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	<title>Putin Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il nazionalismo confuso di Naval&#8217;nyj</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 16:54:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fenomeno Aleksej Nanval'nyj, martire politico del regime di Putin, era la prova del fatto che l'intellighenzia russa si fosse adattata con successo all'immaginario americano.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-nazionalismo-confuso-di-navalnyj/">Il nazionalismo confuso di Naval&#8217;nyj</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p></p>



<p>Un bel ragazzone, di corporatura robusta, in blue jeans e camicia a quadretti piccoli, ma senza cravatta. <strong>A primo impatto fa pensare subito a quell’idea di “salutare” che hanno gli americani: tipo al latte e ai fiocchi d’avena, ai figlioletti biondi e alla moglie laureata</strong>. La Čirikova è perfetta nel ruolo di moglie di Naval’nyj, la sua sembra una di quelle famiglie che la domenica se ne va in bicicletta.</p>



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<p><br><br>La comparsa di questo avvocato, questo funzionario che è un po’ uomo d’affari un po’“combattente contro la corruzione” al ruolo di candidato a capo delle forze d’opposizione è sintomatica: <strong>il fenomeno Naval’nyj è la prova del fatto che la nostra intellighenzia si è adattata con successo all’immaginario americano</strong>. Non è certo uno stalinista in abiti sciatti, né un <em>rocker</em> dissidente in giubbotto di pelle, né un deputato grassoccio col suo abito confezionato da Brioni, né un intellettuale russo con la barbetta e gli occhiali (un po’ Čechov, un po’ Trockij…), <strong>bensì ecco a voi un cittadino del mondo, che al posto della cravatta sfoggia il suo sorriso</strong>. Un pizzico di Assange, che ricorda vagamente Ralph Nadar (il quale trent’anni fa sollevò una rivolta formale della classe media in California), una versione più giovane e aggiornata di Boris Nemcov: ecco a voi Naval’nyj.<br><br>Questo è quanto, <strong>non si distingue per altro</strong>. Non è né arguto né intelligente.<br><br>Dal palco di piazza Bolotnaja e lungo la prospettiva Sacharov grida le stesse banalità di Nemcov. Solo Sergej Udal’cov è palesemente più stupido di Naval’nyj quando balbetta che i suoi occhiali neri sono un incubo per il regime. Le immagini evocate sono al livello de<em> L’Isola del tesoro</em> e di <em>Winnie the Pooh</em>.<br><br><strong>Naval’nyj è venuto da me il 6 settembre</strong>. Fatto sta che si è presentato con l’intento di convincermi a far partecipare i naz-bol alle elezioni per il Consiglio di coordinamento delle opposizioni. A giudicare dalla mole di tempo che le dedica, queste elezioni devono essere molto importanti per lui.<br><br>L’8 settembre mi sono recato al Forum delle forze di sinistra. Ne è uscito fuori che le elezioni per la Corte Costituzionale sono importanti anche per la sinistra. Ha preso la parola Sergej Udal’cov invitando più di una volta i presenti a partecipare e a candidarsi. Dopo di che i suoi compagni del fronte e le forze di sinistra in generale hanno preso la parola, invitando la stragrande maggioranza di loro a non partecipare. È stata adottata una risoluzione di “non partecipazione”. Inoltre, sul tavolo del presidio vi era affisso uno striscione con su scritto “<strong>Per una Russia senza borghesi!</strong>”.<br><br>Il giorno dopo il Forum ripensai al Consiglio di coordinamento, ricordando il doppio mento sul faccione di Naval’nyj e il nostro incontro avvenuto a casa mia. Mi ricordai di come gironzolava (così come facevo anch’io) ripetendo in continuazione, come un mantra, «sono come un politico…», «sono un politico…». <strong>Si definì un politico talmente tante volte che capii subito che lui stesso non si riteneva tale. Ma lo avevano convinto di esserlo</strong>.<br><br>E in effetti, anche se sul palco di piazza Bolotnaja ha parlato cinque o sei volte intervenendo in modo piuttosto stupido e tentennante, questa circostanza ancora non costituisce la prova che Naval’nyj sia un politico. E <strong>neanche il titolo che gli è stato attribuito, quello di “combattente” contro la corruzione, è sinonimo di politico</strong>. A combattere la corruzione qui da noi ci pensano i pubblici ministeri, il comitato investigativo e la polizia. Il fatto che sia stato nominato direttore del consiglio d’amministrazione dell’Aeroflot lo designa come un uomo d’affari, dunque cosa c’entra qui la politica?<strong> Anche il fatto che, come migliaia di suoi contemporanei, abbia capito che il nazionalismo in Russia è popolare e flirti con i nazionalisti cercando di avvicinarsi a loro non è una prova che sia un politico</strong> (tra l’altro si dimostra estremamente stupido, avendo fatto la spia e avendo fatto arrestare Tesak, il quale è molto popolare tra i nazionalisti, questa sì che è un’idiozia!).<br><br><strong>Naval’nyj non è a capo di un partito politico, non è nemmeno un attivista di spicco di un partito qualsiasi</strong>. Come combattente contro la corruzione è totalmente inefficace. Non che sia colpa sua, poiché non lo è, ma al limite può essere considerato un buon investigatore in materia di corruzione, perché le autorità non vogliono perseguire i funzionari corrotti scoperti, quindi è comunque tutto inutile. <strong>Allo stesso tempo le sue mani non sono proprio pulite e ciò non si addice a chi combatte la corruzione</strong>: mi riferisco alla faccenda della “Kirovles”,<sup data-fn="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1" class="fn"><a id="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1-link" href="#0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1">1</a></sup> una società <em>off-shore</em> con sede a Cipro. Qualcosa che potrebbe sporcare la brillante immagine di Lëša Naval’nyj.<br></p>



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<p><br><strong>Sono stati i <em>mass media</em> a creare Naval’nyj</strong>. I media sì borghesi, ma di opposizione. Non è stato creato neanche dagli uomini, bensì dalle ragazze e dalle donne dei media. Le onorevoli signore Evgenija Al’bac e Julija Latynina sono pazze di Lëša, la Čirichova è ideale nel ruolo di moglie, la Sobčak gli riserva sorrisi al miele. <strong>Piace per il suo look, è il modello del momento. Naval’nyj è stato pescato dal mondo di internet, dove egli opera sin dagli albori e dove, in barba a ogni logica, è nella top ten</strong>. Sì, in barba a ogni logica poiché il blog di Naval’nyj trabocca di noiosissimi documenti “compromettenti”, è praticamente impossibile leggerlo, sono tutte sciocchezze da avvocato. Prima questi attaccabrighe “giudiziari” vagavano per i tribunali con le valigette logore e strapiene mentre facevano causa a tutto il mondo, ora invece si può essere un attaccabrighe alla moda semplicemente frequentando il mondo virtuale.<br><br><strong>Naval’nyj è vuoto cosmico che va di moda</strong>. Ho già spiegato da dove è uscito. Le donne sono colpite dalla sua corporatura, dalla sua fisionomia. Per gli stessi motivi, tempo fa, prese dall’isteria, le donne votarono per El’cin.<br><br>Ma chi è Lëša Naval’nyj oggi?<br><br>Il fatto che egli, sotto l’egida del miliardario nonché comproprietario dell’Aeroflot Aleksandr Lebedev, sia stato nominato direttore del CDA di questa compagnia per metà statale ci fa giungere a una sola conclusione: <strong>Naval’nyj è un <em>protégé</em> del grande capitale</strong>. Il solo Lebedev non sarebbe riuscito, con il solo 18% di azioni Aeroflot, a far entrare Naval’nyj nel CDA senza l’appoggio degli altri comproprietari.<br><br>Proseguendo nella riflessione, dobbiamo prendere come dato di fatto la presenza nella Federazione Russa di un gruppo di grandi capitalisti che ha eletto Aleksej Naval’nyj come loro <em>frontman</em>. È un gruppo ancora inferiore in termini di forza a quello di Putin e non lo combatte apertamente, ma ogni tanto mostra i muscoli mettendo alla prova il potere.<br><br><strong>I fan intorno a Naval’nyj gli dicono che è un politico, che è alla guida dell’intellighenzia moscovita.</strong> E, salendo sul palco di piazza Bolotnaja e sulla prospettiva Sacharov, ha visto davanti a sé lo spettacolo impressionante della massa umana riunita. C’è da farsi venire le vertigini, c’è da farsi prendere dalle manie di grandezza, le quali non hanno tardato a far visita a Lëša…<br><br>E non solo a Lëša, ma anche a Gennadij, che poi sarebbe Gudkov, anche ad Il’ja, che poi sarebbe Ponomarëv. <strong>Sia l’uno che l’altro hanno dichiarato la loro intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali!</strong> Le masse hanno dato loro alla testa.<br><br>Lo vedo ancora, nella mia stanza, assumere varie pose e mormorare ispirato: «sono come un politico…», «sono un politico…». I suoi adepti lo hanno ipnotizzato.<br><br><strong>Ma le masse sono scese in piazza non perché affascinate da Naval’nyj, bensì perché indignate da Vladimir Putin</strong>.<br><br>Come mai il vostro Lëša ha bisogno di essere eletto alla corte costituzionale? In modo tale che voi possiate sceglierlo e non solo in qualità di politico, ma certamente come il più influente. Anche perché è il primo a credere di non esserlo.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1">Nel 2013 Naval’nyj viene citato in giudizio per appropriazione indebita ai danni dell’azienda statale “Kirovles”, avvenuta mentre volgeva la sua mansione di consigliere del governatore della regione di Kirov, Nikita Belych. Verrà condannato a 5 anni di reclusione, pena poi commutata [N.d.T.] <a href="#0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-nazionalismo-confuso-di-navalnyj/">Il nazionalismo confuso di Naval&#8217;nyj</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Quel gran figlio di Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 15:38:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto anti-putiniano dal libro "Ideario di un figlio di puttana" (GOG 2025) raccolta inedita di scritti di Eduard Limonov.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/quel-gran-figlio-di-putin/">Quel gran figlio di Putin</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho passato un bel po’ di tempo a osservare lo schermo, studiando il volto dell’uomo che governa la Russia. <strong>È uno sguardo evasivo di un viso evasivo</strong>, che non vuole incrociare nessun altro sguardo, che non vuole incrociare gli sguardi del nostro popolo. Se ne ha la possibilità, il suo volge altrove. Fateci caso.<br>Forse è insicuro di sé oppure non vuole proprio guardare verso di noi, certo, non verso di me o di voi in concreto, ma verso la telecamera, che poi saremmo noi. Ascolto con attenzione anche i suoi discorsi, come parla, se si impappina oppure se procede più fluido. Il suo parlare va avanti in modo uniforme, in sostanza, senza alcuna intonazione.</p>



