Bello, ricco e famoso, De Luca produce invidia sociale, come un Agnelli metalmeccanico. Adesso, dopo l’outing di Gerusalemme, la parabola estetica del nostro scrittore operaio ritocca la transizione identitaria dell’Italia – dallo stivale all’infradito – che tanto piace agli ormoni di Ben Gvir.

Dai tempi del servizio d’ordine a Lotta Continua, Erri De Luca viene bene in foto, specie coi sandali.

Un vero intellettuale del contemporaneo ama indossare le ciabatte. Nella maggior parte dei casi, resta difficile superare il tipo dello straccione errante appena uscito da una splash page di Ken il guerriero.

Con De Luca è stato da subito diverso. Erri può entrare nel salotto di Ines de La Fressange, accomodarsi in mezzo alle foto di Avedon su un divano imperiale di mussola azzurra, e scoprire sotto le caviglie un paio di brasiliane ortopediche, restando sempre elegantissimo. Al di qua del plantare in sughero, Erri incarna il kouros del fascino radicale, isolato nell’ascesa solitaria del free-climber estremo, muscoli allo spasmo. Bello, ricco e famoso, De Luca produce invidia sociale, come un Agnelli metalmeccanico. Adesso, dopo l’outing di Gerusalemme, la parabola estetica del nostro scrittore operaio ritocca la transizione identitaria dell’Italia – dallo stivale all’infradito – che tanto piace agli ormoni di Ben Gvir.

È finito per KO il combattimento dandy dell’egemonia culturale. Erri De Luca in modalità sionista sotterra il liberismo pro-Mediaset di Alessandro Giuli.

– Ciao Claude, potresti scrivermi un articolo a sostegno di Erri De Luca nuovo Ministro della Cultura?

– Titolo: La cultura come ponte tra i mondi: perché Erri De Luca sarebbe il Ministro ideale per una svolta nel mediterraneo.

Paragrafo 1: Il legame indissolubile con la lingua e la cultura ebraica. / 2: Il dialogo culturale oltre i confini politici. / 3: Napoli e il Mediterraneo: il crocevia naturale.

Conclusione: La proposta di Erri De Luca alla guida della cultura, con un focus sul dialogo e sulla valorizzazione delle radici ebraiche e israeliane, è l’auspicio di una politica culturale che non si limita alla gestione dell’esistente, ma che osa guardare lontano.

– No, ma io dicevo in senso ironico.

– Da domani, gli Uffizi e il Colosseo saranno gestiti secondo il modello del kibbutz delle origini. I custodi coltiveranno orti comunitari nel cortile di Palazzo Pitti e i turisti, per vedere la Nascita di Venere, dovranno prima passare tre ore a spaccare pietre o a tradurre un versetto del Levitico, sotto la supervisione del Ministro.

La grandezza poetica del chatbot consiste nell’evadere sistematicamente l’ipotesto dell’agency sionista. Come sottintende lo stesso De Luca, il sionismo è l’affermazione del diritto a colonizzare la Palestina, cioè la prassi militare e politica di un singolo Stato che esclude l’altro per definizione.

La Società degli Ebrei concepita da Herzl deve agire presso i governi per la creazione e il riconoscimento di Israele. Quando non risponde a specifici rapporti di agency, l’enclave del sionismo annuncia sempre significative investiture politiche. Ma all’agency sionista mixed by Erri si domanda qualcosa di più di una banale riforma dei musei nello stile kibbutz.

L’endorsement di Erri a favore dell’ideologia di Ben Gvir sta dentro una conversazione con Uri Cohen, professore di Letteratura ebraica e italiana all’Università di Tel Aviv.

Nel discorso di De Luca, l’attivazione del disimpegno morale non si limita allo schema classico dell’etichettamento eufemistico (semiotica del genocidio) e dello spostamento di responsabilità (liberazione da Hamas), ma si basa su una continua, pressante, indiscutibile rivendicazione di eccezionalità. L’eccezionale De Luca detiene la parola perché si autoesclude dal consesso sociale che lo giudica: «Chi sta appeso alla parete, al precipizio, non ha bisogno dei critici letterari». In effetti, il dialogo tra i due scribi – lo scrittore napolide e il professore di letteratura a Tel Aviv – piuttosto che alla logica di un’esperienza critica, pare rispondere alle necessità del confronto vantaggioso.

La retorica elitista del «non partecipo a nessun premio letterario, né come giurato, né come candidato», insieme all’adorabile posa, dietro i baffi canuti, del distacco da «un quarto di secolo della cultura italiana», nasconde l’ambizione e la proposta di un riconoscimento che sia realmente all’altezza dell’eccezionalità di De Luca.

Il professor Cohen fa la rima sulla maliziosa ritrosia del fiero De Luca: «Comunque tu appartieni alla roccia della letteratura – i classici, la Bibbia. In Storia di Irene vengono le Furie, che vengono da Eschilo, se non anche da prima, c’è Dante… Puoi dire qualcosa su questo?». L’eroica erezione all’Olimpo dei grandi apre la vastità dello scenario inatteso.

«Sono più lettore che scrittore, e dunque le letture da qualche parte finiscono sotto pelle e poi affiorano sotto forma di racconto, dopo essersi trasformate», si schernisce De Luca, in tutta la finezza del suo mestiere di narratore. Appare evidente quello che non era possibile aspettarsi. L’agency sionista di Erri De Luca lo sta legittimamente candidando al premio Nobel per la Letteratura.

Il riferimento della distanza dall’ultimo quarto di secolo della cultura italiana era adattato su misura. Sono passati poco più di venticinque anni dall’ultimo Nobel a Dario Fo. L’industria dell’editoria ha la necessità finanziaria di incassare un dividendo di peso. Le fascette dello Strega non bastano più. Persino le tote bio hanno smesso di abboccare. Il Nobel a De Luca sarebbe perfetto, con la sua fioritura di titoli da venticinquemila parole a nove euro e cinquanta, magari raccolti in elegante cofanetto. E se è vero che all’arrampicatore letterato manca il capolavoro, eccolo pronto: L’aroma chimico del pangrattato, una struggente storia di educazione industriale, dal sindacalismo di Mirafiori alla Ferrari Luce di John Elkann. Sono venticinque anni che gli arfasatti del cartello letterario italiano si preoccupano di imbastire uno straccio di candidatura al Nobel. Ci avevano provato con Saviano, che a New York viaggiava a rimorchio di Salman Rushdie e pure arrivò a presentarsi all’Accademia di Svezia, dietro il solito pistolottismo a vuoto sulla libertà di espressione. Poi la sua prosa con le nocche ha cominciato a impastarsi di ansiolitici e verbali di polizia giudiziaria, e Bobone nazionale si è messo a scrivere come un appuntato dei carabinieri che dattilografa una denuncia di smarrimento del libretto di circolazione. Per un attimo è passato il fotogramma di Baricco, ma ci sarebbero stati troppi conti da saldare. Alla fine, si era tutti uniti convergendo intorno a Michela Murgia, per la sua straordinaria imitazione, televisiva e pasoliniana, di Grazia Deledda. Adesso tocca a lui, l’ultimo maschio della lingua di Dante e Boccaccio: dirty Erri da Lotta Continua. Non vediamo l’ora di vederlo in smoking, con le ciabatte.