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	<title>Netanyahu Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/israele-e-lapocalisse/">Israele è l&#8217;Apocalisse</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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		<title>Come nasce una colonia illegale in Palestina </title>
		<link>https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 <strong>il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni</strong>. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia. </p>



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<p>Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. <strong>Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile.</strong> La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-2192" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-300x169.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-768x432.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-600x338.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2194" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="576" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2191" style="width:498px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg 576w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-169x300.jpg 169w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-600x1067.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06.jpg 720w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>
</div>


<p><br>I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, <strong>così da poterlo arrestare nel pomeriggio.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled-2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all&#8217;ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.</figcaption></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2204" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. il giorno dopo l&#8217;attacco</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. <strong>Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove</strong>, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania. &nbsp;</p>



<p><br>Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell&#8217;avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala,<strong> nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%</strong>. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare<a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/"> nell’articolo precedente</a>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, <strong>ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”</strong>, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e <strong>grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><br><br>Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. <strong>Sono spesso però abitate da persone “qualunque”</strong>, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, <strong>sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><br><br>Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar.<strong> Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato</strong>. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà <em>de facto</em> di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi:<strong> la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”</strong>. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l&#8217;IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di &#8220;terroristi&#8221;, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, <strong>ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio</strong>. </p>



<p>Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. <strong>L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.</strong></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="480" style="aspect-ratio: 848 / 480;" width="848" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/video_2025-05-15_12-33-20.mp4"></video><figcaption class="wp-element-caption">Nascita di una colonia a Massafer Yatta.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/">Come nasce una colonia illegale in Palestina </a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Come Israele ha (stra)perso la guerra mediatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 10:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Bomba atomica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'antisemitismo come legittimazione interventista non basta più, così il governo di Netanyahu sta perdendo la partita mediatica, convinto che il 7 ottobre gli avesse servito la vittoria. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-israele-ha-straperso-la-guerra-mediatica/">Come Israele ha (stra)perso la guerra mediatica</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p></p>



<p>La percezione ormai diffusa, a queste latitudini, è che il conflitto israelo-palestinese, riaccesosi recentemente in seguito agli attacchi guidati da Hamas il 7 ottobre scorso, <strong>stia prendendo una piega insolita.</strong> È dalla guerra dei Sei giorni del 1967 che le potenze arabe limitrofe si sono dovute rassegnare. La supremazia dell’esercito israeliano nella valle del Giordano, da quel breve conflitto in poi, risulta incontestabile. Benché gli eventi dell’ottobre scorso abbiano evidenziato qualche falla nel sistema di Difesa israeliano e le continue incursioni balistiche di Hezbollāh rendano instabile il confine con il Libano, la superiorità delle Forze di Difesa israeliane non sembra in alcun modo in discussione.</p>



<p>Inedita invece è la sconfitta che Israele e il suo governo stanno registrando in un’altra declinazione del conflitto, all’apparenza meno significativa, ovvero quella mediatica. Il sostegno che, appena dieci anni fa, l’opinione pubblica occidentale sembrava garantire senza riserve allo Stato ebraico e al suo esercito – ad eccezione di poche, spesso infrequentabili, voci contrarie &#8211; oggi pare vacillare. <strong>Il capitale di credibilità al quale il governo gerosolimitano si era abituato ad attingere illimitatamente sembra sul punto di esaurirsi</strong>. Per quanto sia improbabile la fine del sostegno occidentale, tanto militare quanto economico, per Israele – rappresentando quest’ultimo l’avamposto militare delle potenze atlantiste nella regione più instabile del pianeta – l’incompetenza comunicativa rischia di minare i presupposti della sua egemonia nella regione.  Si impone dunque una riflessione sulla natura del conflitto mediatico in generale e su come esso sia diventato progressivamente più rilevante dalla seconda guerra mondiale in poi. Per gettare luce su di un paese costretto a incassare un’amara sconfitta dentro un successo militare.</p>



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<p>Nel film <em>La zona d’interesse</em>, vincitore del Gran Prix della Giuria a Cannes (oltre che dell’Oscar per la miglior pellicola straniera) e ultima fatica del regista di origine ebraica Jonathan Glazer, l’Olocausto è una entità soprannaturale.<strong> Come un’inaccessibile divinità, esso non si manifesta mai nella sua brutale concretezza.</strong> A farne le veci sono un insieme di oggetti, di suoni, di riferimenti: un vestito troppo stretto – a suggerire lo stato di inedia di colei cui è stato sottratto -, lo stridio delle rotaie dei treni, gli ordini strillati in tedesco, le grida delle camere a gas.</p>



<p>Il tutto proveniente dall’aldilà di un muro, nella prossimità di un inferno celato alla vista, a rimarcare la colpevole quotidianità di una famiglia come tante, nei giorni più bui della storia d’Europa. Per offrire un contesto storico, a Glazer è bastato tessere una trama di suggerimenti e rimandi, <strong>perché nessun evento recente ha segnato così profondamente l’inconscio occidentale quanto la Shoah,</strong> nessuna vicenda è tanto identificabile e densa di emotività.</p>



