La manosfera è la nemesi di una parte della cosiddetta social justice, quindi delle fazioni più battagliere del campo progressista e woke. Benché agli antipodi ideologici, queste correnti sono unite da un comune denominatore: il vittimismo. Tratto dalla newsletter di GOG Edizioni, "Preferirei di no".

È disponibile su Netflix il documentario di Louis Theroux, il giornalista britannico che ha avuto l’idea geniale di intrufolarsi tra gli esponenti più in vista della manosfera americana quando bastava andare sui loro canali Youtube. Anche perché Theroux non è un gran chiacchierone, non fa domande particolarmente scomode, non mette in difficoltà gli interlocutori né riesce a fargli dire qualcosa in più di quanto già non dicano nelle loro dirette.

Che cosa impariamo allora da questo documentario? Non impariamo granché sulla manosfera, quell’emisfero del mondo MAGA radicalizzatosi intorno alle idee di alcuni influencer, opinionisti, fuffaguru specializzati in criptotruffe, impegnati nella diffusione soprattutto online – social, forum, telegram e podcast – di tesi controverse sulla mascolinità, il patriarcato, il femminismo. Anche chi non li conosce si è imbattuto sicuramente nei reel dei fratelli Tate, di Joe Rogan o Justin Waller, dell’ex poliziotto Myron Gaines. Li vediamo spesso con sigaro in bocca, camicia scollata, doppiopetto tagliato male, whiskey in mano, oppure vestiti da personal trainer, attentissimi alla dieta, pelle luminosa grazie a skincare e tisane al tarassaco, mentre sbavano davanti ai microfoni perché le donne gli hanno rubato i pantaloni!!! Ultimi residui, scorie, sussulti di un patriarcato moribondo, tanto più rumoroso quanto più esanime.

La manosfera è la nemesi di una parte della cosiddetta social justice, quindi delle fazioni più battagliere del campo progressista e woke. Benché agli antipodi ideologici, queste correnti sono unite da un comune denominatore: il vittimismo. La manosfera infatti, come ogni narrazione basata sul successo, ha bisogno del fallimento, ed è perciò un’ideologia che produce autocommiserazione e frustrazione presso la sua audience, e fa proprie molte istanze della subcultura incel (involuntary celibates), i famosi brutti che hanno recuperato l’eredità lombrosiana e sui forum si misurano a vicenda le mascelle per capire quanto sono lontani dall’essere dei chad (dei fighi). Alle radici della filosofia incel un principio determinista: l’uomo nasce senza valore e perciò deve costruirlo attraverso il successo personale, quantificabile in look, money, status, mentre la donna ha valore sulla base della sola bellezza e sceglie il suo partner tramite i tre criteri di cui sopra (quindi aspetto, conto in banca e posizione sociale).

Seguendo la legge dell’ottimo paretiano, il 20% dei maschi, i più belli, ricchi e potenti, ha a disposizione l’80% delle femmine, mentre il restante 80% deve litigarsi il 20% delle signore. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e la relativa autonomia economica che ne è derivata hanno fatto sì che potessero scegliere liberamente il proprio partner, mentre prima erano costrette ad accontentarsi e a trovare rapidamente marito. L’emancipazione femminile ha creato, secondo gli incel, un’aspra competizione darwiniana sul mercato del sesso (Houellebecq ha scritto pagine magistrali sulle umiliazioni prodotte dal liberalismo sessuale), che vede molti uomini sconfitti. Gli incel applicano le teorie marxiste alle relazioni interpersonali, e si paragonano ai proletari espropriati del loro plusvalore, non avendo a disposizione alcun capitale in termini di look, status, money. La manosfera nasce per rispondere a questo apparente problema, a questa sensazione diffusa tra alcuni maschi, ma forse soprattutto per crearla e alimentarla, convincendo i giovani a prendere la famigerata pillola rossa e vedere la realtà senza i filtri dell’ideologia progressista.

Ecco allora che la manosfera è la pars costruens della teoria incel: dopo aver capito come funziona il mondo, ora è il momento di trasformarlo. Basta piangersi addosso, adesso si tratta di costruire un’identità maschile forte, leaderistica, basata su valori del tutto contraddittori e antistorici. Fitness, soldi, sesso, gioco d’azzardo e armi da fuoco, skincare e insider trading, disprezzo (quasi paura?) per le donne disinibite ma poi collab su Onlyfans, per finire con la famosa “monogamia unilaterale”.

L’uomo deve saper rischiare ma anche difendere la casa, deve andare a puttane ma saper essere anche un bravo padre, deve essere l’eroe ma anche la vittima. Praticamente un incubo, almeno quanto il performative male. Alla base di tutto, ovviamente, i soldi. Passepartout che giustifica le peggiori nefandezze e riesce a sanare qualsiasi contraddizione. Obbiettivo di tutti i membri più autorevoli della manosfera non è certo la rivoluzione anti-woke, ma quello di scalare la piramide economica.Theroux intervista quattro main character della manosfera, cerca di spulciare nella loro quotidianità, si sforza di capire cosa li muove, ma oltre i soldi non trova quasi nulla. Il problema di Theroux nell’avvicinarsi a questi soggetti è il problema che ha tutta la sinistra quando si avvicina a fenomeni che non capisce e che tenta di liquidare sbrigativamente regalando consensi a una destra che sospende ogni giudizio e non fa alcuna raccolta differenziata in termini elettorali.

