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	<title>ridere Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Avanti, fammi ridere!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 11:02:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stacco satiricio sull'eccesso di satira, e il suo scadere postmoderno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di fronte al plotone di esecuzione, un nervoso terribile a pensare che anch’io, come in quel porcaio di romanzo che è <em>Cent’anni di solitudine</em>, sono finito a ricordarmi <strong>il pomeriggio in cui mio padre mi condusse a conoscere il ghiaccio</strong> dopo che avevo battuto il ginocchio in uno spigolo provando sul letto la coreografia di <em>Salirò</em> di Daniele Silvestri. Poi, subito dopo, l’urgenza del momento mi riconquista la mente e allora mi abbandono a un classico del mio repertorio: <strong>l’implorazione.</strong></p>



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<p>Porto la mano al primo bottone della salopette, installo un’espressione languida e chiedo: “C’è qualcosa, <em>teniente</em>, qualcosa che possa fare per evitare l’esecuzione?”.</p>



<p>Silenzio. Dita ai grilletti.</p>



<p>“Qualsiasi cosa, sono serio. Qualsiasi”.</p>



<p>Il caporale fa due passi. Si china a raccogliere il cerotto nasale che mi si è staccato per il sudore (il caldo, penso, più che la tensione), si avvicina, me lo riapplica con inattesa delicatezza, poi – siamo a pochi centimetri, posso sentire i suoi enzimi aggredire la Fiesta che ha appena mangiato – mi sussurra all’orecchio: “E va bene, mister. Ti va di lusso: ieri sera ho grattato a vuoto tre Turista per sempre e stamani ho addosso un’uggia che mi piega in due. Ti vuoi salvare? Davvero ti vuoi salvare? Hai una chance: fammi ridere”. Lo guardo. Aspetto, ma non aggiunge altro. “Ridere?”, chiedo. “Ridere”.</p>



<p>Si volta, e torna verso i suoi compagni. <strong>Madonna, speravo mi chiedesse un massaggio</strong>. Conosco un paio di mosse decontratturanti strepitose, un gioco gomito-polso scioltissimo. Ma farlo ridere, che è questa storia. Per il solletico ormai è lontano. Peccato: quel paio di calli da banjo che ho sulle falangi sarebbero stati letali. Com’è questa faccenda del ridere. Complicato. Che invento ora. Vorrà una barzelletta? Retroguardia pura. Però, a proposito di barzellette, potrei cavare fuori una battutina su Berlusconi. Certo, mica criticandolo. Velatamente, magari. Per dire, fingere che sia un mio idolo, peccato oggi non ci sia più Silvio, che tempi quando c’era Silvio, il mondo è più povero da quando non c’è più Silvio, ehi guarda una donna, chissà cosa farebbe Silvio, con le donne, eh, <strong>con le donne voglio dire, grande Silvio, iconico Silvio, madonna quante ne ha inanellate, che classe politica, che rimpianto la Seconda Repubblica</strong>, il nonno che tutti avremmo voluto, e quindi lo votavi? GIAMMAI. Tanto è morto, e già da qualche anno era diventato innocuo:‌ ospite dalla Gruber, voglio dire, mi chiamerebbero lo stesso. Anzi. Ma non posso, metti che questo nel ’96 abbia sostenuto l’Ulivo: s’offenderebbe sicuro. Lo guardo:‌ mi fissa, zitto e immobile.</p>



<p>Magari è persona da vocine. Vocine mica alla Brignano, chiaro: vocine piazzate nei punti giusti. Raccontare tipo un aneddoto irrilevante, storie banalissime alzate al rango di moniti per la vita, metti un abbozzo di crisi para-psicotica da moderato stupefacente, uno screzio stradale con innocuo passante tipizzato come zotico, l’erasmus (ancora?), squassanti conati di vomito in luoghi incongrui, posti di blocco, compiere trent’anni, la palestra, e però sottolineare l’asprezza del momento con una mitragliata di falsetti, gridolini scemi, allunghi isterici, fonosintassi dialettale, meglio se romanesca. Infantilismo: scartare. Ma una versione evoluta delle vocine, qualcosa di più professionale, un’imitazione? Impossibile:‌ unica mai riuscita Roberta Capua, alle medie, prima che mi cambiasse la voce. Da allora solo mugolii baritonali, inascoltati dai più.</p>



