista intento ad asciugare i bicchieri con uno straccio, l’ospite intento a canticchiare sotto i baffi. Alza la testa di soprassalto:

«Arfiu, raccìni n’àuttru!»

Il barista annuì. Sapevano già tutto. Sapevano che sarebbe rimasto.

Il secondo Vecchia Romagna scivolò giù solo, senza attrito, come aria verso i polmoni.

Thom piano piano si sciolse, dimenticò del tutto il volo da prendere, gli impegni che lo attendevano a Londra e poi la tournée di lì a breve. Iniziò a canticchiare Weird Fishes, nella desolazione di quella decadente stazione di servizio, di fronte a quegli unici due spettatori.

«Ora nni jemu a Carduna, a Piano Tavola. Ti passinu tutti cosi.»

Thom lo guardò. Il pick-up fuori era pieno di fango e cassette vuote. Un cane nero dormiva sul sedile passeggero, col muso spalmato sul vetro.

Non rispose. Guardava le sue mani. Piccole, ossute. Mani che avevano suonato stadi interi, inciso dischi amati e odiati, mani che avevano toccato calde pelli di belle donne, mani che adesso tremavano leggere, come foglie vecchie.

Il tempo si sfilacciava.

Nel bagno dell’autogrill, sopra il lavandino, lo specchio era incrinato.

Si guardò. Aveva il volto che sembrava disegnato col carboncino. Gli occhi come due buchi nel cartone. Una mosca gli volava intorno.

Rise piano. Nessuno avrebbe creduto che fosse lui. Nessuno gli avrebbe chiesto un selfie.

Uscì, andò verso l’uomo, inizio a balbettare nel suo italiano insicuro, sorry ma, ma io devo prendere un aereo, ho molte cose da fare molte a cui pensare, il suo cane sul pickup mi fa pensare a un disco dei pearl jam ma credo fosse una pecora, ho sempre pensato che sarebbe bello fare un film che inizia con rival e un dolly che segue un pick up su cui un grosso cane nero abbaia ferocemente a favore di camera, ma io non mi occupo di film, però a volte ho pensato alle mie canzoni come colonne sonore, ha presente exit music? E in fondo mi trovo bene qua, solo che devo proprio andare, non so nemmeno cosa voglia dire, carduna? Io comunque credo che il confine tra il reale e l’immaginario sta iniziando a vacillare, saranno queste strade assolate o quest’atmosfera decadente oppure i lunghi pranzi che ho fatto in questi giorni, mi manca comunque questo posto, Piano Tavola, non l’ho mai visitato, una volta o l’altra la invito a vedere Lundin Links, non so perché ma credo sappia di cosa parlo, sembra di essere in una di quelle narrazioni di Bret Easton Ellis, non so se sto facendo un monologo tutto nella mia testa o se lei sia qui con i suoi baffi da tricheco ad ascoltare le mie parole e capirle, come se ad esempio