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	<title>Occidente Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Guida alla Zivilisation galattica per autostoppisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2025 10:09:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[decadenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Oswald Spengler]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La società della decadenza in un parallelo tra la "Guida galattica per autostoppisti" e "Il tramonto dell'Occidente".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><strong>Perché la fantascienza?</strong> Perché scegliere questo genere letterario, troppo spesso derubricato a frivolo intrattenimento, per veicolare una visione esistenziale dei destini umani? Beh, presto detto: appunto in quanto sottovalutata dall’accademia, è possibile esprimervi idee che difficilmente passerebbero al vaglio della critica <em>mainstream</em>. È possibile uscire indisturbati, a fari spenti, dagli schemi, con l’alibi della digressione fantascientifica. Certo, però esistono due modi di scrivere fantascienza. Da un lato c’è chi la adopera quale mero <em>setting</em> scenografico, uno sfondo suggestivo per porre in atto intrecci di trama che hanno vita indipendente rispetto alle implicazioni proprie dell’elemento fantascientifico. Dall’altro lato c’è poi la Fantascienza vera e propria, quella con la F maiuscola, che utilizza la costruzione, più o meno articolata, di un mondo alternativo, o la ricostruzione di alcuni suoi elementi, per dire qualcosa in più sul nostro. A questa seconda categoria appartiene senz’ombra di dubbio il capolavoro radiofonico e poi letterario di Douglas Adams (1952-2001): la pentalogia “Guida galattica per autostoppisti” (1979-1992).</p>



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<p>Un passo tratto dalla “Guida galattica per autostoppisti” (non il romanzo di Adams ma il libro fittizio al suo interno, definito “un volume indispensabile a tutti coloro che sono ansiosi di capire la vita in questo Universo infinitamente complesso e caotico”) in particolare è esemplificativo della profondità di pensiero espressa da Adams dietro la maschera di delirante comicità,<strong> o forse proprio in virtù di essa</strong>. Un passo relegato ai margini del racconto (nell’ultima pagina del primo romanzo del ciclo), ma concettualmente pregno:</p>



<p><em>La storia di tutte le più grandi civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove.</em></p>



<p><em>La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda “Come facciamo a procurarci da mangiare?”, la seconda dalla domanda “Perché mangiamo?” e la terza dalla domanda “In quale ristorante pranziamo oggi?”.</em></p>



<p>Tale passaggio non può che richiamare alla mente un’altra opera mastodontica, seppur di distante natura: il celeberrimo “Tramonto dell’Occidente” (1918-1923) scritto da Oswald Spengler (1880-1936) sull’onda del trauma collettivo europeo rappresentato dalla Grande Guerra, evento dal quale Spengler ricavò una profonda critica all’epoca moderna.</p>



<p>L’assunto concettuale di partenza del filosofo tedesco fu che <strong>la Nazione sarebbe stata da considerare al pari di un organismo vitale</strong> con tutte le conseguenze del caso e perciò che, come ogni altro ente biologico, avesse un proprio ciclo vitale e inevitabilmente sarebbe andata incontro ad un destino di declino e morte.</p>



<p>Le due parole cardine della <em>weltanschauung</em>&nbsp;spengleriana furono: <em>Kultur</em>, il soggetto, l’organismo vivente in forma di civiltà/nazione, e la <em>Zivilisation</em>, tradotto (male) con “incivilimento”, fase germogliante all’interno delle <em>Kulturen</em>, alle quali sarebbe finita per contrapporsi, inibendone lo slancio vitale. Per Spengler alla <em>Zivilisation</em> sarebbe corrisposto il progresso tecnico, inteso come limite alla capacità creativa esprimibile dalla <em>Kultur</em>, come fase di avvento del razionalismo utilitaristico, catapultante la <em>Kultur</em> nello stadio estremo, crepuscolare (nel tramonto appunto), del suo sviluppo. L’insorgere della <em>Zivilisation</em> avrebbe infatti innescato un momento conflittuale di forte opposizione allo spirito della <em>Kultur</em>, portando direttamente alla sua morte, alla quale avrebbe fatto seguito il ritorno ad uno stadio di natura, da cui una differente <em>Kultur</em> sarebbe poi sorta, come avvenuto (sette volte secondo Spengler) in passato.</p>



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<p>Spengler collocò in tale momento di ineluttabile declino la civiltà europea interbellica, l’ultima espressione dell’ottava <em>Kultur</em>, quella appunto Occidentale, dominata dallo spirito faustiano. Segnale di tale destino di decadenza sarebbe stato il nietzschiano rovesciamento valoriale, con il venir meno delle tradizionali strutture gerarchiche in nome dell’avvento dei vari egualitarismi, razionalismi, individualismi, liberalismi, parlamentarismi e financo socialismi, tutti tasselli del (non così) lento sgretolamento delle identità nazionali [“Prussianesimo e socialismo” (1919)].</p>



<p>Spengler pose dunque in atto una diagnosi impietosa delle condizioni in cui, a suo avviso, versava la civiltà occidentale, divenendo un punto di riferimento imprescindibile per i pensatori afferenti al vasto ambito della “rivoluzione conservatrice”, ma non solo, restando, ad oltre 40 anni di distanza dalla sua morte, oltre il secondo conflitto mondiale, che mai vide, un riferimento fondamentale per chiunque volesse misurarsi con una critica dall’interno al modello occidentale, a partire dal secondo dopoguerra ormai pressoché completamente sovrappostosi all’<em>american way of life</em>.</p>



<p><strong>Eccoci dunque ritrovare tutti questi elementi, dalla civiltà come organismo vivente, alla prospettiva ciclica, passando per le fasi di Decadenza, in un autore pur distante nel tempo e nello spazio (geografico e letterario), come Douglas Adams.</strong></p>



<p>È facile immaginare come Spengler, se ancora fosse stato in vita negli anni ’50, avrebbe inserito nella nutrita lista di perversioni valoriali, sopra accennate, in qualità di estremo canto del cigno di una civiltà moribonda, ormai da un secolo abbondante, l’avvento del modello capitalista-consumista. Spengler non ebbe la possibilità di assistere all’inverarsi degli aspetti più deteriori di tale modello, ma Adams sì e non si sottrae al confronto aperto con essi, come nel passo che abbiamo visto. Certo, lo fa con il taglio che gli è proprio, quello satirico, paradossale e irriverente, agli antipodi del catastrofismo fatalista di Spengler, con una completa assenza di sistematicità all’opposto del determinismo storico spengleriano (fallace, altrimenti non saremmo ancora qui a discutere di decadenza), ma comunque con la volontà di porre in evidenza le storture prodotte dal consumismo, sintomo di una civiltà ormai esausta.</p>



<p>L’implicazione del passo tratto dalla “Guida galattica per autostoppisti” è chiara, siamo noi (occidentali di oggi, anzi ormai di ieri visto che Adams si riferiva agli anni ’70) a vivere nella società del Dove, della decadenza, del superfluo. Siamo noi a vivere nella società del consumo e dell’eterna distrazione. Siamo noi, dopo aver visto assicurati tutti i bisogni biologici, ad essere convinti di esserci ormai posti tutte le domande sull’esistenza (o addirittura talvolta di avervi trovato le risposte!). Siamo noi ad esserci convinti che altro non ci resta che consumare, consumare e ancora consumare all’infinito, al punto di diventare noi stessi dei prodotti, dei dati, delle statistiche.</p>



