Prima di arrivare al premio, al riconoscimento, al festival, c’è una lunga catena di accesso: chi ha avuto tempo per leggere, chi ha potuto fare stage gratis, chi ha potuto vivere a Milano, chi conosceva qualcuno, chi era amico di qualcun altro, chi poteva permettersi di essere sottopagato.

Negli ultimi anni il discorso culturale in Occidente ha subito grossissime sconfitte ideologiche e le conseguenze sono un decadimento costante e palese della società. Si è provato di tutto, dal ritorno allo spiritualismo al terzomondismo in Biennale, alle cause più perse.

In Italia la retorica capitalista e meritocratica ha preso spesso il sopravvento, una meritocrazia che ha dimostrato di non sussistere però, perché il capitalismo ha solo il parametro del numero come riferimento, è una cultura della quantità, non della qualità, e sempre più spesso anche il numero è truccato o pompato. Può esistere allora una cultura veramente democratica che privilegi finalmente il meglio? Il figlio della periferia o dell’operaio può davvero produrre cultura che non sia solo pop, ma abbia una visione?

Nel saggio La cultura che non posso permettermi, Davide Piacenza porta alla luce una teoria abbastanza scomoda. Nell’Occidente che ha preteso di democratizzare il sapere con la scuola dell’obbligo, il mondo culturale, spesso percepito come progressista e inclusivo, è in realtà strutturalmente alto-borghese, neo-nobiliare e reazionario quasi, sia nella composizione sociale sia nei codici comportamentali impliciti che impone. Non si tratta solo del conto in banca della famiglia di provenienza, della famosa nonni-genitori foundation, ma della comprensione di certi linguaggi, che richiede tempo libero e capitali. La cultura si forma infatti nel tempo libero dedicato allo studio e alla lettura, e con i soldi per poter seguire i flussi culturali e le mode. È un capitale economico vero e proprio, generato da un grosso investimento iniziale, e richiede già una forma di privilegio e agiatezza di partenza, a cominciare dall’affrancamento dal lavoro manuale.

L’inclusione in questa élite è in realtà una forma di assimilazione tramite un certo tipo di linguaggio e comportamento. Avere cultura per un non-borghese è in fondo essere estirpati, un entrare in contrasto con le proprie origini. Questo strappo spesso crea un’ulteriore cultura, indipendente dal sistema e alienante, che ha in fondo il rancore e il vittimismo come stimolo, la famosa cultura “alternativa” o indie. La rivalsa sociale però non è quasi mai a lunga gittata, perché difficilmente la cultura in Italia oggi produce guadagni o scalate, se non nell’insegnamento pubblico, ma quella del professore è una vita da manovale subculturale.

Pertanto, a lungo andare, la cultura rimane un discorso per pochi eletti, spesso vecchi boomer che hanno accumulato nel tempo, e professorini abbastanza attenti a non calpestare i piedi dello Stato che li foraggia. O giovani privilegiati economicamente, con famiglie che possono sostenerli.

Se questo è il punto di partenza, questa intervista prova a spostare il discorso: non solo diagnosi e lamentele, ma modelli possibili, non tanto per democratizzare la cultura, ma per aprirla e farla tornare a produrre potenza anche dal basso, facendola partecipare alle innovazioni tecniche che stanno per sconvolgere il mondo, stimolando una dinamica che dia sfogo a nuove idee e ragionamenti, che servano a liberarla dal possesso dei mezzi di produzione, e perché no, dal linguaggio e dalla tecnica.

Vincenzo Profeta:

Puoi entrare senza soldi e senza nobili origini nel circuito culturale italiano? O è solo roba per fighetti?

Davide Piacenza:

Si può entrare, rimane da capire a quale prezzo. La mia idea non è che il mondo culturale – qualsiasi cosa includa il termine – sia guardato a vista da un buttafuori che controlla il 730 dei tuoi genitori, la discriminazione è più sottile: funziona per codici, per appartenenza, per familiarità con certi consumi, certe letture, certi luoghi, certe posture. Se non li possiedi già, devi recuperarli in corsa, spesso venendo stimolato a provare vergogna di non averli avuti prima. Quindi sì, puoi entrare: ma chi viene da una famiglia benestante ci entra con l’aria di chi torna a casa; chi viene da una famiglia popolare con quella di chi deve giustificare la propria presenza.

VP:

Si può poi mantenere una propria identità?

DP:

Sì, ma non subito. All’inizio tendi a imitare, è quasi inevitabile: vuoi essere riconosciuto, non vuoi sembrare “provinciale”, non vuoi sbagliare citazione, dress code, tono di voce, riferimento culturale. Nel saggio parlo proprio di questa specie di riaddestramento percettivo: impari che cosa devi trovare interessante, che cosa devi disprezzare, che cosa devi fingere di conoscere. Poi se hai un po’ di fortuna e un po’ di rabbia carsica – puoi tornare indietro e recuperare la tua identità, meglio ancora se non come ferita privata ma come punto di osservazione. A me è andata esattamente così: non ho smesso di sentirmi un transfuga, ma ho smesso di considerarlo un difetto.

