<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Recalcati Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/recalcati/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/recalcati/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 19 Nov 2025 15:55:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Sparano sui divulgatori</title>
		<link>https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 11:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia dell'Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Augias]]></category>
		<category><![CDATA[Barbero]]></category>
		<category><![CDATA[Bressanini]]></category>
		<category><![CDATA[Burioni]]></category>
		<category><![CDATA[Crepet]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fabbri]]></category>
		<category><![CDATA[divulgatori]]></category>
		<category><![CDATA[Galimberti]]></category>
		<category><![CDATA[Odifreddi]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Mieli]]></category>
		<category><![CDATA[Recalcati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2562</guid>

					<description><![CDATA[<p>E se un pazzo scriteriato rapisse tutti i divulgatori più famosi del Belpaese?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/">Sparano sui divulgatori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono con <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong>, al tavolino del bar: io un pomodoro e mozzarella, lui quattro spume, ordinate e bevute in contemporanea, con otto cannucce. D’altronde, se padroneggi la matematica. <strong>Recalcati</strong>, invece, è a parcheggiare il monopattino. <strong>Burioni</strong> – che sta fisso coi malati – per prudenza lo releghiamo al tavolo accanto, e lui incarognito ci taccia di germofobia, sussurra “apartheid”, inoltra link sull’aerosol che all’aperto si disperde, ma se ti attacchi tutte le volte con la bocca al pacchetto delle Tic Tac hai voglia a dispersioni, è bene che tu stia lì, e zittino. Comunque, un appuntamento irrinunciabile, il giovedì pomeriggio. Ci aggiorniamo, ci si confronta, leggiamo bufale e giochiamo a chi inorridisce meglio, gara persa in partenza perché <strong>Barbero</strong> imbattibile, dorso della mano sulla fronte e urletti iperbolici, “i barbari i barbari”, a volte vomita pure per finta. Che invidia. Oggi, però, è in ritardo. Strano.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>“Che ti ordino?”, chiedo a Recalcati.</p>



<p>“Ordinare, comandare, pretendere: madonna, <strong>tonnellate di dittatura emotiva</strong>. Bisogna eradicarlo, questo lessico imperativo, spogliarsi del dogmatico e cercare l’autenticità del desiderio, rigettare i moralismi, spurgare le colpe dei padri. Ce l’hanno il Gruvi Mitico Croccantino?”.</p>



<p>“Chiedo”.</p>



<p>Mi giro per chiamare il cameriere. All’improvviso, uno stridio di freni e un portellone che si apre. “Eccoli eccoli”, poi rumore di passi, qualcuno mi afferra, scalcio, le sedie si ribaltano, una puntura all’altezza della giugulare, gambe e braccia s’intorpidiscono, Burioni che urla “no i capelli no vi prego la ricerca sul linfogranuloma rettale, ma i capelli no”, poi nebbia intracranica, torpore, sonno, mi spengo.</p>



<p>“Moretti ha raccontato che quando arrivava uno che voleva entrare nelle BR gli diceva: ‘sai cosa stai facendo, le statistiche sono quelle che sono: tra sei mesi se ti va bene sei in galera, se ti va male sei morto’”. Mi sveglia la voce di Barbero. Lo sento parlare, è qui vicino a me. Provo a muovermi, ma non ci riesco: legato mani e piedi. Apro gli occhi con difficoltà. Poca luce, labirintite. Mi guardo intorno. Una specie di capannone industriale. <strong>Siamo ammassati contro un muro: accanto a me, Barbero, appunto, e Odifreddi, ancora addormentato. Più in là, Umberto Galimberti, Recalcati che non si sa come è riuscito a portarsi dietro il Gruvi, Dario Bressanini, Paolo Crepet, altri due che non riconosco.</strong> “Paolo Mieli e Corrado Augias:‌ allora potevano invitare la Ferragni”, mormora schifato Odifreddi, svegliandosi. Non capisco. Tutti legati. Tutti qui. Burioni sparito. Ho paura.</p>



