N:
Ciao Federico, non è la prima volta che pubblichi per noi. Ci conosciamo da diversi anni; apprezziamo la tua penna e il tuo stile, il lavoro che metti nei tuoi libri, frutto sempre di ricerca per le storie ma soprattutto per la Storia, che manipoli con abilità per costruire le tue trame affascinanti. Questa intervista quindi, più che per noi, è per i tuoi lettori, che potrebbero volerti conoscere più da vicino, perché se è vero che in ogni libro c’è un po’ dell’autore, nei tuoi sei nascosto molto bene. La tua biografia, poche righe per lasciare su di te una certa dose di mistero, recita così: “lavora in una multinazionale per sopravvivere ma scrive per vivere”. È un’esagerazione romantica? È davvero così? La scrittura è il tuo rimedio al suicidio?
Federico Mosso:
Ciao Il Nemico, e grazie per questa simpatica chiacchierata. Sì, lavoro in una multinazionale per sopravvivere e scrivo per vivere … certamente una biografia stringata, minimale, quasi una boutade, ma giusta così in un contesto di quarta di copertina. Non occorre aggiungere troppo su di me, lascio che il giudizio e l’interesse vengano rivolti a ciò che scrivo più che alla mia vita in sé. In un mondo di protagonismi, di vanteria, di boria, di autoesaltazioni preferisco in questo ambito raccontare direttamente ciò che creo scrivendo, rispetto a ciò che sono e che faccio nella mia vita privata. Mi chiedi se la scrittura sia il mio rimedio al suicidio. Ecco, esageruma nen, ci si suicida per drammi, per sofferenze, per disgrazie, per disperate infelicità che per fortuna non mi appartengono. Al contempo, nel mio caso, affermo senza indugi che la scrittura salva la vita. Sì, è il mezzo eccezionale, di cuore e mente, per elevarsi dalla routine grigia e molesta di tutti i giorni, dal lavoro inteso come necessità di guadagno, meccanismo collettivo a cui non si può rinunciare, a meno che non si sia disposti ad una grande e coraggiosa rinuncia del materiale (non sono così tosto da diventare eremita), a meno che il lavoro non collimi con la passione e il desiderio e dunque l’appagamento (bravi loro che ce l’hanno fatta in tal senso, guadagnare da un mestiere che li rende felici nel farlo), a meno che non si sia molto ricchi (peccato, sarà per un’altra vita …).
Ecco, io sono uno dei tanti, dei tantissimi, che lavora con onestà per guadagnarsi da vivere e che però ha la necessità vitale, il desiderio fortissimo – l’ossigeno dell’anima – di cercare una via di fuga dal meccanismo quotidiano, dall’imprecazione delle ore sette della mattina, dall’ufficio e dai fogli excel, e nel mio caso questa via di fuga è rappresentata dalla scrittura. Il grande rimedio. La medicina dell’anima per elevarsi, la salvezza dall’abbruttimento, dalla rassegnazione, dai conti della serva. La scrittura come passione che brucia a fiamme alte, lima che sega le sbarre del foglio Excel, corda di lenzuola per fuggire dall’open space, quella scialuppa di fortuna per sfidare il mare in burrasca di scartoffie urticanti come meduse. C’è questo vecchio film meraviglioso, Papillon, con Dustin Hofman e un grandissimo Steve McQueen, galeotti senza futuro gettati in una terribile colonia penale francese, che però non si arrendono, cocciuti privi di speranza che tentano in tutti i modi di evadere perché la libertà è una conturbante sirena dal canto irresistibile. Nella scena finale Papillon, alias Steve McQueen, rinchiuso sugli scogli nell’Isola del Diavolo, si tuffa dagli alti bastioni naturali dell’isola con la sua zattera di noci di cocco e urla tra le onde del mare:
«Maledetti bastardi… sono ancora vivo!»
Una frase meravigliosa, la brevissima poesia di chi mai si arrende. La stessa frase che mi viene in mente quando finisco di scrivere un libro, o anche solo un buon racconto che finirà sepolto in un cassetto. Scrittura è vita, è parte essenziale della mia vita.
N:
Il club degli Insonni, Ho ucciso Enrico Mattei, e adesso Zobel. Sei alla tua terza pubblicazione con GOG Edizioni. Nei tuoi libri racconti la vita di personaggi assurdi e visionari, baroni sanguinari, agenti della CIA, killer spietati, individui liberi che hanno voltato le spalle ai canoni e fatto di testa loro, spesso portando le loro vite a degli eccessi, stazioni misteriose dell’esistenza da cui non si torna. Cosa ti affascina di questi soggetti, cosa ti nutre delle loro storie?
