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	<title>canidiDio Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Instadrama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Instadrama, il diario delirante di uno scrittore fallito, affetto da una strana forma di Tourette, che decide di rapire il figlio della coppia di influencer più seguita d'Italia per ottenere l'ormai insperato successo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il bambino è seduto su una vecchia sedia di vimini, le mani legate alle gambe posteriori con due fascette. Al collo ha un cartello con sopra scritto in rosso <strong>“I AM A LITTLE CHILD. I FEEL SO ALONE. I FEEL SO SCARED. HELP HELP HELP”.</strong><br></p>



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<p><br>Non riesco più a fare una vita di stenti, non riesco più, a trent’anni, a vivere con i miei genitori, a fare colazione con il pisello barzotto che spinge contro la macchiolina di piscio sul boxer, mentre mi stacco con le dita piene di palle le caccole dagli occhi facendole cadere nei COCO pops, ingiallendo ulteriormente lo Zymil che sono costretto a bere a causa del mio reflusso esistenziale. Cinque giorni fa non ero nessuno, il mio profilo personale conta soli 218 follower. <strong>Oggi invece sono il fondatore di una pagina con più di 10 milioni di follower.</strong> Come diceva Pasolini, il successo è l’altra faccia della persecuzione. Come ha detto Antonella Elia in un’intervista: “Il successo crea angoscia. Ero spaventata”. Come dice il mio DOC: il successo contiene la parola “cesso” perché rende le persone merda.<br></p>



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<p><br>Io: «Come stai?».           <br>Lui: «Non bene».           <br>Io: «Come mai?».           <br>Lui: «Mi ucciderai?».     <br>Io: «Non lo so… spero di no sinceramente, dipende da come andranno le cose. Non ho programmato niente… in questo momento sono più confuso di te». Sempre Io: «Posso farti una domanda?».      <br>Lui: «Sì».            <br>Io: «Tu ora sei famoso ancor prima di sapere che cos’è la fama. <strong>Prima ancora di aver sviluppato una coscienza vivi il sogno del 99% degli occidentali: il successo. </strong>Sei, possiamo dire senza esagerare, il nuovo Macaulay Culkin…».   <br>Lui: «Chi è Maculkin?».<br>Io: «L’attore che interpreta il bambino in Richie Rich. Richie, appunto».<br>Lui: «Che bello!».<br>Io: «È un tossicodipendente che entra e esce da cliniche e carceri».<br><br>Non ha risposto.<br><br>Io: «Il punto è proprio questo. I tuoi genitori ti vogliono bene, davvero, perché anche se non sono dei bravi genitori, sono delle belle persone. Però penso che a furia di scattarsi foto si siano dissociati. Ogni giorno venite sbattuti sotto agli occhi di decine di milioni di persone… non pensano che tutta questa esposizione vi danneggerà? No, non possono non averlo capito, è ovvio. Sono io a non capire come possano schiaffare sui social un bambino di neanche dieci anni (ti ho rapito proprio per questo motivo, perché loro ti hanno erto a simbolo)<strong> senza pensare alle conseguenze che tutta questa visibilità avrà sulla tua vita, sul tuo equilibrio psicologico, sulle tue relazioni, che saranno – mi dispiace dirtelo ma lo racconta la storia dei Vip – per lo più inautentiche.</strong> Parliamo del tuo futuro: da grande sarai come Jim Carrey in The Truman Show, con gli occhi di tutti puntati su di te. Lui stava bene nel suo mondo finto, ma poi ne è uscito… ti immagini che incubo? Il tuo mondo ovattato è l’infanzia, e tra poco entrerai nell’inferno dell’adolescenza, vale a dire la consapevolezza distorta e avvelenata dai complessi. L’inferno in terra. Riesci a prevedere che cosa succederà? Questo è quello che penso io: non potrai fare una passeggiata, non potrai prendere cornetto e cappuccino al bar senza che qualcuno ti rompa le palle. Tipi fastidiosissimi e irrispettosi, esseri vomitevoli, orrendi, vorranno farsi i selfie con te, senza chiedertelo, come se fossi un monumento ambulante. <strong>Ti inviteranno dappertutto, avrai tutti accanto, ma un giorno capirai di essere solo. Solo come un cane</strong>. Anche perché così, di primo acchito, e scusa se te lo dico, con questo tuo fare spocchioso non mi sembri la persona più simpatica del mondo. E quindi passiamo al lato psicologico. Solo, triste, esaurito, arrabbiato come Justin Bieber in piena pubertà, forse anoressico, bulimico, emo, gay, eroinomane, poi di nuovo etero, poi trans, come Elliot Page, nato Ellen Page, che cambia genere perché tanto non esiste sesso, ma allo stesso tempo cambia nome per averne uno adeguato al suo nuovo sesso. Passerai dai migliori psicologi di Milano, che sono poi i peggiori. Per non sentire il vuoto che porti dentro, starai sempre incollato al telefono, il dispositivo che il vuoto te lo ha creato, oppure sospeso nel multiverso con degli Oculus di ultima generazione. Ti