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<p><br>A volte Putin si interrompe appena quando viene sopraffatto da un tipico attacco d’ansia, capita quando si arrabbia, quando è sopraffatto dall’ira. Proprio in quel momento i suoi zigomi si contraggono, come se riuscisse a muoverli a comando, come se riuscisse, detto in termini letterari, “a giocarci”. <strong>Da tutti questi segnali si ha come l’impressione che sia un uomo tutto sommato cattivo, che nasconda bene il suo brutto carattere dietro l’indifferente borbottare affaristico del suo discorso, voltandoci lo sguardo</strong>.<br>Dal momento che il Presidente è di bassa statura, ha sempre avuto problemi nel mostrarsi come un uomo di valore. </p>



<p>Per ovviare a ciò ha studiato tutta una serie di stratagemmi. Il linguaggio tecnico, veloce e distaccato produce un effetto di straniamento da chi lo circonda, lo isola, il volgere lo sguardo altrove ha lo stesso scopo. <strong>Essendosi isolato, si sente superiore</strong>. Da lui non possiamo aspettarci gli spettacoli da alcolizzato, umilianti per la Russia, dati del suo predecessore El’cin, né che si adiri apertamente con la gente. Da un lato è un bene che davanti alle telecamere non si comporti come Ivan il Terribile, ma d’altra parte è un male che abbia un carattere vendicativo e che i suoi conti aperti con gli altri vengano regolati non direttamente sulla scena, bensì dietro le quinte. E non certo da lui stesso, bensì con l’aiuto dei suoi fedeli e zelanti servitori: ad esempio, dalla Procura generale, del Ministero di Grazia e Giustizia, dal Servizio Penitenziario Federale, della Commissione Elettorale Centrale, ecc…</p>



<p><br><strong>Capita che l’insensibilità e la disumanità del Presidente Putin gli si ritorcano contro, come nel caso del sottomarino “Kursk”.</strong> Allora, ve ne ricorderete, se ne restò nella soleggiata Soči, sulle rive del Mar Nero, quando anche solo in virtù della carica ricoperta si sarebbe dovuto catapultare come un proiettile, salire su un aereo e dirigersi sulle rive del Mare di Barents e da lì dirigere le operazioni di salvataggio dei marinai, o comunque provarci con coraggio. <strong>Sarebbe dovuto andare lì di corsa, con i suoi stivali immersi nell’acqua a incitare i soccorsi</strong>. Con indosso i suoi stivali di gomma avrebbe dovuto accettare tutte le offerte di aiuto provenienti dai paesi stranieri, utilizzare qualsiasi soccorso. E quando, dopo qualche ora, non si fosse potuto fare più nulla, se ne sarebbe dovuto stare lì, sfinito, con le occhiaie, sullo sfondo di quel mare ghiacciato che era diventato la tomba di 180 marinai russi e dire alle telecamere: «Cittadini russi, ho fatto il possibile, di più non so che fare!».</p>



<p><br>Tuttavia, non si è comportato così, lo abbiamo visto abbronzato e tranquillo sulle rive dei mari del Sud, con la sua polo indosso. Per la prima volta dimostrò la sua disumanità, la sua indifferenza.<br>A seguire vi fu la famigerata fredda risposta data alla domanda del giornalista americano Larry King «Che ne è stato del vostro sottomarino Kursk?».</p>



<p><br>«È affondato», rispose semplicemente il Presidente, con un volto mite e rilassato.</p>



<p><br><strong>Non pensò nemmeno di indire il lutto nazionale. Già da lì fu chiaro quanto i suoi connazionali gli siano indifferenti</strong>. Il viso del Presidente si illumina di sorrisi sinceri, di simpatia e gioia solo quando lo vediamo incontrare i grandi leader occidentali, i suoi amici: i vari Bush, Berlusconi, Schröder. In queste occasioni il suo fascino si accende. Ho una domanda: come mai non si comporta così nei nostri confronti, nei confronti di noi cittadini russi? Pensa forse che con noi sia necessario essere severi o, come minimo, insensibili? <strong>Per la maggior parte del tempo lo vediamo in tv con sullo sfondo la mobilia démodé del Cremlino, in stile zarista</strong>. Siede sul broccato dei sofà ricamati dai piedini intagliati e incurvati, su sedie di questo tipo. La carta da parati e i drappi che gli fanno da sfondo sono inevitabilmente marchiati dal simbolo dell’aquila bicipite. Detto senza fronzoli: ecco i tratti zaristi del potere del Presidente. Eppure noi siamo una Repubblica dalla rivoluzione del febbraio 1917! O forse sono io ad aver frainteso il significato dell’aquila bicipite?</p>



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<p><br>Avendo vissuto in Francia, mi ricordo che su quella apposita mobilia, su quei divanetti dai piedini intarsiati, sedette per due mandati presidenziali François Mitterand. Eppure non mi sembra di aver visto in tv nessun giglio reale e nessuna corona dentro l’Eliseo. È evidente che Pal Palyč Borodin, restauratore del palazzo presidenziale presso il Cremlino, si sia ispirato all’Eliseo del presidente francese, anche perché la mobilia della Casa Bianca americana è meno intarsiata, i suoi divanetti sono più scarni e lineari. Ecco come la penso: <strong>il Presidente della Russia, un paese dove un terzo se non la metà della popolazione è povera, non dovrebbe mostrarsi circondato da questa stupida mobilia che dimostra un’abbondanza vetusta</strong>.</p>



<p><br>Penso che gli incontri giornalieri con i ministri trasmessi in tv a tutto il paese intorno allo stesso tavolino non siano altro che una goffa messa in scena, che quel tavolino sia stato usato precedentemente a stento per giocarci a carte, non vi è nessuna prova che quel tavolo venga usato dal Presidente per lavoraci, nossignore: non vi è nessuna carta sparsa, né un fascicolo o un documento, né un computer. A che pro prendere in giro il popolo con dei metodi così banali e stupidi, ovvero, facendo finta di lavorare?<br>Ed eccolo, Putin, col tono di voce monotono e affaristico tipico del Presidente risoluto, che, distogliendo lo sguardo, domanda al ministro: «Come mai non è stato fatto questo? Come mai non è stato fatto quello?». Il ministro con la cartellina, dopo aver dato un colpo di tosse, afferma meccanicamente: «Questo è stato già fatto, mentre quello e quell’altro verranno fatti tra una settimana». Il cittadino deve esserne contento: il Presidente non beve, il lavoro procede. Il Ministro tossisce, con le sue scartoffie nella cartellina. Fossero nient’altro che dei vecchi giornali? <strong>Mi interesserebbe tanto sapere: a quale ideale di governatore si ispira il nostro Presidente?</strong> È chiaro non sia uno sgobbone vestito con una giacca qualsiasi, magari rattoppata, con un tavolo tutto pieno di carte che ormai occupano pure i divanetti, fino a sfondarli. O con un computer i cui megabyte di memoria riescano a stento a contenere tutta la documentazione presidenziale.</p>



