Ma non lo vedi che, a partire dall’ovvio pretesto che di figli è pieno il mondo, zompa senza vergogna da un tema all’altro – la famiglia, le relazioni, l’acne, l’amore, la scuola, Fabrizio Corona, il lavoro, la morte di persone o animali –, senza neanche troppo preoccuparsi di mascherare con scadenti e fugaci espressioni di riserva (bisognerebbe che, certo prima dovrei sapere, non per mancare di rispetto al collega che la segue…) la sua presunzione di onniscienza.

[3 aprile 2026 | Tentativo di diventare paziente di Stefania Andreoli #1 – Telefonata al suo studio. Espongo il mio caso. Suono del fax]

Nella mia piccola Scuola Holden interiore, dentro al mio piccolo edificio ex-industriale foderato di parquet a listoni sconnessi e interiori, mentre riprovo a un piccolo specchio interiore un discorso sghembato da impercettibili anacoluti interiori, sperando così di impietosire il piccolo segretario interiore e indurlo a non farmi scrivere dal suo avvocato interiore perché ho speso i soldi della seconda rata del corso per un piccolo SH nero opaco interiore, ho imparato almeno una, fondamentale regola di scrittura: se pensi di scrivere di un argomento di cui ha parlato Selvaggia Lucarelli, pentiti per l’idea, stringi il cilicio e pensa ad altro. Ma stavolta posso autorizzarmi a derogare. Perché Stefania Andreoli, la dottoressa Stefania Andreoli, da quando l’ho scoperta ospite a Unomattina, per me non è mai stata un argomento. No. Per me Stefania Andreoli è solo speranza di salvezza.

[4 aprile 2026 | Tentativo #2 – Cerco una mail, ma non la trovo. Provo a indovinarla. Nell’ordine, invio richiesta di aiuto a

stefaniaandreoli@gmail.com;

stefania.andreoli@gmail.com;

stefaniandreoli@gmail.com;

andreolistefania@gmail.com;

andreoli.stefania@gmail.com;

stefania.andreoni@gmail.com;

stefiandreoli@gmail.com;

lastefi@gmail.com;

stefi79@gmail.com;

Unica risposta, quella della sig.ra Andreoni, gentilissima ma purtroppo geometra]

Le persone a cui parlo di Stefania Andreoli in genere provano a sconfermarla. Guarda che è una qualsiasi, formazione comune: laurea e un paio di master. Mica una luminare. Neanche vicino. È una brava a vendersi, lo vedi che un giorno è alla radio, quello dopo a teatro, ha fatto anche la doppiatrice. Ma ti pare normale che un clinico, un professionista sanitario, uno che dovrebbe occuparsi del malessere, pubblichi foto di se stesso appoggiato a un infisso, in vesti più o meno discinte, a cadenza settimanale, affiancandoci didascalie trascurabili e sommarie. Io li guardo negli occhi e li zittisco con un vecchio trucco: “narcisisti”. Avanti.

[5 aprile 2026 | Tentativo #3 – Lettera appassionatissima su carta pergamena, recapitata a domicilio presso lo studio della Dottoressa insieme a Panettone con Melannurca di Antonino Cannavacciuolo]

[5 aprile 2026, nottetempo | Tentativo #4 – Recupero del panettone e scambio con due tavolette di Lindt 99% dopo averle sentito dire da Cattelan che per lei il panettone è un po’ la disforia di genere dei lievitati]

Alcuni suoi colleghi, tra cui i quattro che mi hanno in cura, provano pure a entrare nel merito professionale. Ma non lo vedi che, a partire dall’ovvio pretesto che di figli è pieno il mondo, zompa senza vergogna da un tema all’altro – la famiglia, le relazioni, l’acne, l’amore, la scuola, Fabrizio Corona, il lavoro, la morte di persone o animali –, senza neanche troppo preoccuparsi di mascherare con scadenti e fugaci espressioni di riserva (bisognerebbe checerto prima dovrei saperenon per mancare di rispetto al collega che la segue…) la sua presunzione di onniscienza. Ma come fai a non capire che la semplificazione di psicologismi che nascono già banali – elenco #2: il bullismo, il concetto di normalità, l’educazione affettiva, il trauma, l’età evolutiva, LO SPETTRO –, per di più via radio, per di più introdotta da Cattelan, è l’opposto della traiettoria che si auspica per l’approccio al profondo, e cioè muovere dal generale al particolare. Ma non ti accorgi, poi, che è davvero al limite del codice deontologico aprire uno spazio pubblico al privato di sconosciuti, farcirlo di superficialità, e guarnirlo infine con un plateale disincentivo alla psicoterapia, perché veicoli l’idea che due minuti di sintesi siano sufficienti a pacificare vizi, turbamenti e angosce. Come no. Narcisisti e invidiosi.

[7 aprile 2026 | Tentativo #5 – Esperimento situazionista: sul tram a Milano, nei pressi del teatro dove è in programma il suo spettacolo, spettino il controllore e fingo attacco isterico sperando in un suo intervento; arrivano paramedici e psichiatra della USL; rilievi della scientifica; segue attacco isterico vero]

Il me stesso di sei mesi fa, infine, mi avrebbe afferrato per i capelli e ripetuto che divulgatori = pagliacci, che è tutta una questione di egocentrismo da quinta ginnasio, che l’intero edificio della scienza occidentale, di per sé già ballerino, si sbriciola ogni volta che uno di loro costringe un cugino ad aprire un canale Youtube di omaggio e a pubblicare il bootleg di una conferenza in cui spiega – perché dio santo SPIEGANO – qualcosa, e mi terrebbe minimo ventiquattr’ore a riguardare quel video in cui la Dottoressa, per difendersi da legittime obiezioni, si riprende con in capo un berrettone da baseball, esordisce con un affabile “io non ho tempo per niente”, resiste male alla tentazione di guardarsi e piacersi sullo schermo, c’infila un signorile “io mi autorizzo da sola”, e postilla il discorso con una serie di faccette, smorfiucce, sghignazzi isterici mentre vortica su se stessa in mezzo di strada a Milano e si rivolge con sdegnata condiscendenza al suo pubblico. Narcisista, megalomane e un pochino idiota. Io di sei mesi fa, dico.

[8 aprile 2026 | Tentativo #6 – Supero l’imbarazzo e chiamo in trasmissione da Cattelan, solo che sbaglio giorno e orario e mi passano Caressa, che per altro scambio per La Pina, insomma riattacco]

Così, infine, senza ascoltare gli inviti al ripensamento, vado per l’ultimo tentativo e provo al Salone del Libro. La Stefi, che s’è scoperta pure romanziera, è qui come scrittrice, non come terapeuta. Ma io tiro dritto. “Dottoressa, solo una domanda”, riesco a dirle mentre due uomini della security mi staccano da terra agguantandomi per le bretelle della salopette. “È che mia madre, da quando ha sentito Crepet da Del Debbio, s’è tutta scurita e a malapena mi pettina, mi parla poco e soprattutto ha smesso di comprarmi il Fruttolo. Io ci ho provato a convincerla, Dottoressa, a ristabilire un contatto, a riportare le cose com’erano, ma è dura, perché poi quando lei alza la voce io tartaglio, e allora ho pensato, magari le lascio il suo numero, o con un trabocchetto la faccio chiamare in radio, così ci parla lei e forse gliela riesce a spiegare, questa follia dei bambini adultizzati, perché cioè, Dottoressa, voglio dire, MA STIAMO SCHERZANDO?”.