Retrospettiva sulla carriera di Roberto Benigni, dalla squallida provincia toscana al Quirinale. Il nostro, almeno nella sua prima fase, raccontava le classi sociali meno rappresentate nella televisione di Stato, una parte della massa, forse tra le più povere; coloro che venivano denigrati, presi in giro dalla borghesia e dalla stessa classe politica. Il successo e il potere hanno fatto sì che passasse dal rappresentare quelle classi, dal parlare con e attraverso loro, al rivolgersi paternalisticamente a loro
Satira, commedia di Stato e Potere

La satira non piace mai al Potere. E se un satirista non piace a un potente significa che sta adoperando una tecnica comica capace di rivelare le ambiguità del suo operato; significa quindi che la sua è vera satira. Quando la satira – o presunta tale – è accolta, contemplata o, nel peggiore dei casi, elogiata dal Potere, allora – è sempre bene ribadirlo – non è altro che ironia bonacciona e confortevole. Spesso il bersaglio della comicità italiana – soprattutto in televisione e al cinema – si riduce a qualcosa di già noto. Questo oggetto non viene affrontato, studiato, penetrato, ma accarezzato dolcemente, toccato allusivamente. Questa non è satira, ma commedia di Stato. L’Artista di Stato è perciò colui che si limita a rivolgersi alle masse con affetto, al Potere con sottomissione e all’Arte con ipocrisia. Commedia di Stato non è quella, ad esempio, di Dario Fo, di Daniele Luttazzi, dei Guzzanti o del primo Roberto Benigni. Ed è proprio attorno alla carriera del comico toscano che ruoteranno le seguenti riflessioni.

Oggi sono calde le parole spese a favore della libertà di stampa e del diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero – espressi nel famoso Articolo 21, in cui rientra il “diritto di satira”. Ricordiamoci allora che viviamo in un sistema in cui anche la satira può sprofondare nella voragine aperta dal Potere – ovvero da quell’élite che ha bisogno di mantenere il controllo e il consenso delle masse; una voragine che si trasforma in palcoscenico, in fama, in celebrazione. Come dice Luttazzi: “la satira o è libera, o non è”.

La differenza tra l’artista e l’Artista di Stato è di tipo rappresentativa: se l’artista rappresenta il reale, produce un’interpretazione del reale, l’Artista di Stato rappresenta un’ideologia, che è poi quella del Potere. La comicità di Stato, perciò, contribuisce alla rappresentazione dell’ideologia dominante, evitando ogni spreco, ogni disturbo – mentale, giuridico, ecc.

Scrive Carmelo Bene: “Nell’Occidente dell’industria spettacolarizzata, l’esercizio della ricerca teatrale è, quanto meno, istituzionalmente “sospetta”, soprattutto se (omologazione censoria) addirittura “sollecitata” dalla maldestra (intollerabile) tolleranza di uno Stato partitocratico “civilizzato” che, sulla scorta quotidiana della sua propria rappresentazione politica, non può (e non deve) concepire lo spreco (non è in questione il denaro pubblico) d’una produzione-laboratorio a porte chiuse che si nega al consumo. E con l’aggravante della vocazione” (Opere. Con l’autografia d’un ritratto).

La ricerca, che è un altro elemento principale dell’artista, prevede per definizione l’errore, e dunque lo spreco. L’Artista di Stato deve evitare ogni spreco, ogni mossa fuori posto, ha un unico tentativo e non può perdere tempo nella sperimentazione. Per questo il Benigni di Onda libera è un Benigni artista, perché il programma andato in onda su Rete 2 tra la fine del 1976 e la prima settimana del ’77, è a tutti gli effetti una ricerca – peraltro non è interamente riuscita e quindi rappresenta anche uno spreco.

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