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	<title>trend Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il lato oscuro dei social network</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 10:11:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell'omonimo libro appena uscito per Rizzoli, Serena Mazzini passa in rassegna quel che è sotto gli occhi di tutti, la mercificazione, lo sfruttamento e l'assenza di scrupoli di chi è a caccia esistenziale di like.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con gli ultimi episodi di omicidio e la recente sentenza di condanna di Filippo Turetta, abbiamo tutti percepito il clima dei social network diventare irrespirabile. Rabbia, contro il sistema, contro gli uomini, contro i giudici, contro chi non è arrabbiato, espressa in modo violento, nei toni e nelle parole. E una necessità irrefrenabile di dire la nostra opinione, rispondere a quel commento che ci ha infastidito, guardare quel video che ci fa incazzare, commentare anche quello, filmarci indignati e risoluti nelle storie, per ricevere a nostra volta commenti e incazzarci ancora. Molti sostengono che comunque, tutto sommato, alla fine tutto questo livore è soltanto sui social: nella “vita reale” la gente è normale, non insulta così il prossimo, non è sempre sclerata<strong>. Ma quanto tempo ci passiamo noi sui social? Quanto siamo capaci di non entrarci? E quanto influenzano il nostro umore, i nostri pensieri, il nostro modo di vedere le cose anche quando spegniamo lo schermo?</strong></p>



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<p><strong>Serena Mazzini</strong> si occupa di questo tema da anni, indagando alcune delle zone più dannose dei social, e spiegando che effetti generano fuori. <strong>Nel suo libro <em>Il lato oscuro dei social network</em>, appena uscito per Rizzoli, Serena, che è una social media analyst, traccia una breve storia di internet ricostruendo l’origine e l’esplosione dei social</strong>. In particolare, fa notare il modo in cui internet è cambiato man mano che sono comparsi i modi per monetizzare. Molti degli spazi in cui gli utenti si riunivano erano originariamente del tutto liberi: i forum e i blog erano luoghi di confronto senza interesse, nato dal semplice desiderio di condividere con altri le proprie esperienze e ascoltare le loro.</p>



<p>Progressivamente,<strong> questi luoghi sono scomparsi, o sono radicalmente cambiati.</strong> I blog, per esempio, spesso passano dall’essere luoghi di condivisione sincera a delle semplici vetrine, in cui gli autori vendono prodotti di ogni tipo o mascherano gli annunci pubblicitari come opinioni reali. I social, a loro volta, hanno subito un cambiamento, in particolare, sostiene Mazzini, con l’avvento di Instagram, che ha spostato tutto sull’immagine: su Facebook non esistevano limiti di carattere, ed erano frequentissimi i post senza immagine. Instagram ha permesso una nuova evoluzione, puntando sempre più sulla brevità, la rapidità, l’impatto immediato. Ancora oltre si è spinto TikTok, il social cinese. <strong>Queste piattaforme sfruttano, attraverso precise strategie comunicative, alcune emozioni facili da suscitare, e agevolano l’entrata dell’utente in un circolo vizioso in si è sempre in cerca di altri contenuti, di commenti, di reazioni, fino all’esasperazione.</strong></p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="670" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/8183LozoFmL-670x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/8183LozoFmL-670x1024.jpg 670w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/8183LozoFmL-196x300.jpg 196w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/8183LozoFmL-768x1174.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/8183LozoFmL.jpg 1000w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure>
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<p>Presto, con l’arrivo della monetizzazione, è nata la figura dell’<strong>influencer</strong>; figura che, poiché campa di visualizzazioni e di quello che generano, per forza di cose dovrà tenere alta l’attenzione, e cercare modi per trarre il massimo profitto dai contenuti. Se questo a volte comporta sfondare il limite della decenza e del rispetto umani, alla fine chi se ne frega. <strong>L’importante infatti è che catturi la gente</strong>. Ovviamente, però, questo funziona meglio se i contenuti sono apparentemente buoni: alla gente piace sentirsi buona, sentire di seguire persone che aiutano il prossimo e il mondo. A questo proposito l’autrice fa l’esempio di alcuni influencer, sia americani che italiani, che hanno usato come trend l’andare in strada da un senzatetto e fargli un regalo, che fosse una pizza o 5000 dollari. Il tutto, ovviamente, filmati in ogni dettaglio – filmati soprattutto i senzatetto stessi, certo non nella posizione (ma neanche, probabilmente, nello spirito) di rifiutarsi per questioni di privacy. Privacy che non viene presa neanche in considerazione, neanche dagli utenti, che unilateralmente approvano il gesto del benevolo e generoso influencer.</p>



