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	<title>sesso Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Grazie al cielo c&#8217;era Sex and the City</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 09:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La serie, rivedendola oggi, è una cartina tornasole anche di come siamo cambiati noi, la percezione dei rapporti col nostro corpo e quelli sessuali/sentimentali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/grazie-al-cielo-cera-sex-and-the-city/">Grazie al cielo c&#8217;era Sex and the City</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’era una volta un mondo pre-social, un decennio ubriaco d’entusiasmo alle soglie del nuovo millennio, con un clima salubre da politicamente scorretto, dove tutti siamo stati felici per un po’… e poi c’eravamo noi, troppo piccoli per essere figli dell’atomica, ma abbastanza grandi per vedere come il millennium bug sarebbe stato il primo fake a incularci.</p>



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<p>Ogni favola inizia con ‘C’era una volta’, <strong>esattamente come quella di <em>Sex and the City</em> che iniziava con un articolo di Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker) di fronte all’indimenticabile finestra in una fittizia quanto famosa 245 E 73rd Street </strong>(in realtà 64 Perry Street).</p>



<p>Era il 6 giugno del 1998 e la serialità televisiva stava per essere sconvolta da quello che, inizialmente, sembrava di più uno studio socio-antropologico sessuale che un semplice telefilm. Solo <em>Dream On</em>, nel 1990 (dagli stessi creatori di <em>Friends</em>), aveva parlato, o provato a parlare di sesso in maniera diversa, ma il protagonista era, ahinoi, sempre un uomo.</p>



<p>In <em>Sex and the City</em>, ben prima e in modo realmente progressista per buona pace delle <em>Girls</em> di Lena Dunham, era una donna over 30 e le sue tre amiche, tutte e quattro donne benestanti e in carriera, che parlavano di sesso a un pubblico inizialmente perplesso ed ignaro di cosa pensassero le donne sul sesso e le relazioni alla fine del secolo.</p>



<p>Ispirato inizialmente dalla rubrica di Candace Bushnell, <em>Sex and the City</em> ha preso vita propria, basandosi anche sulle esperienze degli sceneggiatori, parlando direttamente al pubblico (almeno durante la prima stagione), rompendo la quarta parete, e <strong>portando donne e uomini a riflettere sulle rispettive similitudini e differenze. </strong>Se le donne possono fare sesso “come gli uomini” ossia senza sentimenti (vedi Samantha Jones, interpretata da Kim Catrall), gli uomini sono capaci d’innamorarsi e alcune donne no, come confessa nel primo episodio Mr. Big (Chris Noth, depennato subito dal reboot per accuse di molestie) a una ancora acerba Carrie che non si era mai innamorata. <strong>Per la prima volta erano i corpi degli uomini ad essere reificati, denudati, soppesati, giudicati, derisi anche, ma non le donne</strong>, infatti SJP non ha mai voluto fare una scena di nudo che fosse parziale o integrale.</p>



<p>Al suo meglio, <em>Sex and the City</em> ha rappresentato un ponte comunicativo tra uomini e donne, una simpatica e preziosa auto-analisi su come le donne possono e vogliono vivere la sessualità, come i sentimenti, e il tutto tramite quattro modelli di donne che, inizialmente, non apparivano mai stereotipate, e non dico che questo bastasse a tutte noi per identificarci in una solo di loro o tutte, ma erano comunque una traccia, un insieme di coordinate per muoversi in uno territorio ancora sconosciuto, soprattutto quando cresci in provincia e non puoi parlare di pompini perché, in automatico, diventi la zoccola del paesello.</p>



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<p>La serie ha rappresentato davvero qualcosa. Ha aiutato la gentrificazione del West Village? Sì. Ha portato una marea di povere mentecatte ingenue a NY per cercare l’amore? Certo, ma <em>SATC</em> come ogni prodotto di successo ha sempre la sua fan base ipertossica.</p>



<p>È stata la serie che non aveva bisogno di un revival/sequel inclusivo, perché mia cara gen Z, ebbene sì, <em>Sex and the City </em><strong>era già inclusivo prima che i rompicoglioni woke o pseudo tali nascessero, o decidessero di monetizzare col politicamente corretto</strong>.</p>