<p><br>Di certo l’ideale di Putin non è Lenin, la testa del quale andava in fumo a furia di lavorare, mentre dettava a tre dattilografi in contemporanea, avvolto da una nuvola di fumo di sigari degli operai e dei soldati deputati. Dal 1990-91 molti esponenti in vista del Partito Comunista si sono allontanati dalla figura di Lenin come il diavolo dall’acqua santa, interi battaglioni e reggimenti di funzionari hanno stracciato le tessere di partito. Dal 1990 il tenente colonnello in congedo del KGB (Putin – N.d.T.) si mise a lavorare con Sobčak, suo ex professore dell’università statale di Leningrado, in quanto condividevano gli stessi ideali che di certo non erano quelli di Lenin. Sobčak non avrebbe mai consentito di essere affiancato a una persona con quelle idee.</p>



<p><br><strong>L’ideale politico del Presidente lo si può dedurre dal suo gusto estetico, palesatosi principalmente in occasione dei suoi due insediamenti</strong>. Di questi ne ho parlato più nel dettaglio nel capitolo dal titolo <em>Sembra che Lei creda di essere lo Zar</em>.<strong> Imita l’autocrazia russa</strong>, l’ideologia che ha retto il nostro paese fino al 1917. Il Presidente della Federazione Russa si rivolge all’autocrazia come a un modello, consciamente o inconsciamente. A livello più inconscio, per così dire, agisce il sangue, la tradizione: in fin dei conti da noi ogni poliziotto di quartiere, qualsiasi vigile urbano nella sua guardiola all’entrata della metro si comporta da autocrate… anch’io sono un autocrate, quando vi chiedo di capire e recepire le mie osservazioni riguardo il Presidente russo. È un fatto importante.</p>



<p><br>Cito il «New York Times», il quale informa i lettori riguardo la conferenza stampa del Presidente russo: «Anche quando Putin parla tranquillamente, anche quando è mite, le sue dichiarazioni risultano notevolmente taglienti… <strong>quando conversa con qualcuno il suo corpo si comporta come se stesse affrontando un combattimento</strong>. Quando gli viene posta una domanda indietreggia spesso verso lo schienale della sedia, muove le spalle e raddrizza la schiena come farebbe un atleta mentre si accinge a sollevare un peso… una volta posta la domanda si sporge in avanti, spostando il peso sugli avambracci, per poi fornire una risposta compunta… lo stile delle sue dichiarazioni ricorda quello di un manager zelante, uno di quelli con la mania del controllo».</p>



<p><br>Il «Washington Post» sulla stessa conferenza stampa: «Il leader russo ha parlato per tre ore attaccando i detrattori della politica russa, scoppiando di rabbia e con il viso contratto in una smorfia».</p>



<p><br><em>Stizzito.<br>Arrabbiato.<br>Col volto contratto in una smorfia.</em></p>



<p><em><br></em>Nessun giornalista straniero ha avuto l’impressione di un Presidente buono d’animo. <strong>Io non ho mai visto la sua bontà d’animo</strong>. O lui non può proprio essere buono per natura oppure ritiene che è la sua carica, quella di Presidente della Russia, a costringerlo a comportarsi da cattivo. La cosa più probabile è che lui sia cattivo di natura e che pure ritenga che uno Zar debba essere severo, iracondo. Nella storia russa, il popolo, nel tentativo di adulare, chiamava lo Zar batjuška, ossia “padre”. Nella stessa espressione Zar-batjuška si evince, è presente una certa sfumatura di bontà, il popolo confidava ingenuamente nella magnanimità del suo imperatore. Si usava dire anche Zar-gosudar’, ossia lo “Zar sovrano”, espressione spesso riscontrabile nei lubok popolari dedicati a Pietro I il Grande. Di certo Pietro non fu benevolente col popolo, fu bensì un padre padrone cattivo, baffuto e sbarbato.</p>



<p><br><strong>Anche il Presidente Putin si attiene a questo genere di padre: crudele, esigente, che contrae a comando gli zigomi, che fa smorfie, che non ti rivolge lo sguardo.</strong> Certo, una Pietroburgo non l’ha ancora costruita, anzi, di terre ne ha cedute. Ma esige che tutti noi ci fiondiamo a combattere le sue guerre, che tutti prestiamo il fianco ai terroristi nelle nostre città. I ceceni non vogliono vivere con la sua famiglia, ma lui li costringe a furia di botte violente.</p>



<p><br>Vladimir Vladimirovič, signor Presidente, crede davvero che sia possibile costringere con le sue percosse violente a vivere con lei? Con le sue percosse senza amore? Credo proprio di no. <strong>Allora perché violenta il paese intero costringendolo a sopportarla?</strong></p>



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<p><br>Il Presidente russo ha le idee confuse: avendo Pal Palyč Borodin e Behgjet Pakolli<sup data-fn="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb" class="fn"><a id="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb-link" href="#856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb">1</a></sup> disegnato intorno a lui un po’ troppe aquile bicipiti, ci reputa suoi sudditi, come fosse lo Zar, ma noi non viviamo nel XIX secolo. Siamo cittadini di un paese che sicuramente non è libero, ma di certo non siamo i sudditi di un padre padrone. Tuttavia, pretende di governarci proprio come farebbe uno Zar arcigno. <strong>Non vi è dubbio alcuno, l’uomo a capo dello Stato russo deve aver fatto confusione con le epoche storiche</strong>. E insieme a lui anche il suo esercito di funzionari, nonché tutti i suoi servi: pubblici ministeri e gendarmi dell’FSB, la struttura del suo Stato è zarista. Lermontov, ricordiamolo, ci descrisse perfettamente:<br> <br><em>Russia, o misera Russia<br>paese di servi, paese di padroni<br>e Voi, con l’azzurra uniforme<br>e te, popolo agli ordini conforme…<br></em> <br><strong>E così nulla è cambiato, tutto torna. </strong>Vi sono tutti coloro che rappresentano in piedi al cospetto del trono l’avida folla/ della libertà, del genio e della gloria il boia. Ogni cosa è al suo posto, l’analogia è completa. L’“azzurra uniforme” oggi la indossano i procuratori. Eccoli qui, i custodi della legge, tra di loro c’è chi pesa tra i 150 e i 200 kg, come Ustinov e Kolesnikov; così come c’è chi, tra i vice-procuratori generali, è magro come un verme: Kolmogorov, Birjukov, Šepel’ e altri. Ed ecco uscire in lontananza il corpo dei procuratori. Ve n’è uno, il più strambo e malato di tutti: Ustinov (procuratore generale, garante capo del rispetto della legge, il quale non molto tempo fa avrebbe proposto di prendere in ostaggio i parenti dei presunti terroristi) e la sua “squadra”. <br>Tutti rispondono: «Eccoci! Siam qui! Pronti a servirla!»<br>«E i cosacchi? Dove sono i cosacchi?».<br>«Eccoci!» ‒ rispondono gli sbirri ‒ «siamo noi i cosacchi di regime. Sciogliamo le manifestazioni popolari».<br>«E la terza sezione? Le guardie di servizio? Presenti?».<br>«Eccoci!», rispondono i ragazzacci del Servizio Federale di Sicurezza (FSB).<br>Maestri nella provocazione, spie con le orecchie attente, dall’udito sempre pronto. La cosiddetta “sicurezza nazionale”, la stessa che permise che l’Urss venisse liquidata nel 1991 e che ora si sta specializzando nel picchiare e nell’arrestare i ragazzi e le ragazze del Partito Nazional-Bolscevico. I cavalieri con manto e pugnale, coloro che all’epoca mi hanno arrestato accusandomi di aver organizzato la secessione, pensate un po’, della regione orientale del Kazakhstan abitata da russi, di aver formato illegalmente delle squadriglie armate e di aver acquistato armi per raggiungere questo scopo. Pensate un po’, <strong>per questi motivi i servizi segreti russi mi hanno arrestato! Avrebbero dovuto darmi una medaglia, stando così le cose.</strong> Perché mai sbattere in galera un patriota come me? Con l’intenzione di tenermi per sempre a marcire lì, dietro le sbarre. Per loro sfortuna, non avevano prove.<br>«Le guardie son qui! L’FSB non dorme!».<br>«I nostri <em>ochotnorjadcy</em>,<sup data-fn="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b" class="fn"><a id="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b-link" href="#6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b">2</a></sup> dove sono?».<br>Eccoli con quei pancioni, prima avevano anche la barba, mentre oggi sono glabri, le forze più oscure e reazionarie di tutta la Russia. Una volta erano commercianti, oggi sono deputati.<br>«Siam qui, al solito posto, sull’Ochotnyj Rjad, numero civico 2», rispondono i deputati di “Russia Unita”. <strong>Son così reazionari che a breve vieteranno persino agli uccelli di volare</strong>.<br>«L’Ordine di San Michele Arcangelo c’è?», mi pare che qualcuno fosse sbucato fuori, ma ecco sì, c’è! Ecco l’organizzazione “I Nostri”, con a capo i fratelli Jakemenko con il loro sguardo bugiardo, servi a libro paga dell’amministrazione presidenziale. Così come cento anni fa erano pronti a spaccare la testa ai nemici del padrone, ecco il loro modus operandi odierno: queste facce toste si definiscono ironicamente “antifascisti”, mentre tutti gli oppositori di Putin sono dei… “fascisti”.</p>