<p>Valutazione della psicologia del pubblico. Da dove partire, però. Guardo il caporale: ha un mitra, vero, ma bastasse un mitra a definire una persona il mondo sarebbe un posto facile. I vestiti, allora: maglioncino melangiato – bruttissimo –, piumino fucsia anni Novanta, cappello da pescatore sdrucito, barba con briciole di Fiesta, orecchino, marsupio, Salomon ai piedi. Bivio: o è persona di semplice cattivo gusto, o è individuo post-postmoderno che riattribuisce significazione ironica a oggetti e schemi di pensiero indegni di esistere e che si riconfigurano invece, se recuperati, come una dichiarazione di disincantato e saggio distacco dal crollo della società occidentale, il rifiuto del serio e insieme anche del frivolo, un uomo fisso nel mezzo, spregiudicato ma con cautela, che ha attraversato l’abisso ed è riemerso con un sistema di valori inappuntabile, fondato sul primato della scienza (“Ho letto sul Post che le scimmie…”), letture sapide (“Sul Post consigliavano questo audiolibro…”), sport antiborghesi (“Ho trovato sul Post un coupon per dei guanti da arrampicata che…”), e – per riandare al punto – l’idea che l’umorismo non sia tanto un modo per alleggerire l’esperienza del reale quanto anzi una chiave per interpretarla e decrittarne il senso ultimo, e i comici sensibilissimi ermeneuti che mica ci devono fare solo ridere, MA CHE SEI SCEMO RIDERE?, semmai capire capire capire, sparando missili contro bersagli intoccabili (per dirne uno la Chiesa Cattolica, in effetti impero degli imperi nel 2025, ora che mi ci fanno pensare). </p>



<p>Torno al caporale: sta ascoltando l’ultimo album dei Fontaines D.C., “senti questo passaggio senti”, dice al collega, “lirismo dissacrato subito, capolavoro”: <strong>vado per il post-postmoderno</strong>.</p>



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<p>La scelta è fatta: sintesi, temperato cinismo, apparente spudoratezza. Lo guardo. Post-postmoderno ma munifico: mi ha dato cinque minuti. 4 e 25, in verità, durata esatta di <em>Starbuster</em>. Richiamo la sua attenzione con un cipiglio tra il buffo e il concentrato, respiro, fingo di impugnare un microfono e urlo: “Ma fammi ridere te, pagliaccio”.</p>



<p>Nessuna reazione. Serietà totale. Poi le mani alle sicure dei mitra, che scattano.</p>



<p>“Scherzo”, aggiungo, e me la rido da solo.</p>



<p>Puntano. Il caporale si riavvicina, mi poggia la mano sulla spalla, scuote la testa. <strong>“E dire”, mi fa, “che sarebbe bastata una vocina”.</strong></p>



<p>“Ma come una vocina? Tipo Enrico Brignano?”.</p>



<p>“MA CHE SEI SCEMO? Tipo il grande Luca Ravenna”.</p>



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<p><br>&nbsp;</p>
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		<title>La decadenza dell&#8217;ironia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 13:36:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[comici]]></category>
		<category><![CDATA[ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Litizzeto]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[ridere]]></category>
		<category><![CDATA[stand-up]]></category>
		<category><![CDATA[umorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p class="has-text-align-right">&#8220;L&#8217;ironia è al suo posto solo come mezzo pedagogico, da parte di un insegnante nei rapporti con allievi di qualsiasi specie: il suo scopo è di umiliare e di far provare vergogna, ma a quel modo salutare che fa risvegliare buoni propositi e che ci comanda di portare venerazione e gratitudine, come a un medico, a colui che ci ha così trattati. L&#8217;ironico si finge ignorante, e lo fa così bene, che gli allievi che con lui conferiscono si illudono, e credendo in buona fede di saperla più lunga, diventano sfacciati e si scoprono da tutte le parti; perdono ogni cautela e si mostrano come sono; finché a un certo momento il lume, che essi tenevano in faccia all&#8217;insegnante, non fa ricadere i suoi raggi in modo molto umiliante su loro stessi. Dove non ha luogo un rapporto come quello tra insegnante e allievo, essa è un malvezzo, una passione volgare. Tutti gli scrittori ironici contano sullo stolto genere di uomini, i quali amano sentirsi superiori a tutti gli altri insieme all&#8217;autore, che essi considerano come il portavoce della loro presunzione. L&#8217;abitudine all&#8217;ironia, come anche quella al sarcasmo, rovina del resto il carattere, essa conferisce a poco a poco una qualità di malevola superiorità.&#8221;</p>



<p class="has-text-align-right"><strong>(F. NIETZSCHE, Umano troppo umano, 1878)</strong></p>



