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	<title>smartworking Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Tutta colpa di Fight Club</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 11:18:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La musica su Spotify. I film su Netflix. I documenti su Cloud. I libri su Kindle. L’enciclopedia su Wikipedia. Le foto su Instagram. Il lavoro su Drive. Il cibo su Glovo. Siamo nullatenenti. Affittuari di esperienze. E se vi dicessimo che la colpa è di Fight Club, un’apologia del post-capitalismo?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Fight Club</em>, il film diretto da David Fincher e tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, ha segnato profondamente l’immaginario dei Millennials, la generazione che comprende i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Interpretato dal riuscito binomio Norton-Pitt, il primo un impiegato mediocre, frustrato e insonne, e il secondo (in verità il suo doppelgänger) un carismatico e imprevedibile giovane kerouachiano a capo di un’organizzazione eco-terrorista. Questo lungometraggio è uscito nelle sale statunitensi nel 1999, sul finire del secolo, quando qualcuno credeva che la storia fosse giunta al termine. <em><strong>Negli anni si è affermato come un vero e proprio cult movie, un contenitore simbolico da cui i Millennials hanno attinto citazioni e riferimenti anti-capitalisti, pose e stili di vita, poster e magliette, tanto che taluni hanno eletto il film a manifesto generazionale. </strong></em>Affresco schizofrenico della società tardocapitalistica il film offre una critica ridondante e fuori tempo massimo alla società dei consumi.</p>



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<p>Si tratta di una critica all’americana della società americana, <strong>un’esplicita condanna all’accumulazione di oggetti, alla mercificazione del mondo, alla corsa ai consumi emulativi che caratterizza la classe media, in particolare i colletti bianchi, le masse impiegatizie e salariate incastrate nella gabbia trigonometrica casa-starbucks-ufficio e ritorno</strong>. A questa vita si contrappone il <em>fight club</em>, zona franca dell’escapismo selvaggio all’interno della metropoli. Un luogo dove si combatte a mani nude, senza regole, e che permette ai suoi adepti, quelli che si sono risvegliati dall’<em>american dream</em> – un risveglio che assomiglia all’effetto della red-pill di Matrix (film uscito nello stesso anno) – di riscoprire la cattività del loro essere interiore attraverso una violenza che diventa ricreativa e terapeutica, violenza redentrice che desta l’individuo dalla sua disforia esistenziale, rendendogli evidente l’asimmetria tra ciò che crede di essere e ciò che realmente è. </p>



<p>In modo superficialmente nietzschiano, il film trasmette messaggi di questo tipo: “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!”. Stampata sulle magliette, tatuata sugli avambracci, utilizzata per citazioni fuori luogo sui propri profili Facebook è una frase che per assurdo oggi suona come un <em>claim</em> pubblicitario: <strong>“<em>le cose che possiedi alla fine ti possiedono</em>”</strong>. Una lezione, questa, che noi Millennial a quanto pare abbiamo introiettato alla perfezione, finendo poi per vederci costretti a metterla in pratica. Infatti <em>non siamo più posseduti dalle cose che possediamo, perché non le possediamo più</em>! Macchine, case, vestiti di marca, conti in banca in positivo sono prerogative che la nostra generazione non contempla. <strong>Nullatenenti, al massimo possiamo affittare esperienze: ascoltiamo musica e vediamo film in streaming, leggiamo libri su supporti virtuali, non acquistiamo più riviste né giornali, abitiamo case dormitorio per tempi sempre più ridotti, guidiamo macchine non nostre, lo smartworking ci ha privato persino di un ufficio in cui lavorare stabilmente</strong>. Le città testimoniano di questo mutamento: niente più negozi di dischi, biblioteche, cinema, teatri, niente più uffici e forse, a breve, neanche più scuole. Pur rimanendo professionalmente frustrati come il protagonista, stavolta non per colpa della vita impiegatizia ma della precarietà, ci atteggiamo a Tyler Durden quando accediamo al nostro fight club customizzato inserendo un nome utente e una password su una qualsiasi piattaforma digitale, dove non ci sono più oggetti a possederci (ma i contenuti cattura-attenzione prodotti da un algoritmo).</p>