VP:

Conformarsi per entrare: bisogna abiurare la propria provenienza per soddisfare una forma di ego?

DP:

Non è un rischio che ridurrei solamente all’ego; è anche sopravvivenza sociale: quando capisci che un ambiente premia certe (im)posture e ne punisce altre, ti adatti. Il problema è che nel mondo culturale italiano questo adattamento viene spesso scambiato per raffinatezza, mentre è solo conformismo di classe. La cosa più dolorosa non è leggere testi “in” o frequentare luoghi “aspirazionali”, ma trovarsi a dover rispondere alla richiesta implicita di guardare dall’alto ciò da cui provieni. Un’abiura in piena regola.

VP:

Esiste un parametro di meritocrazia nella cultura contemporanea?

DP:

La meritocrazia è un concetto scivoloso – diciamo – in generale, e lo è più che mai in questo settore di produzione immateriale. Questo non significa che tutto valga tutto, ma il problema è che il fantomatico “merito” non si manifesta mai in condizioni neutre, soprattutto nella cultura. Prima di arrivare al premio, al riconoscimento, al festival, c’è una lunga catena di accesso: chi ha avuto tempo per leggere, chi ha potuto fare stage gratis, chi ha potuto vivere a Milano, chi conosceva qualcuno, chi era amico di qualcun altro, chi poteva permettersi di essere sottopagato. E via discorrendo. Alla fine il sistema in molti casi riesce a premiare il talento, certo, ma il talento che è sopravvissuto alla selezione economica precedente. Questo rende la meritocrazia culturale una narrazione molto comoda per chi era avvantaggiato fin dal principio.

VP:

USA vs Italia: lì difficile entrare, ma più facile vivere da intellettuale; qui facile entrare conformandosi, ma difficile viverci. Sei d’accordo?

DP:

Solo in parte. Negli Stati Uniti il sistema è più brutale, più competitivo, più legato a istituzioni e capitali. Però, proprio per questo, esistono anche mercati, fondazioni, università, riviste, circuiti in cui alcuni mestieri intellettuali diventano professionalmente sostenibili. In Italia l’ingresso invece è più “informale”: conosci persone, frequenti ambienti, partecipi a eventi, ti rendi disponibile. Ma poi scopri che quella disponibilità viene spesso retribuita pochissimo, o proprio nulla. È un sistema che accoglie molti aspiranti perché tanto il costo dell’aspirazione lo pagano loro o le loro famiglie. E chi non ha una famiglia che paga alle spalle dura meno.

VP:

I social hanno democratizzato la cultura?

DP:

Hanno democratizzato la possibilità di pubblicare, non necessariamente quella di contare, e non è una differenza da poco. Oggi chiunque può scrivere, filmarsi, commentare, costruire un pubblico. E se questo ha aperto nuovi spazi reali, non credo abbia cancellato le disuguaglianze di partenza, anzi: chi ha tempo, capitale culturale, sicurezza, reti, capacità di autopromozione, e magari anche una casa bella in cui riprendersi, parte comunque avvantaggiato. Il figlio della famiglia povera può usare i social per scavalcare alcune mediazioni, ma deve comunque combattere contro tempo, lavoro ipercompetitivo, stanchezza, mancanza di paracaduti e spettro del fallimento.

VP:

Sistemi meno liberi, corti e committenza forte hanno prodotto grande arte. È un modello recuperabile?

DP:

Non recupererei la corte, perché la corte produce dipendenza, adulazione, paura di perdere il favore del principe (cioè tutte cose che abbiamo già, in Italia). Però recupererei l’idea che la cultura abbia bisogno di condizioni materiali, e che di queste condizioni materiali si debba parlare pubblicamente. Il mito romantico dell’artista libero, solo, povero ma ispirato, è spesso una trappola: la libertà creativa senza sostenibilità economica diventa libertà di bruciarsi. Quindi no alla nostalgia del princeps, però sì a un sistema che riconosca che il lavoro culturale ha bisogno di tempo, reddito, spazi, infrastrutture, committenze non umilianti.

VP:

Committenza plurale, Stato, privati, scuole riformate, periferie: potrebbe funzionare?

DP:

Il rischio di ogni sistema di finanziamento è produrre conformismo: se sai che i soldi arrivano da una certa giuria, impari a parlare la lingua di quella giuria. Quindi il tema non è solo “più fondi”, ma più canali, più rotazione, più trasparenza, più possibilità di fallire senza essere espulsi dal gioco. Una committenza plurale può funzionare se riduce il potere dei gatekeeper, non se lo moltiplica sotto altre sigle. E soprattutto se arriva dove oggi la cultura non arriva, se non in forma pedagogica o caritatevole: cioè proprio nelle periferie, nei luoghi non legittimati.