<p>Generi non binari, coppie interraziali, trans, matrimoni gay, adozioni gay, il reddito di singletudine, il sesso anale, il sesso promiscuo, la paura dell’AIDS, i pompini, il rimming, le orge, i tradimenti, la crisi del maschio contemporaneo, il razzismo, gli europei visti come eurotrash o snob intellettuali, la bellezza come arma per progredire nella vita, il femminismo di terza generazione, i feticisti, le persone emotivamente non disponibili, drag queen, drag king, escort, tumori o malesseri che dir si voglia, casi umani, narcisisti manipolatori, milf, gilf, cougar, toy boy, esibizionisti, eiaculatori precoci, madri castranti, figure paterne mancanti, love bombing, gaslighting, rapporti tossici, uso di droghe, aborti… Carrie, Miranda (Cynthia Nixon), Samantha e Charlotte (Kristin Davis) si muovevano già a cavallo tra gli anni novanta e gli anni zero nel campo minato delle relazioni umane, in un luogo come Manhattan dove il futuro, o quel presente che stiamo conoscendo noi adesso, era già concreto, palpabile e vivibile. In Italia, dove la serie è arrivata solo nel 2000, mentre Carrie s’innamorava di Mr. Big e correva per la città sulle sue Manolo Blahnik, noi ragazzine (forse Xennials forse Millennials a seconda della sbornia del sociologo di turno) nei bagni delle medie parlavamo dei jeans come scudi antistupro, e solo da una manciata di anni, nel ’96, lo stupro era diventato un reato vero e proprio.</p>



<p>In un’epoca, questa, dove la gente per eccitarsi guarda video di prolassi anali e dove già prima del primo appuntamento ti chiedono se la prossima volta potrebbe andarti bene una cosa a 3/4/5/6 e, perché no, forse simulare uno stupro di gruppo, per la gen Z e l’attuale gen Alpha parlare di sesso anale o averne paura, come Charlotte nell’episodio quattro della prima stagione, può risultare ingenuo, infantile, quasi surreale. Eppure, al contempo, queste generazioni credono che avere un cazzo di 17/18 cm rappresenti un problema (poveri <em>minus habentes</em>), completamente traviate da una pornografia d’accatto, inconsapevoli di cosa fosse l’erotismo, la filmografia di Salieri o la saga di Concetta Licata.</p>



<p><strong>La serie, rivedendola oggi, è una cartina tornasole anche di come siamo cambiati noi, la percezione dei rapporti col nostro corpo e quelli sessuali/sentimentali</strong>; a ripensare a un personaggio come Barkley, quello che nella prima stagione si scopava solo le modelle e le filmava senza consenso, la cosa potrebbe sapere di probabile materiale da revenge porn quanto di anti-body inclusivity. Io sono nata nel 1986, perciò ho seguito <em>SATC</em> dai miei 14 ai 18 anni. Rivedendo le repliche negli anni successivi, la mia amata Carrie Bradshaw era sempre meno perfetta, più complessa, a tratti detestabile, così come le altre, e a mano a mano che accumulavo esperienze sessuali, sentimentali, di convivenza, mesi o anni da single, di incontri <em>de visu</em> o tramite app di dating, mi rendevo conto di quanto avesse ragione Mr. Big e di quanto fossero dannosi e ambigui personaggi come Aidan (John Corbett) o le stesse protagoniste, ma il bello di <em>SATC</em> sta proprio nei personaggi detestabili perché umani.</p>



<p>Negli Stati Uniti hanno creato un sito contro Carrie Bradshaw, ma senza andare troppo lontano basta aprire una qualsiasi discussione sulla pagina Reddit della serie per capire, a farsi alterne, quanto siano odiate queste quattro amiche e ben prima del reboot indegno iniziato da tre anni e che si concluderà, finalmente, il 15 agosto.</p>



<p>Michael Patrick King scrivendo le ultime due puntate, ha capito che era il momento di chiudere, definitivamente si spera, l’arco narrativo di Carrie, Miranda e Charlotte (la compiantissima Samantha apparsa solo in un cameo nella prima stagione di <em>And Just Like That</em>).</p>