<p>Ironia: diabolicamente nasconde l’arte che la anima, aspirando al vero. Incantesimo di sprezzatura, trucchetto difficile che dal tempo degli Auctores «educa» a vivere senza pedagogia, <em>Bildung</em> fulminea libera dal puntello didattico; dice tutto, senza trattati. Vigilanza stoica e gioia epicurea, divagazione veritiera e sapiente sulla realtà, frutto di individualismo (non irretito dall’autolatria) ed estetismo, tramite <strong>scelta di parole che si compongono divertite sullo sfondo di un pensiero notevole.</strong> Ovvero, quando la levità del dettato traveste con eleganza gravità di contenuto e desta il riso sulle idiote brutture mostrando di non esserne complice. L’ironista è un pedagogo involontario, ha la vocazione, come direbbe Nietzsche, a giudicare moralmente «in senso extramorale».</p>



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<p>Ma che cosa sarà invece il nemico, il contrario dell’ironia? Un sonnolento sberleffo meccanico permanente che seppellisce l’esistente. Muniti di un pensiero brodaglia, inseguire, fra Ego e Narciso, pretesti e retorica d’acido per assemblare battute secondo  i marchi della sottocultura televisiva: è il terzomondismo umoristico di massa (caro Marziale, altro che il tuo <em>fulmen in clausula</em>!). <strong>Siamo al ridere di tutto, che è ridere di niente, perché il bersaglio reale viene mancato.</strong><br><strong>L’ironista è un parresiasta, odia tutte le pose, è maniaco dell’autentico, ha sdegno del piombo vestito d’oro.</strong> Opera migliaia di distinzioni, è elitario, non è qualunquista e non fa solamente «ridere», ha un mirino drammatico inequivocabile, <strong>ci abbandona davanti alla realtà in mutande per provocare, stressandola, l’intelligenza</strong>: è un tecnico di laboratorio votato al test altrui mentre testa se medesimo. A quel punto, costringe a riconsiderare tutto secondo un proprio modo inimitabile: «for happy few», in pochi ce la fanno.<br>Purtroppo i confini fra burla di paese e umorismo «alto» (cui l’umano medio aspira partecipare) possono essere deboli in questa epoca dove sempre ridiamo e sia il tutto che il nulla vengono appiattiti. <strong>Ciascuno è ferocemente intenzionato a distinguersi da una poltiglia in cui, invece, sguazza</strong>. Chiunque può essere arguto, persino maestre d’asilo, agenti di borsa e scippatori sanno esserlo. Non è allora attributo del vero ironista. Quindi può esserci fraintendimento pensando di produrre ironia brillante o scaltra, quando invece si è solo furbi, volgarmente stupidi o mediamente <em>habilis</em>. Potrebbe essere pericoloso, per salvare il proprio senso dell’humor, frequentare ogni mattina umorismo di seconda mano, bassissimo (ma, flaubertianamente parlando, «che alternative ha un cretino»?).<br><strong>L’ironia non è tutta uguale: ne esiste una alta e una bassa, cioè una buona e una scaduta. </strong>Quella scadente è la sbobba umorista tagliata coi peti che troviamo in giro adesso: pacca sulla spalla, scarto fra gli scarti del postmoderno diluito, aggravato dall’intoppo digitale e dalle sue inerzie. Il tipo ‘scadente’ serve per conformarsi, invece che per innalzarsi rispetto a qualcosa di nauseante (effetto dell’ironia alta, v. Oscar Wilde, Chesterton, Rabelais).</p>