<p>Sul corpo degli ebrei si è consumata la contraddizione, squisitamente europea, tra le <em>magnifiche sorti e progressive </em>dell’illuminismo e la volontà di potenza coloniale. L’uomo bianco, raccolto il suo fardello, si è messo in moto sul piano inclinato che lo ha condotto fino ai campi di sterminio. All’indomani dell’orrore di ciò che in essi ha trovato,<strong> l’Occidente ha dovuto riformulare le proprie aspirazioni imperialistiche, bandendo le parole più compromesse con la storia recente, reprimendo gli impulsi più ottocenteschi e sottoponendo a un’attenta revisione retorica l’espressione delle pretese egemoniche.</strong> <br>Siamo portati a pensare che gli orrori dei campi di sterminio e del genocidio ebraico abbiano sconvolto l’essere umano al punto da frenarne la millenaria follia fratricida, che la seconda guerra mondiale abbia lasciato in eredità – oltre a un vecchio continente ridotto a un cumulo di macerie, desolazione e fosse comuni – una nuova idea di umanità da cui ripartire, con la quale riprendere con coscienza il percorso frastagliato lungo l’asse della storia.</p>



<p>Per quanto lusinghiera, questa confortante teodicea non tiene in considerazione l’altra eredità fondamentale del secondo conflitto mondiale:<strong> l’invenzione delle armi di distruzione di massa.</strong> Se la macchina della morte nazista rimane una soluzione analogica e selettiva al problema della soppressione in scala del proprio simile – seppur efficientata secondo i ritmi della catena di montaggio – la bomba atomica rappresenta la sua alternativa numerica e indiscriminata.</p>



<p>In una celebre conferenza del 1984, intitolata <em>Il concetto di Dio dopo Auschwitz</em>, Hans Jonas tenta di ripensare gli attributi divini di “bontà”, “onnipotenza” e “comprensibilità” in seguito al genocidio ebraico. Dopo una lunga e convincente dissertazione teologica, Jonas si scopre costretto, per salvare il concetto talmudico di Dio, a rinunciare al presupposto della sua onnipotenza. Sembra suggestiva la congettura che questo attributo divino, anziché venire meno, sia semplicemente passato di mano, e che quest’ennesima declinazione del peccato adamico/furto prometeico abbia avuto luogo non tanto per l’inconciliabilità etica del concetto di Dio e degli orrori della Shoah, <strong>ma per le imprevedibili conseguenze della conquista umana della fissione nucleare</strong>. La creazione di un ordigno capace di terminare all’istante qualsiasi conflitto, presto diffusosi tra qualsiasi potenza che disponesse di un’autorità sufficiente per esigerlo, ha irrimediabilmente suggestionato l’immaginazione umana. Ciò ha avuto delle pesanti ripercussioni anche e soprattutto sulla strategia militare.</p>



<p>La stessa idea di guerra su larga scala è venuta meno. L’<em>ars bellica</em> si è ritrovata confinata in un’<em>impasse</em> senza precedenti; qualsiasi conflitto tra due potenze atomiche – o per loro procura – condotto esclusivamente sul campo di battaglia, non potrà che offrire un unico e medesimo esito immaginabile: <strong>l’olocausto nucleare.  </strong>    </p>



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<p><br>Non potendo rinunciare al dispositivo che, fin dalle origini dell’umanità, ha svolto il ruolo di sanare i conflitti, laddove la via della moderazione e del compromesso risultassero impraticabili, la strategia militare si è dovuta semplicemente riadattare al contesto socio-tecnologico del secondo dopoguerra. Da un lato, i grandi dispiegamenti di forza sul campo sono progressivamente venuti meno, sostituiti da piccoli conflitti regionali, più gestibili e meno a rischio di <em>escalation</em>. Dall’altro, <strong>a subire un’intensa inflessione incrementale è stata la declinazione mediatica della guerra.</strong></p>



<p>Seppure l’aspetto comunicativo non sia mai stato del tutto escluso dalla scienza militare – dopotutto per mandare degli esseri umani a morire, si è sempre dovuto quantomeno provare a convincerli – il suo sviluppo massiccio è una <strong>prerogativa della modernità.</strong></p>



<p>Dal secondo dopoguerra in poi, la guerra di espansione al cospetto della costante minaccia di un giudizio atomico, prevede come <em>conditio</em> <em>sine qua non</em> l’impiego di un vigoroso arsenale mediatico. Curiosamente, a tirare fuori i quadri militari occidentali dal vicolo cieco nel quale la bomba atomica li aveva confinati è stato, in parte, un altro lascito della seconda guerra mondiale, ovvero <strong>la recettività dell’opinione pubblica nei confronti delle parole compromesse con il regime nazionalsocialista tedesco.  </strong>  <br>Alla dittatura hitleriana è stata riservata un’inusitata forma di <em>damnatio memoriae</em>, ovvero una riproposizione ossessiva del nazismo identificato con l’incarnazione del male assoluto, diffusasi poi in maniera accelerata tramite gli strumenti della comunicazione di massa.</p>



