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	<title>rapper Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Metal Carter sputa sangue oggi come ieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 13:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sono né senza senso né un metallaro convertito... siamo molto lontani dalla realtà... sono un rapper al 100 per cento... credo nella cultura hip hop... risultare originali è una cosa tremendamente rap, ogni rapper è influenzato da cose diverse... sono più che soddisfatto della mia immagine.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">È un momento eccezionale per il rap romano, anche, come sempre, per il TruceKlan, il collettivo rap più leggendario, a mio avviso, della storia della musica italiana, con un enorme pubblico che attende trepidante di riavere quell’atmosfera da strada, da pischelletti cattivi romani, un po’ tossici, un po’ persi, alla&nbsp;<em>Zoo di Berlino</em>, o con quell’estetica da&nbsp;<em>Armata delle Tenebre</em>&nbsp;per le strade della capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei rapper che più ha influenzato ed ispirato questa scena è il Truceboy più controverso, ovvero Metal Carter &#8211; per gli ammiratori il Sergente di Metallo &#8211; che recentemente ha pubblicato una biografia molto densa con Nero Editions,&nbsp;<em>Cult Leader</em>&nbsp;(Metal Carter e Riccardo Papacci, 2025).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Metal Carter, è forse il rapper romano più maledetto e romantico, e anche quello meno capito: estremo e controverso come autore, noto per testi violenti e horrorcore, black humor. La vera caratteristica del suo modo di scrivere è che non si è mai capito se ci fosse o ci facesse, dove arriva lo sfottò, dove inizia la satira nichilista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fatto sta che Metal Carter ha una nicchia di fan che lo venera, oltre ad alcuni scrittori, essendo uno scrittore pure lui, che scrive però in maniera automatica e compulsiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso di aver tratto molta ispirazione da alcuni suoi testi e, quando ho visto per la prima volta il video di&nbsp;<em>Pagliaccio di Ghiaccio</em>&nbsp;(Metal Carter, 2005), ho avuto un sussulto. Girato amatorialmente, con immagini grottesche e nonsense, uno dei primi video virali di YouTube Italia, lì ho capito il suo rap, la sua estetica sporca e camp, e tutto quel mondo di horror e B-movie a cui fa riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel pezzo, quel video, quell’entrata folle e potente, la base ossessiva e l’attacco della barra, «Stupro mia nonna dentro un bosco, le metto nella vagina un poster di Vasco», tra le barre più potenti e violente della storia del rap italiano, sicuramente tra le più memorabili; per molti, purtroppo, l’unica frase che rimane di un’intera carriera.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Metal Carter   Pagliaccio di Ghiaccio Official Video" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/adQrPESgQ_M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Da qui parto, a disturbare un po’ il suo autore:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Voglio sapere la genesi di&nbsp;</strong><em><strong>Pagliaccio di Ghiaccio</strong></em><strong>, tutto quello che ti passava per la testa il giorno che l’hai scritta: la base, il video fantastico. Vai, Sergente, ci dica tutto, si apra!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Base di Santo Trafficante, video girato da Cole&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ricordo assolutamente come e perché ho scritto quel pezzo, ricordo solo di averlo scritto di getto («tutti mi spaccano il cazzo con&nbsp;<em>Pagliaccio di Ghiaccio</em>, maledetti voi e quel pezzo che ho fatto», cit.&nbsp;<em>Società Segreta</em>, album 2011).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché questo personaggio?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale personaggio???!!!??</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ti viene naturale essere Metal Carter?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Assolutamente sì&#8230; anche troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E il Sergente di Metallo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Sergente di Metallo è un’AKA che mi è stato dato da altri&#8230; credo che descriva bene la parte più quadrata di me.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando viene fuori?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Venne fuori durante i miei primi album solisti&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sei un ossessivo della scrittura?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre scritto tanto, ma più o meno dal 2019 la mole di rime e testi scritti è aumentata in modo esagerato e inaspettato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Butti tutto giù all’antica su un foglio di carta o scrivi ovunque?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Principalmente scrivo con foglio e penna, ma non disdegno anche altri metodi di scrittura e modi per appuntarmi rime e concetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ti interessa risultare strano e senza senso, o ti interessa sembrare un metallaro convertito al rap, o non ti interessa nulla della tua immagine?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Strana questa domanda!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono né senza senso né un metallaro convertito&#8230; siamo molto lontani dalla realtà&#8230; sono un rapper al 100 per cento&#8230; credo nella cultura hip hop&#8230; risultare originali è una cosa tremendamente rap, ogni rapper è influenzato da cose diverse&#8230; sono più che soddisfatto della mia immagine&#8230; la mia immagine è ormai chiara e coerente a tutti i miei fan&#8230; è molto importante avere un immaginario proprio e riconoscibile&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ti interessa il successo commerciale, o va bene così, venerato nell’underground, ma quasi inesistente in radio o TV?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai i termini underground e mainstream nell’ambiente rap sono piuttosto sorpassati secondo me perché alcuni rapper underground risultano più mainstream di chi viene considerato mainstream&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi interessa principalmente fare il rap che mi piace e mi preme fare e che mi rappresenta&#8230; se la mia fanbase aumenta è ok, altrimenti va benissimo così&#8230; non mi sento particolarmente adatto per la TV e la radio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>TruceKlan è militanza?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Era sicuramente militanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche se non esistete più di fatto, è sempre quell’imprinting, no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Certamente sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La morte per te è come una Venere da ammirare e dipingere, in mille sfumature di voce, basi e contesto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono attratto dalla morte da ogni prospettiva&#8230; è una fissa/fascino che ho da quando sono bambino&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni base e contesto potrebbe andare bene, secondo me&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mi piace chi si ispira a concetti astratti come la morte: per te ha una valenza questa cosa?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo! La morte può essere vista come rinascita, può essere vista in mille modi diversi e interessanti&#8230; La morte può essere un concetto astratto ma anche terribilmente realistico&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cos’è per te il rap italiano?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È un movimento estremamente importante che ha adattato all’Italia quello che era nato in America negli anni 70.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cos’è un atteggiamento veramente rap oggi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni cosa può essere rap e può risultare rap, ogni atteggiamento potrebbe diventare rap&#8230; ognuno trova la sua formula&#8230; l’importante è essere credibili e fare rap che spacca.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sapresti indicarmelo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Esattamente no&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto ha senso, oltre i 40 anni, rappare? È una cosa provinciale farsi queste domande, o questo genere è ancora giovanilistico?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente il rap è musica giovanile, ma finché a uno gli va di fare rap perché si sente preso da questa cosa può farlo&#8230; non ci sono limiti di età&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il tuo stile di scrittura ha, secondo me, contribuito a creare un certo sloganismo da maglietta, che ormai è un boom ovunque: pure la pizzeria ha il merchandising. Pensi sia un bene?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Assolutamente sì&#8230; sono felice che ormai dopo tanto tempo la gente riconosca il mio stile e la mia originalità, anche perché ormai dopo tanti anni di rap, tanti dischi e tanti concerti mi sembra piuttosto evidente e innegabile&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In ultima, fammi tu una domanda. Puntami un po’ la pistola addosso: risponderò quando tutto questo verrà pubblicato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Hai ascoltato il mio ultimo album rilasciato nel 2022&nbsp;<em>Musica per Vincenti</em>?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Certamente si, sono un fan, ho ascoltato tutti i tuoi album, e più che le rime e lo sloganismo da maglietta, che ormai tutti ti copiano inconsciamente, mi è piaciuta molto la produzione, il flow e l’atmosfera epic-punk che riesci a creare col rap, anche la collaborazione con il gruppo Deth-metal dei Fulci&nbsp;del 2020&nbsp;mi è piaciuta molto, basata appunto su quelle atmosfere nere li, dovresti farci un intero album cosi, spaccheresti.</strong></p>