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<p>Sembra convincente Graf quando dice che per farla buona, si richiedono alcune cose «che in mezzo alla civiltà nostra più non si trovano, ossia ideali ben definiti, convincimenti sicuri, vivo risentimento, soprattutto morale (non moralistico), nitore d&#8217;animo, disprezzo della comune opinione, affrancamento dagli interessi volgari, coraggio (che, attenzione, non è frutto «dell’impegno», ma dell’ingegno).<br><strong>L’ironia contemporanea, biglietto da visita onnipresente, opera per la vulgata, è ormai un sostituto delle buone maniere; è al capolinea, in quanto pienamente atto dovuto, per cui una battuta «non si nega a nessuno».</strong> Nella sua forma rappresentata digitalmente, l’ironia muta in claim da <em>vù cumprà</em>, avversario del buonumore, del ragionamento. Nessun sollevamento dal suolo e nessuna leggerezza per evasioni dalla <em>gravitas</em> possono salvare in questa fattoria a cielo aperto di umorismo ufficiale così come l’algoritmo impone e richiede.<br><strong>Competitiva, martellante, ambiziosa, pulsante e ripetitiva, focalizzata sui soliti tralicci camp-trash-kitsch, l’ironia a macchia d’olio ha degradato la sua identità fino a renderla ambiguamente vicina a una paranoica malinconia.</strong> Eccoci a un triste rito, approvato e consolatorio. L’ironia sfregiata dagli «smanettoni», deragliata sui binari morti dei tic attuali, è l’ennesima trappola postmoderna.<br>Non si cerca e non si fa altro che ridere, e al tempo stesso rifugiandosi in piccolissimi, anestetici, mini-cosmi privati. Abbiamo osservato il mondo collassare e non lo abbiamo preso sul serio (a differenza dei Grandi Ironici), passando dall’immedesimazione, anche teatrale, al cinismo; dal riconoscimento per contatto, all’annientamento per distacco. Foster Wallace in <em>E unibus pluram. Gli scrittori americani e la televisione,</em> dice che usando l’ironia come paradigma di un presente strangolato dalla logica dei media (e quindi ironia-suggello dello spettacolo pervasivo), in cui si perdono le ‘differenze’, muore lo spirito critico.<br><strong>Quando l’ironia tiranneggia e opprime, non si traveste più, e abolisce la realtà, diviene tecnoscientista, distruttiva in modo elementare e non può più essere utilizzata per generare qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito.</strong> Le pose «buone e giuste» sembravano essere diventate <em>mainstream</em> e l’intero mondo culturale è stato convinto di essere davanti a un efficace cambio di paradigma grazie all’<em>uncorrectness</em>. <strong>Da qui, il grave equivoco che ha reso ecumenica la scorrettezza e sovrastimato il cinismo farisaico</strong>, pensandolo unica risorsa di «rivelazione», al riparo dalle simulazioni che tradizionalmente affliggono progressismi e buone intenzioni.</p>