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<p><br>A primo acchito pare proprio manchi Rasputin… sì, pare proprio non ci sia, però c’è la cattedrale di cemento del Cristo Salvatore, c’è pure una sorta di capo <em>pope</em>, onnipresente al pari di Rasputin, ma sì! C’è il Patriarca Aleksej, che serva o meno, la sua presenza è fissa. Si dice che nel 1996 esortò i fedeli a non votare il comunista Zjuganov per 500 kg d’oro, avuti “in dono” per laccare nuovamente le sue cupole. Ci sono anche dei pope di rango inferiore, con i culi grossi fasciati dalle tuniche. <strong>Che zarismo sarebbe senza un po’ di oscurantismo clericale?</strong> L’arciprete Čaplin ha fatto visita al raduno de “I Nostri”, presso il lago Seliger, benedicendo i pestaggi, in qualità di rappresentante della chiesa russo-ortodossa, con un girovita di due metri. Per non parlare dei funzionari, personaggi degni de <em>Le anime morte</em>, eppure immortali!<br>Brulicano vermi di ogni tipo: grassi e flemmatici, come Mironov del Consiglio Federale, magri e isterici, come Vešnjakov della Commissione Elettorale Centrale, oppure tirati a lucido come Zubarov (pare che questi indossi ben due cravatte contemporaneamente!). E c’era pure quel Počinok, un tipo alquanto rozzo, con la bava alla bocca, peraltro chissà che fine ha fatto. Basta vedere quel criceto di Stepašin… e quel Dmitrij Kazak, Kozak, come si chiama… ha una fisionomia che sembra stata tagliata con l’accetta. E quel Gryzlov, quello con i buchi in faccia, pare si sia arrugginito al punto tale da corrodersi. Dio mio, non manca proprio nessuno!</p>



<p><br>E le ragazze?! Le ragazze funzionarie, il matriarcato, tutte laccate, sempre acconciate come la regina d’Inghilterra, tipo la Slizka o la Matvienko! Oh funzionarie, con i vostri culi grossi da ippopotamo, non vi è poeta degno di tesservi le lodi!</p>



<p><br>«Siam qui!», rispondono i funzionari.</p>



<p><br>E tutti loro si nascondono dietro il cattivello da loro pubblicamente scelto, fanno capolino dietro di lui. Tutti questi difensori del trono di certo credono di rappresentare la Santa Rus’, di vegliare sui suoi principi. Ma oggi come allora sono personaggi appartenenti al passato, conservati intatti da qualche magia oscura nel gelido clima russo: sono la Rus’ satanica. <strong>La più grossa macchia dell’autarchia putiniana non sta nel mantenere il popolo in miseria. Questo regime non andrebbe valutato secondo parametri economici (e pure secondo questi sarebbe considerabile uno squallore), ma per la quantità di umiliazioni, sofferenze e affronti alla libertà inflitti ai cittadini. Stando a questi parametri, il regime di Putin può essere considerato disumano</strong>. Ecco la sua macchia più grossa: il comportamento insopportabilmente altezzoso (tipico dei suoi cekisti), antidemocratico, incivile e medioevale tenuto nei confronti dei cittadini. <strong>Un modello di stato paternalistico di un padre austero, con a capo Sua Altezza, il suo Presidente-Padrone, che in realtà è fatto a modello di un campo di prigionia del Servizio Penitenziario Federale</strong>.</p>



<p><br>Sono stato tenuto prigioniero in uno di questi, nel campo n°13, presso le steppe del Volga. Lì quelli che obbediscono vengono al limite premiati, non venendo toccati, mentre gli indisponenti vengono picchiati, resi storpi e uccisi. Il modello di stato-lager non dovrebbe più esistere nel XXI secolo. Stati così sono paurosamente vecchi, non sono più accettabili. Dunque, si comporta con noi come un padre cattivo. Ma di lui cosa si può dire?</p>



<p><br><strong><em>Non ha coraggio</em></strong>. Alla Dubrovka non si presentò, a Beslan arrivò in gran segreto, nottetempo, per non farsi vedere da nessuno se non dall’amministrazione locale, non sia mai si fosse imbattuto faccia a faccia con qualche parente degli ostaggi uccisi. Il suo volo sul caccia-bombardiere verso la Cecenia prima delle elezioni del 2000 venne fatto per propaganda, rimase lì, ben protetto, in aeroporto. In occasione di qualsiasi crisi si nasconde, se ne sta al riparo, per poi sbucare quando il peggio è passato.</p>



<p><br><strong><em>Non ha generosità. È avaro</em></strong>. È quel tipo che quand’è inverno non desidera neanche che nevichi. Mentre la Russia avrebbe bisogno di un presidente buono, buono d’animo, che per la prima volta nella sua storia dia il suo cappotto imbottito alla gente che se ne sta al freddo sul ciglio della Sadovaja, che conceda grazia ai carcerati sofferenti, che faccia visita al popolo presso le proprie case, a chi non ha nulla, che parli loro con il cuore, che gli dia soldi. I propri soldi.</p>



<p><br><strong><em>Non ha magnanimità</em></strong>. Tiene chiuse in gabbia da un anno nove ragazze del Partito Naz-Bol perché si sono presentate nella sala d’attesa della sua amministrazione. Che magari le liberasse, sono pur sempre ragazze! È ingiusto e insensibile. Ci ha tolto la libertà. A tutti noi. Tutti gli apparteniamo.</p>



<p><br><strong><em>Usa la menzogna come metodo di governo</em></strong>. E non la usa in via eccezionale, no, bensì come regola! Usa la violenza come metodo di governo.</p>



<p><br><strong><em>È un uomo violento</em></strong>. Con la costituzione che ci ritroviamo, dove i poteri presidenziali sono davvero illimitati, più di quelli che aveva lo Zar, le qualità umane del presidente non devono essere indifferenti a noi cittadini. Se è iracondo e dà ordine di assaltare il teatro sulla Dubrovka con chissà quale gas, siamo noi e i nostri figli a crepare, cari cittadini, non certo i figli di Putin. Se a Beslan dà ordine di attaccare dopo aver causato esplosioni all’interno dell’edificio, a morire saranno i bambini osseti e russi della scuola n°1, non certo i figli dei coniugi Putin. La seconda guerra cecena (ho messo in ordine un po’ di dati sulle vittime e ne do una stima approssimativa), ha tolto la vita, tra civili, esercito federale e truppe al servizio di Maschadov e Basaev, a circa 30mila persone, ma il Presidente vede questa guerra come un evento naturale a lui favorevole e non fa nulla per porle fine, è un Presidente pericoloso. È pericoloso poiché risolve qualsiasi crisi solo con la violenza. Fa così perché magari lui stesso proviene dai servizi segreti oppure perché è proprio così di natura, è nato proprio così? Non si sa, ma il fatto che lui sia un pericolo per noi lo sanno tutti i parenti e le vedove di coloro che sono morti in Cecenia, le madri e i padri di Beslan, i familiari dei morti della Dubrovka.</p>



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<p><br>A volte si può essere d’accordo quando il Presidente parla, anche perché parla molto e molto volentieri. Ma con le sue azioni non si può essere d’accordo, se non quando dà da mangiare a Vadik, la sua cavallina.<strong> Per il resto è un capo di Stato iracondo e vendicativo, diventato Presidente per nomina. Ha messo in piedi per noi uno stile di governo paternalistico, dove lui decide tutto e noi non decidiamo nulla</strong>. Si atteggia nei nostri confronti come se fosse il nostro padre cattivo. Per capire quanto sia pericoloso, immaginatevi 30mila cadaveri putrefatti sulle strade asfaltate di Mosca. Non è lui la sola causa della morte di quelle persone, ma lui e le sue qualità umane ne sono una parte.</p>



<p><br>I nazional-bolscevichi che stanno patendo la prigionia hanno ragione: <strong>UN PRESIDENTE DEL GENERE NON CI SERVE!</strong></p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb">Riferimento allo scandalo Mabetex che scosse la politica russa nel 1998 sotto la presidenza El’cin, quando Pavel Borodin, in capo all’Ufficio presidenziale, venne coinvolto in un caso di corruzione nella gara d’appalto per la ristrutturazione del Cremlino, vinta da una ditta svizzera, appunto la Mabetex, di proprietà dell’imprenditore e politico kosovaro Behgjet Pakolli [N.d.T.]. <a href="#856bc70c-70fb-418a-9402-17c3c41fe9bb-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b">Così chiamati i commercianti dell’Ochotnyj Rjad, quartiere centrale di Mosca, nella seconda metà del XIX secolo assidui frequentatori volontari dei pogrom della polizia indirizzati contro le manifestazioni studentesche, gli intellettuali e gli ebrei [N.d.T.] <a href="#6d38f51f-3971-4817-8ec6-508e41025e4b-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/quel-gran-figlio-di-putin/">Quel gran figlio di Putin</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 10:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per "Telesur" residente a Mosca. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/">Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>“Credo che nell&#8217;assurdità della situazione attuale nessuno possa dire con certezza qual è la postura di uno o dell&#8217;altro governo: si dice una cosa, se ne pensa un&#8217;altra e se ne fa una terza.” Le parole con cui apre l&#8217;intervista Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per <em>Telesur</em> residente a Mosca, lasciano intendere il suo distacco dalle opinioni ufficiali sulla guerra che sta devastando il suo Paese.</p>