<p>Ronzio elettrico.</p>



<p>“Ben trovati, carissimi”.</p>



<p>È una voce, appena camuffata.</p>



<p>“Che piacere avervi qui”.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Seguono due minuti di terribile e a dire il vero inutile silenzio. Il Gruvi di Recalcati ormai è liquefatto. Galimberti piange. “Le lacrime”, prova a rincuorarlo Bressanini, “soluzione salina come poche in natura, se l’adoperi per ammorbidire le incrostazioni di besciamella sulle pirofile…”. “Signori, chiedo la vostra portentosa, cristallina attenzione”, riprende la voce. Inquietudine diffusa. “Dunque, vi starete chiedendo perché siete qui. È ovvio, no? Avanti, siete gente perspicace: che cosa vi accomuna?”. “Beh, non c’è dubbio che il cristianesimo”, Barbero, “sia una delle radici comuni della civiltà…”. Lampo e detonazione. È un attimo. Barbero sussulta. <strong>Lo guardo:‌ ansima, un buco all’altezza del cuore, colpito a freddo</strong>. I nostri sguardi si incrociano. “Alessandro…”, provo a dirgli. Mi zittisce col palmo della mano. “Della civiltà occidentale – dicevo – ma è un’illusione pensare…”. Ribalta la testa. Morto. L’atmosfera imbizzarrisce. Ci agitiamo, chiediamo aiuto, s’alza un vocìo terrorizzato, Odifreddi prova a sfruttare il parapiglia per sputare ad Augias ma l’effetto dell’anestetico che ci hanno dato ancora non è svanito e si bagna il colletto, qualche bestemmia, Bressanini strilla “mamma” e Recalcati, istantaneo, sigilla “ma poi, quale mamma? La mamma interiorizzata o la mamma incarnata? Ed è una madre che ha esaurito la sua femminilità o ha fatto del suo bambino il mondo?”. Nessuno gli risponde. Barbero è morto e noi pensiamo soltanto a impazzire. Altri due spari, stavolta per aria, e un’intimazione a calmarci. Torna il silenzio.</p>



<p>“Signori”, riprende la voce. “Non agitiamoci, per cortesia. Ve lo dico io, cosa vi accomuna. Voi, qui, siete gli alfieri di una nuova percezione del sapere, l’idea che la conoscenza possa essere veicolata, facilitata, espansa, resa accessibile. Tutti in piazza, sul podio di un festival, con le gambe accavallate a una fiera del libro, a registrare audiolibri: è il 2025, si torna alla trasmissione orale. Conferenze, podcast, dialoghi pubblici. Leggere è diventato ascoltare, conoscere è diventato sentito dire. Tronfi e goderecci, accecati da una popolarità che al liceo avreste potuto solo sognare, vi illudete di fare del bene, diffondete nozioni di massima e formulari stantii e non vi accorgete che è solo un gioco di rimpallo egocentrico, tra voi e i vostri pubblici zeppi di professoresse avvilite, vestite male, che vengono a vedervi per ristorarsi col pensiero che qualcuno – sulla Repubblica – venga chiamato ‘rockstar della fisica’. Tutto autocompiacimento. Siete davvero convinti di diffondere il sapere? Vediamo, se ci riuscite davvero”.</p>



<p>Di colpo, si accendono dei riflettori. Sulla parete accanto alla nostra, si apre un portone, da cui entrano cinquanta, forse sessanta ragazzini. Ci passano accanto e raggiungono il centro, dove c’è una specie di platea con, a un estremo, uno schermo cinematografico. Le sedie, però, di quelle girevoli, sono tutte rivolte al lato opposto, verso un palco, con microfono e leggio. Al centro, in una gabbia sospesa a mezz’aria, Roberto Burioni. È spettinatissimo, e anche lui legato. Prova a riavviarsi il ciuffo con dei movimenti del collo, ma fa peggio: adesso ha tipo la frangia. Una scena straziante. Accanto a lui, due tizi incappucciati. Il viso coperto da una maschera di plastica: forse Adorno, forse Horkheimer, forse Paolo Virzì. In mano, due fucili, uno che fuma ancora: è quello che ha abbattuto Barbero. I ragazzini si siedono, e guardano Burioni. “Professore”, riprende uno dei due. “Professore, quante volte l’abbiamo sentita parlare delle meraviglie della scienza. Fabio Fazio intontito, le signore a spellarsi le mani. Ce le racconti ora, Professore. La scienza e i giovani: è il suo momento. Ha un minuto”. Sulla parete dietro al palco, si accende un timer. Tutti zitti. Burioni indugia. “Professore, avanti: è facile, tenga l’attenzione dei ragazzi per un minuto e la liberiamo. Oppure”. Sotto la gabbia si apre una botola. Da dentro, rumori agghiaccianti:‌ ruggiti, acqua che scroscia, seghe elettriche, l’indistinguibile voce – oddio – di Alberico Lemme. Burioni ci guarda. È terrorizzato, ma noi lo invitiamo a parlare. Prende fiato, si schiarisce la voce, cerca le parole e fa per cominciare. All’improvviso, però, sullo schermo alle spalle della platea, si accende un video. È una diretta Twitch. Qualcuno gioca a Fortnite. Roberto attacca maieutico “Tanti parlano della scienza, ma cos’è la scienza?”, senza accorgersi che, all’inizio dell’avversativa, più della metà del pubblico è già rivolta dall’altra parte. “Su, Professore: piglio, energia, mancano ancora quaranta secondi”. I vaccini non esistevano, si moriva a mazzi, poi il traguardo eccezionale, e oggi invece i matti che parlano di microchip:‌ uno per uno, i ragazzini si girano verso lo streaming. Con loro, anche Recalcati. “Forsnai hai detto?”, mi chiede curiosissimo. Burioni intuisce il pericolo, prova a variare di timbro, impreziosisce la prossemica, batte le mani. Purtroppo invano: anche l’ultimo ragazzino si volta, quando mancano ancora quindici secondi. “Che peccato, Professore”, riprende la voce. “C’era quasi”. Il fondo della gabbia si spalanca, Roberto precipita urlando. La sua ultima immagine, tre centimetri di ciuffo che resistono alla gravità, e poi più niente. Una cosa orribile.</p>