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		<title>Le mamme dei rapper</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:23:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le creature più angeliche e buone, porto sicuro dove rifugiarsi dal mondo di violenza droga e povertà che è toccato in sorte, a quanto pare, ai loro figli.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Sono con Aristotele al Carrefour. Si sta cercando la curcuma quando di colpo ritira fuori la storia dei sillogismi. Sbraccia, gesticola tutto rosso, prova a spiegarsi ma pare in difficoltà. Io – magari sbagliando, non so –, gli dico che qualcosa non mi torna, il procedimento logico mi affascina, sì, ma si presta anche a mille eccezioni: insomma, lo contraddico. Dà di balta: mi urla contro, tira in terra la lattina di Fanta e va via. Dieci minuti, e torna indietro. Sembra più calmo, pare rientrato in sé. Si stira con le palme il chitone, si appoggia al carrello e mi guarda negli occhi, sospirando. “Senti”, mi dice, “ascoltami bene, per cortesia. Argomento semplice, proprio per farti un esempio. <strong>Allora, premessa maggiore: tutti i rapper sono esseri umani, giusto?”. Annuisco. “Tutti gli esseri umani – premessa minore – sono mammoni, giusto?”. Continuo ad annuire. “Ecco, questo premesso, non vedo altra conclusione se non affermare che i rapper sono tutti mammoni”</strong>, dice, e continua a guardarmi, come aspettando quell’approvazione che ancora non mi sento di dargli. Non è personcina tranquilla, Aristotele. Non lo è mai stato e lo si nota anche adesso, dalla frequenza con cui si ravvia i capelli, da come compulsa i braccialetti. “Allora? Sei d’accordo o no?”. “Aristotele”, gli dico, “coi rapper, non capisco, forse mi tornava di più quella del ristorante<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>…”. “Θεὲ ἅγιε, τοιούτους σκληροὺς δεῖ μοι πάλιν εὑρίσκειν!”, m’interrompe, e si allontana di nuovo, sbraitando. Io rimango lì, secco. Guardo Lorenzo Rocci, che si era allontanato per prendere un fustino di Dash. “Non lo tradurre”, mi dice. “Non lo tradurre che rimanerci male è un minuto”.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Dopo cena ripenso a tutto il discorso. Ad assillarmi non è più la validità o meno del processo deduttivo – che potrebbe anche essere ammessa –, quanto il tema<strong>: che significa i rapper sono mammoni? I grill sui denti, i tatuaggi sul collo, la droga, e ancora la malavita, amicizie <em>peligrosas</em>, cicatrici dermatologiche e interiori, la rabbia sociale, il <em>barrio</em>, il senso di rivalsa, la strada, i coltellini svizzeri, il marciapiede, i punteruoli da compensato, tutto questo e poi si ricasca a farsi smacchiare i calzoni dalla mamma?</strong> Non fosse Aristotele, verrebbe da tirare dritto. Ma siccome <em>è</em> Aristotele, il visionario che ha vaticinato cinque degli ultimi otto vincitori di MasterChef dopo il primo Pressure Test, l’unica è cercare una playlist e dare il via. Metodo scientifico, amici. E magari anche <em>Peer review</em>, che vi piace tanto. <strong>Ghali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Uooh-uooh-uooh, bella!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono uscito dalla melma,</p>