<p>“Tu dall&#8217;Italia,” mi dice, “<strong>Sai bene cosa succede a una persona o a un giornalista che non solo pensa bene della Russia, ma questiona e mette in dubbio la narrazione dell&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraina: perde il lavoro.”</strong></p>



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<p>Fortunatamente, gli rispondo, sono lontano tanto dalla remunerazione quanto dalla propaganda con cui il mondo occidentale avvolge di menzogne ideologiche <strong>un conflitto in cui la morale conta ben poco</strong>. Perché come Yasinsky sottolinea fin da subito, l&#8217;unico modo per provare a capirci qualcosa in questa terribile storia è applicare la logica, pensare con lo stesso realismo geopolitico con cui pensano quelli che l&#8217;hanno scatenata. Dunque<strong>, non ci resta che addentrarci senza pregiudizi in una differente prospettiva, quella di chi ha vissuto fin da principio fatti a noi lontani nello spazio e nel tempo</strong>.</p>



<p>Bisogna innanzitutto capire a chi conviene vincere questa guerra e perché, spiega il giornalista. È un panorama molto differente dai conflitti mondiali del secolo scorso, così come da quelli delle ultime decadi. <strong>La stampa è la prima vittima</strong>: i media che prima si ritenevano seri e responsabili ora non sono più né l&#8217;una né l&#8217;altra cosa; sono anzi stati assorbiti dalla guerra cognitiva che il neoliberalismo sta portando avanti. Sembra che al mondo importi ogni giorno di meno di questa faccenda bestiale, per cui risulta facile manipolare e controllare i mezzi di comunicazione per raccontare qualsiasi storia. In fondo, i grandi padroni delle reti mediatiche sono esperti nel perseguire sempre i propri interessi e le proprie necessità.</p>



<p>Yasinsky fa l&#8217;esempio di misure come la controffensiva ucraina o il recente “piano per la vittoria” sbandierato da Volodymyr Zelenskyj durante il suo viaggio di visita ai governi alleati: <strong>l&#8217;obiettivo principale è dimostrare a chi favorisce, promuove e controlla la guerra che questo denaro è usato bene e che l&#8217;esercito sta avanzando, così da ottenere altri finanziamenti</strong>. Il punto, dice, è che ci troviamo di fronte a un gigantesco affare, <strong>un affare così grande che si farà tutto il possibile affinché non finisca mai</strong>: sono milioni di dollari ogni giorno.</p>



<p>Non è un caso che anche Corea del Nord e Corea del Sud si stiano inserendo nel conflitto, attraverso l&#8217;invio di migliaia di soldati. È un affare che costa molte vite e molto sangue, certo, e viene fatto sulla pelle dei popoli europei, ma questo ai complessi industriali e militari che fanno funzionare le economie capitaliste importa ben poco. In Ucraina pensano ancora di poter “democratizzarsi” o “europeizzarsi”, ma nessuno gli regala questo conflitto: <strong>il Paese è già fin troppo indebitato e non potrebbe ripagare i prestiti nemmeno con tutta la sua terra, le sue tasse e le sue risorse. Nel caso ipotetico in cui vinca la guerra, perderà la pace</strong>. Smetterà ugualmente di esistere perché dovrà restituire tutto ciò che ha ricevuto in forma di “aiuti di solidarietà”: si ritroverà condannato a una dipendenza economica pari a quella delle repubbliche bananere dell&#8217;America Centrale. Yasinsky sottolinea però che in realtà stanno perdendo tutti i popoli, sicuramente anche quello nordamericano, e di fronte al loro sacrificio c&#8217;è un chiaro vincitore in tutta questa faccenda.</p>



<p>Una volta si diceva che l&#8217;Ucraina doveva essere Europa: curioso che ora invece sia l&#8217;Europa a convertirsi in Ucraina. Secondo il giornalista<strong>, tutto il continente è ostaggio degli Stati Uniti e della NATO e più in profondità dei conglomerati multinazionali, delle banche mondiali, dei fondi di investimento speculativi che sono i veri padroni del potere, del quale i governi sono solo i direttori di facciata</strong>. Il suo Paese, d&#8217;altro canto, è un vassallo che compie la volontà altrui, che deve dimostrare di ottenere risultati e di poter vincere qualcosa. Ci sono centinaia di morti giornalieri che si usano come carne da cannone, ma gli interessi in gioco sono di altri: più vittime ci saranno, <strong>più difficile sarà la riconciliazione tra i due Paesi fratelli, che alcuni sembrano ansiosi di separare il più possibile</strong>.</p>



<p>Uno degli obiettivi non dichiarati di questa guerra è infatti dividere il mondo post-sovietico e debilitare il ruolo dell&#8217;Europa nel mondo<strong>. Agli Stati Uniti non è mai piaciuto il ruolo ambiguo dell&#8217;Unione Europea nella guerra economica con la Cina</strong>: negli ultimi anni si sono stipulati importanti trattati da entrambe le parti e sono nate relazioni economiche con la potenza orientale, <strong>oltre a quelle già consolidate con la Russia</strong>. Si sa che gas e petrolio rimangono tutt&#8217;ora i motori delle economie capitaliste occidentali: in seguito alle sanzioni economiche, la dipendenza dell&#8217;UE dalle risorse energetiche russe è calata, ma non a caso sono aumentate le importazioni dagli Stati Uniti, esperti nel saccheggio delle ricchezze del Medio Oriente e dell&#8217;America Latina e nella rivendita dei prodotti raffinati al mondo intero.</p>



<p>Secondo Yasinsky, non si può parlare di guerra tra Russia e Ucraina <strong>perché l&#8217;Ucraina non ha alcuna soggettività politica, è un&#8217;appendice della struttura militare della NATO</strong>. Il governo ucraino da parte sua non decide nulla e i governi europei molto poco; la Francia ha la deterrenza nucleare, ma secondo il trattato euroatlantico Emmanuel Macron non può premere il bottone rosso senza prima passare per l&#8217;approvazione e il permesso degli Stati Uniti. Il giornalista ride: se Charles De Gaulle avesse visto questa situazione non ci avrebbe creduto, dice, <strong>perché l&#8217;indipendenza dei Paesi della comunità europea sta completamente scomparendo, di fronte alle ingerenze statunitensi</strong>. Provo a chiedergli delle elezioni 2024, ma liquida l&#8217;argomento: il governo degli USA è soltanto la gestione organizzata degli interessi di multinazionali e fondi trasnazionali, ma dare l&#8217;illusione di un cambiamento, attraverso la riproposizione di due lati della stessa medaglia, fa parte del mantenimento dell&#8217;ordine storico dell&#8217;impero.</p>



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<p>Anche l&#8217;isolazionismo e il protezionismo economico di Trump dovrebbero fare i conti con gli affari portati avanti dalle grandi corporazioni e dalle imprese che finanziano la sua campagna elettorale, in materia di guerra ed esportazione di armi. Se il politico più controverso del pianeta rappresentasse davvero un&#8217;alternativa, sottolinea Yasinsky con il suo cinismo sovietico, <strong>lo avrebbero già ucciso</strong>, secondo la tradizione americana di eliminare i presidenti scomodi. <strong>Ciò che potrebbe causare la sua elezione è invece lo scoppio di una guerra di larga portata in Medio Oriente, che distoglierebbe l&#8217;attenzione dal problema ucraino</strong>.</p>



<p>Qui, un&#8217;ipotetica negoziazione di pace coinvolgerà necessariamente gli USA e la Cina. Il bersaglio indiretto per gli Stati Uniti è proprio la potenza orientale, che negli ultimi anni è diventata il principale ostacolo sulla via del predominio mondiale che gli <em>yankees </em>sono tanto ansiosi di riconquistare. Vladimir Putin, obiettivo principale della propaganda occidentale<strong>, importa in realtà molto meno del controllo sulle infinite risorse naturali della Russia</strong>. In questo panorama geopolitico, l&#8217;Ucraina fu un esperimento: si trattò delle prove generali per testare la Russia, per vedere fino a che punto si potesse destabilizzare l&#8217;equilibrio precario che si era creato dopo la caduta del muro di Berlino, fino a che punto si potessero separare i popoli dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, secondo la vecchia strategia del <em>dividi et impera</em>. Sappiamo come funziona il neoliberalismo, dice Yasinsky: <strong>da molto tempo le guerre non si combattono più per il territorio. Non c&#8217;è bisogno di conquiste militari, quando è sufficiente controllare i governi, le economie o il <em>fast-food</em> che in Occidente si chiama cultura</strong>, in grado di creare o distruggere qualsiasi mito nazionale. Prima per fare un <em>golpe</em> servivano i carri armati, ora è sufficiente l&#8217;ingranaggio oliato ed elegante della stampa. Ma cosa fu nel concreto questo esperimento?</p>