FM:
Ai Santi preferisco i mariuoli. Nell’eccentricità, nell’estremismo umano, nelle esistenze che si sono consumate in fiamme ardenti – nel bene e nel male – trovo fonte di grande ispirazione. C’è un fascino potente nell’esplorare il limite di vite eccezionali o sbagliate, di percorsi terreni (o anche ultraterreni) di chi ha tentato di rendere la propria vita un romanzo d’avventura, o di disavventura, o tragico … grandi imprese o grandi disastri, ma comunque romanzo, quindi eccezionalità, esistenze diverse. Passare il Rubicone senza ritorno. Con gli amici di GOG scrissi Il Club degli Insonni, sciarada di eccentrici, eroi, indemoniati, pazzi. Con Ho ucciso Enrico Mattei raccontai del verosimile Joe, la spia della CIA che per opportunismo attentò alla vita del Gran Visir dell’ENI. E oggi con Zobel narro il giorno infernale di Tancredi, arrivato in una Torino deserta e metafisica, per strangolare un uomo dall’identità misteriosa, in un panorama urbano allucinato, dove le ombre dei portici sussurrano i segreti del Novecento in agitazione violenta, dove i fantasmi bisbigliano dall’Aldilà.
La mia personale ricerca verso il limite dell’essere umano, verso la frontiera, non si ferma.
N:
Oltre a essere uno scrittore, sei anche un lettore? Qual è il tuo rapporto con la lettura, e da cosa trai ispirazione per le tue trame?
FM:
Sì, ovviamente sono un lettore curiosissimo. Ritengo che essere un lettore curioso e talvolta bulimico sia la conditio sine qua non per poi riuscire a scrivere con decenza. Non esiste la scienza infusa, non esistono geni a digiuno di lettura che poi riescano, così, per ispirazione divina a realizzare un buon romanzo senza basi di studio o di letture pregresse. Forse può esserci nella poesia, nell’ispirazione pura, nel guizzo geniale, nella visione splendente di un momento la capacità immediata di far balenare sul foglio parole in rassegna magica, ma nel romanzo o nel racconto lungo questa capacità viene incanalata diversamente, con la corretta calibratura tra istinto, conoscenza e metodo. C’è una base di studio essenziale per chi si vuole cimentare nel romanzo storico, certo, ma va anche detto che non è solo studio fine a sé stesso, utile unicamente per la stesura di un romanzo, al pari di un semplice strumento usa e getta.
I libri sono panorami da aprire ed esplorare, e questi panorami possono mostrarsi infinitamente diversi l’uno dall’altro, e un qualcosa di questi panorami rimane al lettore che poi scrive, nella forma, nell’organizzazione stilistica, nelle atmosfere, nei dettagli, nelle immagini che la mente si è proiettata scorrendo tra le righe. Scrittura e lettura sono spesso in simbiosi. Ambedue sono mosse da curiosità. La scrittura è mossa dalla curiosità nel creare, la lettura è mossa dalla curiosità di conoscere. Pertanto, nella lettura, la briglia della curiosità è sciolta, e diventano viaggi anarchici dettati dalla curiosità del momento, verso rotte diversissime l’una dall’altra.
Per esempio, negli ultimi mesi le mie letture sono state un miscuglio di romanzi, italiani e non, di saggi su religioni scomparse e storia coloniale britannica, di biografie di papi dalle vite efferate, di approfondimenti su orientalismi e di letterature di viaggio ad alta gradazione alcolica, di elogi della follia. Non dico questo per fregiarmi del titolo di gran lettore, e quindi come sciocca vanteria per sembrare uomo colto, dico questo per sottolineare il concetto di curiosità come leva che muove il desiderio di leggere dei più svariati argomenti e storie, e questo desiderio poi realizzato nella lettura quanto più eclettica, si trasforma in altro dentro mente e anima, diviene l’universo intimo e privato, che, inevitabilmente, influenza la scrittura.
N:
Per noi sei uno scrittore sui generis, puro, forse perché a differenza degli altri scrittori, sei uno scrittore nel vero senso della parola: sembri un misto tra London e Salgari (c’è anche un po’ di Emilio Praga, quest’ultimo per la condivisa vocazione al vino). Nei tuoi libri non utilizzi traumi personali, tue esperienze di vita per raccontarti, non cerchi di ammiccare ai trend del momento per accalappiare lettori inesperti senza punti di riferimento nell’oceano infinito di pubblicazioni. Tu scrivi, e scrivi quello che ti va, e se ne percepisce la passione. Consideri i tuoi libri la tua prole? Che fai della tua prole una volta messa al mondo? Te ne prendi cura o la lasci al suo destino?
