Un miracolo eucaristico, la Sindone, i santi sociali. Non è roba da poco per una città che – dicono – è da qualche secolo proprietà privata di satana, riserva di caccia del principe di questo mondo.
Dio permette al demonio di agire solo dove ci sono forze altrettanto potenti per contrastarlo. Torino, si vede, ha gli anticorpi giusti.
Non ha velleità da capitale morale – è già stata capitale reale – né si è venduta all’ingordigia del turismo internazionale. Non è nemmeno riducibile a città industriale, quasi fosse una banale Manchester cisalpina.
No, la sua vocazione è diversa: Torino è crocevia escatologico, capoluogo dell’assurdo sul baratro dell’apocalisse. O per lo meno lo diventa nella penna di Federico Mosso che la mette al centro di Zobel (Gog, 2025), thriller metafisico di cui la città è la vera protagonista.
Siamo nel 1985 e Tancredi, sicario svizzero, professionista dell’omicidio, viene assoldato per uccidere un certo Zobel con l’unica clausola della puntualità: per farlo ha a disposizione solo 24 ore.
La narrazione si svolge su tre piani: il passato, il presente e l’eterno, tre linee temporali che si intersecano come in un miraggio nel deserto di un torrido ferragosto torinese, sotto il sole e all’ombra della Mole antonelliana.
Il passato: nel ’61, i fratelli Judica Cordiglia, radioamatori e apprendisti stregoni dell’etere, sono entrati in contatto con delle misteriori voci nello spazio. Cosmonauti russi, naufraghi dell’universo, ma non solo. Dallo spaziotempo ignoto parla anche colui il quale sarà il vero regista dell’intera vicenda, una storia lunga 24 anni e 25 ore.
Il presente: una ventina d’anni dopo, la mente calcolatrice del killer Tancredi sarà messa a dura prova da una città occupata e tenuta in ostaggio da personaggi improbabili: cricche di mafiosi, spie naziste, ubriaconi, maghi, mistici.
Difficile tracciare una distinzione, difficile capire cosa sia reale e cosa illusorio, chi sia la preda e chi il predatore. La rete di enigmi disseminati per la città è infatti una pericolosa tela di ragno, e al centro, nascosta, c’è la tarantola Zobel.
Ma la missione impossibile sarà solo l’antipasto: la posta in gioco è più alta, più preziosa dei milioni promessi al sicario.
È la terza linea temporale, quella dell’eterno, dell’Aevum: l’aeviternità, lo stato degli spiriti creati che mutano pur essendo al di fuori degli eventi.
Tancredi capirà che in gioco c’è la sua anima, e come il buon ladrone sulla croce, dovrà tentare un ultimo sforzo, un ultimo disperato gesto per afferrare la salvezza, l’impossibile redenzione dopo una vita votata all’omicidio.
Un impresa impensabile anche, soprattutto, per il più scaltro degli assassini. Quando le forze naturali non bastano, ci si deve mettere in ginocchio, mani giunte, per implorare aiuto a quelle Sovrannaturali. Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto.
E le mani del sicario Tancredi bussano, insanguinate e tremule, sul legno della porta del santuario più bello di Torino, probabilmente d’Italia.
Ad aprire sarà Lei per la quale ogni Grazia viene concessa.
In questa storia, in ogni storia, l’ultima parola non può che essere la sua.