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<p>Siamo noi ad avere l’illusione di essere consumatori.</p>



<p>Siamo noi i consumati.</p>



<p>Siamo noi l’ultima espressione della <em>Zivilisation</em>.</p>



<p><em>Requiem</em> per la <em>Kultur</em>.</p>



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		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



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<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



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<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



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<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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			</item>
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		<title>La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 11:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel complicatissimo conflitto in corso sinistra e destra nostrane riescono a fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ma in fondo non contano niente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5d624b46c5da90edbc0bcd29d77d445a">Articolo uscito sulla rivista Domino</p>



<p>Dal 7 ottobre del 2023 la questione israelo-palestinese è tornata a occupare le prime pagine e i palinsesti dei media occidentali,<strong> dando all’opinione pubblica l’ennesima occasione per polarizzarsi</strong>, allestendo le parti di un dibattito che dovrebbe dimostrare la buona salute di una democrazia e che invece ne sancisce l’impotenza.</p>



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<p>Più si parla di pace, armistizio, de-<em>escalation</em>, più il conflitto si estende, tanto che oggi aumentano gli attori coinvolti, i popoli offesi, e così anche le vittime. <strong>Più che sulla guerra in sé, allora, conviene soffermarci sulla guerra sopra la guerra, che avviene sul piano dei simboli e delle ideologie</strong>: la guerra che si compie nell’interregno mediatico, in quello spazio dove danzano i simulacri, dove ci arrivano immagini riflesse di una lotta che si gioca su un piano puramente iconografico e discorsivo, perché informata dai media, cioè messa in forma da essi, <strong>di modo che ognuno di noi possa posizionarsi e scegliere da che parte stare</strong>.</p>



<p>Ci sono troppi intermediari tra noi e la guerra, e, come in un gigantesco gioco del telefono senza fili, tra la realtà dei fatti bellici e quello che vediamo o ascoltiamo su di essi si perde la sostanza: <strong>rimangono sbiaditi fotogrammi di un conflitto etnico, religioso, geografico, che siamo costretti a filtrare con le nostre categorie occidentali per digerirlo</strong>, al costo però di snaturarlo e di farlo diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che è.</p>



<p>E se fosse proprio questa incomprensione, questo enorme malinteso<strong>, a rendere problematico qualsiasi nostro intervento o azione che partecipi a risolvere uno scontro che abbiamo, storicamente e politicamente, contribuito a creare? </strong>Cosa rimane, oggi, nei media occidentali, nel dibattito pubblico, negli opposti schieramenti della questione israelo-palestinese?</p>



<p>Chi si appropria dei termini del conflitto, chi ne monopolizza i simboli? E perché spesso proprio questi termini e questi simboli non coincidono con la realtà che vorrebbero rappresentare? Sia nell’universo di sinistra che in quello di destra, sia tra i filo-palestinesi che i filo-israeliani, <strong>si avvicendano una serie di fraintendimenti e incomprensioni dettate da pregiudizi ideologici che, già in passato, si sono rivelati i prodromi delle catastrofi a venire.</strong></p>



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<p>Buona parte dei partiti, movimenti, associazioni che si collocano nell’area politica progressista, e difendono pubblicamente la causa palestinese, <strong>sembra non tenere conto di tante contraddizioni in cui sono costretti a imbattersi </strong>e che minacciano la comprensione del fenomeno in tutta la sua portata, innescando facili strumentalizzazioni.</p>



<p>La difesa del soggetto palestinese in ciò che rimane della striscia di Gaza, in questo momento storico, <strong>passa per Hamas</strong>, un’organizzazione politica islamista che perpetua una linea offensiva e sacrificale nella gestione del conflitto. Alla tradizionale figura del <em>fida&#8217;i, o fedayn</em> (a cui si rifà l’inno nazionale palestinese), il combattente per la libertà, di matrice laica, pronto ad attaccare per poi rientrare alla base, Hamas predilige l’<em>istishhadi</em>, <strong>colui che è disposto a morire nell’attacco</strong>, cercando proattivamente il martirio, in un’accezione religiosa, millenarista, che abbraccia quella mistica della morte cara all’imam <strong>Ruhollah Khomeini</strong> &#8211; leader della rivoluzione iraniana, che vedeva nella guerra uno «sbocco vitale attraverso il quale i giovani martiri iraniani sperimentarono la trascendenza mistica». Il martirio è parte di una filosofia complessiva, un pilastro ideologico centrale e un ideale organizzativo di Hamas. Questa organizzazione politica vede nell’Islam «l&#8217;ideologia più solida attraverso cui raggiungere gli obiettivi della lotta nazionale palestinese»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Rispetto alla prima Intifada, che aveva suscitato, per metodi, per iconografia e immaginario, per le sue componenti marxiste e nazionaliste laiche, le simpatie della società civile occidentale e dei suoi organismi internazionali<strong>, le modalità di lotta della resistenza palestinese sotto l’egida di Hamas</strong> ora sono molto cambiate: ha imparato dagli errori della precedente Olp, la cui via pacifista e diplomatica <strong>si rivelò troppo ingenua</strong>. Non soltanto sono cambiati i mezzi di cui dispone e gli armamenti, ma è variato anche l’impianto ideologico, il quale, col tempo, si è avviato verso una risemantizzazione della causa in chiave profondamente <strong>religiosa, teleologica, fondamentalista</strong>.</p>



<p>Hamas, che oltre ad essere l’acronimo arabo di Movimento di Resistenza Islamico, significa “zelo”, ha come scopo dichiarato quello di sostituire lo Stato d’Israele con un Stato musulmano governato secondo la legge della <em>sharia</em>, così come vuole l’organizzazione dei Fratelli Musulmani di cui è stata l’iniziale propaggine. Si impegna a perorare tale missione, come si legge nel suo statuto, «<strong>nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita</strong>».</p>



<p>Per Hamas la Palestina non è terra dei palestinesi, ma dell’<em>umma</em> musulmana in generale, in una visione ancora più allargata di nazionalismo; <strong>sicché, suona molto controintuitiva l’adesione cieca e infervorata di una sinistra che continua a proclamarsi laica, globalista, <em>no-border</em>, LGBTQ, alla causa palestinese</strong>, inserita all’interno di una dinamica che vede coinvolti nel sostegno attori come l’Iran (che ogni anno stanzia circa cento milioni di dollari per Hamas) e gli Stati arabi del Golfo Persico che l’universo progressista da sempre condanna per la lesione dei diritti umani e il mancato rispetto delle libertà individuali. &nbsp;</p>



<p>È chiaro tuttavia che la sinistra occidentale non ha come scopo volontario spalleggiare l’islamismo più estremo, come vorrebbe farci credere la destra conservatrice, sempre pronta a paventare l’impossibile <em>clash of civilization</em>; <strong>ma riconosce in modo più che naturale la precarietà della condizione in cui sono intrappolati i palestinesi</strong>, ostaggio di un popolo di coloni «che si rifiuta di parlare un linguaggio politico con coloro che rende abietti, che si affida a violenza eccessiva e impunità diplomatica e legale e che impiega un complesso sistema di forme di controllo architettonico, tecnologico e indiretto»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Di fronte a questa evidenza, la resistenza palestinese, anche nella sua forma più radicale che urta la sensibilità dei liberali più della violenza sistematica di Israele, ha indubbiamente le sue fonti di legittimità.<ins> </ins>Ci chiediamo però perché il sostegno alla causa palestinese non si sia palesato con altrettanta veemenza prima che la questione, la cui genealogia è di molto anteriore al 7 ottobre, si esacerbasse al punto da diventare più religiosa che politica. <strong>Questi abissi non scompariranno all’indomani di una vittoria dell’una o dell’altra parte</strong>, o anche solo di una <em>pace</em>, ma ritorneranno con fisionomie diverse, in luoghi diversi, poiché i progressisti e l’universo <em>woke</em> rimangono una delle due facce di una medaglia occidentale che proprio Hamas e il fondamentalismo islamico annoverano tra i loro nemici giurati.</p>



