Un film di sei ore, diviso in episodi, come Portobello è un atto di resistenza. Tortora è morto nel 1988, pochi mesi dopo la sua riabilitazione, consumato da un’ingiustizia che nessuno ha mai davvero pagato. Bellocchio lo sa, e ce lo ricorda.

Marco Bellocchio è l’ultimo grande autore italiano che abbia ancora qualcosa da dire e la capacità di dirlo come si deve. La cosa davvero sconfortante è che Bellocchio ha 85 anni e che in Italia non si intraveda all’orizzonte nessuno in grado di raccogliere il testimone.

In un contesto cinematografico trasformato quasi esclusivamente in intrattenimento, in cui si producono contenuti e non film, ha ancora senso, allora, parlare di autori? Sì, ha senso, perché c’è bisogno di “punti di vista”, se si assume come tratto essenziale che definisce un autore quello di mantenere un punto di vista sulle cose disponendo di un personale “mondo interiore”: una sorta di lente d’ingrandimento attraverso cui interpreta e narra il contesto analizzato in modo soggettivo, come un filtro che si interpone tra lui e il mondo. Bellocchio fa esattamente questo, in ogni suo film. Altri ci provano, ma non possiedono un “mondo interiore” abbastanza personale da rendere interessanti le vicende analizzate.

Sarebbe troppo semplicistico addossare la colpa alle trasformazioni dell’industria, che oggi non permetterebbero ai registi di sviluppare una visione propria. Gli schemi produttivi vogliono sempre lo stesso prodotto, così all’infinito, e chi vuole proporre una visione diversa finisce spesso per autocensurarsi, rinunciando all’opera che vorrebbe realizzare per proporne una che sa potrà essere prodotta. Ma è qui che Bellocchio riesce a fare scacco matto, realizzando lavori di interesse commerciale ma riuscendo a inserire il suo punto di vista sul mondo raccontato.

Bellocchio, prima dell’avvento delle piattaforme digitali, non aveva mai realizzato serie televisive, eppure ha saputo misurarsi con il mercato nel modo più esemplare: accettando la sfida della serialità e andando dritto per la sua strada, analizzando a ogni passo i dettagli che gli si ponevano davanti, impegnandosi episodio dopo episodio, a descrivere il mondo secondo la propria visione. Il risultato sono due serie televisive eccelse: “Esterno notte”, sul caso Moro, e l’ultima, di recentissima produzione, “Portobello”, un film di sei ore diviso in episodi, una serie che richiederebbe un’ulteriore visione immediata per cogliere tutte le innumerevoli sfumature che Bellocchio deposita all’interno della vicenda del conduttore televisivo Enzo Tortora, accusato di associazione camorristica senza aver commesso il fatto, in un contesto completamente kafkiano, o meglio, perfettamente italiano.

“Portobello” tratta il cosiddetto “caso Tortora”, fotografando un’Italia degli anni Ottanta già in piena deriva, caratterizzata dall’irruzione della TV commerciale e dall’accumulo di accuse da parte delle istituzioni senza una reale logica, come tessere di un domino impazzito. Bellocchio quell’Italia la rappresenta e, in un certo senso, la spiega. Come osserva acutamente Flavio De Bernardinis nella sua analisi della serie, l’Italia non fa da sfondo alla storia: l’Italia “sfonda” la scena e il protagonista, e diventa essa stessa la protagonista.

Le straordinarie prestazioni di Gifuni e Musella sono perfettamente calibrate da Bellocchio, come corpi dentro una storia più grande di loro, e questa scelta li rende paradossalmente più credibili e inquietanti.

Il paese si articola in tre corpi distinti, tutti ugualmente complici. Da una parte i giudici, intenti a non ammettere il proprio errore giudiziario; dall’altra i camorristi, pronti a partecipare alla commedia per “vivere l’attimo” e magari ricavarne qualcosa, in quell’Italia in cui tutto sembra possibile. C’è poi una terza parte, forse la più inquietante: l’italiano che, come un grande insieme comprensivo dei due gruppi precedenti, è spettatore dello spettacolo della gogna di Tortora. Nessuno è innocente. Tranne Tortora.

In un’epoca in cui l’invadenza, quella globale, quella dei dati, quella della cosiddetta privacy violata, è ai massimi storici in un contesto democratico, “Portobello” parla anche di questo: delle conseguenze dell’invasione del contesto all’interno della propria vita.

Il valore più profondo dell’opera sta forse proprio qui: nel ricordarci che il cinema può anche disturbare, scavare, lasciare un segno. In un paese che tende a dimenticare in fretta, che archivia le proprie vergogne con la stessa facilità con cui cambia canale, un Film come questo è un atto di resistenza. Tortora è morto nel 1988, pochi mesi dopo la sua riabilitazione, consumato da un’ingiustizia che nessuno ha mai davvero pagato. Bellocchio lo sa, e ce lo ricorda. È questo il compito di un autore.