Pluribus, la nuove serie di Vince Gilligan mette una pietra tombale sui sogni capitalisti (se ancora ce ne fosse bisogno) e propone una critica sociale lucida e inquietante. È un’opera profondamente politica, in cui la fine della scarsità coincide con la fine del conflitto, ma non con la libertà. La felicità senza limiti si rivela una gabbia, perché priva l’individuo della possibilità stessa di scegliere.

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels individuano nel sottoproletariato una classe politicamente inaffidabile. Il cosiddetto Lumpenproletariat (composto da figure marginali come vagabondi, criminali e prostitute) vive ai margini dei rapporti produttivi e, proprio per questo, non sviluppa una vera coscienza di classe. Più che opporsi consapevolmente al progetto comunista, il sottoproletariato tende a farsi assorbire o strumentalizzare dalle forze dominanti, rendendosi utile alla reazione. La critica marxiana non è morale, ma strutturale: chi è escluso dal processo produttivo non ha un interesse diretto nella trasformazione collettiva della società.

Si è conclusa da poco la prima stagione di Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan (autore di Breaking Bad e Better Call Saul) e il materiale di riflessione non manca. La serie è riuscita, pur essendo caratterizzata da un ritmo lento e, a tratti, monotono. Manca quella dose (moderata) di violenza che in Breaking Bad scandiva la narrazione e ne rendeva il passo meno statico. Pluribus è invece una commedia fantascientifica post-apocalittica, più interessata alla speculazione politica che all’azione.

La premessa è semplice e radicale. Un messaggio proveniente da un altro pianeta viene decifrato come la formula di un composto chimico. Da qui nasce un virus che rende l’umanità un’unica mente collettiva. O meglio, quasi tutta: una dozzina di persone nel mondo rimane immune, richiamando l’immaginario de L’ombra dello scorpione di Stephen King o, come osservato online, un episodio di Rick & Morty. Tutti gli altri diventano parte di una coscienza universale capace di percepire e rispondere a ogni stimolo, mettendosi al servizio degli individui rimasti “separati”.

Questa intelligenza collettiva funziona come un organismo perfetto, simile a una Intelligenza Artificiale globale: non esistono più conflitti, scarsità o lotta per la sopravvivenza. Pluribus immagina così una società post-politica, in cui il problema della produzione è definitivamente risolto. I superstiti non contagiati occupano però una posizione ambigua: non producono, non partecipano alla totalità sociale e vivono beneficiando di un sistema che li serve in ogni desiderio. È qui che il parallelismo con il sottoproletariato marxiano diventa evidente, ed è qui che si concentra la maggiore curiosità sulla direzione della scrittura di Gilligan.

La protagonista, Carol, una donna lesbica inizialmente sconvolta dalla perdita della sua compagna e dell’individualità umana, reagisce ribellandosi. Viene accontentata, isolata, lasciata sola. Ma questa libertà assoluta si rivela una condanna. L’essere umano è un animale sociale e Carol comprende che l’esclusione dalla collettività non produce emancipazione, ma una forma estrema di alienazione. Pur di non restare sola in un mondo completamente piegato ai suoi desideri, decide di entrare in relazione con queste presenze inquietantemente disponibili.

Dal punto di vista narrativo e produttivo, Pluribus si presta a numerose stagioni, soprattutto se l’obiettivo è esplorare le storie di tutti i superstiti. È qui che l’operazione si fa ambigua. Gilligan sceglierà di premiare la qualità limitando il numero delle stagioni, oppure la serie verrà sfruttata fino in fondo nel suo potenziale seriale? Per chi scrive, potrebbe anche concludersi qui, nella sua oppressione e disperazione, con un finale aperto coerente con una certa tradizione del cinema americano degli anni Settanta.

Gilligan ha dichiarato di conoscere il finale, ma non il percorso che condurrà a esso, lasciando intendere che le stagioni potrebbero essere tre o forse di più. È in questo contesto che diventa utile riportare la riflessione di Quentin Tarantino sulla differenza tra cinema e serialità televisiva: il film tende a costruire un climax emotivo destinato a sedimentarsi, mentre la serie privilegia la durata e l’affezione ai personaggi, spesso a scapito dell’intensità. Pluribus si muove in una zona di confine, assumendo la forma di una serie ma mantenendo un respiro cinematografico. Non è interessata a raccontare indefinitamente le vite dei personaggi, quanto a esplorare, attraverso di essi, un’ipotesi radicale sul presente e sul futuro della società. Ed è questa tensione irrisolta tra forma seriale e ambizione metaforica a renderla, almeno per ora, un oggetto culturale raro e disturbante.