<p>Questa guerra testimonia come l’opinione pubblica, oggi prevalentemente filopalestinese, giochi un’influenza limitatissima di fronte all’egemonia di Israele sulle istituzioni. Qualsiasi forma di sostegno, anche la più urgente e necessaria deve comunque essere consapevole di sé, della sua natura e di quella dei soggetti politici che coinvolge il suo <em>endorsement</em>. </p>



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<p>Spostandoci dall’altro lato dello spettro politico, è doveroso <strong>considerare cosa è ideologicamente sottointeso nel sostegno che le destre occidentali assicurano, con poche riserve, allo Stato di Israele</strong>. Secondo le dichiarazioni esplicite, questo sostegno si regge su un convinto anti-antisemitismo, la volontà di non ripetere gli errori del passato, la difesa del diritto di uno Stato sovrano a difendersi, anche con vigore, da chi ne minaccia la sopravvivenza, tanto più se si tratta di uno Stato inserito nell&#8217;asse militare occidentale. Molto spesso la presenza stessa della democrazia israeliana in Medio Oriente viene rappresentata, soprattutto dalla destra repubblicana, <strong>come un prerequisito imprescindibile per garantire l’equilibrio e la sicurezza della regione</strong>. Rispetto alle varie monarchie etniche o repubbliche teocratiche, oltre ai vari gruppi ribelli sciiti o sunniti che provano a rovesciarle, <strong>la repubblica parlamentare di Israele&nbsp;rappresenta, agli occhi della destra, un modello costituzionale legittimo che, qualora diffuso al resto della regione, porterebbe pace e stabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ma può darsi ci sia qualcosa di più profondo a guidare quest&#8217;opinione, un sentimento <strong>che si inserisce pienamente nel solco della tradizione storica della destra</strong>, quella stessa da cui oggi tanti partiti politici si affannano nel prenderne le distanze.</p>



<p>Cos&#8217;è che caratterizza, a ben vedere, la comunità ebraica? <strong>Ogni comunità di popolo è determinata da criteri di appartenenza specifici</strong>, e questi criteri dipendono a volte da principi trascendenti, ma spesso da condizioni materiali di sopravvivenza. Così la comunità americana, in origine fondata sull’appropriazione di una terra percepita come vergine agli occhi dei suoi colonizzatori, si basa sul suolo. Ciò ha corroborato il caratteristico <em>ius soli</em>.</p>



<p>La comunità ebraica, al contrario, non potendo per lungo tempo fare riferimento a una terra, se non a una perduta o promessa, ha dovuto fondare la propria appartenenza <strong>esclusivamente sul sangue e su Dio</strong>, in termini tanto più radicali quanto più lontana dovesse sembrare la prospettiva di abitare un giorno una patria propria e comune. Questo ha fatto sì che ovunque migrasse una delegazione ebraica, indipendentemente dal lembo di terra che finiva ad abitare, <strong>questa conservasse un’appartenenza costitutiva al popolo di origine</strong>, riservando a esso una fedeltà che la quotidiana commistione con comunità diverse, il comune abitare una terra condivisa, non avrebbe potuto minare in alcun modo. L’assenza di una terra propria ha trasformato <strong>la patria, per gli ebrei, in un concetto mitico e messianico</strong>, impossibile da identificare in uno spazio geografico da abitare con altri.</p>



<p>Per questo motivo il popolo ebraico, fin dalla sua diaspora, <strong>ha sempre rappresentato un insieme comunitario problematico per la frangia più identitaria dei popoli che, nei secoli, vi sono entrati a contatto o vi hanno convissuto</strong>. Benché per lungo tempo nomadi e dispersi, gli ebrei hanno da sempre avuto un’identità invidiabilmente marcata. Quelle stesse prerogative identitarie che caratterizzano la comunità ebraica, e che la separavano rigidamente anche dai suoi conterranei<ins>,</ins> garantiscono oggi agli israeliani, nel conflitto che li vede opposti al popolo palestinese, le simpatie dell’ala politica più incline all’identitarismo nazionale.</p>



<p>Quest’ala è quella che in occidente ha raccolto l’eredità ideologico-identitaria dei vari nazionalismi novecenteschi, ovvero <strong>la destra repubblicana</strong>. Fatte le dovute distinzioni, essa in sostanza si fonda su una declinazione, di volta in volta regionale, della triade <strong>Dio, patria, famiglia</strong>.</p>



<p>Dunque, un principio superiore che giustifica trascendentalmente l’eccezionalità del popolo, un suolo da difendere e una comunità di sangue cui appartenere. Agli occhi della destra moderna o dei suoi precursori ideologici, la questione ebraica è sempre stata posta nei termini di <strong>un problema da risolvere</strong>, poiché l’ostinazione degli ebrei nell’identificarsi anzitutto come tali li rendeva, agli occhi di un sovrano o di una comunità con pretese egemoniche, <strong>inassimilabili</strong>.&nbsp;<br>È noto come il nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>, a cui il partito aveva affidato la logistica del “problema ebraico”, avesse elaborato, su ordine indiretto di Hermann Göring, un progetto di deportazione di massa degli ebrei europei verso il Madagascar, al ritmo di un milione l’anno, per quattro anni. <strong>Il “Piano Madagascar”</strong> riprendeva in realtà una proposta già avanzata dall’antisemita Paul de Lagarde nel 1885, mentre i sionisti, dal canto loro, sembravano propendere per il più vicino Uganda.</p>



<p>Benché nessuna delle due destinazioni potesse contare, quanto la Palestina, sul supporto esegetico dei testi sacri, questo precedente storico dimostra come <strong>uno Stato ebraico fosse un’alternativa con cui lo stesso nazismo si era intrattenuto,</strong> alla ricerca di una soluzione al “problema” ebraico, prima di elaborare quella finale e spietata.</p>



<p>Il supporto che la moderna destra repubblicana offre alla causa israeliana non stride affatto, perciò, con le teorie politiche dei suoi precursori ideologici – le varie destre nazionali, aristocratiche o borghesi che fossero &#8211; spesso caratterizzate da uno spiccato <strong>e trasparente antisemitismo</strong>.</p>



<p>Non solo perché una costituzione simile a quello dello Stato di Israele, sarebbe, di fatto, <strong>la massima ambizione giuridica a cui potrebbe aspirare una destra moderna</strong> &#8211; soprattutto nella sua declinazione più autoritaria, essendo quella più moderata e liberale difficile da conciliare con un assetto teocratico – ma anche perché <strong>lo Stato di Israele rappresenta una soluzione definitiva al problema ebraico</strong>, che minaccia l’uniformità identitaria dell’Occidente fin dagli albori della sua esistenza politica. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br><strong>Il governo di Gerusalemme rappresenta l’esperimento più riuscito di un’elaborazione statuale in chiave moderna della triade Dio, patria, famiglia,</strong> grazie a un’interpretazione rigidamente teocratica dell’agenda politica (assicurarsi il controllo della Terra promessa da Dio), un sistema di discendenza/cittadinanza che garantisce la continuità etnica, e, finalmente, dopo una diaspora millenaria, una terra da difendere contro una persistente minaccia “esterna”.</p>



