Questa volta non hai dubbi: è amore. A volte ti capita. Non spesso, ma ti è già successo. È la prima persona a cui pensi quando ti svegli e l’ultima quando vai a dormire. Quando ci stai insieme, devi sfruttare al meglio ogni momento. Hai l’ansia di non riuscire a viverlo come vorresti, perché il tempo e lo spazio che condividete sono limitati. Se solo poteste stare per sempre insieme, il problema sarebbe risolto. Questo spazio meraviglioso starebbe sempre lì, disponibile all’occorrenza. Ma quello spazio è ancora da conquistare e per questo devi trovare argomenti interessanti, che pensi possano piacere. Non puoi mostrare tutto subito, perché temi che potrebbe spaventarsi, e questo ti confonde, ti dà ansia. Tutto è confuso e la pancia fa gli sgambetti alla testa. Cerchi di mantenere le conversazioni piacevoli, senza andare troppo in profondità. Non vuoi rendere troppo evidente il tuo interesse, altrimenti potrebbe accorgersi di quanto la sua presenza sia diventata importante, di quanto senza di essa non ti sembri di vivere davvero.
Anche perché, quando ci stai insieme, respiri: «Il tuo odore è ossigeno», come dice una canzone. Ma quando non siete insieme, in qualche modo continuate comunque a esserlo. Tutto il resto passa in secondo piano. Ripensi alle cose che vi siete detti e al modo in cui ti ha guardato. Scorri le foto del profilo Instagram. Ripercorri mentalmente ciò che hai detto, cercando di distinguere ciò che ha funzionato da ciò che avresti preferito evitare nel vostro ultimo incontro. Provi a immaginare cosa potresti dire la prossima volta e fantastichi su un futuro condiviso: giornate intere trascorse a fare l’amore, in maniera più o meno aggressiva, a scambiarsi tenerezze, magari per poi vivere sotto lo stesso tetto e costruire una famiglia. Ma non diciamolo ad alta voce. Questo va nascosto. Lo sai che stai parlando con qualcuno che non esiste al di fuori della tua mente; lo sai perché parli anche in solitudine. Perché ami l’idea che hai costruito senza conoscere davvero quella persona. Perché, al di là di qualche piacevole conversazione e del tempo trascorso insieme, magari accompagnato da sguardi e momenti di intimità emotiva, quella persona in realtà non la conosci.
Eppure la ami. Perché ti ossessiona. Perché quella persona, sempre e solo nella tua mente, è esattamente come tu te la immagini e non vuoi contraddizioni. Perché ormai fa parte della tua vita. L’ossessione è diventata il perno della tua esistenza.
In un’epoca in cui tutti sembrano vivere vite perfette, divertirsi più di noi, fare più sesso di noi e comprendere il mondo meglio di noi, la solitudine è percepita come uno stigma. Eppure, paradossalmente, siamo spesso spinti verso l’idea di trovare pace interiore, senza renderci conto che non sappiamo più gestire il silenzio. In questo contesto, la dipendenza affettiva diventa spesso una conseguenza inevitabile: ci affidiamo all’illusione che l’altro possa colmare ogni vuoto e offrirci una via di salvezza.
“Obsession” di Curry Barker è un film che terrorizza perché demolisce proprio questa fantasia. Mostra come l’amore, quando viene idealizzato, finisca per trasformarsi nella sua stessa negazione. La promessa di felicità si converte in prigionia. Ciò che sembrava una soluzione diventa il problema. Ciò che appariva familiare si trasforma in qualcosa di perturbante. E colpisce nel segno perché riesce magistralmente a mescolare il genere horror con il sottotesto esistenziale della dipendenza affettiva, trattato in maniera così accurata da fare davvero male allo spettatore.