VP:

Serve affiliarsi politicamente? Bisogna tornare a fare politica attiva?

DP:

La seconda che hai detto: per me bisogna anzitutto tornare a pensare politicamente. Cioè, per cominciare, smettere di considerare la cultura solo come carriera individuale, posizionamento, brand personale, circoletto e invito al festival, tornando a pensare che è intessuta di politica. La cultura è organizzazione dei rapporti di forza: decide chi parla, chi viene pagato, chi decide e chi resta fuori. Se chi lavora nella cultura non si pone queste domande, finisce per essere l’interior designer dell’ordine esistente (e sfido chiunque a sostenere che oggi spesso il famigerato “ruolo dell’intellettuale” non vada oltre questo).

VP:

È ancora possibile una cultura che non sia giacobinismo?

DP:

Il giacobinismo, anche al di fuori della cultura, seduce perché semplifica e promette scorciatoie di purificazione. Ma spesso, come accade nelle “guerre culturali” contemporanee, diventa una forma di teatro morale appannaggio delle classi istruite. Si processano i simboli e le parole, ma raramente si toccano i rapporti materiali che permettono a qualcuno di avere voce in capitolo, mentre ad altri no. Più che giacobina, servirebbe una cultura radicale nel senso serio: capace di andare alla radice dei sistemi e delle loro storture. E la radice, quasi sempre, è la distribuzione delle risorse, del tempo, della legittimità.

VP:

Bisogna rinunciare a molte narrazioni autoconsolatorie?

DP:

Senza dubbio. Me ne vengono in mente tre: la prima è che basti essere dalla parte giusta per essere innocenti; la seconda è che la cultura sia automaticamente emancipativa; la terza è che il popolo non abbia gli strumenti per capire, di cui soltanto le élite illuminate possono dotarsi. Nel libro provo a dire che anche il progressismo culturale può essere classista: anche quando usa parole inclusive, si immagina dalla parte degli esclusi e inizia a parlare al posto loro. A volte proprio lì si annida il classismo più difficile da vedere, perché si presenta con le credenziali morali dell’inclusione.

VP:

Perché bisogna comprare il tuo libro?

DP:

Perché prova a guardare il mondo culturale non dal punto di vista dei suoi habitué “per nascita”, ma di chi ha dovuto impararne le regole escludenti. Non è un libro contro la cultura, né contro chi nasce benestante: è un pamphlet contro l’ipocrisia di un ambiente che predica inclusione e spesso pratica cooptazione, e che denuncia le disuguaglianze quando sono lontane, ma le ignora largamente quando attraversano le redazioni, i festival e le case editrici. E poi è un testo molto breve: anche chi non è d’accordo soffrirà per poco.

VP:

Mi fai una domanda tu adesso?

DP:

È vero quel che si dice in giro: che il Nemico è una psyop reazionaria nata per camuffarsi da rivista di sinistra? Lo chiedo perché nel caso sareste soltanto i 285251esimi cosplayer di sinistra in realtà strutturalmente di destra con cui ho avuto a che fare negli ultimi quindici anni: come si dice al mio paese, color me surprised.

Redazione del Nemico:

Anche questa domanda non ci sorprende affatto, rientra in quella serie di automatismi che hai appena descritto e criticato e di cui la maggior parte dei lavoratori culturali non riesce ancora a liberarsi. Da un lato hai acconsentito nel farti intervistare dal Nemico, sapendo che il perculamento del mondo intellettuale che portiamo avanti intercetta un pubblico che potrebbe coincidere con quello a cui il tuo libro si rivolge, dall’altro, con questa domanda, stai marcando il territorio e lanciando un segnale a quella bolla intellettuale di cui fai volente o nolente parte (sì, se pubblichi con Einaudi). Questo segnale dice, testualmente: «non pensate che io sia un fesso, sono a conoscenza delle voci che circolano sul Nemico! Mi ci sono avvicinato, ma pago questa macchia curriculare ponendogli una domanda fastidiosa». Il debito è saldato. Tu sei salvo (ma non prenderci l’abitudine). Ora servono almeno altre due interviste con Scomodo per tornare a credito. Eppure noi non ti abbiamo chiesto niente. Non abbiamo chiesto i tuoi certificati politici, patentini morali, per che squadra tifi né cosa voti o se hai mai condiviso un meme su Hitler, se sei in una chat tossica di calcetto dove ti è sfuggita una battuta sessista e probabilmente è successo, a tua insaputa. Ci interessava solo il contenuto del tuo libro. Quindi veniamo alla domanda. Sì.