<p>Nei cinque minuti successivi, terrore e dolore. Crepet, Odifreddi, Augias, Bressanini, Mieli: tutti, uno dopo l’altro, piombati nella botola. Chi stoico, chi annientato dalla paura: nessuno è riuscito a convincere il pubblico. Per un istante, quando Galimberti ha accennato la coreografia di <em>Single ladies</em>, ci abbiamo sperato, ma poi anche lui stessa fine. Siamo rimasti io e Recalcati. E la salma di Barbero. È la fine.</p>



<p>“Avanti, professor Recalcati: tocca a lei, venga a dirci cosa resta del padre”</p>



<p>“Io?”, mugola Recalcati.</p>



<p>“Lei”.</p>



<p>“Se permettete”, interviene una voce dall’ombra. “Invece verrei io”. Mi giro: è Dario Fabbri, che emerge dal buio. Com’è possibile. Non c’era. Dov’è stato. Cosa succede. Che fa: avanza solenne, a passi lentissimi. Mi passa accanto, lascia cadere qualcosa. Intanto, la platea torna in posizione di partenza, tutti i ragazzini rivolti verso il palco.</p>



<p>“Dario Fabbri”, dice uno dei due uomini. “Va bene, abbiamo un volontario. Venga, venga a parlarci della geopolitica”.</p>



<p>Dario sale le scalette, è al centro della scena. Io guardo ai miei piedi: un taglierino. Ha un piano.</p>



<p>“Solo due cose”, inizia Dario, “ho imparato, dalla geopolitica umana. Che l’illuminismo è una patacca, e che un fumogeno è sempre meglio di una curatela”. Si gira, mi guarda e si tocca il naso con l’indice. Mi sa che dovrei fare qualcosa, ma non capisco. Ne avrà parlato su Domino, è che mi è scaduto l’abbonamento, gli ultimi numeri li ho persi. Strizza un occhio. Qualcosa di codificato, forse una cifratura di guerra, dio non ho i rudimenti, mi mancano le nozioni. Una linguaccia, una pernacchia, batte i tacchi. Continuo a non capire. Riafferra il microfono: “Ora, imbecille: alzati e scappa”. Scoppia una nuvola di fumo, parapiglia, i due gli si buttano addosso, i ragazzini impazziscono, si alzano e scappano da ogni lato, botte, colluttazione, spari, Dario che riesce pure a urlarmi “Alessandro, porta via il corpo di Alessandro”.</p>



<p>Mi alzo, cerco Recalcati che si è già smaterializzato, allora afferro Alessandro e inizio a trascinarlo fuori, è pesantissimo, uno sforzo immane, arranco però riesco a uscire per strada, la attraverso, arrivo in un campo, mi lancio in un cespuglio. Tremo, sono terrorizzato. Ma sono vivo. Da dentro, sento ancora qualche sparo. Forse un’esecuzione. Ora silenzio. Resto immobile. Poi, all’improvviso, un colpo di tosse. Mi giro: Barbero. Vivo. Si sta aprendo la camicia: sotto, una cotta di maglia, con un proiettile conficcato. Mi guarda, sorride. “I barbari”, sussurra. “I barbari”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/">Sparano sui divulgatori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Fiera</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-fiera/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/la-fiera/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2025 10:20:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Baby-boomer]]></category>
		<category><![CDATA[Crepet]]></category>
		<category><![CDATA[Fiera del libro]]></category>
		<category><![CDATA[Recalcati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1965</guid>