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<p><strong><em>Fight Club</em> perciò ci ha venduto come una forma ribellistica di liberazione dalla merce, l’esproprio che in realtà il capitalismo digitale stava già mettendo in atto con il nostro tacito assenso.</strong> Interiorizzata tra i Millennials l’idea secondo cui “i beni che possiedi alla fine ti possiedono”, la nostra generazione si è rivelata un <em>parterre</em> perfetto, ideologicamente e antropologicamente restio all’accumulazione di oggetti, alla stabilità e alla vita borghese, a cui si potevano disinvoltamente vendere i nuovi prodotti fatti di byte, la cui immaterialità assicurava di non partecipare alla società dei consumi (come la si conosceva prima dell’avvento di internet), lasciando accedere i suoi membri al nascente mercato digitale privi di sensi di colpa ma con spirito da pionieri anti-sistema. </p>



<p><em>Fight Club</em> ha raccontato implicitamente un passaggio di consegne da un’architettura capitalistica a un’altra: il vecchio mondo fordista e industrializzato muore – come nell’epilogo del film in cui esplode la città – <strong>ma perché nulla cambi davvero</strong>. Fincher e Palahniuk hanno fornito ai Millennials un libretto di istruzioni per farla finita con il vecchio capitalismo dell’accumulazione, e una cartina per orientarsi nella geografia del nuovo mondo, hanno dato vita a una delle più riuscite apologie della società del capitalismo digitale, <strong>insospettabilmente complice dello stile di vita anti-materico che nel frattempo la Apple aveva cominciato a pubblicizzare con il suo design buddhista e il suo comunismo light dello sharing</strong>. La Apple era già promotrice dell’abolizione degli oggetti, delle case vuote e minimaliste, di un certo nomadismo esistenziale, delle vite precarie ma customizzate. Come dice Ian Svenonius in <em>Censura subito!!!</em>: “Apple sprona alacremente la popolazione a liberarsi dei propri beni. La musica? Salvatela sul Cloud. I libri? Sul Cloud. I film, le riviste, i giornali, e la televisione devono essere tutti stoccati nell’etere, non per terra o in un armadio. È come vivere in un monastero modernista il cui culto è la Apple stessa”. E aggiunge: “Apple ha operato un rovesciamento del mondo che ha trasformato il possesso materiale in un simbolo di povertà, e l’assenza di beni in un indice di ricchezza e potere”.</p>



<p>Siamo dei nullatenenti, in definitiva, e ce ne vantiamo. <strong>Le cose intorno a noi stanno scomparendo. L’accumulazione di oggetti è diventata una pratica volgare e retrograda nonostante gli oggetti raccontino una storia, costellino i nostri ricordi</strong>. Gli oggetti erano, come dice sempre Svenonius, “dei ricettacoli di conoscenza, avevano un senso, erano totem di significato”, custodivano un sapere tramandato rispetto a quello sempre rinnovato, in costante aggiornamento virtuale, che troviamo online. Il fenomeno vintage testimonia la nostalgia per gli scaffali pieni di libri polverosi, i dischi accatastati, le videoteche e le dispense piene. <strong>Ma si tratta proprio di una posa in voga tra pochi privilegiati che conferma la tendenza della società a liberarsi degli oggetti, o comunque a dargli un’importanza sempre minore, a favore invece dell’esperienza connessa all’acquisto.</strong> Alla proprietà di qualcosa infatti, si preferisce fare l’esperienza di qualcosa: questo è diventato un mantra ormai banale tra gli startupper e gli esperti di marketing di tutto il mondo. La gente vuole fare cose, vuole condividere momenti, avventure, sensazioni, peripezie. <strong>È una rincorsa al consumo emulativo di attività esperienziali da rilanciare sui propri profili social</strong>. Siamo ancora la canticchiante e danzante merda del mondo, ma adesso non abbiamo neanche più degli oggetti dietro cui nasconderci. Vogliamo farlo sapere a tutti.</p>



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		<title>Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</title>
		<link>https://ilnemico.it/come-le-aziende-capitalizzano-sul-nostro-benessere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalism]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Silicon Valley]]></category>
		<category><![CDATA[smartworking]]></category>
		<category><![CDATA[uffici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli uffici che oggi sopravvivono somigliano sempre più a luoghi di riposo e socialità, mentre i luoghi di lavoro classici si svuotano, perché a prendere il loro posto sono i nostri i nostri dispositivi, i nostri punti di ritrovo, il letto di casa nostra. Benefit aziendale o nuova servitù? </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre gli annunci per lavori da remoto e per attività di microworking crescono esponenzialmente, nelle grandi metropoli occidentali, <strong>la domanda di spazi per uffici é al minimo storico.</strong> La città di Chicago ha registrato un calo del 25% di richieste, e in un recente articolo del <em>Times</em>&nbsp;si afferma provocatoriamente che <strong>servirebbero ventisei Empire State Buildings per riempire gli spazi per uffici ora vacanti nella città di New York</strong>. (1) Solo per citare due casi emblematici di una situazione oggettivamente complessa, come testimoniano i dati del mercato immobiliare di riferimento, e che non riguarda solo le principali metropoli americane ma anche quelle europee. (2)</p>