<p>Ciò ha dato vita a un nuovo strumento di legittimazione interventista, ovvero <strong>l’associazione al nemico da invadere o da delegittimare di una parola genericamente correlata al nazismo</strong>. Nel discorso di febbraio 2022 in cui annunciava l’invasione dell’Ucraina, Vladimir Putin giustificava “l’operazione militare speciale” con la presenza nel Donbass di contingenti “nazisti”. Gli stessi portavoce del fronte occidentale si sono rivelati restii ad affrontare la questione.</p>



<p>La percezione diffusa da ambo le parti è che l’opinione pubblica dei paesi che sostengono l’Ucraina potrebbe rivedere le proprie priorità qualora il governo di Volodymir Zelensky si rivelasse compromesso con elementi che si richiamano al nazismo. &nbsp;</p>



<p>Persino l’enfasi della stampa occidentale sul trattamento riservato alla minoranza etnica degli Uiguri da parte della Repubblica Popolare Cinese sembra volta a creare i presupposti di un accostamento del governo di Pechino a quello passato di Berlino.</p>



<p>Nella prospettiva di una delegittimazione morale dell’operato di Xi Jinping, denunciare la persecuzione di una minoranza etnica è stata giudicata, per ora, <strong>la tattica più efficiente.</strong><br></p>



<p>Lo Stato di Israele, da questo punto di vista, <strong>è nato sotto il miglior auspicio</strong>.<br><br>Esso possiede, fin dalla sua concezione, uno strumento di legittimazione di considerevole efficacia. Nessun popolo della storia recente ha dovuto subire una violenza così efferata e sistematica quanto quello ebraico. Qualsiasi azione che abbia anche solo la parvenza di una violenza perpetrata al popolo ebraico in quanto tale, rimanda immediatamente agli orrori della soluzione finale nazista.</p>



<p>La questione israelo-palestinese ha perciò avuto, fin da subito, <strong>un aspetto squisitamente comunicativo</strong>; è la serietà del conflitto in corso &#8211; l’orrore delle morti civili e della distruzione, la tragedia dell’odio razziale &#8211; che sfoca le tinte facete di due schieramenti opposti <strong>che si accusano vicendevolmente di nazismo</strong>.</p>



<p>Considerando esclusivamente questo aspetto, tuttavia, <strong>non esiste Stato al mondo dotato di un tale capitale di credibilità</strong> &#8211; agli occhi del blocco occidentale &#8211; quanto lo Stato d’Israele.</p>



<p>In quanto Stato, esso ha il pieno diritto di usare qualsiasi strumento a disposizione per perseguire i propri obiettivi. Giacché il popolo che rappresenta è obbligato a sopravvivere circondato da un’ostilità il più delle volte sostenuta da un disprezzo razziale e un odio intollerante, <strong>per i dirigenti israeliani è stato giocoforza conveniente proporre una lettura delle critiche a loro rivolte su uno sfondo di fanatismo razziale.</strong></p>



<p>È da questo punto di vista che il governo di Gerusalemme, nonostante l’invasione della Striscia di Gaza e il controllo totale della Cisgiordania dal punto di vista militare, <strong>è costretto oggi a registrare la novità di una sconfitta.</strong><br></p>



<p>Nel contesto internazionale contemporaneo, essendo ogni <em>escalation</em> bandita, l’impiego dell’arsenale militare deve andare di pari passo con <strong>l’attivazione di quello mediatico.</strong> Affinché possa essere efficace, la tattica comunicativa da sempre adottata da Israele prevede che sia tutelata la percezione di un approccio moderato e proporzionale delle sue Forze armate.<strong> Il governo israeliano si è illuso che l’evidente radice antisemita degli attacchi del 7 ottobre 2023 fosse sufficiente a controbilanciare l’impatto, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, di un uso indiscriminato della forza militare di cui dispone.</strong></p>



<p>L’entourage di Bibi Netanyahu, dotato dei mezzi necessari a sconfiggere Hamas sul campo di battaglia, ha creduto d’avere già vinto in partenza un nuovo capitolo della guerra mediatica.</p>



<p>In seguito all’attacco aereo israeliano che ha ucciso sette operatori della ong World Central Kitchen nella città di Deir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza, le lapalissiane dichiarazioni di Netanyahu – ovvero che le morti civili «sono tragici errori che capitano durante una guerra» – hanno invece mostrato al mondo intero <strong>quanto la classe dirigente israeliana fosse impreparata a gestire le pressioni di un conflitto più complesso dal punto di vista comunicativo che militare.</strong></p>



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<p>Che sia per una progressiva desensibilizzazione demografica rispetto agli orrori della Shoah o per un’imprudente gestione del proprio capitale militare e diplomatico, <strong>presto Israele dovrà rivedere l’approccio comunicativo</strong>. Forse non rischia di perdere il sostegno delle cancellerie occidentali, giacché dettato da questioni che trascendono la sfera etica (come dimostra la vicinanza di americani ed europei a Egitto e Arabia Saudita), ma potrebbe per tale ragione essere costretto a ridimensionare le proprie ambizioni territoriali e di sicurezza. Quest’ultima, nell’interpretazione del governo Netanyahu, <strong>legata alla dissoluzione del popolo palestinese in altre entità nazionali.</strong></p>
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