FM:
Grazie per il paragone con il mostro sacro London: non sono così bravo con la penna e la mia vita non è così estrema, spero di non finire come lui, avvelenato da un cocktail oppiaceo con le budella flambé dalla bottiglia. Grazie anche per il paragone con il viaggiatore della fantasia Salgari, spero di non finire come lui, con il petto squarciato da un rasoio, tormentato dalla vita diventata cattiva. Per risponderti alla domanda libri-prole: non considero i miei libri come figli; figli non ne ho e avrebbero un rango d’importanza infinitamente più alto di un libro, per quanto bello esso possa essere, non scherziamo. Piuttosto, li considero amici che ho creato modellandoli dalla pagina bianca. Amici prima immaginari, ora concreti, leggibili su carta.
Riprendendo quanto ho risposto prima: sì, scrivo quello che mi va, quando mi va, così come leggo quello che mi va, quando mi va. Del trend del momento me ne sbatto allegramente. Già devo timbrare il cartellino ogni giorno per lavorare e portare uno stipendio a casa, invece, quando scrivo il cartellino non lo timbro. Scrittura è libertà totale, ovviamente tenendo conto delle giuste regole per scrivere bene, ma è libertà, bellissima libertà. Se dovessi mettermi alla scrivania pensando a dover compiacere mode e possibili lettori non sarebbe di certo la stessa cosa. Sarebbe mettersi a confezionare un prodotto, e non a scrivere un libro: questa è una considerazione personale, certamente, che riguarda me. Quando scrivo l’unica persona che devo compiacere sono io. Totale separazione di ciò che si deve fare da ciò che si vuole fare. Non si intenda questo come un atto di presunzione, ma come atto di libertà. Poi, se quello che ho scritto interessa anche ad altri, è quindi meritevole di pubblicazione, ben venga.
La sperimentazione, inoltre. In un mondo dove tutto pare sia stato già scritto, visto e conosciuto (ma è solo parvenza), lo scrittore può e deve sperimentare. È un alchimista. La scrivania diviene il suo laboratorio di alambicchi, provette fumanti, testi magici aperti su formule criptiche, pozioni segrete. Quindi l’alchimista si mette lì, ad assemblare parole, a prendere strade misteriose, a viaggiare nel tempo, a dare vita a creature. Il rischio è naturalmente che l’alambicco con dentro la miscela narrativa gli scoppi in faccia. Ma si accetta il rischio, perché bisogna sempre osare, sempre sperimentare. E quando l’alambicco è esploso in faccia perché l’esperimento non ha funzionato, ci si toglie le schegge di vetro dalle guance, ci si disinfetta la pelle con il whisky, e si ricomincia con una nuova avventura.
N:
Zobel lo ambienti in una Torino esoterica e magica, che ricorda “un quadro di De Chirico”. Che rapporto hai con la tua città, dicci qualcosa che non sappiamo sulla tua Torino, essendo tu uno dei pochi torinesi piemontesi rimasti. Torino ha davvero quell’altra anima, nera e occulta, che fai intravedere nel tuo romanzo?
FM:
Sì, Torino ha molto che ricorda le tele di Giorgio de Chirico, la sua metafisica urbana, le piazze d’Italia, oniriche ed enigmatiche, fuori da tempo e storia. Torino è metafisica sabauda. Nonostante abbia la sua radice antica, romana, la sua identità, a differenza di altri centri italiani, è ascrivibile a secoli di gloria recente. Dunque il Seicento, il Settecento, l’Ottocento e il Novecento. Dal suo trucco e belletto barocco, alla sua costruzione architettonica juvarrana di un XVIII secolo di armonia in pietra e gloria in ascesa, dall’Ottocento di ambizione nazionale con il suo Risorgimento per fare l’Italia, fino al Novecento della grande laboriosa industria: l’identità di una città lungo quattro secoli, e ora nel nuovo millennio la stessa città alla ricerca di sé stessa, una metropoli decaduta e un po’ smarrita.