<p><br>Nell&#8217;ultimo biennio sono infatti moltissime le aziende e le multinazionali riorganizzatesi <strong>senza una sede fisica vera e propria</strong>, mentre aumentano quelle che cercano spazi ridotti di taglia e quelle che affittano gran parte delle loro proprietá, prima destinate a un numero importante di dipendenti.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-828" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Welcome to the desert of the real estate</figcaption></figure>
</div>


<p>Siamo di fronte a un fenomeno importante e ormai strutturale. <strong>Può essere che l&#8217;era degli uffici sia finita?</strong> Che non lavoreremo più in ufficio? Sicuramente oggi ci lavoriamo meno, molto meno.</p>



<p>Per tentare di capire il perché di questa grande delocalizzazione virtuale e urbana dei luoghi della produzione occorre fare alcune premesse &#8211; anche se bisognerebbe in realtà partire dalla domanda: &#8220;<strong>perché ancora lavoriamo così tanto?</strong>&#8220;</p>



<p>Perché, forse a torto, il <em>remote working</em> incoraggiato sin dagli anni &#8217;80 dalle opere di innumerevoli sociologi e designer, porta con sé, storicamente, l&#8217;idea di un <strong>allontanamento non solo fisico ma concettuale dal lavoro</strong>&nbsp;&#8211; o quanto meno l&#8217;occasione per un&#8217;orizzontalizzazione dei rapporti gerarchici come conseguenza della maggiore autonomia fisica e decisionale riservata ai dipendenti.&nbsp;</p>



<p>Nel suo&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office</em>,&nbsp;Kaufmann ci ricorda come la storia del design degli uffici «sia profondamente intrecciata con la storia della gestione e delle<strong> idee manageriali</strong>» e che il progetto dei luoghi di lavoro «é sempre stato uno strumento di gestione e un&#8217;incarnazione spaziale degli ideali manageriali&#8230; riprodotto nell&#8217;architettura degli uffici ripetutamente nel tempo».&nbsp;(3)</p>



<p>A partire dagli anni fine degli anni &#8217;80 del Novecento, (cioè dal mutamento della società post-fordista in organizzazioni e strutture decentralizzate di servizi, determinante per un assetto sociale sempre più lavorocentrico) <strong>molti nuovi e subdoli modelli di filosofia aziendale (e politica) hanno contribuito a dare forma alle relazioni sociali nel mondo del lavoro e quindi ai suoi luoghi</strong>.&nbsp;Si é parlato di<em>&nbsp;employee engagement</em>, cioè del «processo capace di imbrigliare l&#8217;identità delle persone nel proprio ruolo produttivo, con la speranza che questa si appaghi attraverso il lavoro».&nbsp;(4)</p>



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<p>Come affermato da Kahn «Non vogliamo solo che le persone siano impegnate [al lavoro], <strong>ma che siano sposate [con il lavoro]</strong>». In un&#8217;economia «sempre più pronta a licenziare per chiedere ai lavoratori di dedicarsi al proprio impiego con devozione, amore e fedeltà» è necessario «farli innamorare dei valori e del brand aziendale». (5)</p>



<p>Non è un caso il fatto che <strong>ogni azienda faccia della sua comunicazione un impegnato&nbsp;<em>storytelling</em></strong>,&nbsp;spesso proposto con toni eroici, accattivanti, piacevolmente&nbsp;<em>trendy</em> e&nbsp;sempre più&nbsp;<em>smart.</em></p>



<p>Così gli stessi manager si adoperano per dare vita a <strong>vere e proprie creazioni comunicative, che fanno leva su alcuni aspetti psicologici dell&#8217;essere umano </strong>&#8211; come ad esempio i complimenti, un potente motore di rendimento &#8211; fondate su vere e proprie «regole per un matrimonio aziendale di successo, nel quale indurre i dipendenti a garantire una disponibilità illimitata». (6)</p>



<p>Molte e diverse letture sociologiche evidenziano come questa sia una pratica dietro cui «si annida il tentativo di <strong>estendere gli orari di lavoro oltre i limiti pattuiti</strong>; l&#8217;aspettativa che cadano tutte le barriere tra lavoro e vita privata, che le persone siano disponibili ventiquattro ore al giorno e che considerino il lavoro come una passione, un hobby e una priorità affettiva <strong>pari alla necessità di trascorrere del tempo con i cari</strong>».(7)</p>