<p>Vi è dunque anche un’inconfessata radice antisemita nel sostegno che le destre nazionali elargiscono alla causa israeliane, poiché lo Stato di Israele costituisce una soluzione definitiva e conciliante al problema che la comunità ebraica ha sempre rappresentato per le frange più identitarie dei paesi occidentali. Problema che non poteva che riproporsi nel territorio dove si è acconsentito di dislocarlo.</p>



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<p>La confusione e l’aggressiva partigianeria che domina il dibattito occidentale sulla guerra non riguarda l’interrogativo principale, che l’apparato mediatico dovrebbe permettere di porre: <strong>a quale delle due parti si vuol fornire sostegno</strong>? All’Israele tendente alla teocrazia o alla Palestina di Hamas?</p>



<p>In realtà le parti coinvolte nel conflitto <strong>sono molte di più</strong>. Ci sono attori secondari e terziari che si muovono dietro le quinte e, tra i rivoli di sangue e le macerie, tirano acqua al proprio mulino. La questione che ha senso porsi, forse l’unica<strong>, riguarda la natura stessa del sostegno a una delle due parti</strong>, e quindi il ruolo che l’Occidente vuole avere nel mondo.</p>



<p>In quanto dispositivo planetario di gestione della crisi, l’Occidente contiene al suo interno, intrinsecamente, i prodromi di tutte le guerre future. Si è vista ormai la medesima dinamica, in forma diversa, ripetersi in (quasi) ogni contesto di crisi mediorientale. E se quantomeno in Libia, in Afghanistan, in Siria, in Iraq <strong>l’Occidente poteva ancora contare su una vigorosa, e spesso immatura, coscienza di sé, oggi il suo intervento sembra sempre più fiacco e meno convinto,</strong> guidato non più da un’idea presente di potenza, ma dagli spettri del passato e dall’angoscia del futuro.</p>



<p>Per questo all’opinione pubblica occidentale interessa poco comprendere chiaramente ciò che è in gioco nel conflitto israelo-palestinese, come del resto negli altri conflitti in corso. Le guerre sono un pretesto per estrapolare, a scapito di Paesi terzi, <strong>un assetto valoriale e una idea di mondo</strong>, mentre i combattimenti scorrono per conto loro<strong>. I conflitti sono solo l’occasione per giocare la propria mano, comodi e al sicuro, nella battaglia delle opinioni, per prendere posizione e affermare valori</strong>, con la serena coscienza di una pressoché totale ininfluenza.</p>



<p>La presa di posizione nella guerra mediatica permette a ciascuno di situarsi, di leggere il reale attraverso la visione preconcetta che in seguito estrapolerà dai notiziari e dai discorsi pubblici. Mentre le conseguenze sul conflitto restano limitate, tale presa di posizione risulta un ottimo strumento per discriminare la popolazione civile tra chi è incapace di liberarsi del peso opprimente del passato, da conservare cambiandogli forma, e chi è invece talmente proiettato nel <em>progresso</em> futuro da non prevedere i pericoli latenti e i disastri di domani</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A. NASSER,&nbsp;<em>La fabbricazione di una bomba umana: un&#8217;etnografia della resistenza palestinese</em>, Duke University Press, Durham 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> A. OMAR, <strong><em>La questione di Hamas e della sinistra</em>,</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Occidente: arsenale di pace, dispositivo di guerra</title>
		<link>https://ilnemico.it/loccidente-allo-specchio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 14:14:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[invasione Ucriana]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Convinti d’aver espiato le colpe del colonialismo, ci stupiamo dell’odio che l’altro mondo riversa su di noi. In Ucraina come in Israele. Per scoprirci uguali a prima</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/loccidente-allo-specchio/">Occidente: arsenale di pace, dispositivo di guerra</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Occidente, complesso economico, militare sociale, politico, religioso prima ancora che geografico, malgrado i ricorrenti annunci di declino o collasso, nonostante la crisi di legittimità che le sue istituzioni soffrono a livello internazionale, <strong>dispone ancora del più grande arsenale di guerra e del più grande arsenale di pace al mondo.</strong></p>



<p>Guerra e pace sono innanzitutto dei <em>dispositivi</em>. Un “dispositivo”, scrive Michel Foucault, è «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non detto, ecco gli elementi del dispositivo»<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. E, a proposito della guerra e della pace, cosa dice l’Occidente e cosa, invece, non dice? Il detto è il contenuto immediatamente espresso, sono le motivazioni dichiarate che legittimano le funzioni dei nostri apparati di guerra e di pace. Il non detto è la componente rimossa, ciò che non si può dire. Così come la psiche adotta dei meccanismi di rimozione di quei desideri, pensieri o residui di memoria che considera inaccettabili, così accade che una società è costretta a tacere tutto ciò che non può tollerare.&nbsp; <strong>Gli elementi rimossi, tuttavia, non vengono mai soppressi del tutto, ma tendono a ricomparire deformati: si ripresentano sotto forma di nevrosi, crisi d’angoscia, atti mancati, lapsus.</strong> Sul piano della psicologia collettiva, ritornano nel corpo visibile del discorso, quindi nei nostri media, nelle affermazioni di politici e giornalisti, nelle nostre conversazioni quotidiane, sotto forma di contraddizioni, cortocircuiti, incoerenze dell’ideologia.</p>



<p>Il discorso attraverso cui l’Occidente giustifica i dispositivi della guerra e della pace nel tempo ha subito significative variazioni, aggiunte e sottrazioni. <strong>Prima del 1945 la pace era un dispositivo ancora acerbo.</strong> Poco dibattuto dagli antichi, una mistificazione a detta di Platone («in realtà fra le Città perdura, quasi per legge naturale, uno stato di conflitto non dichiarato di tutti contro tutti» <em>Leggi</em>, 626a) e definito quasi esclusivamente per negazione, per lunghi anni è monopolio della religione cristiana, attributo di Cristo («<em>Ipse est pax nostra</em>») e di una Chiesa cattolica che non ha certo sdegnato la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, ma che ha rappresentato, per molti anni, con la sua letteratura teologica, la sua vocazione missionaria e le sue spedizioni evangelizzatrici in tutto il mondo, l’unico corpo intermedio capace di elaborare teoricamente la pace.</p>



<p>Con il giusnaturalismo, con i contributi di Grozio, Hobbes, Locke e poi Kant, autore del celebre trattato <em>Per la pace perpetua</em>, si assiste, parallelamente alla nascita dello Stato moderno, a una laicizzazione del concetto, e ai primi tentativi filosofici di immaginare delle confederazioni internazionali che ne garantiscano il mantenimento.</p>



<p><strong>La guerra, invece, è un dispositivo antichissimo</strong>, ha una tradizione immemore, discorsi millenari, istituzioni consolidate. Finché la pace non divenne un apparato stabile e prolifico, la guerra non ebbe bisogno di discorsi articolati che ne legittimassero l&#8217;impiego. I moventi erano tutti più o meno validi. Con la nascita dei primi imperi coloniali, l’Occidente esportò la guerra fuori dai suoi confini, consapevole che per saldare il costo del suo sviluppo industriale era costretto a sfruttare in forma sempre più massiccia le risorse presenti in altri territori. Per giustificare la sottomissione dei popoli autoctoni furono sufficienti discorsi semplicisti e grossolani. La superiorità bellica, logistica, tecnologica era ragione più che sufficiente <strong>per comprovare la fondatezza del nostro dominio</strong>.</p>