<p class="wp-block-paragraph">da una stalla a una stella.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Compro una villa alla mamma</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">e poi penserò all’Africa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stoppo. Come una villa alla mamma? E poi l’Africa? Ma che è, un’OPA? Cambio canzone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[…] Devo stare attento, mannaggia</p>



<p class="wp-block-paragraph">se la metto incinta poi mia madre mi, ah!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché sono ancora un bambino,</p>



<p class="wp-block-paragraph">un po’ italiano, un po’ tunisino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[…]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dritto per la mia strada</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meglio di niente, mas que nada, vabbè</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tu aspetta sotto casa</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se non piaci a mamma, tu non piaci a me</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sento un brivido che si spicca dalla punta dell’alluce, corre a ritroso tutta la rete delle fibre nervose, si schianta dalle parti dell’ipotalamo. Mi agghiaccio. Un bambino? <strong>Avrai trent’anni, Ghali</strong>. Vai ospite nei talk show, mi fai il baluardo progressista e poi “se non piaci a mamma, non piaci a me”. Ma poi che è, questa inserzione brasileira, è inutile fare il globetrotter e poi la domenica tutti col bavaglio a mangiare i cannelloni madonna mamma ma che ci hai messo? il risentimento di non avere ancora un nipote da angariare dici? Pensavo noce moscata. Cambio ancora: “Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo?”. <strong>La statistica parla: tre canzoni su tre e si arriva alla mamma entro il quarto rigo</strong>. Prima di passare oltre, leggo il titolo della prossima traccia: <em>Mamma</em>, s’intitola. Ghali perduto, penso: punto per Aristotele.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ma può darsi che Ghali sia un caso isolato. È un oggetto mediatico di difficile lettura, va a Sanremo con un pupazzone, neanche ci prova a rimpiattare l’infantilismo. Vado avanti. <strong>Sfera Ebbasta</strong>. Pseudonimo protervo, ghigno beffardo, bazza in alto, fierezza, autonomia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[…] Sono una rockstar, rockstar,</p>