<p>Il risultato è che non ci si meraviglia affatto nel sentir parlare un dipendente della propria azienda come di <strong>una vera e propria famiglia.</strong> Questo <em>soft power</em> aziendale assume i connotati tipici di un&nbsp;&#8220;corteggiamento&#8221;&nbsp;e si traduce anche da un punto di vista pratico: <strong>le aziende sono sempre pronte ad assistere i loro dipendenti</strong>. Ovviamente da un punto di vista spaziale: la competitività fra le aziende sta anche nella capacità di procurare per loro i migliori&nbsp;benefit&nbsp;all&#8217;interno di sedi sempre più <em>fancy</em>&nbsp;e all&#8217;avanguardia, (tecnologicamente e non solo) dotate di accattivanti e modernissime <em>amenities</em>.&nbsp;</p>



<p>Già quarant&#8217;anni fa, negli uffici delle prime aziende soft-tech della Silicon Valley, assistevamo alla fine della pianificazione&nbsp;<em>stricht</em>&nbsp;di derivazione industriale e tayloriana&nbsp;(la cosiddetta &#8220;scienza dell&#8217;ufficio&#8221;)&nbsp;che costringeva i dipendenti nei cubicoli o in postazioni del tutto anonime e disorientanti (si veda lo splendido film <em>Playtime</em> di Jacques Tati) in favore di una cultura legata sostanzialmente alla liberalizzazione e all&#8217;informalitá, che<strong> estendeva la vita da campus universitario istituzionalizzandola all&#8217;interno di una start-up</strong>.&nbsp;</p>



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<p>Ovviamente grazie all&#8217;uso di strumenti e tecnologie più minute, autonome ed efficienti che dissolvevano e progressivamente rimpiazzavano la materialità degli strumenti di lavoro, questa nuova idea di&nbsp;company culture&nbsp;informava spesso luoghi abbandonati, loft,&nbsp;garage e gli stessi nuovi uffici di migliaia di dot-com e aziende soft-tech di quegli anni, <strong>trasformati o pensati come contenitori pop, sempre più &#8220;cool&#8221;</strong>, ma partendo dall&#8217;assunto che «Il design è di norma nemico della cultura (così come la intende la Silicon Valley): se qualcosa deve essere progettato od oggetto di design, ciò comporterà l&#8217;introduzione di un <strong>qualche tipo di limite nello spazio personale</strong>». (8)</p>



<p>I nuovi principi organizzativi mettevano infatti al centro l&#8217;idea di una più ampia libertà di movimento possibile e una sorta di <strong>disponibilità alla colonizzazione&nbsp;quasi selvaggia di questi luoghi</strong>, accettando che alcuni ambienti avessero un&#8217;atmosfera di trascuratezza con «scrivanie a forma di tavolo da picnic disposte ad angolo, pile di carta e cavi incrociati ovunque, lavoratori trasandati accovacciati davanti ai loro schermi in pigiama». (9)</p>



<p>Questi uffici sono diventanti un modello a cui moltissime altre aziende negli Usa e in Europa hanno guardato con attenzione fino ad oggi per la loro capacita di esprimere <strong>un&#8217;ibridazione funzionale fra ambienti domestici (lounge, bar), sportivi (campi da gioco dentro e fuori) e scenografici (sale riunioni e atrii di grandi dimensioni e con gigantografie di aritsiti, motti, loghi ecc) </strong>con l&#8217;obiettivo di suscitare stimoli diversi per insoliti processi creativi e, soprattutto, perché quest&#8217;ibridazione si è dimostrata <strong>efficacissima nel trattenere i propri dipendenti sempre all&#8217;interno dello spazio di lavoro</strong>. I dipendenti non erano (e non sono) motivati solo dal denaro, e in quelle bolle artificiali si sentivano artisti, autonomi e liberi.&nbsp;«Finché i lavoratori credevano di star creando qualcosa di nuovo e che stavano svolgendo un lavoro unico, non per gli altri, ma per se stessi, era più facile lavorare per ore e ore». (10)</p>



<p>Oggi invece cosa é cambiato?&nbsp;Quasi tutto, seppure nulla di fatto è poi così diverso.&nbsp;</p>



<p>Il sogno degli anni &#8217;90 (così sentito dalla generazione di nerd creativi e psicolabili di cui sopra) di connettere tutto il mondo e annullare le distanze si è in parte avverato, avendo oggi l&#8217;infrastruttura tecnologica, sempre più performante, dato forma a una società-mondo dove, grazie al virtuale,<strong> i luoghi sembrano essersi allargati, mescolati e resi costantemente interconnessi</strong>.</p>