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<p>L’ignoranza dei popoli indigeni rispetto alla rivelazione biblica ne sanciva l’indegnità, nella distanza da Dio. Inventata l’idea di progresso, la diversità dell’organizzazione politica fu interpretata come sintomo di arretratezza nelle tappe della civilizzazione.</p>



<p>A questi si aggiunsero i temi della<strong> superiorità della razza</strong>, un abisso ideologico in cui caddero, nell’Ottocento, i pensatori più raffinati, da Spencer a Carlyle, da Gobineau, Taine fino a Renan, che ebbe modo di dire: «noi non aspiriamo all&#8217;uguaglianza ma alla dominazione. I paesi estranei alla nostra razza dovranno ridiventare paesi di servi, di braccianti agricoli o di lavoratori industriali. Non si tratta quindi di sopprimere le disuguaglianze tra gli uomini ma di evidenziarle e trasformarle in legge»<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>



<p>Con queste grezze motivazioni si inaugurò senza sensi di colpa <strong>la stagione coloniale dell’Occidente</strong>: sfruttamento intensivo delle materie prime degli altri popoli, alterazione degli ecosistemi, schiavismo, assoggettamento politico, distruzione dell’artigianato locale e sviluppo della manifattura soffocato dall’afflusso di beni di produzione europea, proprietà delle principali attività commerciali detenuta in via esclusiva da compagnie coloniali, quindi perdita dell’autosufficienza economica e alimentare dei nativi.</p>



<p>Durante il Novecento, sulle ceneri di un vecchio continente devastato da due guerre mondiali fratricide, catastrofi che i nascenti movimenti nazionalisti afro-asiatici nelle colonie seppero sfruttare per liberarsi dalle maglie dell’imperialismo europeo, <strong>l’Occidente cominciò a istituire il dispositivo della pace</strong>, con i suoi organismi internazionali, i suoi enti non governativi, i suoi discorsi volti a smussare le asperità tra gli stessi paesi europei, gli ex protettorati e il resto del mondo. In contemporanea il bollato Sud globale portava a termine il processo di decolonizzazione, rappropriandosi della sua storia, riformulando la sua identità, imboccando una strada che, a differenza di quanto credevano i liberali occidentali con il loro “migliore dei mondi possibili” in offerta, guardava invece, e con meno timore, all’Unione Sovietica e trovava nel socialismo, nell’economia pianificata, nella guida statale, i mezzi più veloci per avviarsi alla modernità.</p>



<p>Per difendersi, soprattutto, da un libero mercato predatorio in cui era difficile competere in una fase ancora emergente, non appena fu chiaro che lo smithiano <em>laissez-faire</em> era un giocattolo teorico anglosassone che i paesi più industrializzati suggerivano ai vicini per saccheggiarne i mercati. Non a caso in Asia, scoperto l’imbroglio, si guardò con più favore all’economista List, tra i principali teorici del protezionismo tedesco, che non ad Adam Smith. In questo nuovo scenario qualcuno vide i primi sintomi di una rovina irrevocabile. Paul Valéry cantava epitaffi «all’impero alla fine della decadenza / che guarda passare i grandi barbari bianchi»: temeva che l’Europa diventasse solo una «protuberanza del continente asiatico»<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>. Oswald Spengler scrisse il <em>Tramonto dell’Occidente</em> (1919) perché guardava, intimorito, all’alba del Terzo Mondo. Altri invece, i gattopardi, nei crepuscoli presagivano nuove opportunità, e sapevano che «il mondo libero», per proteggere i propri interessi, soddisfare il fabbisogno di materie prime, forza lavoro a basso costo e nuovi mercati in espansione, doveva riconoscere (seppur controvoglia) l’indipendenza dei territori in questione. Tutto cambia perché nulla cambi, e la supremazia prese nuove, inedite forme. <strong>Oggi lo chiamiamo neocolonialismo, un «imperialismo senza colonie» in cui a valere è il dispositivo della pace più che il dispositivo della guerra</strong>. Laddove non è più strettamente necessario intervenire direttamente o indirettamente per destabilizzare i paesi “sottosviluppati”, si può operare per ingraziarsi la classe dominante, orientarne le scelte politiche, economiche e culturali con il supporto, l’aiuto, la cooperazione, metodi dalla violenza sottile, raffinatissima, che pure li costringe nella nostra “sfera di influenza” senza intaccarne la sovranità d’ufficio. Kwame Nkrumah, ghanese, tra i principali esponenti del <em>nazionalismo africano</em>, scriveva «che lo Stato assoggettato conserva una indipendenza formale, con tutti gli ornamenti esterni della sovranità, mentre il suo sistema economico e quindi la sua politica vengono diretti dall’esterno»<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>.</p>



<p>Il <em>welfare colonialism</em> è una forma di governo a distanza, come scrive Robert Paine&nbsp;«crea dipendenze paralizzanti dal &#8220;centro&#8221; in una popolazione periferica, un centro che esercita il controllo attraverso incentivi che creano dipendenza economica totale, impedendo così la mobilitazione politica e l&#8217;autonomia».<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a> In questa fase di transizione, un ruolo fondamentale fu giocato dagli Stati Uniti, potenza vergine di un passato coloniale, addirittura ex-colonia a sua volta, di più: che ha fatto della lotta anti-imperialista il suo mito fondatore.</p>



<p>Nazione innocente, benedetta anzi eletta da Dio per compiere il suo «destino manifesto», quello di redimere il continente e forse il mondo intero, esportando l’esperimento democratico, diffondendo la sua idea di libertà, pacificamente se possibile ma militarmente se necessario. Malgrado l’innocenza fosse quotidianamente smentita dagli irrisolti problemi della schiavitù, dello sterminio degli indiani, della discriminazione e della segregazione razziale, l’America non esitò nel vedere sé stessa come un dispositivo di pace: spostando, nei primi anni del Novecento, con la presidenza Wilson, la mitologica frontiera oltreoceano, partecipando alla Grande Guerra, e facendo traballare le costitutive posizioni isolazioniste. I «Quattordici Punti» che Wilson espose al Congresso l’8 gennaio del 1918 applicavano il principio di autodeterminazione dei popoli, e furono un primo esercizio di regolazione delle controversie internazionali, esperimento di <em>soft power</em> che si risolse nel 1920 con la creazione della Società della Nazioni, lì per la prima volta auspicata, dispositivo di pace planetario, braccio “disarmato” dell’Occidente.</p>



<p>Nonostante furono proprio gli Stati Uniti a patrocinare la redazione dello statuto, con Wilson eletto Presidente della commissione, non vi aderirono mai, ma il regolamento dell’organizzazione descrive con precisione la nuova mentalità neocolonialista, che poi erediterà l’Onu, la cui dichiarazione d’intenti fu scritta alla Casa Bianca nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale.</p>



<p>Si legge all’articolo 22 della Società delle Nazioni, a proposito delle ex colonie, che «il benessere e lo sviluppo di tali popoli è un compito sacro alla civiltà e le garanzie per l’attuazione di questo compito dovranno essere incluse nel presente atto».</p>