<p>La bellezza di <em>SATC</em> è che in poco meno di mezz’ora ti lasciava una qualche forma di riflessione tra le risate e l’eccitazione, <em>AJLT,</em> nel suo essere dramedy da 40 minuti e passa (dove l’accento sta sul drama, scritto all’americana), sembra copiare in forma esasperatamente woke <em>Girls</em> che, a sua volta, non sarebbe mai nato senza <em>SATC</em>. Un po’ come quando <em>I Simpson</em> si sono ridotti a copiare <em>Family Guy</em> (<em>I Griffin</em>) diventando una parodia di se stessi. Il risultato di queste tre stagioni è stato così imbarazzante da portare King a fare dell’autoironia; nell’episodio dove Miranda si rivela fan di un programma trash simile a <em>Love Island</em> (da noi è durata solo una stagione) perché adora fare dell’<em>hate-watching</em>. Ok, autoironia per i bassi ascolti e le continue critiche, ma anche una frecciata verso i detrattori di questa serie.</p>



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<p>C’è chi scrivendo di <em>SATC</em> ha parlato di Carrie come la prima antieroina delle serie TV, e in un certo senso chi ha odiato <em>AJLT</em> ha continuato a seguirlo proprio per l’<em>hate-watching</em> che non è di per sé una cosa del tutto negativa: intanto molti fan non volevano la conclusione della serie, ma chiedevano semplicemente una scrittura migliore, che fosse all’altezza della sorella maggiore <em>SATC</em>, altri, invece, ne volevano ancora, un po’ come nei primi anni zero si bazzicavano siti come Rotten per schifarsi e continuare a bearsi di quello schifo.</p>



<p><strong>I livelli di cringe di questo sequel/reboot o come volete chiamarlo, sono tanti, forse troppi</strong>: da Mr. Big che nel primo episodio viene forzato a toccarsi guardando Carrie, la relazione di Miranda con Che Diaz (Sara Ramirez) dove Miranda sembra una morta di fica, o rimanendo in tema masturbazione maschile, quando Aiden nascondendosi nel furgoncino si lecca il palmo della mano per avere meno frizione col cazzo.</p>



<p>Forse solo la stagione cinque di <em>SATC</em> ha quasi raggiunto quei livelli o quando Carrie stalkera Mr. Big in chiesa con sua madre.</p>



<p>Se Carrie provvedeva ben poco ad alimentare il Sex nel titolo della serie<strong>, ci ha sempre mostrato, però, l’altro grande e silenzioso protagonista, trattato con lo stesso amore che le ha sempre riservato Woody Allen: New York</strong>. Questa (non) città, questa Babele insofferente ai provinciali che tutti accoglie e che ha accolto, in <em>AJLT</em> non è quasi pervenuta: non ci sono più le passeggiate di Carrie, i locali assurdi che ‘hanno la vita di un moscerino’, ma solo party di ultra lusso, un perenne MET Gala per qualsiasi scoreggia o rutto emesso dalle tre anti-eroine, più le loro nuove amiche come Seema (Sarita Choudhury, che dovrebbe sostituire Samantha) e Lisa (Nicole Ari Parker) una documentarista che non ha alcun senso, funzione o caratterizzazione psicologica abbastanza sfaccettata da renderla interessante. Lisa gira con queste collane statement, da donna di successo, facendoci notare l’ennesimo elefante nella stanza: la moda.</p>



<p>La moda in <em>SATC</em> (se escludiamo l’ultimo episodio della sesta stagione) aveva fatto scuola, mischiando alta moda, vintage, abbigliamento accessibile (sempre meno andando avanti) e citazionismo, e che vi piaccia o meno Carrie era davvero una icona da seguire. In <em>AJLT </em>ritorniamo al discorso parodia, quasi che Carrie e le altre avessero la santa intenzione di apparire sulla pagina di Instagram ‘Humans of New York’, esagerando letteralmente, rischiando il ricovero coatto <em>à la</em> Frances Farmer. Quanto ci sarebbe da dire contro questa nuova serie, partendo dalle figlie di Charlotte o Brady (Niall Cunningham), il figlio di Miranda e Steve, che avrebbero dovuto portare noi vecchi fan come i nuovi, verso la sessualità vista dalla gen Alpha come della ormai superata gen Z. Forse le nuove generazioni non scopano? Visto che dopo il primo quarto di secolo ci siamo liberati dell’emozioni e dei sentimenti, i vostri figli non sanno gestire un ‘no’, figurarsi una relazione con tutto quello che comporta in termini umani ed emotivi; sarebbe stato, a ogni modo, interessante vedere questi ragazzi tra i 14 e i 20 anni, questi giovani contrari alle pastoie del genere, ma al contempo così pieni di etichette e definizioni da essersi incastrati tra migliaia di paletti linguistici, come si relazionano al sesso o a quegli scarabocchi confusi che chiamano relazioni sentimentali.</p>