<p><strong>L&#8217;ufficio in quanto strumento</strong>, ora nelle vesti di in un telefono, ora di un iPad, ora di un PC, all&#8217;interno di un ecosistema di aziende che monitorano la produttività con software sempre aggiornati, e in cui gli orari sono di fatto indicativi, se non relativi &#8211; perché contano ormai solo i risultati con le loro improrogabili e continue scadenze &#8211; <strong>ci consente di lavorare ovunque e di personalizzare la nostra routine con l&#8217;obiettivo di &#8220;ottimizzare&#8221;</strong> <strong>in luoghi e tempi diversissimi le nostre mansioni lavorative</strong>.  Tra uno scroll di tik tok, un like su Instagram, mentre scorre in approfondo la voce di un podcaster qualsiasi e una finestra sulle ultime news, il lavoro svolto all&#8217;interno delle mura domestiche o altrove ha portato, per moltissime aziende, a un sostanziale <strong>aumento della produttività</strong>, come testimoniato ultimamente da diverse ricerche.</p>



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<p><strong>Il lato negativo dello smartworking alle Hawaii</strong></p>



<p>Al lavoro dislocato consegue un complesso sistema di&nbsp;<em>workflow</em>.&nbsp;&nbsp;Il critico d&#8217;arte e curatore Domenico Quaranta afferma chiaramente che «l&#8217;avvento congiunto di dispositivi mobili, connessioni ubique e piattaforme sociali ha condotto la società post-fordista a un ennesimo salto qualitativo, che può essere sintetizzato nel termine&nbsp;<em>hyperemployment</em>: <strong>la condizione in cui il lavoro viene frammentato in una miriade di micro-prestazioni, spesso simultanee (multitasking), e in gran parte difficili da percepire come lavoro, invadendo progressivamente gli spazi fisici della vita privata e quelli temporali del tempo libero</strong>». (11)</p>



<p>In quella sfera che oggi chiamiamo lavoro vi sono infatti una miriade di attività come, <strong>viaggi, telefonate, chiamate, email, messaggi e interazioni su whatsapp</strong> a cui milioni di lavoratori sono sottoposti ogni giorno.</p>



<p>Le conseguenze di tutto ciò si rivelano tutt&#8217;altro che scontate. Diventa sempre più difficile, per via della sua natura intellettuale e degli strumenti con cui si esplica, distinguere cosa sia lavoro e cosa no.</p>



<p>Il termine&nbsp;<em>hyperemployment&nbsp;</em>coniato dal teorico dei media Bogost,&nbsp;si riferisce al lavoro estenuante di chi usa le tecnologie e «si concentra soprattutto sulla possibilità che il lavoro, attraverso email e notifiche, ci raggiunga ovunque e in qualsiasi momento, e sul convergere sui singoli professionisti di attività che in passato venivano delegate a terzi, tanto in ambiente lavorativo (come i lavori di segreteria) quanto in quello domestico&#8230;Tutto ciò arriva a noi con la sua pletora di notifiche e richiami». (12)&nbsp;<strong>Tramite i nostri dispositivi &#8220;indossabili&#8221;&nbsp;siamo infatti costantemente predisposti al lavoro e comunque in una delle bolle che ci consentirebbe di farlo</strong>. Sussistono molte ragione per cui possiamo pensare che dall&#8217;<em>animal laborans</em>&nbsp;sembriamo esser giunti a una nuova forma evolutiva.</p>



<p>Per Byung-chul Han, infatti, nella società contemporanea quale società prestazionale e non più disciplinare «i cittadini non si dicono soggetti d&#8217;obbedienza ma <strong>oggetti di prestazione</strong>. Sono imprenditori di se stessi», poiché per la prestazione, a differenza del lavoro, non esiste un inizio e una fine ma una <strong>perpetuazione continuata dell&#8217;attività lavorativa</strong>, una sorta di&nbsp;loop&nbsp;o per meglio dire una&nbsp;<em>never ending activity</em>. Egli continua: «Non è che il soggetto non voglia mai arrivare a una conclusione; piuttosto, egli non è capace di concludere. L&#8217;obbligo prestazionale lo costringe a realizzare sempre più, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione». (13)&nbsp;&nbsp;Sempre Byung-chul Han nello scritto&nbsp;<em>Le Non Cose</em>, ponendo l&#8217;attenzione sullo smartphone, sottolinea un aspetto cruciale relativo a questa estensione, ricordandoci da un lato che «<strong>la costante raggiungibilità non si differenzia sostanzialmente dalla servitù</strong>» e dall&#8217;altro come il nostro telefono cellulare «si rivela un campo di lavoro mobile in cui noi c&#8217;imprigioniamo di nostra sponte». (14)</p>