<p>Per garantire questo sviluppo però, uno Stato democratico avanzato può costringere, con un’occupazione militare temporanea, uno «Stato nuovo» ad aprire il suo commercio. Solo una volta maturo per il libero scambio, il popolo può rivendicare i suoi diritti e guadagnarsi il <em>self-government</em>. Un <em>bias</em> cognitivo molto <em>liberal</em>, secondo cui, in condizioni ottimali, la naturale inclinazione di qualsiasi società è quella di darsi un governo e delle istituzioni democratiche, indipendentemente dalla sua cultura e dalle sue tradizioni.</p>



<p>Obbiettivo è favorire quelle “condizioni ottimali”, con la gentilezza o con la forza. Grande malinteso, questo, che la <em>redeemer nation</em> non ha mai sciolto del tutto: esportare l’eccezionalismo, di fatto, è controintuitivo. E del resto anche un po’ <em>naif,</em> se pensiamo che la nascita della democrazia e del liberalismo sono sempre stati attribuiti allo sviluppo delle facoltà individuali e all’ascesa della classe media. <strong>Come si può pensare di trapiantare un sistema economico in regioni che riscontravano delle difficoltà anche solo nella traduzione di tutto il glossario liberale</strong>? Il traduttore cinese Yan fu (1854-1921), cimentandosi con le opere di Smith, Mill, Huxley, Spencer, fece fatica a rendere concetti come «vita privata», «gusto», «diritti», e «legittimo interesse personale», ma anche «volontà», «giudizio», «ragione»<a id="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a> e non riuscì a raschiare l’ideale confuciano, depositato in ogni espressione, di un mondo non competitivo, in cui l’interesse individuale è considerato sempre in relazione all’armonia sociale. Si legge ancora al comma 2: «il metodo migliore per dare effetto pratico a questo principio è di affidare la tutela di questi popoli a nazioni progredite che, grazie ai loro mezzi, alla loro esperienza ed alla loro posizione geografica, possono meglio assumere questa responsabilità e siano disposte ad accettare tale incarico: questa tutela dovrebbe essere esercitata dalle medesime come mandatarie della Società delle Nazioni».</p>



<p>Nacque il sistema dei mandati, nacquero gli Stati civilizzatori, numi tutelari, nacque l’assistenzialismo internazionale: nacque la pace imposta.</p>



<p>Perciò, per fare la guerra, si dovette cambiare la semantica della guerra, che divenne, a partire dal secondo conflitto mondiale, non più di aggressione, ma di prevenzione. Non più attacco militare ma intervento umanitario. Non più ministero della Guerra ma della Difesa. Lo scopo, come si legge nei documenti della National Security Strategy degli Stati Uniti d’America, stilati dopo il discorso di George W. Bush all’accademia militare di West Point il 1º giugno 2002, è quello di «estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni». Corea, Vietnam, Guerra del Golfo, Kosovo, Afghanistan, Iraq,<strong> il dispositivo della guerra si adopera a scopo di pace</strong>: ha finalità teologiche, per gli Stati Uniti, potenza del bene investita da Dio, che combatte contro l’«impero del male» (Reagan) rappresentato dall’Unione Sovietica e i suoi alleati prima, e contro l’«asse del male» (Bush) incarnato dal terrorismo di matrice islamista poi.</p>



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<p>Pace come forma rinnovata di guerra. Guerra come strumento di pace. <strong>I dispostivi si confondono, si sovrappongono.</strong> Ma questo, ancora una volta, è solo il detto. Sono gli elementi dichiarati, le motivazioni esplicite. Il non detto della guerra, il materiale psichico rimosso, è il fatto che essa rimane il principale strumento attraverso cui l’Occidente cerca di <strong>espandere la sua egemonia a livello planetario</strong>, con l’obiettivo di mantenere intatti i suoi privilegi, inevitabilmente fondati sullo sfruttamento delle risorse altrui. E così pure l’apparato di pace, con le sue istituzioni e con i suoi discorsi (dalla <em>cancel culture</em> agli studi postcoloniali), nasconde il senso di colpa di un continente per l’impiego del dispositivo della guerra. Impasse ontologica, nevrosi di una società strattonata dai suoi non detti, che riemergono sotto altra forma, come contraddizioni. Da un lato non siamo disposti a rinunciare al nostro status di potenza, al surplus economico e materiale che ci riserva questo status, e dall’altro però siamo <strong>stritolati dal senso di colpa per lo stile di vita che conduciamo sulle spalle altrui.</strong> Non potendo risolvere la grande contraddizione, continuiamo a puntare sulla guerra e sulla pace, convinti che finché si gioca, il banco non possa saltare.</p>



<p>La guerra e la pace sono dispostivi che attiviamo, di scenario in scenario, a seconda di diversi fattori e delle priorità economiche o ideologiche che di volta in volta prevede la nostra agenda. Sono dispositivi politici e, come tali, hanno bisogno di un assenso da parte dell’opinione pubblica. Nel «<em>free democratic world</em>», come Churchill definì nel 1946 il blocco occidentale, il potere è regolato da un sistema di <em>feedback quantitativo</em>, quindi il suo principio di legittimità risponde al consenso. Qualsiasi dichiarazione di guerra o intervento di pace necessita di una motivazione (anche inventata, l’importante è che funzioni) acconsentita dalla società. Dacché l’Occidente ha attivato il dispositivo della pace ha dovuto produrre sempre più discorsi, per poter attivare quello della guerra, e questi discorsi prevedono<strong> l’invenzione di amici e di nemici, di buoni e di cattivi, un teatro di maschere e personaggi che nascondono la grande e insanabile contraddizione, il grande non detto</strong>. Giornalisti, professori, politici, rappresentanti istituzionali, opinionisti, analisti, operatori del settore umanitario si dividono nel tentativo di determinare chi è giusto difendere e chi attaccare, chi finanziare e chi sanzionare, le armi e gli aiuti da distribuire.</p>



<p>Il pubblico è chiamato a prendere una posizione sulla base di una produzione di discorsi e di giustificazioni alla guerra e alla pace, per lo più forniti dai media stessi, le principali centrali di diffusione del sapere e delle informazioni, che informano i fatti, quindi danno forma ai termini stessi di qualsiasi conflitto o missione di pace. Questi media rispondono a una serie di trazioni e spinte dalle forze che si contendono l’egemonia. Essendo noi europei vincolati dall’Alleanza atlantica, presieduta dagli Stati Uniti (sono loro ad avere il monopolio del dispositivo della guerra, coprendo il 69% del bilancio Nato), nelle controversie internazionali ci troviamo spesso a ratificare l’agenda delle priorità strategiche dettate da Washington. La produzione del discorso istituzionale e mediatico elaborato dagli intellettuali, «i commessi – scrive Gramsci – del gruppo dominante per l&#8217;esercizio delle funzioni subalterne dell&#8217;egemonia sociale e del governo politico, cioè del consenso spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all&#8217;indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante»<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>, malgrado la polifonia delle voci, risente inevitabilmente di questo allineamento e di questo peso, anche contro i nostri interessi più immediati. Tra i più emblematici rimane il caso, nel 2011, dell’aggressione alle Libia, a cui l’Italia si accodò insieme a Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, malgrado le trivelle Eni nel paese nordafricano primeggiavano nell’estrazione di petrolio con i loro 267 mila barili al giorno sulla tedesca Wintershall e sulla francese Total. Gheddafi, tra l’altro, fu un interlocutore storico dell’Italia, invitato sei mesi prima a Roma per firmare accordi economici da 50 miliardi di dollari e l&#8217;intesa sul controllo dei flussi dei profughi.</p>