<p><strong>Così vale per i genitori che usano costantemente i figli nei loro contenuti – il cosiddetto <em>sharenting</em></strong>. Sembra tutto adorabile, purissimo: madri che parlano di allattamento, padri che parlano di omogenitorialità, famiglie che fanno viaggi e attività in piena armonia. Magari la madre che allatta continua a farlo anche quando il bambino è diventato grande e la cosa diventa inquietante, o si filma mentre sia lei che il bambino sono nudi; magari i padri omogenitoriali usano i figli per pubblicizzare e vendere qualsiasi cosa, rendendoli portavoci di una causa che non possono capire; magari le famiglie che fanno viaggi costringono i bambini a recitare, a fare certe attività mentre ripresi, o li filmano mentre sono arrabbiati, mentre ciondolano dal sonno, quando si fanno la pipì addosso e così via. <strong>Tutto, naturalmente, per “sensibilizzare”.</strong> E alla gente piace, nessuno si domanda quali potrebbero essere le conseguenze negative per questi bambini.</p>



<p>Senza alcuna pietà, <strong>sui social si può rendere un trend qualsiasi cosa</strong>. Perfino le malattie possono rendere influencer: il dolore viene esposto come uno spettacolo, la sfera intima viene completamente data in pasto al pubblico. Questo ha effetti devastanti su molte categorie fragili, come le persone malate di disturbi alimentari, a cui Mazzini si è dedicata in modo particolare. <strong>Allo stesso modo, vengono sfruttate le insicurezze e i bisogni tipici degli adolescenti</strong>, che vengono bombardati da continue immagini di perfezione estetica, di benessere economico, di un unico modello di successo.&nbsp;</p>



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<p>Ma il nostro problema cruciale è che siamo così immersi in questa realtà alternativa, incorporea, che siamo assuefatti a certe cose, oppure ne siamo totalmente all’oscuro, rinchiusi nella nostra bolla di contenuti selezionati per noi. Il libro di Serena ci illustra, in modo chiaro e dettagliato e insieme piacevole e scorrevole, cosa si cela dietro tante realtà online che ci passano davanti senza che noi abbiamo la minima reazione. Il suo però non è un libro di arrogante condanna: <strong>è un invito a riflettere, ad agire consapevolmente, e a unirsi collettivamente per pretendere un cambiamento e crearlo</strong>.</p>
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		<title>Le parole del disagio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brain rot, manifesting, enshittifcation, brat; non sono solo parole che descrivono il reale presente, ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il mondo e il desiderio.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da qualche tempo a questa parte, verso inizio Dicembre, i più importanti dizionari scelgono una parola che rappresenti l’anno appena concluso. Neologismi, parole risignificate o arcaismi perduti che riemergono grazie a qualche <em>trend </em>virale. E se le parole plasmano la società che le vive e creano modelli, immaginari latenti che abitano la nostra quotidianità (e ci aiutano a decifrarla),<strong> l’uso di uno specifico vocabolario è un atto politico</strong>. <strong>Si formano così, cartografie di fine anno di un disagio che trova sempre il modo di esprimersi.</strong></p>