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<p><strong>Cosa ne sarà del futuro?</strong></p>



<p>Qualcosa inizia a muoversi fra gli <em>horizontal workers</em>, cosi definiti dal filosofo Paul Preciado, i <em>knowledge workers </em>che<strong> trasformano anche il proprio il letto in uno spazio di lavoro</strong>, data la sovente necessità di trattare con clienti o colleghi in fusi orari diversi o di fare degli straordinari. (15)</p>



<p>Molti si dicono ormai stufi di una società cosi impigliata in un<strong> sovraccarico informatico e informativo</strong>, e per evitare il&nbsp;<em>burnout</em> &#8211; ma senza necessariamente intraprendere una via già praticata e interessante quale la<em>&nbsp;early resignation&nbsp;</em>(16)-, nei soventi scambi di email, messaggi e chiamate hanno iniziato a specificare che l&#8217;invio o il contatto é avvenuto durante l&#8217;orario di lavoro,<strong> invitando cosi il destinatario a replicare solo ed esclusivamente nel proprio corrispettivo</strong>.</p>



<p>Tutto ciò evidentemente non basterà, come non basterà affidarsi a una legislazione che contempli il <strong>diritto alla disconnessione </strong>(come inizia ad avvenire in Francia). É evidente che quello che é stato barattato in questo &#8220;equilibrio&#8221; è una quantità di tempo, cura e dedizione maggiore in favore delle aziende da parte dei dipendenti, <strong>in cambio di una loro maggiore autonomia di movimento e di organizzazione</strong>; o il diritto a non dover più guardare in faccia ogni mattina il proprio odiato collega, rinunciando così implicitamente alla possibilità di esser difesi da qualcuno nell&#8217;eventualità di un licenziamento. Può darsi che la solidarietà di classe, tipica di una forte dimensione collegiale e collettiva, <strong>non sia un concetto fluttuante, non possa essere digitalizzata, ma sia esprimibile pienamente, forse, solo in un luogo fisico</strong>.</p>



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<p>(1)&nbsp;&nbsp;Edward L. Glaeser, Carlo Ratti<strong>,&nbsp;</strong><em>26 Empire State Buildings Could Fit Into New York&#8217;s Empty Office Space.That&#8217;s a Sign,&nbsp;</em>The New York Times<em>,&nbsp;</em>10.05.2023.</p>



<p>(2) Joshua Oliver,&nbsp;<em>European commercial real estate dealmaking falls to 11-year low,&nbsp;</em>Financial Times,&nbsp; 27.04. 2023&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e</a></p>



<p>(3) Kaufman,&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office,&nbsp;</em>Bloomsburry,Londra, 2021, pag. 6</p>



<p>(4) Kahn, W. A.,&nbsp;<em>Psychological Conditions of Personal Engagement and Disengagement at Work</em>, in «Academy of Management Journal» (1990), vol. XXXIII, n. 4, pp. 692-724</p>



<p>(5)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(6) Bersin, J.,&nbsp;<em>It&#8217;s Time to Rethink the Employee Engagement Issue</em>, in «Forbes», 10 aprile 2014, https://&nbsp;<a href="http://www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/</a>&#8221;&nbsp;</p>



<p>(7) Paola Davis,&nbsp;<em>The Power Of Sticky Recognition At Work,&nbsp;</em>Forbes, Oct 5, 2023&nbsp;<a href="https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27</a>&nbsp;</p>



<p>(8)N. Saval, Cubed. A secret history of workplace, Doubleday, New York, 2014, pag. 361</p>



<p>(9)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(10)<em>&nbsp;Ibidem</em></p>



<p>(11) Domenico Quaranta,&nbsp;<em>La possibilità dell&#8217;ozio nell&#8217;era dell&#8217;hyperemployment,&nbsp;</em>Il cannocchiale. Rivista di studi filosofici, Napoli, 2022, pag 62</p>



<p>(12) cfr. I. Bogost,&nbsp;<em>Hyperemployment, or the Exhausting Work of the Technology User</em>, in &#8220;The Atlantic&#8221;, 8 novembre 2013,&nbsp;<a href="http://www.theatlantic.com/techno-" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.theatlantic.com/techno-</a>&nbsp;logy/archive/2013/11/hyperemployment-or-the-exhausting-work-of-the-te- chnology-user/281149/</p>