<p>È il caso, da ultimo, della guerra in Ucraina in cui l’Unione Europea ha approva le sanzioni a Mosca malgrado l’elevata dipendenza di molti paesi europei dalle forniture di gas e di petrolio russe. Così anche la produzione degli amici e dei nemici, dei buoni e dei criminali risente di questa arbitrarietà, avverte della falsificazione dell’ideologia, di un certo grado di mistificazione, creando quei malintesi che diventano, per il principio dell’eterogenesi dei fini,<strong> i prodromi delle guerre future</strong>.</p>



<p>Nella storia recente sono tantissimi gli esempi di questi malintesi, di scelte di campo che abbiamo motivato sulla base di concetti democratici, finzioni progressiste o altre astrazioni umanitarie, e che non solo si sono rivelate l’opposto, ma hanno finito per creare situazioni più complesse di quelle che dovevano risolvere, dando vita a ulteriori guerre, che hanno richiesto ulteriori discorsi sopra i discorsi per giustificarle (e così pure ingenti spese nel dispositivo della pace). Negli anni dell’amministrazione Carter, ad esempio, gli Stati Uniti si impegnarono nella promozione dei governi fondamentalisti lungo il confine meridionale dell’Unione Sovietica, dal Medio Oriente fino all’Asia centrale.</p>



<p>A teorizzare questo “Arco della crisi” fu l’orientalista britannico Bernard Lewis, professore all’Università di Princeton, un modello ripreso poi dall’allora consigliere per la Sicurezza Nazionale di Washington, Zbigniew Brzezinski. L’intento era utilizzare l’Islam in funzione anti-sovietica. Quando nel 1979 si avverò l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’armata rossa, a favore del regime filo-comunista di Kabul, gli Stati Uniti con l&#8217;appoggio militare e logistico del Pakistan e quello finanziario dell&#8217;Arabia Saudita armarono migliaia di <em>mujaheddin</em> dando vita a una “guerra santa” decennale e disastrosa che nel 1989 si risolse con il ritiro delle truppe sovietiche. Se questi guerriglieri sono stati presentati all’opinione pubblica come degli eroi nel ’79, venti anni dopo <strong>sono diventati i capibanda del terrorismo internazionale</strong>, mettendo a punto attentati nel Kashmir, nelle Filippine, per poi arrivare a colpire gli Stati Uniti d’America, avviando l’invasione dell’Afghanistan. Seguendo sempre la medesima dottrina si scelse di non intervenire nello stesso anno quando in Iran lo Scià di Persia era destituito dalla rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini, che godeva allora di un certo prestigio tra gli intellettuali europei.</p>



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<p>Oggi l’Iran è uno dei paesi più invisi all’Occidente. Tanto che per fare una guerra indiretta a Teheran e mantenere il controllo dei depositi di gas e di petrolio nel Golfo Persico, gli Stati Unitii hanno deciso, a partire dalla prima insurrezione popolare contro Bashar-al Assad del 2011, di destabilizzare la Siria, uno dei pochi regimi laici e multiconfessionali della regione, finanziando e armando insieme a Francia e Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, quelli che i nostri media si sono impegnati a definire “ribelli moderati”, ma che poi confluirono nel fronte al-Nusra, in Al Qaeda, nell’Isis, trasformandosi nei miliziani dei gruppi jihadisti che qualche anno dopo rivendicheranno i maggiori attentati nel cuore dell’Europa. Allo stesso modo, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia potrebbe aver innescato uno scenario simile. Unione Europea e Stati Uniti hanno sostenuto il governo di Kiev all’unanimità, inviando armi e supporto militare all’Ucraina, che nel frattempo preme sempre di più per l’ingresso all’interno dell’Unione Europea e della Nato.</p>



<p>L’Occidente sembra concorde nel vedere in Mosca l’aggressore e il principale nemico della pace in Europa, <strong>ma non solleva dubbi sull’influenza che molti gruppi di estrema destra e neonazisti esercitano sulla vita politica del paese</strong>, visto il ruolo che hanno giocato nella rivoluzione di EuroMaidan e nella destituzione di Janukovyč nel 2014. Chissà che domani l’Ucraina nell’Unione Europea non si aggiunga a quella cintura di governi autoritari e illiberali insediati nei paesi dell’Est europeo, condannati dagli stessi intellettuali che sostengono Zelensky senza riserve.<strong> Oggi, con l’<em>escalation</em> del conflitto israelo-palestinese</strong>, ci troviamo di fronte a un’impasse ancora più complessa, che in qualche modo disvela le contraddizioni che lacerano il «mondo libero»: qualsiasi mossa dell’Occidente mette a rischio un pezzo della sua sicurezza, dei suoi privilegi e della sua reputazione, in poche parole della sua egemonia, e potrebbe dare adito a scenari ancora più critici da gestire in futuro di quelli che si è candidato a risolvere. In medicina si chiama <strong>effetto iatrogeno</strong>, quello dovuto a una soluzione terapeutica che genera dei danni collaterali peggiori della malattia che si vorrebbe scongiurare. L’incertezza è tale che la produzione del discorso non è univoca come nel caso del conflitto russo-ucraino.</p>



<p>Nonostante la storica vicinanza agli israeliani («fratelli maggiori» dei cristiani ricorda il Papa) il presidente americano Joe Biden, in visita a Tel Aviv dopo l’aggressione del 7 ottobre da parte di Hamas, benché garantisca il suo sostegno allo Stato ebraico, ha invitato Netanyahu alla cautela nella sua replica militare. Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha ammesso che gli attacchi di Hamas nascono «da 56 anni di soffocante occupazione», provocando la reazione perplessa di Gerusalemme.</p>



<p>Strattonati dal senso di colpa nei confronti del popolo ebraico che affonda le sue radici nell’Olocausto, uno sterminio tutto europeo, e allo stesso tempo dalla responsabilità indiretta per la segregazione dei palestinesi nella striscia di Gaza, che abbiamo silenziosamente avallato a partire dal 1947, con il piano Onu di partizione della Palestina,<strong> ci ritroviamo con i nostri dispositivi di guerra e di pace in tilt</strong>, che producono discorsi sempre più contraddittori a tutti i livelli. Sul fronte puramente operativo gli Stati Uniti forniscono armi e munizioni all’esercito israeliano, dispiegano mezzi militari per fare da scudo contro eventuali interventi esterni, il tutto con il favore di Ursula Von Der Layen, presidente della Commissione Europea, che parla di «sostegno incondizionato a Israele», e tuttavia l’Unione Europea destina l’indomani i primi 50 milioni di aiuti umanitari a Gaza, aiuti che i convogli sono riusciti a far arrivare dall’Egitto nella Striscia solo grazie alle pressioni che gli stessi Stati Uniti hanno esercitato su Israele.</p>



<p>Le contraddizioni innervano anche i discorsi politici che i due fronti dell’opinione pubblica adottano per giustificare il sostegno alle relative cause. <strong>Sono come piccoli lapsus dell’ideologia</strong>. Le forze di sinistra, dalle frange storicamente anti-imperialiste a quelle più progressiste, dagli attivisti di Amnesty agli studenti della Columbia, dai movimenti per i diritti civili a quelli più radicali, sostengono la resistenza palestinese, dimenticandosi di considerare che questo popolo sunnita, indipendentemente dall’ideologia fondamentalista di Hamas, dai rapporti con i gruppi arabi più estremisti, che pure esistono, non è in alcun modo di sinistra, non condivide battaglie per i diritti civili, istanze femministe, multiculturali, inclusive o ecologiste, e altri concetti cari all’universo <em>woke</em>.</p>