<p>Niente, neanche questo. Solo una Charlotte che pare totalmente lobotomizzata con problemi da prima mondo e Carrie, e qui forse l’unica cosa interessante, alle prese col suo grande vero amore, l’approdo emotivo che ci è sempre stato per lei dopo mille delusioni amorose: il piccolo appartamento? No. Le scarpe? No. New York? No.</p>



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<p>La scrittura.</p>



<p>Carrie in questa stagione si scopre scrittrice e per la prima volta si cimenta nella fiction (ovviamente con rimandi a se stessa), e non nel racconto delle sue avventure sessuali o sentimentali. Il suo nuovo vicino di casa e possibile amante, lo scrittore scorbutico Duncan (Jonathan Cake) vede Carrie per quello che è, fondamentalmente (no, non una stronza egoriferita), una scrittrice.</p>



<p>Paul Auster scriveva ‘alcune storie capitano solo a chi sa raccontarle’.</p>



<p>Bene, seppure Carrie e socie abbiano creato negli anni una probabile fanbase di carampane annoiate, che hanno speso i pochi soldi che avevano per un tour di <em>SATC</em>, che identificano i tumori della loro vita coi fidanzati di Carrie, che vantano di avere avuto anche loro un Mr. Big e di averlo domato… al contempo Sex and the City ha raccontato, con tutti i difetti di scrittura o di formato del caso, cosa significasse essere una donna alla fine del millennio: ci ha rassicurato che se ci piace far pompini non siamo troie, che se un uomo non ti vuole può non volerti dopo averci scopato la prima sera come alla decima, che i single sono davvero discriminati dalle coppie, che stare in una relazione non significa sconvolgersi ma raggiungere dei compromessi, che non siamo meno donne se decidiamo di non avere figli, che tutti ci giudichiamo a vicenda e che forse non è sempre un male il giudizio, che mangiare da sole in un locale non è un reato, che non si è mai troppo vecchi per cambiare vita, che possiamo amare dei personaggi pur con migliaia di difetti come già facciamo con le persone della nostra vita, che anche le donne possono essere tossiche quanto gli uomini, e che seppur viviamo ‘nell’epoca dell’anti-innocenza’ esiste e resiste ancora qualche relitto del Novecento che crede nell’amore, e se quell’amore l’ha perso, crede ancora nel potere salvifico dell’arte.</p>



<p>E che Mr. Big ha sempre avuto ragione.</p>



<p>P.S.: Anthony (Mario Cantone) dovendo sostituire Stanford (Willie Garson, scomparso nel 2021), ha regalato a noi fan le poche scene comiche di AJLT, soprattutto quando il giovane fidanzato Giuseppe (Stefano Pigazzi) vede il suo coinquilino farsi una sega su un burattino che ha il suo stesso viso.</p>



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		<title>Per farla finita con l&#8217;ideologia woke</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 16:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "L'ideologia vendicativa" di Nathalie Heinich, appena pubblicato da GOG Edizioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella logica dell’identitarismo, è ovvio <strong>confinare gli individui una volta per tutte in categorie identitarie</strong>, per “essenzializzarli” come appartenenti a un <strong>particolare sesso, a una razza, a una religione o a un orientamento sessuale</strong>. Con il pretesto di garantire l’uguaglianza per tutti, il <em>woke </em>confina ciascuno in una comunità asse­gnata, vietando la modulazione dell’identità in base al contesto. Invece di concentrarsi sulle variazioni nei processi di autopercezione, di presentazione di sé e di designazione da parte degli altri che permettono alle persone di passare da una dimensione dell’identità a un’altra a seconda delle circostanze, i seguaci di questo nuovo militantismo esigono l’imposizione caricaturale di <strong>un’identità collettiva</strong> alla quale pretendono di ridur­re gli individui in ogni momento e in ogni luogo. In questo senso<strong>, il <em>woke </em>è un ostacolo alla libertà</strong>: una for­ma di totalitarismo esercitato non, ovviamente, da un potere statale, ma da forze militanti, diluite ma potenti.</p>