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<p>Tra i tanti, Oxford Dictionary ha scelto <em>brain rot </em>come parola dell&#8217;anno, e non poteva essere altrimenti:<strong> è il significante perfetto della nostra condizione</strong>. Non tanto per ciò che vuol dire letteralmente &#8211; il deterioramento cognitivo causato dal consumo compulsivo di contenuti digitali &#8211; quanto per come questo significato è stato metabolizzato dalla cultura contemporanea. Il <em>brain rot</em> si è imposto subito come estetica, un format memetico (come non menzionare i <em>film versione</em><strong> </strong><em>brainrot </em>o le Ads di certe aziende <em>brainrottate</em>) o declinato come verbo per indicare l’azione di <strong>arrendersi ai <em>social</em></strong>. Non è un&#8217;estetica del decadentismo, non è l’eterno ritorno del dandismo, <strong>la memetica del <em>brainrot </em>trasforma il deterioramento cognitivo in performance culturale</strong>. È il sintomo che diventa spettacolo di sé stesso. Normale amministrazione, è dai tempi di Baudrillard che la rappresentazione precede il reale. </p>



<p>Non è un caso che il termine, a quanto dice l’Oxford Dictionary, nasca nel 1854 con Thoreau e riemerga proprio ora: allora era una critica alla modernità industriale, <strong>oggi è diventato il nostro modo di abitare il dolore digitale</strong>. Se c’è una cosa che insegna la memetica è che non esista uno stadio terminale, una <em>fine della storia, </em>che anche quella potrà essere risignificata in un ulteriore <em>détournement</em> in cui il Falso è solo un momento del Vero. Eppure il marcio cognitivo è l&#8217;ironia terminale della nostra epoca, la consapevolezza del nostro deterioramento trasformata in meme. <strong>Più consumiamo simboli, più diventiamo incapaci di produrne di nuovi.</strong></p>



<p>Ma se <em>brain rot </em>è il sintomo, <em>manifest </em>&#8211; scelto da Cambridge Dictionary &#8211; <strong>è il nostro patetico tentativo di cura.</strong> Non a caso è esploso durante la pandemia, proprio quando lo scientismo elitario e classista iniziava a frantumarsi e perdere <em>appeal</em> presso le masse. Ora l’atto di &#8220;manifestare&#8221; (esprimere un&#8217;intenzione con la coscienza che questa influenzerà gli accadimenti futuri) è stato abbracciato dalle Olimpiadi 2024 fino ai concerti di massa:<strong> è la preghiera laica dell&#8217;era digitale</strong>. Di fronte al capitalismo terminale, indecifrabile e frammentato, la magia è il rifugio individuale in cui ci nascondiamo. </p>



<p>A differenza di quanto proposto da filosofi come Campagna o Mattei, qui non assistiamo a un reincantamento della tecnica weberiana o a un recupero di qualche capitale spirituale rimosso. <strong>Il <em>manifesting </em>è piuttosto il ritorno del pensiero magico arcaico in forma degradata, sterilizzata, Instagram-friendly. </strong>È la dimensione della spiritualità occupata da tecniche infantili di self-help. Il <em>manifesting</em> è la quintessenza di un’algebra del bisogno infelice: una formula magica che promette di trasformare il desiderio in realtà, <strong>dimenticando che il desiderio stesso è già stato colonizzato dal mercato</strong>. Quando Simone Biles o Dua Lipa parlano di <em>manifesting</em>, non stanno recuperando una dimensione sacra dell&#8217;esistenza: stanno piuttosto mettendo in scena l&#8217;illusione di <em>agency</em> in un sistema che ci ha privato di ogni reale possibilità di cambiamento. <strong>Il mantra di chi abbandona la lotta di classe per la lotta alla sopravvivenza</strong>. Un ritorno alla risoluzione della crisi della presenza con il magico. Interpassivi, deleghiamo il nostro desiderio a un Altro immaginario (l&#8217;universo, l&#8217;energia cosmica) che dovrebbe desiderare per noi. È la perfetta sintesi tra spiritualità New Age e mentalità imprenditoriale neoliberista. </p>