					<description><![CDATA[<p>Piccolo excursus satirico che dipinge i devastanti effetti dell'approccio alla maternità adottato dalla generazione delle baby-boomer, culturalmente di sinistra ma esteticamente di destra, il principale bacino di utenza e profitto di figure come Crepet e Recalcati. A firma di Ubaldo Berti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-fiera/">La Fiera</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Distribuisco sessanta chili su 181 centimetri, eppure ci sono cose che mi fanno tanta paura. Il botulino (batterico e cosmetico), il film <em>L’uomo senza ombra</em>, Marilyn Manson, quelli che un tempo abbracciavano le casse del Jaiss e oggi gridano “fare un figno mi ha cambiato la vita”, i vulcani, <strong>Dodò dell’Albero Azzurro</strong><a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>. <strong>Soprattutto Dodò dell’Albero Azzurro, direi, considerato che non ho neppure il coraggio di cercarlo su Google per verificare se si scriva con l’accento o meno</strong>. E siccome al Salone del Libro di Torino, nella <em>hall</em>, hanno piazzato una riproduzione in scala 1:1 di Dodò e dell’Albero Azzurro (per i più piccini, drappelli di Zeni e Tancredi contentissimi, m’immagino, di tirare un’occhiata veloce a un pupazzo loffio e poi passare una giornata a frustrarsi in mezzo a oggetti cognitivamente inaccessibili), col mio attuale psicoterapeuta convenivamo che fosse questo il motivo della mia reticenza a visitarlo, nonostante il grande desiderio di andarci perché i libri mi piacciono molto, anche crudi.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Un giorno però il dottore, che è uno sveglio, al punto che sul telefono l’ho salvato “coach” perché lo idealizzo come un misto tra Coach Carter e Coach Gordon Bombay, si è connesso a internet e ha visto che oltre a quella di Torino esistono altre fiere del libro.<strong> Così durante la nostra seduta settimanale all’improvviso mi propone: “Perché non provi ad andare a Più libri più liberi, a Roma?”</strong>. Salto giù dall’altalena e prendo tempo, facendo finta di non sapere di cosa si parli. “La fiera dell’editoria di Roma”, ha continuato: “secondo me ti piacerebbe, e Dodò non c’è”. Pensa di avere trovato la soluzione, incrocia le braccia e mi guarda soddisfatto. Io invece scoloro e mi irrigidisco, resto zitto. <strong>Mi sa che non è Dodò, almeno non soltanto</strong>. E il <em>coach</em>, che appunto è vispo, dopo un quarto d’ora di silenzio se ne accorge e dice “dev’esserci altro, oltre a Dodò”. </p>



<p>Mi fa sedere e iniziamo a parlarne. All’inizio non sono molto loquace e scanso le sue incursioni psico-dinamiche – mica ovvietà alla Matte Blanco tipo “Pensi c’entri il fatto che assistendo da remoto alla cattura di Bin Laden hai provato un senso di partecipazione che non sei sicuro fosse filo-americano e da allora non accendi più i fornelli?”, è più sofisticato il <em>coach</em> –, ma poi piano piano riesce a scalfirmi, e alla fine, lappando lo Stecco Ducale che mi ha offerto e tirando su col naso, confesso. <strong>“Penso”, gli dico, “penso c’entri mia madre, dottore“.</strong></p>