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<p>Questo è particolarmente vero per il neofemminismo differenzialista e per la sua volontà di imporre la femmi­nilizzazione sistematica dei nomi dei titolari di cariche, la scrittura inclusiva, così come l’ossessiva focalizzazio­ne sulla “violenza sessista e sessuale” (un sintagma che lascia perplessi, perché mette sotto la stessa etichetta stigmatizzante di «violenza» il rifiuto di una promozio­ne, una strizzatina d’occhio insistita e uno stupro). È il contrario di un femminismo universalista, che chiede di mettere da parte, nel contesto civile, ciò che ci differen­zia a vantaggio di ciò che ci accomuna, e offre così una vera libertà permettendo alle donne di non essere siste­maticamente assegnate al loro sesso, di potersi muovere nello spazio pubblico come persone, come esseri umani, e non necessariamente come appartenenti al sesso fem­minile. <strong>È proprio questa libertà che viene loro negata dalle neofemministe</strong>, che pretendono che una donna debba sempre, in qualsiasi contesto, essere ridotta alla sua condizione femminile, inevitabilmente <strong>“dominata”.</strong></p>



<p>Ora, l’identità è un gioco contestuale: una persona di sesso femminile può presentarsi, e aspettarsi di essere presa in considerazione non come donna, <strong>ma come detentrice di una competenza o di una funzione in ambito professionale, mentre in un contesto privato potrebbe voler enfatizzare la sua femminilità</strong>; nel primo caso vivrebbe la riduzione al suo sesso come un insulto, mentre nel secondo caso vi­vrebbe l’indifferenza alla sua femminilità come un’umilia­zione. Ma come possono interessarsi a questo sottile gioco delle parti quelli che intendono imporre contro tutto e tutti una lettura unilateralmente “di genere” del mondo?</p>



<p>Essere responsabile soltanto di fronte al collettivo astratto della nazione o del genere umano, offre una libertà molto maggiore rispetto a quella di dover costan­temente esibire la propria appartenenza a un collettivo ristretto – che sarebbe la propria cosiddetta “comu­nità”. Ma i sostenitori del comunitarismo stanno di­mostrando <strong>un’incapacità di astrazione, che impedisce loro di investire in una modalità di appartenenza meno immediata e meno concreta dell’evidenza di un genere o di un colore della pelle</strong>. Focalizzandosi sull’“ugua­glianza reale” a scapito dell’ “uguaglianza formale” (cioè l’uguaglianza dei diritti), gli attivisti imbevuti di <em>woke </em>vedono soltanto la realtà fattuale di una situazio­ne segnata, di fatto, da ogni sorta di disuguaglianze, <strong>senza vedere che nessuna disuguaglianza può essere combattuta senza fare riferimento a quell’entità emi­nentemente astratta che è il valore dell’uguaglianza</strong>, e senza fare riferimento a quell’altra entità altrettanto astratta che è la condizione di cittadino e, al di là di questa, la condizione umana. Ancora una volta, l’u­niversalismo richiede una capacità di astrazione a cui resiste il comunitarismo ristretto, imperniato sull’im­mediatezza delle relazioni visibili a occhio nudo. Il wokismo è miope.</p>



<p>Tuttavia, l’identitarismo implica non solo il con­finamento dell’identità, <strong>ma anche il confinamento nello <em>status </em>di vittima</strong>, poiché non conosce altre iden­tità se non quelle definite dalla coppia dominante/dominato, discriminatore/discriminato, sfruttatore/sfruttato. <strong>La colpevolizzazione sistematica degli uni si nutre della vittimizzazione altrettanto sistematica degli altri, non per quello che <em>fanno </em>ma per quello che <em>sono</em></strong>: essere «bianchi» è necessariamente un “privile­gio” (anche se si è poveri e disoccupati), e quindi una colpa. Da quel momento in poi, è facile scivolare in un’identità di “vittima”: il fatto di essere considerati e di considerarsi come una vittima viene rivendicato <strong>come un’identità in sé</strong>, basata sul sentimento di una ferita morale. Da qui l’idea, cara al wokismo, che le «sensibilità ferite» vadano protette, grazie soprattutto ai <em>sensitivity readers </em>nell’editoria e, nelle universi­tà, grazie ai <em>safe spaces, </em>quegli spazi riservati dove chiunque si senta attaccato nella propria identità o nei propri valori può trovare rifugio.</p>



