Nota a chi legge:
Scrivere di dolore è non solo legittimo, ma spesso necessario. Alcuni dei libri che saranno citati in seguito contengono pagine potenti e oneste. Non metto in discussione il diritto di raccontare traumi, malattie o fragilità. Ma quello che oggi vedo – troppo spesso – è una narrativa che usa il dolore come lasciapassare, come scorciatoia estetica e soprattutto etica. Qui si vuole mettere in discussione un meccanismo editoriale, culturale, stilistico, che rende il dolore un prodotto. Una macchina che vende emozioni consolatorie, ma che nel farlo dimentica che la letteratura dovrebbe essere soprattutto vita, invenzione, visione, tensione.
Negli ultimi anni è emerso un genere letterario apparentemente di successo, che chiamiamo “romanzo pietista”. Quel tipo di romanzo che mette al centro malattia, perdita, trauma, lutto e disagio mentale, non come materia narrativa, ma come garanzia morale.
È la nuova zona franca della letteratura contemporanea: se soffri o se scrivi di qualcuno che soffre – anche se è un personaggio di fantasia – puoi anche dimenticare trama, stile, visione, coerenza, messaggio. Non importa. Il dolore ti assolve sempre.
Lo spunto di questa riflessione è giunto dopo aver provato a leggere Lo sbilico di Alcide Pierantozzi. Un testo che si muove tra diario clinico e flusso letterario, tra ambulatorio e confessionale. La lingua e lo stile cercano di tenere insieme i pezzi e a tratti ci riescono anche. Ma il problema non è stilistico quanto sostanziale.