<p><br>(13 )Byung-Chul Han,&nbsp;<em>La società della stanchezza ,&nbsp;</em>Nottetempo, 2015, pag 45.</p>



<p>(14) Byung-Chul Han,&nbsp;<em>Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2022, pag 27&nbsp;</p>



<p>(15) Preciado, P., Learning from Virus, giugno 2020&nbsp;</p>



<p>(16) Francesca Coin,&nbsp;<em>Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2021&nbsp;</p>
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		<title>Ridateci l&#8217;ufficio e le &#8220;8 ore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2024 09:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[ufficio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In cambio della possibilità di surfare alle Canarie abbiamo svenduto la nostra stabilità lavorativa ed esistenziale. La precarizzazione lavorativa è tale che in America, ormai, si rimpiange persino l'alienazione del lavoro di ufficio. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli Usa, paese che anticipa – se non direttamente produce &#8211; tutte le contraddizioni che viviamo qui alle nostre latitudini, sta prendendo slancio un trend impensabile fino a qualche decennio fa. <strong>La gente sembra voler tornare in ufficio</strong>. Sempre più lavoratori in America si dicono disposti ad accettare di buon grado una vita d’ufficio, a preferire le sicurezze che essa offre rispetto agli svantaggi e le incertezze della <em>Gig Economy</em>. Pare che di conseguenza si stia sviluppando una nostalgia del <em>9-to-5</em> (le famose “8 ore”), degli orari prestabiliti, del tragitto pendolare, delle pause con i colleghi; persino, e ciò stupisce davvero, del <em>cubical</em>, del piccolo compartimento di cartongesso simbolo dell’alienazione del lavoro d’ufficio nelle grandi aziende. Il prodotto più interessante di questa moda esistenziale è questo tipo qui:</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Davis Clarke" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/lfqerR3d7hQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Davis Clarke è stato descritto da alcuni analisti come <em>the most punchable face on the internet </em>/ la faccia che vorreste più prendere a pugni su internet  </figcaption></figure>



<p><br>Tutto ciò ha che fare con le dinamiche che hanno stravolto il contesto lavorativo negli ultimi 10 anni, il grande esproprio padronale del tempo e dello spazio, a cui ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, vuoi come lavoratori vuoi come consumatori, ha dato il proprio contributo. Dopo due secoli di lotte sindacali, nel giro di una sola generazione, <strong>la precarietà è diventata, da condizione pietosa di indigenza che era, ciò che invece è oggi, un lusso, un vantaggio, un benefit aziendale.</strong> Il grado di sofisticazione raggiunto dalla macchina lavorativa capitalista ci ha spinto al punto che oggi vantiamo come un privilegio la condizione di essere del tutto<strong> estraniati dal nostro ambiente lavorativo, dalla nostra comunità di riferimento, dall’abitudine dei luoghi e dalla familiarità degli ambienti.</strong> Scegliamo di firmare un contratto lavorativo, anzi, sulla base di quanto favorisca o meno la possibilità di coltivare la nostra solitudine e il nostro isolamento, di andare incontro a quelle che percepiamo come le nostre esigenze individuali, e che spesso possono essere inquadrate soltanto come sfoghi edonistici ed effimeri per compensare una frustrazione perennemente irrisolta. L’orizzonte limitato delle nostre possibilità immaginative sembra non riesca a concepire nulla di più desiderabile dell’attitudine post-storica <strong>di una vita in vacanza.</strong></p>