<p>Questa enfasi sull’identità di vittima sofferente, per definizione, rimanda a quello che lo psicoanalista un­gherese Sándor Ferenczi ha chiamato «<strong>terrorismo della sofferenza</strong>»: un modo di assoggettare chi ci circonda ai nostri capricci per evitare il minimo rischio di aumen­tare il dolore di essere ciò che si è, cioè una vittima de­bole e passiva del tragico destino della propria comu­nità. Questo tipo di configurazione tossica è ben nota in alcune famiglie. Ma ciò che è meno noto è che con la militanza dei vittimisti, non è più solo nelle famiglie disfunzionali che regna questo «terrorismo della soffe­renza», ma anche in tutto il corpo sociale, non appena il vittimismo diventa una rivendicazione politica.</p>



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<p>C’è in questo una politicizzazione delle soggettivi­tà che pone un’ulteriore equivalenza tra identitarismo e totalitarismo: oltre al confinamento dell’identità e alla presa di potere attraverso una sof­ferenza posta come strumento di dominio sugli altri<strong>, il <em>woke </em>pratica una vera e propria <em>politica </em>identitaria</strong>, non assegnando limiti alla definizione comunitarista e vittimista del rapporto con gli altri. Questo ci riporta al passato non troppo lontano del «tutto è politica» e ai suoi corollari stalinisti e maoisti: tutto si svolge sotto lo sguardo della collettività, sotto la sua custodia e sotto il suo controllo. <strong>«Tutto è politica», compreso anche e soprattutto quel rifugio dell’intimità personale che è la sessualità, che ora deve essere esibita a tutti gli sguardi </strong>– compresi quelli dei bambini, grazie alla nuova cur­vatura assunta dai corsi di educazione sessuale lasciati (come i programmi del <em>Planning familial</em>) nelle mani degli attivisti della «teoria <em>gender</em>», cioè di coloro che disprezzano la differenza tra i sessi. Anche la lotta con­tro “la violenza sessista e sessuale” è diventata appan­naggio dei guardiani autoproclamati della correttezza imposta con tanto di sessioni obbligatorie di rieduca­zione come ai tempi della “rivoluzione culturale”.</p>



<p>Contrariamente a quanto dicono alcuni, dire questo <strong>non significa essere indifferenti agli stupri e agli abu­si sessuali, o alle disuguaglianze immotivate: significa semplicemente rifiutare che cause legittime vengano difese con mezzi totalitari</strong>. Quindi non c’è affatto nel nostro avvertimento un «accanimento degli ambienti ostili al <em>woke </em>a sviluppare un discorso negazionista riguardo alle discriminazioni subite dalle persone a causa del loro genere, del colore della loro pelle, della loro religione o del loro orientamento sessuale», come sostiene un attivista “pro-<em>woke”<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>: <strong>non si tratta di con­testare le finalità della lotta contro le discriminazioni, ma di rifiutare i mezzi che usa da quando il wokismo se ne è impossessato</strong>. Si può ad esempio essere contrari al maltrattamento degli animali senza per questo soste­nere l’«anti-specismo», cioè la cancellazione delle diffe­renze di <em>status </em>e di trattamento tra uomini e animali. La lotta legittima contro le disuguaglianze immotivate o contro le discriminazioni non deve implicare la sua radicalizzazione attraverso la soppressione della diffe­renza tra i sessi o della differenza tra le specie.</p>



<p>Ecco perché combattere il wokismo non significa ri­fiutare di combattere le discriminazioni: <strong>si tratta in­vece di rifiutare di accettare la riduzione del mondo a un inventario di ciò che ci separa, a scapito di ciò che ci unisce; e di rifiutare di accettare la trasformazione del legittimo sforzo per ridurre le ingiustizie in un tentativo di invertire i rapporti di dominio</strong>. Di fatto, quel che è peggio non è tanto il riduzionismo del quadro di riferimento dell’identità, mentre invece ogni identità si costruisce in riferimento a una molteplicità di predi­cati possibili; il peggio non è nemmeno il fatto di non riconoscere il ruolo fondamentale del contesto in ogni processo identitario; e non è neanche la manipolazio­ne della condizione di vittima usata come strumento di controllo degli altri, né la soggettività innalzata a modalità di legittimazione politica. <strong>Il peggio è che la lotta – legittima – contro la stigmatizzazione si trasfor­ma subdolamente in una lotta per una stigmatizzazio­ne inversa</strong>: non l’eradicazione rivendicata del dominio, ma piuttosto, ahimè, il suo rovesciamento vendicativo.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Albert Ogien, intervista sul quotidiano <em>Le Monde</em>, 7 febbraio 2023.</p>
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		<title>Il tradimento di un poliamoroso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se la monogamia non è più indice di fedeltà, ma di repressione e gelosia, cosa significa, al giorno d'oggi, tradire?</p>
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<p>Valerio entrò nella stanza, poggiò il calice appena svuotato sulla scrivania, e con un gesto teatrale che consistette nell’allargare le braccia come davanti a una folla, annunciò: “Questa invece è la stanza delle mie malefatte.” Ginevra rise sbuffando: “Malefatte? E poi, come se non la conoscessi… sei proprio un idiota,<strong> dai non perdiamo altro tempo e: scopiamo</strong>.” “Dai sì, scopiamo.” Valerio afferrò Ginevra, e con uno schiocco di dita le slacciò il reggiseno sussurrandole all’orecchio qualcosa di indecifrabile, parole che portarono la ragazza a mordersi il labbro spezzando un sorriso malizioso: “Sei veramente un porco. Chissà a quante le dici queste cose…” , “<strong>A tante, lo sai, le conosci tutte</strong>.”</p>