E nella Torino dei lunghi portici, nelle ampie piazze, nei suoi palazzi dalle forme rigorose, nella sua geometria ordinata d’eredità castrum si intuisce la psicologia di una strana e anche bella metropoli, così diversa dalla luce abbagliante del Rinascimento di altri celebri luoghi, una psicologia urbana unica, che si mostra e si nasconde, di sole e di tenebra. Parte dell’etichetta di città occulta, demoniaca, nera, può derivare dall’impresa risorgimentale, dal capitolo finale della Breccia di Porta Pia del 1870. Eccoli qua i sabaudi anticristi, distruttori dello Stato Pontificio, nemici del Papa e profanatori di Santa Romana Chiesa … anatemi su anatemi sopra i Savoia di Torino, e sulla città tutta: questa propaganda dai pulpiti, clericale, credo abbia influito molto sulla nomea sinistra della città. Torino massonica e risorgimentale che si arraffa Roma, Torino la tana di Belzebù. Questo potrebbe essere un tentativo storico-razionale di spiegare Torino come luogo privilegiato per l’occulto, per la magia bianca e nera. Ma ciò può spiegare il fenomeno magico solo in parte. Perché ci si può ritrovare in certe notti a camminare per vie avvolte da un’atmosfera di silenzio e mistero, come quando ci fu la sciagura isterica Covid, e la metropoli può assumere scorci di deserto urbano, e si procede lungo strade che si perdono in prospettive lontane e miraggi e si arriva fino in Piazza Statuto, fino al cospetto dell’angelo alato del monumento del Frejus, ragazzo in bronzo dalla bellezza inquietante, che pare chiamare a sé il viandante, come farebbe Lucifero tentatore, per mangiargli l’anima.
N:
Ogni anno Torino ospita, come sappiamo, il Salone del libro, un mercatone della carta in cui solo ad entrarci vien voglia di mettersi un visore h24 per non avere più a che fare con i libri. Quale pensi sia il destino del romanzo?
FM:
Il destino del romanzo non è solo fosco, ma tragico. Con l’Intelligenza Artificiale, tutta la creatività umana nelle arti, scrittura compresa, verrà messa in discussione. Siamo solo agli albori di un fenomeno epocale che non potrà essere controllato. In queste mie considerazioni non c’è un’avversità tout court al progresso tecnologico in sé. Non dobbiamo correre il rischio di non capire e quindi di diventare avversari per partito preso di qualsiasi novità, per quanto epocale e travolgente essa possa essere. Mi vengono in mente i bifolchi d’Ottocento che prendevano a pietrate i primi treni che scorrevano lenti nelle campagne, prendendo quei mezzi del nuovo che avanza come carrozze dell’inferno, mosse da incantesimi stregoneschi. D’altro canto non possiamo e non dobbiamo smettere di avere occhio critico, severissimo, di fronte agli sconvolgimenti in arrivo. L’Intelligenza Artificiale, l’embrione che sta nascendo, non è organizzata, finanziata, coordinata per un ampio sentimento filantropico, di ricerca di maggior benessere per la collettività. Nasce per volontà di grandi organizzazioni private, di colossi tecno-finanziari il cui scopo, ovvio, è quello del guadagno. In un’ottica ampia, dunque, l’IA è lo strumento per la sostituzione low-cost del lavoratore umano con quello artificiale – ad esempio – e in un campo circoscritto a quello della creatività letteraria, l’IA può diventare la rapidissima creatrice di narrativa per il largo consumo, sempre più raffinata nell’elaborazione di trame e nello stile. L’IA non inventa nulla, non sarà essa a immaginarsi da zero una storia fatta, finita e ben infiocchettata. Ma la sua potenzialità è propria della sua conoscenza, in termini di dati immagazzinati da cui attinge.
Pensiamo a un luogo immaginario, una cattedrale enorme, una biblioteca grande come una metropoli, un Labirinto gigantesco. Ecco, in questo labirinto sono custoditi tutti i libri scritti dall’uomo, tutti i documenti che l’umanità abbia mai prodotto, tutti i testi delle più svariate materie, tutti i manuali, tutto, ma proprio tutto ciò da noi scritto e conservato in migliaia di anni. L’IA ha in sé, l’infinità di questo sapere, da cui può attingere a piacimento, in una frazione di secondo. L’uomo interroga la macchina, inserisce un input, semplice, e la macchina elabora, seziona miliardi di libri, estrapola frasi, parole, punteggiatura e ricrea un qualcosa di apparentemente nuovo, che sì trasmette l’idea di inedito ma che in realtà è solo rielaborazione di quanto è stato già immaginato, teorizzato, descritto. Questa rielaborazione scaturita da ordine umano però avrà così tante combinazioni, pressoché infinite, che al nostro occhio apparirà opera nuova, intelligente, arguta.
Quello che dobbiamo fare noi essere umani ancora con immaginazione è resistere, scrivere, creare, immaginare. Non morire inebetiti di consumo e mediocrità, con la fantasia castrata, senza più immaginazione, come vegetali dall’occhio spento e l’anima tradita.
N:
Dicci perché sconsiglieresti il tuo libro ai tuoi lettori.
FM:
Sconsiglio vivamente la lettura di Zobel, mia ultima fatica per GOG, a tutti coloro che ritengono che dopo la morte tutto taccia, che tutto possa e debba essere spiegato dalla scienza, che non esista Aldilà. Sconsiglio Zobel a chi detesta il mistero.