<p>La lezione di storia che tiene Yasinsky nel corso della nostra chiacchierata ha inizio con la <em>perestrojka</em> in Unione Sovietica, <strong>che lui definisce una truffa ideologica</strong>. Non costituì solo l&#8217;autodistruzione dell&#8217;URSS, ma fu anche opera dei servizi d&#8217;intelligence occidentali, che trovarono i punti deboli del nemico: approfittarono della depoliticizzazione della gioventù, dell&#8217;ingenuità e dell&#8217;infantilismo politico dell&#8217;URSS, ma soprattutto delle élites sovietiche mai scomparse del tutto, le quali capirono che conveniva convertire il Paese in un sistema capitalista: seguirono privatizzazione e riforme neoliberali.</p>



<p>Per facilitare questo processo, la distruzione della memoria storica era la condizione necessaria: emerse il discorso anticomunista, che iniziò con la critica di Stalin e continuò con quella di Lenin, per poi generalizzare a tutte le idee considerate di sinistra, con l&#8217;affermazione che <strong>la felicità dell&#8217;umanità sarebbe stata capitalista, che il comunismo non serviva a nulla</strong>. Nelle repubbliche nazionali come l&#8217;Ucraina si aggiunse a questo il discorso antirusso; l&#8217;interesse occidentale era dividerle, <strong>perché non era possibile dominarle fino a quando si fossero mantenute unite a livello ideologico e culturale</strong>. In fondo, il 70% della popolazione ucraina parla russo come lingua nativa: non è una minoranza. L’Ucraina è un paese bilingue mescolato, in cui è quasi impossibile fare distinzioni nette. <strong>Al mondo non ci sono due popoli che si assomiglino come russi e ucraini</strong>: prima del conflitto c&#8217;erano due lingue, due culture, ed era considerato assurdo contrapporle.</p>



<p><strong>Si costruì il mito dell&#8217;Ucraina sovrana, eroica, lottatrice per i valori democratici europei, l&#8217;arma perfetta per destabilizzare la Russia</strong>. Quando iniziò la <em>perestrojka</em> e il paese si rese indipendente, nel 1991 – indipendente per modo di dire aggiunge Yasinsky: quando faceva parte dell&#8217;URSS aveva più sovranità di adesso, almeno secondo lui – <strong>iniziò la guerra delle autorità ex-comuniste, convertitesi in capitaliste, contro le forze di sinistra.</strong> Continuavano a esistere il Partito Comunista e il Partito Socialista, ma erano pura forma senza contenuto: venivano gestiti dai vecchi funzionari che mantenevano il proprio elettorato anziano e nostalgico, ideologizzato ma senza forze combattive. I sindacati d&#8217;altro canto non sono mai stati molto forti, avevano una dipendenza totale dal Partito Comunista e in quegli anni non c&#8217;era un movimento dei lavoratori solido, radicato come in Occidente nel Novecento. La maggior parte della gente manteneva i propri valori individualisti, mancava l&#8217;organizzazione sociale, i partiti venivano appoggiati dai sostenitori inseguendo l&#8217;una o l&#8217;altra promessa, mentre <strong>l&#8217;unica forza politica giovane e viva che riuscì ad attivarsi fu l&#8217;estrema destra. </strong>“Qualsiasi fascismo è una rivoluzione frustrata”, ricorda Yasinsky.</p>



<p>Il governo filo-russo di Janukovyč, piccolo oligarca corrotto e poco popolare in guerra contro gli altri oligarchi più potenti, tra il 2010 e il 2014 iniziò a violare le regole non scritte che ci sono in qualsiasi mafia: <strong>all&#8217;élite ucraina non piacque e l&#8217;Occidente ne approfittò per organizzare questi potenti gruppi economici contro di lui</strong>, già di per sé poco popolare a Kiev e in Ucraina centrale. Molta gente scontenta esigeva la sua rinuncia e uscì per le strade; ingenuamente, <strong>credevano nel sogno europeo per combattere la corruzione</strong>, mentre dall&#8217;altro lato non c&#8217;era una forza di sinistra a offrire un&#8217;alternativa. <strong>L&#8217;estrema destra organizzò l&#8217;Euromaidan</strong>, la “rivoluzione per la dignità”, un movimento nato dalle proteste filoeuropee concentratesi nella capitale ucraina, che Yasinsky definisce <strong>un colpo di stato appoggiato dall&#8217;Occidente per provocare la Russia e vedere come avrebbe reagito</strong>.</p>



<p>Il Donbass non appoggiò né riconobbe il governo nazionalista insediatosi in seguito; non lo riteneva legittimo e si sentiva più vicino ai russi<strong>. Il giornalista spiega che la gente lì è molto più sovietica nel modo di pensare, molto più di sinistra a dire il vero</strong>, pur senza essere del Partito Comunista, e non voleva l&#8217;avvicinamento all&#8217;Unione Europea. Il governo ucraino mandò l&#8217;esercito nelle repubbliche separatiste e iniziò a bombardarle, in quanto rivendicavano la propria sovranità e indipendenza. A quel punto, nemmeno la Russia voleva riconoscere il governo illegittimo, perché <strong>per quanto Janukovyč fosse corrotto e spiacevole, venne eletto regolarmente e la sua deposizione fu una violazione della Costituzione</strong>. Tuttavia, si voleva evitare la guerra e Putin si fidò dei governi europei, come quello di Angela Merkel. Questo secondo Yasinsky fu un errore: ora quegli stessi alleati stanno confessando come nessuno fosse intenzionato a rispettare gli accordi di Minsk, un precario “cessate il fuoco” stabilito nel 2014, i quali anzi servivano solo a distrarre la Russia e a guadagnare tempo intanto che si armava l&#8217;Ucraina. <strong>Yasinsky sostiene che se la Russia avesse reagito alle provocazioni fin da subito avrebbe salvato molte vite, la Crimea e il Donbass farebbero di nuovo parte dell&#8217;Ucraina e non ci sarebbe un governo fascista</strong>. Invece Putin temporeggiò troppo e negli otto anni successivi i media modellarono la coscienza delle nuove generazioni, preparando la carne da cannone contro la Russia, mentre la NATO riempì l&#8217;Ucraina di armamenti e istruttori per prepararla alla guerra.</p>



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<p>Dopo il golpe di Maidan, il discorso nazionalista fu rimpiazzato da una vera e propria retorica nazifascista: <strong>avvenne una riscrittura della Storia e della liberazione del Paese, fu proibita la simbologia comunista, non solo sovietica ma in generale di sinistra, mentre la simbologia nazista divenne gradualmente più consentita e integrata nella società</strong>. Furono riabilitate figure compromesse come Stepan Bandera e altri criminali di guerra, mentre dall&#8217;altro lato i monumenti dedicati ai soldati sovietici che liberarono l&#8217;Europa dal fascismo e dal nazismo vennero distrutti. Yasinsky ritiene che si tratta di una guerra cognitiva, l&#8217;oblio contro la memoria: quando a Maidan ci furono le ribellioni dirette dai gruppi neonazi, cantavano “Bella Ciao” e “El Pueblo Unido”: non avevano una propria cultura di resistenza e rubavano i canti partigiani, appropriandosi del contenuto. Questo avvenne non solo in Ucraina, ma anche in Polonia e nelle repubbliche baltiche; le autorità europee e la NATO sono complici indirette di questa cosa.</p>



<p>Le recenti elezioni in Georgia sono un <em>cliché</em> del <em>modus operandi</em> occidentale, spiega il giornalista, che passa per un ribaltamento della realtà. Da un lato il partito <em>Sogno georgiano</em> al governo dal 2012, che si riconferma vincitore di queste elezioni, è accusato di essere filo-russo, <strong>malgrado tra i suoi obiettivi programmatici ci sia l&#8217;adesione alla comunità europea. L&#8217;etichetta malfamata deriva da uno scetticismo nei confronti delle politiche NATO e dell&#8217;asservimento cieco alle esigenze di Bruxelles</strong>, rappresentato dall&#8217;alternativa politica del Movimento Nazionale Unito, partito conservatore fondato da Mikheil Saakashvili, presidente della Georgia tra il 2004 e il 2013.</p>



<p>Yasinsky spiega che la dipendenza dagli USA e le imposizioni europee in quegli anni hanno portato alla guerra russo-georgiana e a un&#8217;applicazione metodica del modello neoliberale da parte di Saakashvili, che in pieno stile Pinochet <strong>ha regalato i porti georgiani sul Baltico alle basi militari NATO e ha portato alla miseria l&#8217;assoluta maggioranza della popolazione</strong>. L&#8217;accusa di brogli che ha lapidato <em>Sogno georgiano</em> su qualsiasi media occidentale fa parte della distruzione della legittimità politica del partito al governo, in quanto non rappresenta gli interessi strategici e geopolitici nella regione: così come a Maidan nel 2014 o in Venezuela durante i mandati di Nicolas Maduro, le ingerenze occidentali puntano a rendere mobili i confini del concetto di democrazia per trarne vantaggio&#8230; Salvo poi tradirne i principi stessi a casa propria, come abbiamo visto per il mancato cambio di rotta a seguito della crisi di governo francese.</p>