<p>I due cominciarono a baciarsi, prima un po’ meccanicamente, poi sempre con più foga. Si spogliarono &#8211; via la camicia di lui, via la gonna e le scarpe di lei -, spostandosi verso il letto con dei passetti meccanici e indecisi, come dei capretti incastrati per le corna che si divertono a urtarsi le ginocchia a vicenda. “Cazz… il nervo.” “Scusa! E&#8217; che non ci vedo.” Nonostante Ginevra conoscesse la stanza di Valerio, e le tapparelle fossero alzate, il buio della sera invernale, complice anche la miopia della ragazza, la portò a colpire con il fianco il comodino al lato del letto. <strong>La botta non fu niente di che, quanto bastò però a far precipitare sul pavimento una piccola cornice</strong>. “La foto di Claudia, speriamo non si sia rotta.” Disse con voce bassa, trattenuta, Valerio. Fece per chinarsi a raccoglierla, ma Ginevra lo fermò prontamente afferrandogli la fibbia: “Lascia fare a me, <strong>ve l’ho regalata io questa foto</strong>.” Con movimento sinuoso e impacciato insieme, di palloncino che si sfongia, Ginevra poggiò sul parquet un ginocchio, poi l’altro, e invece di prendere la cornice per ricollocarla nel suo posto, iniziò ad armeggiare con la cinta del ragazzo, il quale capitolò dopo qualche secondo sul letto rovesciando gli occhi estatico.</p>



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<p>Nella stanza calò il silenzio, interrotto solo di tanto in tanto dal suono simile a quello di una grossa goccia di gelatina che precipita a ritmo cadenzato in una stanza vuota.</p>



<p>“Brava succhia …”</p>



<p>“Succhio, sì.”</p>



<p>“Succhia, brava. Prendi la foto di Claudia, guardala negli occhi e succhia.”</p>



<p>“Sì, succhio succhio.”</p>



<p><strong>Improvvisamente, nella stanza attigua, ci fu un suono di chiavi alla fine del corridoio</strong>. “Ah, è Claudia… è tornata Claudia.” Disse ansimando Valerio, serrando le palpebre per non perdere la concentrazione, perché alcune cose necessitano di concentrazione anche se tutto il lavoro lo sta facendo qualcun altro, “è tornata Clha…auudia.” Questa informazione non turbò in alcun modo Ginevra, al contrario si può dire che per quanto possibile la ragazza diventò addirittura più calda e paziente, al punto da rallentare i suoi movimenti come chi non ha nessuna fretta di concludere.</p>



<p>Poi nel salone si sentì un tonfo, come di qualcosa che viene sbattuto a terra con rabbia, a cui seguì la voce metallica di Claudia: “Brutto stronzo… io lo ammazzo”.<strong> Dei passi decisi, come di piccole ante che vengono sbattute, si fecero sempre più vicini e minaccios</strong>i, fino a raggiungere la porta della stanza che si spalancò di colpo: “Eccoti maledetto, eccoti qua!”</p>



