Anniversary of a Revolution (Parsed), è la risposta al leggendario film d’esordio di Dziga Vertov, Anniversario della Rivoluzione (1918), considerato perduto per quasi un secolo e forse primo lungometraggio documentario della storia, recentemente riassemblato dallo storico del cinema Nikolai Izvolov. Gli artisti Adam Broomberg e Oliver Chanarin hanno utilizzato una tecnologia di visione artificiale per mappare il movimento fisico delle immagini su un rendering digitale, reinquadrando i filmati d’archivio con i meccanismi di sorveglianza del XXI secolo. Il documentario di Vertov registrava alcuni tra gli eventi decisivi intercorsi fra il rovesciamento della dinastia Romanov e l’Operazione Kazan, mentre l’intervento di Broomberg e Chanarin mira a tradurre i protagonisti di quegli eventi decisivi in marionette della storia. Non siamo forse tutti noi marionette della storia?
Negli anni Novanta Jonathan Franzen scriveva: «la maggior parte degli individui sognava la gloria nel massacro di iracheni senza volto, sognava riserve infinite di petrolio per i viaggi dei pendolari, sognava l’esenzione dalle regole della storia». Forse il popolo americano, rifacendosi a Bataille, ha individuato nell’informe e nello spreco il punto in cui ogni attività umana sfugge alla teleologia per consegnarsi alla propria fine. Forse il fine dell’arte è proprio sfuggire a ogni teleologia.
A partire dagli anni Ottanta il mercato dell’arte contemporanea ha conosciuto un’espansione costante sia nelle vendite che nei prezzi, accompagnata da una produzione sempre più massiccia di opere. È come se si fosse instaurato un paradossale meccanismo incrociato in cui più il mercato genera valore meno ciò che osserviamo è di valore. L’ascesa delle grandi case d’asta internazionali, che utilizzano il capitale pubblicitario per costruire un artista come si costruisce un brand, qualifica l’arte esclusivamente come oggetto di una più grande speculazione economica. La quotazione di un artista viene pianificata: si acquista in blocco la sua produzione, la si esibisce in mostre o fiere di livello internazionale, poi si lasciano filtrare sul mercato soltanto un numero ridotto di opere. Quando una di queste arriva all’asta il prezzo esplode a causa di rilanci che mirano a gonfiarne il prezzo e per via di una reputazione consolidata artificialmente. L’arte sfila in passerella come un prodotto concepito per essere esposto a un pubblico di massa ma, allo stesso tempo, accessibile soltanto ad un’élite invisibile che la utilizza come strumento di speculazione finanziaria. In stretta connivenza, il mercato dell’arte contemporanea, con la spietata consapevolezza che nulla spinge un prodotto quanto la costruzione di un personaggio, detta l’agenda tematica. La maggior parte delle opere si articola intorno a tre narrazioni ricorrenti: la propria tragica infanzia; la drammatica esperienza di una malattia; il velleitario impegno politico.
Che risvolti ha per il sistema dell’arte? Facciamo un passo indietro. Al sorgere degli anni Sessanta, Leo Castelli fu uno dei primi galleristi a pagare uno stipendio fisso agli artisti in modo che non dovessero vivere con l’insicurezza di dover contare sulle vendite. Nel 1960, Frank Stella lavorava come imbianchino a Brooklyn, dipingendo la sera quadri con la vernice avanzata dal lavoro. Castelli fu colpito da un suo quadro raffigurante una cattedrale e gli offrì un fisso mensile per tre anni affinché dedicasse tutto il suo tempo alla pittura. Sempre in quell’anno Willem De Kooning disse di Castelli:
«Quel figlio di puttana, puoi dargli due lattine di birra e lui è in grado di venderle». Jasper Johns diede seguito alla provocazione e realizzò una scultura con due lattine vuote. Castelli la vendette immediatamente. Sembrava possibile una commistione tra arte e società, frutto di un marcato interesse sociale e della ricerca costante di sperimentazione. Il pubblico rispondeva bene, malediceva la cattiva arte e benediva i grandi artisti. Allan Kaprow faceva costruire rifugi in ghiaccio destinati a sciogliersi, Manzoni vendeva merda d’artista, Beuys spiegava la pittura a una lepre morta. Niente di tutto ciò aveva senso, nonostante i manuali d’arte dicano oggi il contrario. In questa mancanza di senso risiedeva l’imponenza di questi artisti. Tutta l’arte autentica è imponente, infatti, e tuttavia sfugge a ogni classificazione o interpretazione univoca. Imponente perché smuove qualcosa dentro di noi. Cosa di preciso non lo sappiamo, ma riusciamo a riconoscerlo.

Francis Bacon, affermava che «il compito dell’artista è sempre quello di approfondire il mistero», individuando in quella tensione tra conoscenza e opacità la condizione stessa dell’atto artistico. Ma il “mistero”, inteso come il modo in cui l’esperienza umana si dispone di fronte all’enigma del proprio significato, è stato fagocitato dalla morale. Lo stesso Bacon si chiedeva quale fosse l’incidenza di un artista: «Mi chiedo talvolta quanta gente abbia davvero occhi per la pittura. Acquistano quando un artista è celebre, e forse quando non crea più i lavori migliori. E invece, quando c’è qualcosa di nuovo e di meraviglioso, nemmeno lo vedono». John Berger tuttavia affermava che «l’arte non può essere usata per spiegare il misterioso. Però ci rende più facile avvertirlo. L’arte rivela il misterioso. E, una volta avvertito e rivelato, esso diviene più misterioso».