A prima vista la premessa del film non lascia presagire nulla di particolarmente originale. Anzi, sembra il classico racconto horror dove c’è la consueta maledizione destinata a trasformare un desiderio in un incubo. Insomma, la solita storia del “quello che possiedi poi ti possiede”, o del desiderio che, una volta realizzato, finisce per divorarti. Eppure “Obsession” riesce a prendere questa premessa apparentemente banale e a trasformarla in qualcosa di sorprendentemente disturbante: invece di concentrarsi sulla maledizione in sé, punta tutto su un altro tema universale, quello dell’idealizzazione dell’amore.
Il film affonda le mani nel concetto di “perturbante” freudiano, già ampiamente esplorato decenni prima da Stanley Kubrick in Shining. Qualcosa che inizialmente appare familiare (l’amore idealizzato, una relazione che si immagina perfetta, il sogno romantico che finalmente si realizza) inizia lentamente a deformarsi: la compagna cambia volto, la relazione nasce e vira verso territori inaspettati, e ciò che sembrava rassicurante diventa inquietante. Il familiare diventa qualcosa di diverso da ciò che credevamo di conoscere.
“Obsession” riesce a mantenersi in un equilibrio quasi perfetto tra dimensione esistenziale e dimensione horror: se si eliminasse la componente horror, resterebbe un intenso dramma sulla dipendenza affettiva; se invece si eliminasse lo spessore psicologico e drammatico, ci troveremmo davanti a un comune horror basato su una maledizione. La forza del film sta proprio nel modo in cui questi due elementi si fondono, trasformando l’orrore nel veicolo della discesa agli inferi del protagonista.
La bravissima Inde Navarrette interpreta Nikki, una ragazza vittima di un incantesimo lanciato da un ragazzo incapace di dichiararsi, che la costringe a innamorarsi di lui. Più semplice di così non si può. Sono le situazioni, i dettagli, le sfumature e le dinamiche di dipendenza affettiva estrema a rendere il film profondamente inquietante.
Siamo tutti Nikki, incredibilmente innamorati ma contemporaneamente schiavi delle nostre ossessioni. E siamo tutti il protagonista Bear (Michael Johnston), così timido, impacciato e innamorato della sua amica Nikki che, quando ha la possibilità di esprimere il desiderio fatale, lo fa con la completa certezza che non si realizzi.
I difetti di “Obsession” sono secondari. Negli ultimi anni sembra essersi progressivamente attenuata l’ossessione per la sceneggiatura perfettamente a orologeria, fatta di incastri impeccabili e spiegazioni minuziose. “Obsession” dimostra che una buona scrittura può emergere anche altrove: nei personaggi, nelle immagini, nelle atmosfere e nelle sensazioni che riesce a lasciare addosso allo spettatore. Qua e là compaiono alcuni jump scare, spesso affidati più al sonoro che all’immagine, un trucco da baraccone tra i meno interessanti del linguaggio horror. Eppure il film funziona lo stesso. Funziona perché riesce a disturbare.
Disturba perché arriva in profondità. Lascia addosso un malessere difficile da ignorare. Si esce dalla sala più sporchi e più felici di prima: sporchi perché riconosciamo qualcosa di noi stessi in quell’ossessione, felici perché il film ci permette di osservarla da una distanza di sicurezza.
Ed è forse proprio qui che il film colpisce più duramente. Spaventa vedere che quella che spesso immaginiamo come l’unica via d’uscita (l’amore totale, la fusione con l’altro, la certezza di non essere più soli) possa trasformarsi nel peggiore degli incubi. E il grande merito di “Obsession” è il modo in cui questo incubo viene mostrato: non attraverso il mostro, ma attraverso il desiderio.
Anche il successo commerciale del film sembra confermare quanto il tema abbia toccato un nervo scoperto del pubblico, realizzando un incasso superiore di oltre duecento volte al costo di produzione, il film dimostra come una storia apparentemente semplice possa essere abilmente trasformata in uno specchio deformante nel quale, per un attimo, finiamo tutti per riconoscerci.