<p>“Perché tua madre?“, mi chiede preoccupato togliendosi i Ray-Ban.</p>



<p>Lo guardo.</p>



<p>“Le ha presente, dottore, quelle donne in bilico sui 60, che non ridono mai, timide per posa, anaffettive e spietate coi figli che hanno ingannato con una finta auto-ironia illudendoli che condividere i loro tweet ‘madonna mia madre che prescia’ li smarcasse dal rigido programma ideato per levarseli di torno più presto possibile e non cacciare un euro – scuola bilingue&gt;calcio roba da rozzi vai a perdere un occhio sul campo da rugby&gt;liceo classico la cultura ah non mi chiedere aiuto a tradurre però io ho fatto l’I.T.I.&gt;l’università prima di tutto&gt;l’Erasmus le lingue cosa fai senza&gt;sì, mio figlio il sabato fa l’aiuto-gommista, so che potrei dargli qualunque cosa ma finirei per deresponsabilizzarlo e indebolirlo ed è un caso giuro un caso che stia cambiando le gomme da neve alla mia Range Rover&gt;un posto da stagista a Betlemme? Me l’avessero offerto a me da giovane, ci sarei andata di corsa, come dici hai quarant’anni? Eeeeh –, donne che prima o poi incappano non finendolo in un corso di ceramica/tango/fotografia al collodio/ceste di vimini/legatoria – intercambiabili ma tutti con la prerogativa che si lavori scalzi ‘per il contatto con la terra’, sul parquet –, donne che a cinquant’anni si iscrivono alla stessa università della figlia ‘perché mi annoio’, donne che ad allucinarne il comodino si vedrebbero, nell’ordine, fiori di Bach, Valeriana, un blister di melatonina da inaugurare, due flaconcini di Xanax auto-prescritti e mezzi aperti con cristalli di medicinale sui bordi, vaschetta con anelli massicci, occhiali da lettura con led incorporato, autoscatto con amiche buffo (che ridere), Crepet 1 (segnalibro a p. 12, biglietto Fiera dell’Artigianato), Concita 1 (segnalibro a p. 18, scontrino Fierucola equo-solidale), Lonely Planet Giappone 1, custodia CD di Amy Winehouse (il jazzzzz), Crepet 2 (segnalibro a p. 22, ticket metrò di Parigi), Galimberti 1 (intonso), foto di gita in barca a vela, ultima uscita della <em>Lettura</em> con appuntato numero di omeopata clamoroso, donne – è ovvio – di sinistra, un tempo magari ardita, ma oggi blanda e stanchissima, donne che a un tratto si presentano alle amiche coi capelli a spazzola e senza più tinta né deodorante perché il maestro di pilates ha detto ‘basta bugie’, donne che, per descriverle al negativo, trovano complementarietà esatta in professionisti avvilitissimi con abbonamento a <em>Limes</em>, riporto e forfora romboidale, donne che ‘è giunto il momento di pensare a me stessa, basta vivere nel passato’, ‘ma è la Volvo del tuo ex marito quella a cui hai attaccato un rilevatore GPS?’, ‘nono’, donne che urlano ‘attento ai parabeni l’ho sentito su Radio 3’ e infatti si lavano i capelli con quegli shampi che non fanno schiuma neanche a montarli a neve con la frusta, tanto che in sostanza si potrebbe dire donne che i capelli non se li lavano, ma soprattutto, coach, donne per cui le fiere del libro sono come un terrario termo-isolato per un ramarro, butta un depliant con un libro che diventa farfalla in un forno per le pizze acceso e stai tranquillo che loro ci si tirano dietro”.</p>



<p>Mi accascio, sfinito. Il dottore mi si avvicina e mi fa una carezza in testa. Ha le mani piene di crema dopo-sole, mi cambia la direzione della divisa. Forse per sempre.</p>



<p>“Ma cosa c’entra tua madre?”, chiede sottovoce. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Piango.</p>



<p>“C’entra, perché mia madre ha sempre voluto che diventassi una donna del genere, <em>coach</em>, una principessa democratica, e invece mi guardi, ciuffo sugli occhi e Fred Perry col colletto alzato, l’ho delusa, <em>coach</em>, come faccio ad andare alle fiere dell’editoria, COME FACCIO?”.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Storiaccia di incubi. In sintesi, all’epoca dell’asilo ho cominciato a sognare una versione antropomorfa di Dodò, una specie di pupazzone senziente con braccia e gambe, alto uno e novanta. I sogni, ripetitivi per prassi, avevano sempre lo stesso canovaccio: il mostro s’insinuava in casa mia, diceva di essermi amico e io, grandissimo boccalone, gli credevo sempre. Entrati in confidenza, finiva per rapirmi, portandomi via su una barella di quelle con le ruote, e una volta anche con un toboga da neve (ero in settimana bianca). Il tutto, in genere, di fronte al padre di un mio compagno di classe, insigne epatologo, che assisteva impassibile restando sul divano a guardare il Maurizio Costanzo Show. Mi svegliavo terrorizzato, urlando – ingenuo – di aver sognato “l’uccellone”. Che fossi ingenuo l’ho capito menzionandolo al mio primo psicanalista. Un rogersiano, menomale, che si limitò a ridere. Peggio andò col secondo, freudiano ortodosso, che rispose al mio racconto portandosi la mano alla patta dei Richmond. Il terzo, sulla questione, ha scritto un <em>paper</em> a mia insaputa (Recalcati 2005). Le suore, invece, dicevano che l’Uccellone era Gesù.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-fiera/">La Fiera</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/la-fiera/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</title>
		<link>https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 10:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Sartori]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Irène Némirovsky]]></category>
		<category><![CDATA[Jacqueline Rose]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[Medea]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[Recalcati]]></category>
		<category><![CDATA[Salomone]]></category>
		<category><![CDATA[Wanda Tommasi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1569</guid>