<p><strong>La sinistra europea si è schierata con il suo potenziale nemico di domani</strong>, lo stesso che in altre vesti vorrebbe accogliere sulle sue sponde del Mediterraneo, per le tragiche ragioni umanitarie che rendono un&#8217;urgenza il problema migratorio.</p>



<p>Dall’altro lato la destra liberale e conservatrice si spende in difesa di Israele, che considera «l’unica democrazia del Medio Oriente», omettendo alcune delle caratteristiche, quelle più evidenti, che lo descrivono come <strong>uno Stato etnico dalle inclinazioni teocratiche</strong> che non è disposto a cedere la cittadinanza a nessun non ebreo, i cosiddetti «gentili» o «<em>goym</em>». Difendono l’incubo di qualsiasi liberale. A questo si aggiunge che il sostegno incondizionato a Israele inasprirebbe delle tensioni nei rapporti dell’Occidente con i vicini arabi, rapporti da cui dipende l’approvvigionamento indispensabile di <strong>risorse energetiche che garantiscono quello stile di vita che la destra conservatrice per prima difende, e a cui non è in alcun modo disposta a rinunciare</strong>.</p>



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<p>Il modello di sviluppo Occidentale ha dei costi sempre maggiori. Per mantenerlo investiamo ingenti risorse nei dispositivi della guerra e della pace. L’uno contraltare dell’altro, entrambi garantiscono il nostro dominio e il nostro prestigio a livello planetario. Di malinteso in malinteso però,<strong> l’Occidente è sempre più lacerato dalle contraddizioni al suo interno e perde di credibilità agli occhi di un pianeta in cui crescono nuove potenze</strong>, molto diverse da noi. Con il passare del tempo e degli errori commessi, i cui effetti iatrogeni sono imprevedibili, sembra che i soldi e le energie che allochiamo in questi dispositivi rendano ogni volta un po’ di meno. Assistiamo a una caduta tendenziale del saggio di profitto degli investimenti nella nostra egemonia. In pratica non possiamo più permetterci il costo di essere una potenza mondiale. O ce lo possiamo permettere in misura sempre minore.</p>



<p>Ed è per questo che negli Stati Uniti, da Donald Trump fino al ritiro delle truppe dall’Afghanistan, si è ritornato a parlare di isolazionismo<a id="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>. In qualche modo questa situazione viene raccontata da un film del 2016 diretto da Zack Snyder, <em>Batman v Superman: Dawn of Justice</em>. Più o meno inconsciamente il lungometraggio che vede come protagonisti i due personaggi dei fumetti della DC Comics si interroga sulla crisi del ruolo di Superman, quindi della funzione egemonica degli Stati Uniti. <strong>L’uomo d’acciaio è una delle metafore attraverso cui l’America vede se stessa.</strong> Alla pari dell’eroe, un extraterrestre con enormi poteri a sua disposizione, l’America si rappresenta come una nazione aliena, piombata nella storia solo a un certo punto, e perciò innocente, pura, semplice, ma con grandissime capacità. Sin dall’inizio il regista ci mette di fronte al problema: Superman, intento a salvare la città di Metropolis dall’attacco del generale Zod, causa la morte di molti civili e la distruzione di un intero quartiere. In un’altra situazione, nel tentativo di salvare in Africa la giornalista e fidanzata Lois Lane, prigioniera del capo di un’organizzazione terroristica, devasta un villaggio vicino al luogo dell’incontro, creando indignazione nelle comunità locali. La Senatrice Finch indice una commissione per processare l’eroe, mentre l’opinione pubblica è divisa tra chi vede in lui un Dio e chi un assassino. Quanto costa mantenere Superman? È questa la domanda implicita di un film che vuole fare un bilancio dei costi e dei benefici del bene, un bene che, paolinamente, genera il male.</p>



<p>Superman è sconvolto, non si capacita di tutta la sofferenza prodotta, lui che indossa il mantello per difendere il mondo dai cattivi. Ricorda Bush, all’indomani dell’attentato al World Trade Center, incapace di afferrare i motivi che avevano spinto i jihadisti a compiere un’azione tanto efferata ai danni di un popolo “innocente” come quello americano. Superman, turbato, è costretto ad ammettere che «nessuno resta buono in questo mondo». Estrema consapevolezza di un’innocenza ormai smarrita per sempre, così come l’hanno persa gli Stati Uniti, di fronte a se stessi e agli altri, lungo tutto il Novecento – perché il potere, come dice Lex Luthor, «non può mai essere innocente».</p>



<p>Durante un momento di sconforto l’eroe fantastica di parlare con il defunto padre adottivo, che gli racconta un aneddoto apparentemente irrilevante, ma che ci consente di mettere a fuoco il dilemma del bene che lo inquieta. Narra di un’alluvione che, da ragazzo, aveva colpito la sua fattoria. Dopo estenuanti manovre, deviando il corso d’acqua, era riuscito a salvare la proprietà. Fiero della sua impresa, che gli era costata grandi fatiche, al risveglio viene a sapere che il nuovo corso si era incanalato per errore verso la fattoria del suo vicino, uccidendo tutti i suoi cavalli. Superman, quindi gli Stati Uniti, scoprono il non detto, il rimosso di ogni discorso e cioè che tutte le azioni grazie a cui mantengono i loro benefici, il loro benessere e la loro potenza, implicano degli squilibri, perciò generano la sofferenza di qualcun altro. <strong>Nonostante le giustificazioni che si possono produrre per nascondere questa verità insopportabile, essa in qualche modo fa sempre ritorno, è l’inconscio dell’Occidente, la sua ombra</strong>. Più si ampliano gli scompensi e le asimmetrie, più diventa dispendioso gestire tutti gli scenari di crisi. Più aumentano le difficoltà, più elaboriamo discorsi per interpretarle e per risolvere. Più elaboriamo discorsi, più emergono le contraddizioni, più si generano errori di valutazione. Come cominciano le guerre?, si chiedeva Karl Kraus. «Gli uomini politici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a quello che leggono». Oggi vale lo stesso, siamo storditi dal rumore che siamo costretti a produrre pur di non sentire il suono della realtà.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> M. Foucault, <em>Dits et Ecrits 1954-1988</em>, Gallimard, Parigi 2004, pp. 298-329.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Ernest RENAN, La Réforme intellectuelle et morale, 1871</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Paul Valéry, La crise de l’esprit, 1919</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> K. Nkrumah, <em>L&#8217;Afrique doit s&#8217;unir</em>, Paris, Éditions Présence Africaine, coll. « Textes politiques », 2001</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> R. Paine, Development and Social Goals: Balancing Aid and Development to Prevent &#8216;Welfare Colonialism'&#8221;.&nbsp;<em>UN DESA Publications</em>. Retrieved&nbsp;2022-12-26.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Pankaj Mishra, Le illusioni dell’Occidente, Mondadori, Milano 2021, p. 105.</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, cit., p. 9</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Charles A. Kupchan, <em>A History of America’s Efforts to Shield Itself from the World</em>, Oxford University Press, 2020.</p>
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