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<p>E nella grande spiaggia mondiale si parla di malesseri invernali, angurie da affettare, supposizioni proctologiche, digestione, medicina popolare e cosmesi pettegola, <strong>e si fanno battute su battute su battute</strong> con i panzoni sempre a vista e sotto mano e i culoni sotto sale.  Questo meccanico e ossessivo microcosmo assolato delle piccole vacanze molto poco arbasiniane, però, non ha dighe, si è trasferito tutto l’anno altrove, fra gli intervalli «online» di bacheche e baldacchini digitali.<br><strong>L’Italia in particolare, a quanto sembra, è interminabile penisola virtuale al culmine di una secolarizzata sindrome Litizzetto</strong>, modalità derisoria per disincanto d’ufficio, ubiqua e «insolente», praticata all’uscio e in società secondo una formula costretta e digestiva, accessibile e riproducibile dai qualsiasi, dove l’obiettivo è la «dissacrante ironia» appiccicosa che fa da sottofondo in cucina.<br>Tante risonanze retoriche da agrituristica tosco-emiliana, in questo menu pedante della risata amara, dove ci sono tutti i piatti rancidi dell’argomento del giorno, oltre a quelli da sempre «più gettonati» (incomprensioni littorie, boutique dell’insolito, insofferenze coniugali, bastonate al lavoro, solitudini, aneddotica&amp;surrealtà, stronzi, sgarri civici, conflitti, relitti familiari, rivendicazioni morali e sindacali, autoironia ipocrita, sesso fatto o mancato, fastidi politici) presenti nella <strong>billboard dell’individuo medio affaticato dalla sua realtà, ma chiamato a esibire senza sbavature la piena efficienza sociale e familiare, anche nel ribrezzo.</strong><br><strong>Litizzetto, che poi non è che Bisio o Bonolis, ha redatto questo esercito di starnazzanti dalla lingua lunga,</strong> senza pistola e col bavaglino sporco di latte, molto più di quanto ci si illuda abbiano invece fatto Woody Allen o Monty Python. Ma qualcuno osi dirglielo che non sono dritti e non sono «puntuti», sottili, né arguti né ‘taglienti’, perché la teledipendenza li ha mutilati <strong>e precocemente infartuati e omogeneizzati</strong>, anche nello sbuffo e nel risentimento.<br>La sveglia del battutista fa “drrriiiin” prestissimo: schizza puntuale dal letto come un frammento vivente di Striscia La Notizia, e i malcapitati devono oscurare la sua ultima «novità» per non esserne orribilmente travolti (come un venditore ambulante di fritture, si sgola per venderci le sue panelle di ‘vetriolo’: chi le comprerà?).<br>La pesantezza che si finge brio, nel calendario di un quotidiano miserabile, magari odioso, non intervallato da stimoli complessi e incontri salienti, produce difficilmente memorie per kafkiane o flaubertiane o balzachiane «commedie umane». Non basta credere di ‘capire’, avere disgrazie o saltuari episodi grotteschi nel proprio arco, men che mai avere un vissuto condito da parlantina, <strong>per ottenere il lasciapassare letterario a sfondo satirico.</strong><br>E perciò, ritrarre il mondo e i suoi talvolta paradossali frammenti secondo un ambito «modello ironico» può rivelarsi un’impresa fuori portata e non più che goffa presunzione <strong>quando l’emittente è a servizio della mediocrità e della morte delle idee.</strong><br><strong>Ridere non è mai stato tanto noioso, al punto che ora piangere è quasi un bisogno e una purificazione.</strong> I Grandi Ironici, i migliori tagliatori di gole, conoscevano la misura e il «controllo del mezzo» dosando il veleno, coltivato sempre di traverso in un nucleo di dolcezza per la vita priva di zuccheri semplici, su uno sfondo di grande serietà, <strong>incutendo timore reverenziale e giustamente odio nei mediocri</strong>. Si armavano di quel <em>limite </em>che sostanziava il riso, evitando di trasformare un motto di spirito in <em>vaudeville</em>, o in sarcasmo destinato ad alleggerire il turno di guardia dei votacessi (Prezzolini sarebbe d’accordo).  Si osservino, fra gli altri, per esempio Wilde, Shakespeare, Voltaire, Swift, Sterne, Marziale e Petronio, Arbasino, Flaubert, Flaiano, paragonandoli a questi <em>salami ridens</em>: <strong>vedremo che non c’è traccia di un  pavvo <em>politicamente scorretto</em> in loro, trovandosi in una prospettiva non contingente e non prevedibile.</strong><br>Cauti alchimisti nell’espressione, erano consapevoli che <strong>un’acidità di buon livello non distilla meglio che da un animo disinteressato e ricco, appassionato, da uno sguardo privo di sforzo, divinato e saggio, praticato dall’alto.</strong> Erano tutti rigorosi comunicatori, dal gusto estetico netto, erano tutti <em>severi.</em><br>Ha pretese su di sé e sugli altri molto precise, e gli spazi della conformità, per lui, sono angusti. È codice miniato di durezza colta, quella dei Grandi Ironici, che nasce da passionale disciplina intellettuale e granitico senso del bello. Erano <em>inattuali</em>, «nati domani», come piace dire a Nietzsche (venuti per farci male, e quindi bene, eccitando il cervello). Come tutta l’Arte del resto, che non è mai <em>nel</em> tempo o <em>del</em> tempo.<br>Al cospetto dell’Ironia, siamo nel pieno di un’ideale assoluto di <em>lepos</em>, di sapida arguzia, persino di fronte alla materia più refrattaria e nelle condizioni più estreme. «Cosa c&#8217;è di divertente in un sacco di persone che lavorano sodo. — Con un ulteriore sforzo, riescono a conquistare gli hobby e, giunti alla fine, non sanno altro che contare le ore che mancano al tempo». Lo dice Nietzsche, nelle sue <em>Opinioni e frasi contrastanti</em>; in <em>Umano, troppo umano</em>, parte II. Non sapeva che si potevano addirittura fabbricare imitazioni cinesi di ghigni dionisiaci e zoroastriani, grazie a un Internet dove ci si impiega a scrivere ogni giorno una battuta, resa cotechino DOP grazie al tastino “mi piace”.<br><strong>Sui social, la produzione seriale di ironia cosiddetta <em>uncorrect </em>a chilate, ha ormai il pannolone: sempre più strapaesizzata, impiegatizia, di stato, impotente </strong>(«nulla è più ignomignoso di un Priapo senza palle», rivela Marziale). <strong>Da tre post ironici in su a settimana, si è pronti per il più infimo ruolo lavorativo e psicologico del mondo: l’intrattenitore virtuale di colleghi alla macchinetta durante la pausa caffè.</strong> Ma non ci sono Kraus, solo casalinghe annoiate che timbrano il cartellino a Voghera.</p>



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<p>Il boom di tutti i «bisognini», con la cultura edonistica, nel consumo che la accompagna, ha reso possibile l’espansione umoristica secondo forme declassate? Il «fenomeno umoristico» di questo momento <strong>è una terapia per rinverdire l’alienazione dell’<em>homo videns</em>, ammalato di scrolling scrotale?</strong> Per una volta, «l’ardua sentenza» non è responsabilità dei soliti posteri, è già possibile una pronuncia. Si dovrebbe irridere divinamente, uccidere col riso, ma va in scena il monolinguismo incruento e vischioso di ridanciane bestiole così minime, inette al male di cui avremmo bisogno.</p>
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