					<description><![CDATA[<p>La visione idealizzata e semplificata della maternità ne ignora la complessità e le difficoltà reali, ne ignora l'ombra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/">L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esiste una branca del femminismo che si occupa in maniera specifica della differenza. Questo significa che se il femminismo adesso molto popolare &#8211; quello più accessibile a cui tutti siamo educati a prestare attenzione &#8211;<strong> si concentra soprattutto sulla parità e sull&#8217;appiattimento delle esistenti diversità sessuali, il femminismo della differenza si propone di evidenziarle ulteriormente per favorire un ambiente in cui le cose non devono essere necessariamente uguali</strong>, e dunque in un modo o nell&#8217;altro adeguarsi a criteri altri, per meritare di esistere serenamente.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Nel pensiero della differenza sessuale, tra le tante cose, si presta particolare attenzione alla figura materna, identificata non solo come colei che dona la vita alla propria creatura, ma anche come punto d&#8217;inizio di un ordine simbolico molto più ampio, fondato sulla discendenza e sull&#8217;eredità della madre. In <em>Le parole per scriverlo</em> (Mimesis, 2020), la storica della filosofia Wanda Tommasi spiega che <strong>l&#8217;ordine simbolico della madre si oppone, per forza di cose, a quello patriarcale</strong>: in questo senso, la madre viene individuata come prima figura di autorità, dando modo al femminile di circolare più liberamente <strong>e ponendo fine alla svalutazione della donna e alla sua &#8221;deportazione&#8221; in un ordine simbolico tutto maschile</strong>, in cui l&#8217;idealizzazione della figura materna la erge a icona immacolata monumentale.</p>



<p>A favore dello smantellamento di questo stereotipo c&#8217;è il testo della professoressa britannica Jacqueline Rose intitolato <em>Mothers: An Essay on Love and Cruelty</em> (Faber&amp;Faber, 2018), <strong>che mette in discussione l&#8217;identificazione della figura materna nel capro espiatorio della società occidentale</strong>. Secondo Rose infatti la maternità è il posto in cui tendiamo a riporre e seppellire i nostri conflitti interiori e ciò che realmente significa essere umani. <strong>L&#8217;atteggiamento che assumiamo nei confronti delle madri è tanto nocivo quanto ingiusto: a loro si attribuisce un potere importante, troppo grande, da cui dipende la responsabilità di preservare l&#8217;innocenza, la positività e la percezione di sicurezza delle cose del mondo. </strong>Ma perché questo compito dovrebbe spettare proprio a loro? Quando la realtà delude le nostre aspettative &#8211; perché davanti a madri, che sono poi donne, nonché esseri umani fallibili come tutti gli altri non può accadere diversamente &#8211; rimaniamo di stucco, amareggiati e disgustati, in caduta libera dai castelli in aria di un falso senso di rassicurazione che può trasmettere solo una figura costruita.</p>



<p>Jacqueline Rose è stoica e realistica nell&#8217;affermare che, se riuscissimo a renderci conto di cosa concretamente facciamo quando ci aspettiamo che siano le madri a sostenere il peso di ogni cosa, <strong>potremmo ricalibrare la mole sproporzionata di responsabilità che viene loro attribuita</strong>, curando e conseguentemente prevenendo la loro lacerazione, e soprattutto quella del mondo. Anche Diana Sartori in <em>La magica forza del negativo </em>(Liguori, 2005), si esprime a riguardo, denunciando la responsabilità &#8221;salvifica&#8221; attribuita alla politica delle donne, dunque la perpetrazione di una &#8221;liturgia materna&#8221; che dovrebbe temperare e addolcire il mondo e le relazioni, <strong>cancellando così il negativo, i desideri, le passioni, le miserie, i fallimenti e tutto ciò che è lontano dalla maternità come simbolo</strong>, cioè una gioia infantile, tutta pura e innocente.</p>