<p>È chiaro che questa narrazione del giornalista di Telesur sia completamente diversa rispetto a quella venduta alle masse in tutto l&#8217;Occidente: <strong>il quadro semplicista che i media offrono da questo lato del fronte è una guerra subita da un Paese sovrano, l&#8217;Ucraina, invaso da un impero per rubargli il territorio, la Russia</strong>. È evidente che in questo caso sia logico inviare armi all&#8217;aggredito e appoggiarlo in ogni modo. Tuttavia, secondo Yasinsky l&#8217;Ucraina fu indipendente tanto tempo fa, non certo adesso. <strong>La sua speranza di ottenere una propria sovranità durò fino al 2014, quando il golpe di Maidan la infranse</strong>. <strong>Da quel momento, non stiamo parlando di un Paese unito ma di un regime coloniale costruito dall&#8217;Occidente, in un gioco perverso in cui il popolo ucraino è sacrificato, disposto a combattere fino all&#8217;ultimo uomo</strong>. Durante i governi successivi all&#8217;indipendenza fu distrutto il sistema dell&#8217;educazione e della sanità, ma alla gente non importarono mai i saccheggi dell&#8217;apparato sociale avvenuti in quegli anni. I ragazzi che ora sono al fronte hanno la colpa di essere nati nel luogo sbagliato al momento sbagliato, mobilitati a forza e idiotizzati dalla stampa. <strong>Per quanto vogliano la pace, stanno lottando eroicamente, sono molto motivati e molto indottrinati</strong>: è la verità ed è la parte dolorosa, perché tutti hanno contatti e conoscenti in entrambi i Paesi.</p>



<p>Yasinsky conclude dicendo <strong>che è interesse del popolo ucraino perdere il conflitto. Nella sua ottica, se la Russia vincerà non ci sarà nessuna garanzia di un mondo felice, ma se la Russia perderà significherà la scomparsa dalle mappe</strong>: saliranno al potere i democrati burattini dell&#8217;Occidente come Zelenskyj e il fantasma del vecchio nemico sovietico verrà definitivamente annientato, perderà la sua sovranità e smetterà di esistere come Paese. S&#8217;installeranno regimi neoliberali e fascisti in tutto il territorio post-sovietico e il passo successivo sarà in direzione della Cina. <strong>Non si tratta di una guerra contro la Russia, bensì contro l&#8217;umanità: Russia e Ucraina si stanno solo dissanguando al suo posto</strong>.</p>



<p>Non a caso, nel resto del mondo Paesi come Cina, Iran, India, Turchia e Brasile si stanno schierando su posizioni molto scettiche nei confronti dell&#8217;egemonia statunitense e dei finti modelli democratici occidentali, che in un mondo multipolare con vari attori in crescita sono sempre più messi in discussione. Secondo Yasinsky, qualsiasi nuovo equilibrio passa per un forte disequilibrio. <strong>È quello che sta cercando di fare l&#8217;Occidente, nascondendosi dietro una morale che definisce buoni e cattivi, dittatori e salvatori, ragion per cui il resto del mondo dovrebbe lasciare da parte le proprie differenze interne, rimandare le mille discussioni ad altri momenti e unirsi di fronte al mostro</strong>. Un mostro talmente potente, con talmente tante risorse economiche e tecnologiche, in grado di controllare talmente tanto spazio mediatico, che è stata necessaria la nascita di un&#8217;alleanza di larghe intese come quella dei <strong>BRICS+</strong> (Brasile – Russia – India – Cina – Sud Africa, a cui si sono aggiunti Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia), i cui vertici si sono riuniti a Kazan a fine ottobre, in un summit a cui Oleg Yasinsky ha assistito.</p>



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<p>Si tratta di un progetto economico che va al di là della guerra, sostiene: <strong>il Sud globale sta volgendo lo sguardo all&#8217;Africa, all&#8217;America Latina e ai Paesi storicamente saccheggiati dagli stessi colpevoli del conflitto in Ucraina</strong>. Luoghi di resistenza in cui la gente sta male e ha bisogno di soluzioni immediate, soluzioni che il sistema attuale non vuole dare, perché non è abituato a scendere a patti. Tutto ciò a cui è abituato è la forza bruta, la tirannia economica delle sanzioni e quella mediatica degli apparati che detengono il monopolio dell&#8217;informazione. Yasinsky non cade nell&#8217;ottimismo nemmeno riguardo ai BRICS: è una realtà che dev&#8217;essere costruita e ricostruita con molta immaginazione e senza soluzioni pronte, <strong>malgrado anche in seno al contropotere anticoloniale stiano sorgendo i primi dissidi</strong>, come il veto del Brasile sull&#8217;entrata di Cuba e Venezuela per aggirare le sanzioni statunitensi. Il giornalista, che lavora per un&#8217;emittente con sede principale a Caracas, spiega che il Venezuela è un Paese sotto embargo e <strong>i BRICS nascono esattamente per ovviare al problema delle sanzioni unilaterali nordamericane</strong>: non deve nascere dal desiderio di avvantaggiare l&#8217;uno o l&#8217;altro governo, ma da quello di aiutare i popoli e farli uscire dal giogo dell&#8217;indebitamento internazionale, ragion per cui la scelta del presidente brasiliano Lula è sospetta, perché lascia intendere la volontà di mantenimento di una stabilità neocoloniale in America Latina di cui il Brasile si ponga come garante.</p>



<p><strong>Nemmeno nei BRICS è tutto rose e fiori, non mancano le contraddizioni e gli interessi unilaterali</strong>. Tuttavia, Kazan è la città giusta in cui svolgere un incontro del genere, secondo Yasinsky: al crocevia tra la cultura cristiana, quella ortodossa e quella musulmana, la città è un proliferare di culture e religioni diverse. Essa mostra un modello del mondo che <strong>rifiuta il mito neoliberale della civilizzazione forzata</strong>, <strong>in cui le diversità fanno parte della nostra ricchezza e i cittadini si appropriano dello spazio pubblico per viverlo</strong>.</p>



<p>Yasinsky ricorda quando la città era la capitale della criminalità organizzata, sotto il governo di Boris Yeltsin, e le strade erano invivibili a causa delle bande armate. <strong>Non a caso, la retorica occidentale contro Putin si sviluppò esattamente nel momento in cui il suo governo tentò di restituire un po&#8217; di sovranità nazionale al Paese, dopo un lungo periodo, applaudito dall&#8217;Occidente, in cui l&#8217;amministrazione di Yeltsin si era preoccupata di smontarlo pezzo per pezzo</strong>. Ma quali sono i sentimenti prevalenti nella società russa, ora come ora? È in corso anche lì una battaglia mediatica come in Ucraina, o il dibattito pubblico è più centralizzato e controllato?</p>



<p>Yasinsky racconta che ci sono molte realtà diverse, come in ogni società sia chi pensa sia chi non pensa ha un&#8217;opinione. <strong>La stampa ufficiale è piuttosto piatta, di basso livello;</strong> <strong>non c&#8217;è una tradizione giornalistica radicata come in Occidente, e nemmeno una proliferazione dei media indipendenti come in America Latina</strong>. Quasi tutti i mezzi di comunicazione indipendenti non lo sono davvero, in quanto vengono finanziati da George Soros, miliardario ungherese naturalizzato statunitense che ha contribuito alla transizione dell&#8217;Europa dell&#8217;Est verso il capitalismo.</p>



<p>Quando iniziò la guerra, i mass media più grandi furono censurati. Sul fronte opposto i social network come Facebook, controllati dagli USA, censurano chi appoggia la causa della Russia: <strong>si tratta di una guerra mediatica diseguale, perché dall&#8217;altro lato hanno molti più strumenti per creare l&#8217;oblio, in forme più eleganti di cui nessuno si rende conto</strong>. Un interessante spazio di dibattito della rete cittadina e sociale <strong>è invece Telegram</strong>, ancora relativamente libero: ci sono blogger, militari, civili e giornalisti di guerra di vari schieramenti politici che gestiscono dei canali pubblici e privati, dove dibattono su temi di attualità. Secondo Yasinsky, è l&#8217;unico luogo dentro il panorama mediatico russo dove c&#8217;è ancora un pensiero cittadino svincolato.</p>



<p>Parlando invece della società russa<strong>, il giornalista sostiene che chiunque discute e opina in libertà: non c&#8217;è paura e la repressione non è più aggressiva che in qualsiasi altro Paese occidentale, ma comunque minore che in qualsiasi altro Paese in guerra</strong>. La gente non ha paura di parlare di politica nei caffè e nei ristoranti, di partecipare ai dibattiti: tutti vivono come prima. <strong>È difficile, camminando per le strade di Mosca, credere di trovarsi nel mezzo di un conflitto</strong>.</p>