1. Theroux, per spiegare la genesi di questo fenomeno si lancia in analisi freudiane sull’assenza della figura paterna: il grado zero della psicologia sociale. In questo modo si semplificano e si riducono le cause reali di un fenomeno molto più complesso, e che seppure reputiamo approdi a soluzioni assurde solleva comunque degli interrogativi che andrebbero presi sul serio. Il patriarcato, e l’idea di mascolinità che lo innesta, come ogni ideologia morente, non può morire da un giorno all’altro. Nell’attesa che sia chiaro cosa debba diventare il maschio nella società del futuro, non serve guardare il dito – le forze che vogliono capitalizzare il disagio creato da un vuoto di significato – ma la luna – ossia proprio quel vuoto da riempire con un’alternativa valida.

2. Di fronte al ventitreenne Harrison Sullivan, star di Tiktok, dichiaratamente omofobo e misogino, Theroux tenta la mossa del Dalai Lama. Lo guarda negli occhi intensamente, vuole creare una connessione, e quando sente di averlo all’amo gli chiede: «perché non provi a fare del bene?» Come si fa a ridurre tutto a una questioncina morale così parrocchiale? Di fronte un ragazzo poco più che ventenne, che è riuscito a fare una barca di soldi, ad avere donne, belle macchine, ville di lusso. Praticamente il pacchetto di sogni che la società liberale ha spacciato per decenni e su cui ora lo stesso Theroux sta monetizzando. Adesso che ha raggiunto l’unico obbiettivo che l’american way of life è riuscita a pubblicizzare per tenere in piedi la baracca, vogliamo fare di Sullivan il colpevole? Non sarebbe piuttosto il caso di interrogarsi sul perché l’idea di realizzazione personale sia ancora incastrata in un cliché così noioso, vecchio e ingenuo?

3. Buona parte del documentario cerca di forzare la manosfera smontando un suo principio cardine, la “monogamia unilaterale”, il patto stipulato tra moglie e marito che obbliga la prima ad astenersi dalle relazioni extraconiugali, anzi addirittura evitare il contatto con altri uomini, mentre il secondo può praticare l’adulterio indisturbatamente. Questo perché, a detta degli “ideologi” intervistati, l’uomo non si lega sentimentalmente all’altro partner nell’atto sessuale mentre la donna è più propensa a concedersi quando c’è in ballo un sentimento. Ora, al di là della cialtroneria dei moventi, cosa dà fastidio a Theroux? Siamo stati istruiti per anni dalla retorica del consenso, quindi vanno bene il poliamore, il bdsm, lo scambismo, se c’è consenso va bene qualsiasi cosa, però la monogamia unilaterale no, solo perché è di destra? Fintanto che le mogli dei redpillati in questione approvano questo assurdo contratto (che poi approvare non vuol dire rispettare), rientra tutto nella sfera, oltre che del privato, anche del legittimo.

Ma quindi come si sconfigge la manosfera? Quanto di questo fenomeno è reale e quanto è invece sovrastimato, frutto di un’amplificazione algoritmica, laddove l’algoritmo promuove contenuti polarizzanti? Il pubblico a cui fa riferimento è composto per lo più da adolescenti, 13-14enni, e a dirla tutta la loro adesione sembra più un rito di passaggio, come può essere stato in forme diverse GTA3, che non una partecipazione politica strutturata e duratura. E allo stesso modo in cui GTA venne additato da psicologi e intellettuali come il movente del disagio e della violenza giovanili degli anni duemila, così anche la manosfera è diventata il capro espiatorio delle malefatte di una generazione. Ma guardare i video dei fuffaguru palestrati è più vicino a una forma di doomscrolling o guilty pleasure da parte di molti adolescenti, che vivono indubbiamente qualche sconforto psicologico ma per motivi anagrafici, canonici e prevedibili. Alcuni smetteranno presto di seguire questo trend per noia, altri si faranno fregare qualche centinaio di dollari prima di accorgersi dello schema Ponzi su cui si basa, mentre probabilmente sì, una minoranza finirà per radicalizzarsi intorno a quelle teorie strampalate condannandosi all’infelicità. E qualcuno probabilmente farà una stronzata bella grossa. Come il ragazzino che ha tentato di accoltellare la professoressa di francese in provincia di Bergamo. Ogni generazione ha la sua quota parte di violenza immotivata da sfogare e da scontare. Ma quella che la precede, invece di pulirsi la coscienza individuando i responsabili di facciata, farebbe meglio a guardare ai modelli che ha lasciato in eredità, ai vuoti semantici che non sono stati occupati, al fatto insomma che se l’alternativa culturale alla manosfera è la queerness allora sarà dura, e soprattutto fare i conti con la fin troppo basica constatazione che non ci sono cure alla stupidità delle giovinezza, bisogna solo aspettare che passi, tentando di arginare il più possibile i danni, ma forse c’è una stupidità anche della vecchiaia, ancora più difficile da scovare.