<p>Se da una parte, in quello che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il tempo dell&#8217;evaporizzazione del padre e dello smembramento della famiglia tradizionale, l&#8217;evoluzione della figura paterna e la conseguente progressiva scomparsa del padre-padrone hanno creato per il padre un ambiente favorevole al suo mutamento, <strong>per la madre non è stato proprio così</strong>, almeno in termini di percezione collettiva. L&#8217;ideologia patriarcale &#8211; forse al tramonto &#8211; ha provato a ridurre l&#8217;essere donna all&#8217;essere madre. In questo senso, <strong>solo la donna che diventava madre poteva garantire una femminilità benefica, positiva e innocente</strong>.</p>



<div type="product" ids="99" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Al contrario, <strong>una donna non madre incarnava tutti gli aspetti presumibilmente maligni della femminilità, quali cattiveria, lussuria e peccaminosità</strong>, portando con sé lo &#8221;stigma di un&#8217;anarchia pericolosa e antisociale&#8221;. Nonostante gli sviluppi dei tempi ipermoderni, in cui la donna che decide di avere figli non è più relegata allo status del ruolo materno tradizionale, addosso alla donna sono rimasti i fantasmi delle aspettative di un passato limitante, che la vorrebbero libera ma comunque condizionata nel ruolo assolutamente salvifico e benefico della maternità.</p>



<p>Sartori sostiene che la madre vada &#8221;esorcizzata&#8221; dal bene, e che &#8221;la bontà del riferimento alla madre non dipende per l&#8217;essenziale dalla bontà materna&#8221;. Questo significa che anche se il riferimento alla madre è fonte di positività, <strong>aspettarsi che dalla maternità possa venir fuori solo luce non è realistico, è anzi crudele nei confronti della donna che assume il ruolo</strong>. Così va messo in atto uno sradicamento, che separa il riferimento alla madre dalla bontà materna data per scontata, e che consente di tenere in considerazione &#8211; senza giudizi &#8211; anche il <em>negativo</em> che pullula in quel mezzo, e ciò che di una madre si tende ad ignorare o disprezzare, nonché la sua ombra.</p>



<p>Il tema dell&#8217;ombra materna è molto ricorrente. Recalcati in <em>Le mani della madre</em> (Feltrinelli, 2015) ricorda <strong>l&#8217;episodio biblico di Salomone</strong>. Egli fu chiamato in causa perché due donne avevano partorito nello stesso frangente di tempo, e uno dei due neonati era morto soffocato durante la notte. Così, entrambe accecate da questa terribile tragedia, dichiaravano che il figlio ancora in vita fosse il &#8221;proprio&#8221;. Nell&#8217;episodio emergono luce e ombra materna: da una parte la madre ossessionata dal proprio figlio come oggetto di proprietà, incapace di cedere nulla, <strong>e dall&#8217;altra la &#8221;madre del dono&#8221;</strong>, quella che comprende l&#8217;importanza della propria assenza ed è disposta a creare distanza tra sé e la propria creatura per il suo bene. Per stabilire l&#8217;identità della vera madre, Salomone propone di dividere in due con una spada il figlio ancora in vita, così da stabilire una sentenza equa per entrambe. Di fronte alla possibilità di morte del neonato vivo, la madre reale, la portatrice di luce, <strong>si dimostra disposta a rinunciare al figlio pur di salvare la sua vita.</strong> Al contrario, la seconda donna, colei che rappresenta l&#8217;ombra della madre, rimane ferma sul suo punto, condizionata dal suo bisogno di possedere, e sarebbe disposta a sacrificare la vita del neonato pur di averne tra le mani anche solo una parte. Secondo Recalcati, ogni donna può spostarsi sullo spettro della maternità e raggiungere un picco di luce e un picco di ombra, come nel caso della storia delle madri e di Salomone.</p>