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<p>Ci sono generazioni cresciute dopo la <em>perestrojka</em>, alimentate dallo stesso <em>fast-food</em> ideologico che fu imposto in Ucraina e nel mondo da quello che Yasinsky chiama “l&#8217;impero”. Di conseguenza, si sono plasmate all&#8217;interno di un contesto attraversato da valori capitalisti e liberali: quando iniziò la guerra<strong>, il loro maggior rimpianto fu l&#8217;assenza di prodotti americani come la Coca-Cola. Il rischio maggiore che corre la Russia in questo momento, secondo il giornalista che vive a Mosca, è la mancanza di coscienza politica, di coscienza cittadina e di comprensione degli avvenimenti</strong>. Anche all&#8217;interno del governo, molti funzionari appartengono ancora all&#8217;epoca di Yeltsin e sono prodotti di quell&#8217;ideologia: politici filo-occidentali che ora si fingono patrioti per non essere liquidati, ma desiderano la sconfitta della Russia e simpatizzano col governo ucraino. Gli mancano i viaggi in Europa, i caffè a Parigi, la cucina italiana&#8230; Conoscono il lato turistico dell&#8217;Occidente, ma non hanno idea di come vivano le classi più svantaggiate in Italia o in Spagna o in Francia: vedono l&#8217;Europa come civilizzata e il popolo russo come selvaggio.<strong> Tuttavia, la maggior parte dei russi vuole difendere a tutti i costi questo mondo selvaggio, la propria terra</strong>. Stanno dalla parte del governo e le uniche critiche che arrivano a Putin sono quelle che lo ritengono troppo blando e moderato: c&#8217;è molta corruzione e la gente richiede fermezza. Nella guerra contro i nazisti si usò la mano pesante, oltre al fatto che il nemico con cui sta combattendo ora la Russia è molto più potente e terribile di quello degli anni Quaranta. <strong>L&#8217;appoggio a Putin deriva dal fatto che il Paese sta economicamente meglio: c&#8217;è una forte protezione sociale, la salute e l&#8217;educazione sono gratis e di buon livello</strong> (eredità dell&#8217;Unione Sovietica), vige un&#8217;attenzione speciale riservata alle famiglie con molti figli, si trova lavoro e il livello della vita è più che decente. <strong>C&#8217;è anche chi prova nostalgia per Stalin</strong>: il governo nemmeno lo menziona, ma nel popolo permane un mito attorno alla sua figura e si è tornati a parlare molto di lui in questi ultimi tempi, rimpiangendo la sua chiarezza ideologica e la sua progettualità a lungo termine. È un fenomeno sociale molto comprensibile secondo Yasinsky, anche se non ha voluto entrare nel dibattito su pregi e difetti del vecchio rivoluzionario.</p>



<p>L&#8217;ultima parte della nostra chiacchierata è stata dedicata invece ai profughi di guerra, alla gente che scappa dall&#8217;uno e dall&#8217;altro Paese<strong>: viene da domandarsi quale sia l&#8217;estrazione sociale di queste persone, in cosa consistano le loro possibilità e le loro motivazioni</strong>. Partendo dalla parte più colpita, Yasinsky spiega che la legge ucraina adesso vieta a tutti gli uomini minori di 60 anni di abbandonare il Paese: stanno mobilitando chiunque. C&#8217;è molta paura, la repressione è aumentata dall&#8217;inizio della guerra e il clima si è indurito: pattuglie militari rastrellano migliaia di giovani per trascinarli al fronte, secondo diverse fonti il numero di prigionieri politici va da 10.000 a 15.000, <strong>che in proporzione alla popolazione sono dieci volte di più di quelli presenti in Russia</strong>. Preferisce sorvolare sulle condizioni nelle carceri e sul reato di tortura, ma racconta dei numerosi arresti subiti dagli impiegati e dai lavoratori dei servizi sociali che avevano collaborato con i russi sotto l&#8217;occupazione, una volta riconquistato il territorio dall&#8217;Ucraina. È una caccia alle streghe in cui si rischia la prigione per un like sbagliato, quindi è impossibile sapere cosa pensa realmente la popolazione civile laggiù. Si può ancora uscire dall&#8217;Ucraina sfruttando la corruzione, che pervade anche i controlli alle frontiere: basta avere tra i 7000 e i 9000 dollari in contanti, <strong>sicché gli oligarchi e le famiglie più ricche possono entrare e uscire dall&#8217;Ucraina liberamente</strong>, mentre tutti gli altri sono condannati alla guerra.</p>



<p>Yasinsky racconta che in Russia ci sono più rifugiati ucraini che in qualsiasi altro Paese europeo: milioni di persone che sono praticamente già cittadini russi, perché le differenze tra Russia, Bielorussia e Ucraina secondo lui sono equivalenti a quelle tra varie regioni di uno stesso Paese europeo come l&#8217;Italia o la Francia. <strong>Gli ucraini emigrati in Russia partecipano alla politica, soprattutto nel campo del giornalismo, ma non possono esporsi coi loro nomi né apparire pubblicamente, perché hanno padri, figli e famigliari ancora in Ucraina che rischiano la persecuzione</strong>. Sono talvolta più patriottici verso la Russia dei russi stessi: hanno visto il fascismo ucraino e sanno la verità su quello che succede, simpatizzano con l&#8217;esercito più della gioventù locale, che continua a subire il racconto mitizzato dell&#8217;occidente.</p>



<p>In Russia invece da un lato ci sono decine di migliaia di volontari, dall&#8217;altro una mobilitazione parziale che <strong>non ha coinvolto la maggior parte dei giovani di città, i quali continuano a “mangiare gelato e ascoltare la musica”, ma ha rastrellato soprattutto le campagne e le zone rurali dell&#8217;entroterra</strong>. Yasinsky ammette che la motivazione degli ucraini al fronte è più forte, perché il caso dell&#8217;Ucraina è più semplice da leggere per i propri cittadini<strong>. Nel caso della Russia, quelli che sono fuggiti erano soprattutto pacifisti che non volevano avere nulla a che fare con questa guerra, ma nessuno li ha fermati. Sono andati via in moltissimi, soprattutto gli abitanti delle grandi città e gli appartenenti alla classe media o alle élites, ovvero quelli che avevano questa possibilità economica</strong>. Quando ci fu la mobilitazione militare, i prezzi dei voli decuplicarono; serviva parecchio denaro anche per emigrare via terra, ad esempio in Georgia o negli Stati vicini. Diversi di loro però stanno tornando in Russia, o perché hanno finito i soldi, o perché non hanno trovato lavoro, o perché adesso il rischio di essere arruolati è minore. Ad ogni modo, Yasinsky dice che per lo più non c&#8217;è discriminazione nei loro confronti, al massimo un po&#8217; d&#8217;invidia perché a differenza di altri hanno avuto quella <em>chance</em>. Parlando del Paese in cui adesso vive, il giornalista racconta una società postmoderna de-ideologizzata; ad ogni modo, per le strade della capitale stanno ritornando le bandiere russe, a dispetto delle bandiere statunitensi che le invadevano prima: molto lentamente, si sta ricostruendo una coscienza e un&#8217;identità nazionale. <strong>Non c&#8217;è un sentimento antieuropeo, anzi c&#8217;è molta compassione per l&#8217;Europa perché si sta auto-distruggendo economicamente e culturalmente</strong>: Yasinsky sostiene che anche i russi, educati con la cultura europea e, in certi periodi della Storia, parte vivente di essa, provano nostalgia verso il Vecchio Continente.</p>



<p>Quando gli chiedo come si dovrebbero comportare le sinistre di tutto il mondo nei confronti di questa guerra, Yasinsky ribadisce che la sinistra è contraddittoria, di questi tempi, e spesso non è di sinistra. <strong>Il sistema neoliberale, che non può proporre nulla di buono all&#8217;umanità, ha sequestrato i termini dell&#8217;agenda progressista parlando di ecologia, di diritti umani, di femminismo, di minoranze LGBTQI+, portando avanti queste battaglie nella formalità ma privandole dei loro contenuti e della loro intrinseca spinta al cambiamento sociale, per confondere la gente e spegnere i moti rivoluzionari che minano la propria stabilità</strong>. Secondo Yasinsky sta funzionando abbastanza bene: fa l&#8217;esempio dei Verdi in Germania, di Gabriel Boric in Cile e degli altri governi europei che si nascondono dietro l&#8217;alibi della socialdemocrazia, ma si ritrovano sempre a scendere a patti con l&#8217;impero. Tutto ciò è stato possibile grazie alla riduzione dei diritti culturali, dell&#8217;educazione, dell&#8217;istruzione pubblica<strong>: fa parte della ricetta neoliberale e la gente è sempre più disperata, bisognosa di miracoli, esposta a populismi pericolosi. Per essere davvero di sinistra, dal suo punto di vista, bisognerebbe lottare contro il capitalismo, non combattere una guerra per conto di altri a fianco dei nazisti, finanziati dalle grandi corporazioni mondiali</strong>: i governi progressisti che appoggiano tutto questo o sono ignoranti o sono traditori, non c&#8217;è altra possibilità.</p>



<p>La sua conclusione è piuttosto rassegnata: stiamo vivendo un momento pericoloso per l&#8217;umanità intera, mentre la pace sta in mani molto irresponsabili.</p>



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