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<p>Collins Dictionary ci offre <em>brat</em>, termine che nel 2024 ha dominato la memetica estiva: <em>la brat summer</em>. Ispirato dall&#8217;album di Charli XCX, <strong><em>brat </em>ha rappresentato più di un atteggiamento: un&#8217;ontologia del presente, una forma-di-vita edonista e atomizzata</strong>. Nel giro di un mese, il termine che descriveva bambini viziati e borghesi diventa l’appellativo dell’audace, ribelle che non deve chiedere scusa. </p>



<p>Ideologicamente ancora più curiosa l’accezione slang tradizionale del termine <em>brat</em>, all’interno del BDSM. Un <em>sub </em>che trova nella disobbedienza una forma innocua di gioco, che ricerca un <em>dom </em>che non solo gli impartisca una lezione, ma che accetti di farlo e rifarlo in eterno, cosciente che questo è il gioco dei ruoli. Probabilmente una psicoanalisi del movimentismo italiano.<em> </em><strong><em>Brat </em>è il vocabolo della trasgressione decadente, individuale, motivata dalla frustrazione più che dalla coscienza, mascherata dalla determinazione nichilista. </strong></p>



<p>Non è un caso che tra gli altri termini in lizza ci fossero parole come <em>yapping </em>(il parlare a vanvera, diventata un’azione rivendicabile), <em>delulu </em>(le aspettative irreali e irrazionali, inserita anche tra i neologismi di Treccani) e <em>looksmaxxing </em>(l&#8217;ossessione per l&#8217;ottimizzazione estetica). <strong>Sono tutti sintomi di frustrazioni e dissonanze cognitive.</strong> I punti di una costellazione che disegna non tanto lo spirito del tempo,<strong> quanto la nostra incapacità di immaginare alternative</strong>. Un vocabolario del disagio che funziona precisamente per la sua incapacità di guarire ciò che nomina. </p>



<p>Ed eccoci al termine più triste e meno fantasioso del 2024, scelto da Macquarie Dictionary: <em>enshittification</em>. <strong>È ovvio che qui il linguaggio stesso ammetta la propria sconfitta</strong>. Non bastano più parole come <em>deterioramento</em>, <em>degrado</em>, <em>decadenza</em>: abbiamo bisogno di neologismi sempre più grotteschi per descrivere come tutto continui a peggiorare. Come nota Yuk Hui parlando della tecnodiversità, il problema non è solo il deterioramento delle piattaforme digitali, ma l&#8217;omogeneizzazione del deterioramento stesso. L&#8217;<em>enshittification</em> è il processo attraverso il quale ogni piattaforma digitale inevitabilmente degenera sotto il peso della monetizzazione, arrivando ad assomigliarsi tutte nella loro decadenza. Ora viene utilizzata per esprimere come ogni spazio <em>altro </em>in un tempo dato, verrà colonizzato dalle logiche di mercato e di desiderio capitaliste <strong>e in poco tempo <em>sarà una merda</em></strong><em>.</em> La cooptazione dell’evasione è ora una stagione naturale di qualsiasi processo.</p>



<p>Queste parole formano un perfetto circolo vizioso: le maglie invisibili e quasi magiche del <em>brain rot</em> ci spingono verso il <em>manifesting </em>come fuga fantasmatica, mentre celebriamo la <em>brat summer </em>disobbedendo il tempo di una stagione ad un sistema in eterna <em>enshittification</em>. Non sono solo parole che descrivono il reale presente, <strong>ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il desiderio</strong>. O marcisci o rendi il marcio <em>cool. </em>Le nuove generazioni trovano nuove parole. Eppure le strutture del desiderio non cambiano forse proprio perché invisibili e per questo innominabili. Come suggeriva Giorgio Agamben, forse la vera profanazione oggi consisterebbe nel restituire al silenzio ciò che il rumore incessante della comunicazione ha reso indicibile. <em>Slay.</em></p>



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