<p>Un altro esempio di oscuro materno &#8221;inassimilabile e intrattabile&#8221;, anche se in maniera abbastanza imparziale, lo si trova nella scrittura di<strong> Irène Némirovsky</strong>, ripresa e analizzata da Wanda Tommasi. La madre di Irène, con cui l&#8217;autrice aveva un rapporto più che conflittuale, è rappresentata dalla figlia in chiave negativa: arida d&#8217;affetto, ossessionata dal denaro e dagli amanti, preoccupata solo del proprio aspetto, <strong>una vera madre mostruosa</strong>. Quando scrive <em>Il ballo </em>(Adelphi, 2005), con uno stile sempre virile e pungente, Némirovsky mette in scena il corpo a corpo tormentato tra lei e l&#8217;oscuro materno: Rosine Kampf, madre di una famiglia ebrea che mira a farsi accettare dalla società parigina, decide di dare un ballo a cui invita tutte le conoscenze più note della città. La figlia quattordicenne, Antoinette, vorrebbe partecipare ma non le è concesso perché troppo piccola. A lei, accecata da un odio viscerale per la madre, viene affidato il compito di spedire gli inviti, cosa che non farà, distruggendoli. Così nessuno arriva, e la figlia gode per aver messo in atto la vendetta nei confronti della madre. Se da una parte la madre ha &#8221;voglia di vivere, di esibire la sua bellezza, di entrare nella buona società&#8221; e non ha intenzione di &#8221;avere tra i piedi una figlia da marito&#8221;, dall&#8217;altra la figlia si lascia consumare dall&#8217;invidia e dall&#8217;odio per la madre, mettendo in atto un siparietto patetico, comprensibile ma non giustificabile, che riflette le cattive abitudini materne.</p>



<div type="product" ids="112" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br><br>Quando parliamo di madre mostruosa è impossibile non citare il delirio della <strong>Medea di Euripide</strong>, di cui sia Recalcati che Rose parlano dettagliatamente. La tragedia narra la vicenda di una donna che non riesce a sopportare il dolore del tradimento del proprio uomo, tanto da decidere di uccidere i figli, la propria discendenza. Il delirio di Medea è scatenato dalla ferita per l&#8217;abbandono, e ci ricorda che &#8221;quando [una donna] viene offesa nel suo letto, non c&#8217;è altra mente che sia più sanguinaria&#8221;. Medea incarna la donna sradicata dalla sua terra, straniera, una &#8221;caratteristica oscura che investe la maternità in quanto tale&#8221;, <strong>poiché l&#8217;atto lucente di dare la vita può digredire nel suo opposto di ombra, quindi nella distruzione e, nei casi più estremi, nell&#8217;omicidio</strong>. Patologizzare Medea sarebbe semplice, afferma Jacqueline Rose. Tuttavia, secondo la professoressa britannica, la follia della barbara straniera non è che la conseguenza di un modo di pensare perduto nel nostro tempo in cui dalla maternità non ci si aspetta purezza e cecità davanti alla violenza del mondo.</p>



<p>Da ricordare anche gli esempi cinematografici di oscuro materno: <em>The Piano Teacher</em> (2001), <em>Ma mère</em> (2004), <em>Black Swan </em>(2009), <em>Moonlight </em>(2016), <em>Ladybird</em> (2017), <em>Everything Everywhere All at Once</em> (2022), sono solo alcuni dei capolavori che contengono rappresentazioni dell&#8217;ombra della madre, <strong>di donne complesse e acutamente stratificate, che pur essendo pericolose mine vaganti, restano esseri umani, a volte apparentemente difficili da umanizzare</strong>. Ma umanizzare non significa giustificare. E riconoscere l&#8217;oscurità dei loro caratteri non significa sempre sentenziare, trovare per loro la condanna più adatta, anzi: il più delle volte decostruire il ruolo materno spiana la strada verso un arco di redenzione che può rivelarsi assolutamente necessario per raggiungere un qualche grado di liberazione anche personale.</p>



<p>Diana Sartori scrisse che inchiodare una madre al suo bene o al suo male è una dannazione. Li<strong>berando la madre dalle catene delle aspettative salvifiche del suo ruolo si altera il ritmo e l&#8217;autenticità della discendenza</strong>. Accogliere questa alterazione significa avere a che fare con il corpo a corpo, con l&#8217;eterno tormento dell&#8217;ombra materna. <strong>Significa riconoscere nella madre lo status di essere umano anziché di icona mariana infallibile</strong>. Sulla scia dell&#8217;elaborazione di Sartori, è bene chiudere con un interrogativo, al quale la professoressa si risponde riprendendo le parole dello psicanalista Donald Winnicott: &#8221;Ma senza una madre buona non saremmo perduti? Chissà, forse basta una madre solo sufficientemente buona&#8221;.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/">L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/lombra-della-madre-odio-e-amore-intergenerazionale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