Ritornando al presente, l’attività artistica non è che un’appendice di una vita economica retta altrove. Gran parte degli artisti insegna arte nelle scuole, tiene corsi di Teoria dei Nuovi Media in accademie private o accetta lavori estranei al campo, convertendo la pratica artistica in un’attività sostenuta a credito da altre professioni. La pressione di redimersi da questa condizione esorta l’artista a trattare temi sociali o a piegare il proprio linguaggio alle logiche delle piattaforme digitali, nella speranza che l’adeguamento iconografico e narrativo apra l’accesso a un mercato più ampio. Il mistero inizia a dileguarsi, la ricerca si fa ideologica.
L’ottimismo terapeutico che domina nei dipartimenti di comunicazione e didattica dell’arte è il sintomo diretto di giovani artisti intrappolati nella propria identità, nella propria etnia, nella storia del proprio paese, nei propri drammi personali; in definitiva, nel perimetro soffocante del proprio Io.
Le riviste di settore dedicano più pagine a brand che agli artisti, la pubblicità ingloba e condiziona quasi ogni sezione editoriale. L’arte che un tempo aspirava a formare i gusti sociali si limita a rifletterli. Critici, case editrici, gallerie e apparati culturali hanno sempre più contenuti da riversare su un pubblico che dispone di sempre meno energie mentali per assimilarli. Molti artisti, in epoche diverse, hanno cercato di opporsi al mercato e alla speculazione, aggredendo i meccanismi stessi di legittimazione. Marcel Broodthaers, da sempre in attrito con l’istituzione museale e le sue modalità espositive, nel 1968 dà vita al suo progetto più radicale, il Musée d’Art Moderne, Département des Aigles, un museo fittizio di cui è al contempo direttore e curatore, allestito inizialmente nel proprio appartamento di Düsseldorf. Allo stesso modo, Claes Oldenburg, nel 1961, apre a New York, The Store, un negozio vero e proprio in cui vende a prezzi relativamente bassi sculture e oggetti in gesso dipinto che imitano prodotti di consumo, fondendo arte e commercio e deridendo il feticismo delle merci. Gli azionisti viennesi, che oggi verrebbero liquidati come estremisti disturbati da mettere a tacere, con la loro brutalità hanno provato a scuotere i loro corpi. Questi tentativi, tuttavia, non soltanto non spostano la questione centrale, ma dimostrano la loro inefficacia. L’arte non possiede alcuna presa sulla realtà (fortunatamente).
Martha Rosler aveva già delineato, con The Bowery in two inadequate descriptive systems (1974), una diagnosi implicita della condizione dell’arte come dispositivo insufficiente a restituire il reale, sottraendosi deliberatamente alla trappola del documentario. Si chiedeva, con le sue vedute della Bowery (senza persone, concentrate sulle tracce della vita di strada), se fosse utile il reportage convenzionale, che comunemente associa i soggetti ritratti al problema sociale sottostante. Con ciò intendeva dire che l’arte non è pedagogica. Un reportage senza persone ricerca il mistero, un reportage con gli individui come oggetto ricerca la facile compassione.

Gli artisti dunque rinunciano al mistero per cavalcare quel leviatano che è l’ideologia. Nel frattempo, le tecnologie si rivelano strumenti di informazione e sensibilizzazione infinitamente più rapidi ed efficaci di qualsiasi pratica artistica. Se oggi un artista volesse usare il proprio lavoro per educare ai diritti sociali, come accade, sarebbe quantomeno ingenuo. Una sequenza infinita di pagine social diffonde notizie, approfondimenti, la propria idea di etica, a una velocità tale da rendere obsoleto un processo artistico che, per definizione, richiede lentezza. Un artista che quest’anno volesse produrre un’opera sulla società contemporanea, impiegando un anno di lavoro, si troverebbe l’anno successivo con un lavoro anacronistico, privo di riferimenti culturali e, di fatto, di pubblico. Quel pubblico che può ambire a essere chi desidera, ma solo all’interno del nostro guscio; che può credere a tutto, a patto di accettare il rischio dell’esclusione o della defenestrazione; e può scegliere tra venti marche di carta igienica e oltre cinquanta gusti di gelato, ma con ogni probabilità, finirà per guardare la stessa serie su una piattaforma streaming, lotterà per mantenere una stanza in affitto dal costo insostenibile, lavorerà in un impiego sottopagato e instabile, farà la spesa nella stessa catena di supermercati, comprerà ai figli l’ultimo giocattolo Mattel in partnership con OpenAI, sarà spinto al cinismo dalla pubblicità, sognerà quindici reels di celebrità, assumerà inibitori della ricaptazione della serotonina e condividerà lo stesso senso di impotenza con tutti gli altri; quel pubblico là non può attendere. I drammi personali e le tragedie mondiali sono accomunati da un unico sentimento di devastazione verticale, di cui l’arte vuole farsi carico. Tuttavia, gli unici problemi per cui oggi valga la pena pubblicizzare una soluzione, anche solo etica, sono spesso quelli che richiedono l’acquisto di un nuovo prodotto o di prodotti più friendly. Le questioni reali, quelle davvero grandi, restano irrisolvibili per chiunque. Così ognuno si trincera nella propria campana di vetro e gli artisti si sentono costretti a muoversi nell’unico terreno comune rimasto, il trauma. Così nel momento in cui l’arte tende alla trasparenza come unico modo di trattare problemi sociali, abbandona il mistero. Il mistero che Bacon voleva indagare era collettivo, non personalizzabile e monetizzabile.
Ogni artista dovrebbe dunque chiedersi per quale strana ragione fa quello che fa. E una volta compresa la vacuità di risposte quali sensibilizzazione, giustizia sociale, pedagogia, retorica, moralismi, drammi squisitamente personali, dovrebbe arguire che fa quel che fa senza una motivazione. L’arte non serve a nulla, proprio per questo è sovrana.