<p><br>L’esproprio di cui siamo stati sia vittime che carnefici si è consumato nel passaggio dalla società industriale a quella tecnologica. La prima era alimentata dal capitale industriale, il quale, nella sua grezza materialità, doveva necessariamente fare i conti con ciò che di materiale c’è anche nell’umanità, e quindi con l’esistenza dei corpi, con tutte le conseguenze che può generare la pretesa di gestirli a profitto. Il lavoro industriale non poteva fare a meno, perciò, di generare degli imprevedibili effetti collaterali. Ogniqualvolta si è inteso riunire un insieme di esseri umani per produrre una merce che non appartenesse loro, per quanto questo insieme fosse meccanicizzato e atomizzato per aumentare la produttività, non c’è mai stato modo di evitare che quest’unione generasse, come prodotti di scarto, <strong>delle risacche di improduttività</strong>. A partire dalla giustapposizione dei corpi in una fabbrica, inevitabile presupposto del lavoro industriale, i lavoratori hanno sempre finito, quasi involontariamente, per t<strong>rasformare la loro semplice vicinanza spaziale in solidarietà, la convergenza dei loro interessi in amicizia. </strong>Tutto ciò ha sempre ostacolato la produttività, da un lato rallentandone il processo, dall’altro generando un potenziale fronte unico e comune che poteva avvalersi della forza di ciascuno per tutelare i diritti del singolo. Il semplice fatto di dover vivere insieme, di lavorare fianco a fianco, di abitare in unico quartiere, di fare lo stesso tragitto casa-lavoro, di mandare i figli alla medesima scuola e frequentare gli stessi dopolavori, ha costituito, fin dalle origini della civiltà industriale, <strong>il più pericoloso e ingestibile prodotto di scarto della proletarizzazione e del classismo sociale</strong>. &nbsp;</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Il passaggio alla società tecnologica, alimentata quindi dal capitale tecnologico, delocalizzandosi universalmente, traslocandosi nell’etere, ha smantellato i presupposti stessi di qualsiasi solidarietà sindacale, trasformando il lavoro, da attività multiforme e necessariamente integrata nella vita, allo svolgimento impersonale di un compito, di una <em>task</em>. Non stupisce affatto il tentativo da parte del capitale di disarticolare l’intreccio di vita e lavoro, essendo esso un’inestinguibile sorgente di improduttività. Ciò che colpisce veramente<strong> è la disposizione dei lavoratori ad accogliere l’esproprio nei loro confronti nei termini di un premio di lavoro</strong>.</p>



<p><br>Lo <em>smart-working</em> &#8211; ovvero la mediazione di uno strumento tecnologico che permette di lavorare ovunque si preferisce, impedendo di abitare realmente il luogo in cui si finisce per vivere &#8211; è riuscito a compiere ciò che la parcellizzazione fordista non avrebbe mai potuto neanche sognare, <strong>la totale efficienza lavorativa che esclude per principio gli effetti collaterali dell’unione dei corpi e della convivenza</strong>, che impedisce la naturale tendenza umana a socializzare improduttivamente, riducendo l’interazione tra colleghi al semplice compiersi di una funzione. Nel modo più efficiente possibile. Una video-conferenza s’interrompe una volta che si è esaurito l’argomento del giorno. Un rider va per la sua strada non appena ha consegnato il pacco di cui non conosce nemmeno il contenuto. Colleghi che popolano nomadicamente gli angoli più disparati del pianeta, ma lavorano connessi alla medesima piattaforma, non hanno alcun incentivo a condividere un’intimità che prescinda dai loro obiettivi settimanali di lavoro.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>E se questo pare in qualche modo un vantaggio della civiltà digitale, basterebbe porre l’attenzione sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che una tale condizione prescrive. Chi mai, tra di noi, sentirebbe l’esigenza di sviluppare ulteriormente un rapporto che si consuma bidimensionalmente, sempre intorno a un compito da svolgere, supervisionati e disposti da un algoritmo intorno a un tavolo di lavoro virtuale? Chi mai sciopererebbe per tutelare uno o più colleghi, ingiustamente licenziati, se li ha conosciuti solo su Zoom? <strong>L’amicizia, la solidarietà, la comunità non possono nascere da una convenienza di interessi o dalla collaborazione nel compimento di un’opera</strong>; esse sorgono negli interstizi dell’efficienza, nei momenti morti, nel prender fiato, nella pausa, nel gioco, nelle ricreazioni, quando non si è uniti da alcuna finalità, ma precisamente dall’assenza di qualsiasi scopo. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Vale la pena surfarsi i propri 30 anni &#8211; sventrando con un immeritato turismo piccoli paeselli di pescatori che hanno avuto la sfortuna di essere stati “scoperti” da qualche australiano in cerca delle onde giuste &#8211; e rinunciare a tutto ciò che ha reso quantomeno tollerabile la vita negli ultimi due secoli? Dobbiamo davvero ridurci a nostalgizzare la vita d’ufficio, l’alienazione anni ’90 alla <em>Matrix</em> o alla <em>Fight Club</em>, <strong>incapaci di pensare un’alternativa agli agi illusori che offre il nomadismo digitale</strong>, alla performatività sportiva o alla bulimia turistica, l’una più fine a sé stessa dell’altra? Non dovremmo invece trovare il modo di <strong>politicizzare la nostra improduttività,</strong> rivendicarla come indicatore della qualità della vita, farle prendere spazio all’interno delle città, come l’erbaccia, soave e inutile, che guadagna le mura agli edifici abbandonati?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/ridateci-lufficio-e-le-8-ore/">Ridateci l&#8217;ufficio e le &#8220;8 ore&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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