<p>“Ehi amore… batuffolina. Sto per venire&#8230;”, disse Valerio alzandosi sui gomiti e muovendo un po’ i fianchi su e giù per facilitare la mungitura. Anche Ginevra, asciugandosi le labbra, salutò la nuova arrivata con un sorriso complice: “Ciao Claudia, come sei bella. Sei passata dal parrucchiere…?” E poi di nuovo se lo fece scivolare con delicata sensualità sulle labbra, come si fa per sigillare una sigaretta appena rollata. Claudia salutò Ginevra: “Ehm, ciao Ginni… scusami, ci puoi lasciare da soli?” Ginevra alzò la testa aggiustandosi una ciocca e continuando con la mano: “Certo, se mi dai due minuti però finisco.” “Sì, falla finire Claudia…” disse Valerio con gli occhi storti e un sorriso inebetito dal piacere.</p>



<p>A sentire la voce di Valerio, Claudia diventò tutta rossa, e una grossa vena le spuntò sulla fronte: “<strong>Tu stai zitto.” Poi, rivolgendosi a Ginevra: “Ginevra, forse è il caso che tu venga qui da me</strong>.” Davanti a quel viso rosso di rabbia, Ginevra diede le ultime due succhiatine rapide, poi, nonostante le suppliche di Valerio, si alzò producendo con la bocca il suono di un tappo che salta. Valerio non riuscì più a trattenere la sua frustrazione: “Claudia, siamo impazziti? Non si può interrompere un pompino così.” In tutta risposta, Claudia estrasse il telefono dalla sua borsetta con autorità micidiale: “<strong>Cos’ho?</strong> <strong>Ho che l’altro giorno non sei andato a giocare a calcetto con quel gruppo di coglioni di amici tuoi, ma sei andato a farti una bella <em>confidata</em>.</strong> Sì Ginni..<strong>.</strong>hai capito bene. Una schifosa confidata. Con quella cessa della sua amica.” Ginevra, sorpresa dalla notizia: “Ma chi, l’amica storica? Come si chiama…” “Troia si chiama, troiona, si chiama. Ecco come si chiama: si chiama regina delle fucking troie.”</p>



<p>Valerio ingoiò un groppo, si alzò dal letto trastullando il sesso smunto tra le mani. “Claudia… che stai dicendo? Chi te l’ha detta questa follia? Io non mi confiderei mai con nessuna che non sia tu… dai, smettete di fare le sceme e venite qui tutte e due.” “Stai zitto uomo di merda, che ci fai più bella figura. E rimettitelo dentro, che in confronto a quello di Riccardo il tuo fa ridere. E comunque, ho le prove.” “Le prove?” Valerio sorrise stordito, incredulo. Si voltò verso Ginevra come chi cerca un sostegno, ma lei distolse lo sguardo spietata. <strong>Claudia tirò fuori il telefono dalla sua borsetta. </strong>Lo schermo illuminò la stanza buia e il volto del ragazzo, che si scoprì bianco come chi è prossimo allo svenimento: “Ecco qui, ECCO. Si sente tutto… ogni parola. Ogni tua schifosa parola è stata registrata.” Davanti agli occhi di Valerio partì un filmato.</p>



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<p>“Guardati… uomo piccolo, esattamente come tutti gli altri. <strong>Al parco, su una panchina, a ridere, a confidarti, a giocare con un pinolo con quel mezzo sorriso incantato, a parlare delle tue paure, dei tuoi progetti, dei tuoi sogni. E qui? Oddio…</strong>” Claudia si coprì gli occhi e iniziò a singhiozzare. Vedendo la migliore amica in lacrime, Ginevra andò ad abbracciarla. Le carezzò il viso, poi le baciò affettuosamente il collo, le leccò le lacrime sulle guance. “Vieni qui…povera Claudia.” “Ginni, Ginni. Ma hai sentito che cosa le ha detto? <strong>Le ha parlato della sua infanzia, di come delle volte si sente inadeguato e insicuro.</strong> E&#8230;” Ginevra prese il telefono della sua amica e chiuse il video: &#8220;Questo è davvero troppo, basta. Perché ti devi torturare così?&#8221; Quindi si voltò verso Valerio con un sorriso sprezzante e altezzoso: “<strong>Fai schifo</strong>.” Dopodiché, con quella forza che scaturisce da una sincera amicizia femminile, accompagnò Claudia fuori dalla stanza. La porta si chiuse. Valerio, solo con se stesso, si abbracciò le ginocchia. Oscillò per circa un minuto come un cavallino a dondolo. Poi, con voce stridula, quasi infantile, gli occhi sbarrati e tristi, sussurrò: “L’ho persa, persa per sempre. Per una confidata di pochi minuti ho perso l&#8217;amore della mia vita. Sono proprio un coglione.”</p>
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