<p class="wp-block-paragraph">a uccidermi no, non sarà una stronza,</p>



<p class="wp-block-paragraph">il mio cuore è freddo anche più del mio polso</p>



<p class="wp-block-paragraph">e se provi a scaldarlo rischi che si sciolga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui ti voglio Aristotele, chiacchiera con Sfera, di sillogismi, stai tranquillo che non arrivi alla premessa minore e prendi una coltellata. “Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: LA DROGA, finalmente, e poi <em>pute</em>, che non so cosa significhi ma la voglio immaginare una parola mondo che ingloba in quel semantema che rimanda allo scaracchio tutte le efferatezze possibili e soprattutto il disprezzo per l’ovvio, tra cui il familismo acritico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mamma, guarda, senza mani, sono una rockstar,</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Urlo, salto in piedi, rovescio il Fruttolo. Non ci posso credere. Mando indietro, ascolto di nuovo: “Mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra”. L’ha detto davvero. Inizio ad assaporare il gusto amaro del torto: stai a vedere ha ragione Aristotele. Con gli universali ci ha capito il giusto, ma se poi ci dà su queste faccende che gli vuoi dire. Che gli vuoi dire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ci sarà qualcuno che si salvi, cristo di dio: scorro veloce, Fedez?, figurati, Fedez è fisso con sua madre, le ha intestato tutto, <strong>è grassa se a suo nome gli è rimasto un monopattino</strong>, e infatti “sono solamente un bambino / che chiamerai papà”, roba da sfasciare il <em>De Trinitate</em> di Sant’Agostino, vabbè niente Fedez, ma questi – Fedez, Ghali, Sfera Ebbasta –, questi sono quelli più noti, amati dal pubblico che è figlio del pubblico di Toto Cutugno, nipote del pubblico che a Sanremo osannava Consolini e Latilla, è chiaro che qui si corra sul nazionalpopolare. No, è un errore di metodo: bisogna cercare altrove, fuori dal grande pubblico, <strong>Noyz Narcos</strong>, per dire, che forse neppure l’ha avuta, una mamma, pare nato da un’esplosione in un laboratorio chimico Noyz Narcos, no, macché laboratorio chimico, <strong>ce l’ha la mamma, e le chiede scusa, <em>Sorry mama</em>: “Vita puttana” – scrive, e per un attimo ti pare un maledetto – “mamma sorry” dice, poi “Secco don’t worry” – chi è Secco, il babbo? –, e arrivederci anche Noyz Narcos</strong>, dritto a rimpolpare l’ultimo tomo dell’<em>Organon</em>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lowlow</strong> forse? Nemmeno Lowlow: “Una mattina andavo in banca insieme a mamma / E ho visto Nico entrare e calarsi il passamontagna”, vita cruenta accompagnando la madre a fare un giroconto. <strong>Emis Killa</strong>? “Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei”, bella, buona anche per un bigliettino d’auguri in terza elementare. Tedua! “Innanzitutto devo tutto a mia madre per stare al mondo / Anche se al mondo non ci so stare”, complimenti signora bel lavoro. <strong>Gemitaiz</strong>? Nome cattivo, cranio tatuato, eppure:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo, mamma che mi chiamava</p>



<p class="wp-block-paragraph">quando il fine settimana</p>



<p class="wp-block-paragraph">al tramonto tornavo a casa</p>



<p class="wp-block-paragraph">che puzzavo di marijuana</p>



<p class="wp-block-paragraph">(scusa mamma)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sa che ho perso. Provo ad aprirmi all’internazionale, ma il <em>Dear mama </em>di <strong>TuPac </strong>secca il proposito sul nascere. Ha ragione Aristotele, inutile insistere. Anzi, sarà il caso che vada a dirglielo, prima che si metta a scrivere un trattatello per convincermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esco di casa e mi incammino verso il circolo. Fa freddo, mi metto i guanti e intanto continuo a pensare a tutte queste canzoni piene di mamme. Che, a pensarci, neanche fosse parola facile da mettere in rima, “mamma”: con che rima “mamma”? Tolto il suffisso “-gramma” – “porto la mamma a fare il fonocardiogramma” – resta poco, se non “dramma” – ma non mi pare questo il caso – e qualche assonanza scadente. <strong>È proprio una questione di autonomia apparente, cinismo confuso con adultità, emancipazione sbandierata ma fittizia</strong>. IL CONTEMPORANEO, griderebbe il mio amico Massimo Gramellini, non fosse che gli hanno fatto due otturazioni e con le consonanti occlusive è ancora in difficoltà. &nbsp;Resta che Aristotele ha ragione anche stavolta, e se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando sa di avere ragione, allora sta zitto una trentina di secondi, ti guarda, e poi fa il gesto dei surfisti. Da battere nel muro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eccolo lì, seduto. Ma non è solo. Accanto a lui, Pirrone, lo scettico. “Eccoci”, penso, “ci risiamo”. L’ultima volta li abbiamo divisi in quattro, con Pirrone che brandiva l’attizzatoio del barbecue. Seedorf non glielo puoi toccare. Ma ora sembrano tranquilli: Pirrone è seduto, si massaggia la pancia e sorride. Il “maestro di color che sanno” (prenota così, al ristorante), invece, è in lacrime e con le cuffie nelle orecchie, gobbo perché i fili sono pieni di nodi e non gli arrivano bene alla testa. Li raggiungo, ma Aristotele non mi guarda neanche: continua a piangere e riposiziona gli auricolari. Guardo Pirrone: “Fabri Fibra, bambino”, mi sussurra: “Fabri Fibra”.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A chi percepisca il dovere filologico di rimarcare la distinzione tra rapper e trapper e fare questioni d’appartenenza a una sottocultura che si picca d’essere ruvida e guarda male noi che ancora si piange a sentire <em>Come saprei</em> di Giorgia si raccomanda con cordialità di pensare alla sua, di mamma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp; 1. Al ristorante qualcuno dovrà pure pagare; 2. Tu sei qualcuno; 3. Paga te.</p>
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