chiuderai nella bolla del virtuale, dove non esiste il male del mondo, dove non esistono i parassiti come me che vogliono vivere di visibilità riflessa attraverso di te. <strong>Sarai in pace, finalmente in pace, ma solo perché nella tua pace non ci sarà la vita</strong>: i tuoi migliori amici saranno dei codici, il tuo partner un ologramma, il tuo cane una GIF, ma dentro di te, lentamente, qualcosa morirà…». <br>Lui: «Cosa?». <br>Io: «Ciò che sei davvero, quello che avresti potuto scoprire di essere esprimendo le potenzialità insite nei tuoi geni. I tuoi genitori, e questo è innegabile, sono due persone molto creative. La loro creatività però è venuta fuori perché avevano fame, perché volevano il loro riscatto sociale. A ogni costo. Quindi chapeau a loro che ce l’hanno fatta, ma non mi rompessero il cazzo con moralismi inutili se ce la voglio fare anche io. Per te però è diverso: perennemente satollo, con tutti i desideri esauditi, con una squadra di agenti che risolverà ogni tuo problema, riuscirai a sviluppare le tue qualità profonde? Eh? Eh? Sei ricco, famoso, e sarai pure carino, nel peggiore dei casi, seguito dai migliori stilisti del mondo, avrai uno stile pazzesco e le ragazzine e i ragazzini ti sbaveranno dietro come lumache succhia popolarità. <strong>Avrai tutto servito su un piatto d’argento, e quindi non sarai mai affamato, al massimo sarai triste, abbattuto.</strong> E le cose si cambiano con la rabbia, con la frustrazione, mai con la tristezza. “Uuuuh, sto così male, cosa posso fare per cambiare la mia vita?”, ti domanderai in mezzo ai tuoi oggetti costosi. “Ho già visto tutto, ho tutto quanto. Forse… forse la soluzione è scendere dalla punta della piramide, comprare una fattoria e mungere le mucche per riscoprire le cose belle della vita come insegna Paolo Coelho…”. A Paolo Coelho non bisogna dare retta. Non è mica facile svegliarsi all’alba e mungere una mucca, bisogna essere temprati. E tu non lo sei. Quindi, nessuna soluzione. Psicofarmaci a go-go. Ristagnerai nella tua comodità, nella tua comfort-zone, nel tuo ozio inquieto. <strong>Sulle spalle porti la dolce disgrazia di non dover pensare al domani, una vacanza perenne.</strong> I tramonti più belli ti daranno fastidio agli occhi, le cose più buone del mondo avranno per te tutte lo stesso sapore, e via via diventeranno cattive. Guarda me invece, lavoravo dieci ore in un bar. 4 euro e 50 l’ora. Kim, il mio capo, mi trattava come un essere inferiore dalla mattina alla sera mentre il cliente americano di turno sorseggiava il mokaccino facendo scintillare sotto il mio naso il suo Daytona. Un giorno tuo padre è entrato in quel cesso di bar di cinesi in cui lavoravo, e ha chiesto di rifargli il cappuccino tre volte perché non era abbastanza schiumoso. Capisci? Io non chiederei neanche al mio peggior nemico di rifarmi il cappuccino perché non è abbastanza schiumoso. Ma tutta questa frustrazione, tutta questa mancanza di comfort, tutto questo vedervi più “salvi” di me, mi ha portato a tirar fuori le palle per cambiare la mia condizione. È grazie a te se sono tornato a scrivere. E ora mi sento vivo, libero. Tu dormirai per sempre. Io sono scappato da quel bar di cinesi, tu invece un giorno ti impiccherai, ha-ha-ha!».<br>Lui: «La signora Zhu dice non è giusto dire cinesi». <br>Io: «Chi è la signora Zhu?». <br>Lui: «La Signora Zhu è signora che dice a mamma e papà cosa è giusto dire e cosa invece no».<br>Io: «Dice a mamma e papà cosa è giusto dire, eh? Io lo sapevo che c’era una signora Zhu! C’è sempre una signora Zhu che direziona tramite somme di denaro messe a disposizione da multinazionali la libertà decisionali di persone influenti.<strong> Tua madre e tuo padre sono delle scimmie. </strong>La signora Zhu dà ogni mattina a mamma e papà la pillola che li posiziona sempre dalla parte giusta degli argomenti, che fa loro dire sempre le cose giuste al momento giusto».<br><br>Il bambino ha alzato le spalle, come per dire “boh”, e ha tagliato due ananas su Fruit Ninja.<br><br>Io: «La signora Zhu dice un sacco di minchiate. È giusto dire cinesi, perché esistono i cinesi. Il nome Zhu da dove viene, scusa?». <br>Lui: «Signora Zhu ha mamma italo-australiana, il papà è cino-canadese. Però è nata in India e ora vive tra New York, Milano, Parigi, Londra e Podgorica». <br>Io: «Podgorica? La signora Zhu è una sradicata globetrotter che nella sua libreria ha solo “Lonelynessplanet”. Le persone come la signora Zhu, che in apparenza conducono vite stupende saltando da una parte all’altra del mondo, in realtà sono sole e piangono ogni notte nel loro freddo letto d’albergo che puzza di Dash. E i tuoi genitori ripetono a bacchetta quello che gli viene consigliato dalle psicopatiche come la signora Zhu, che vogliono un mondo devastato per poter vivere finalmente in un habitat che possa rispecchiare il loro stato d’animo. Tu non sei altro che un burattino “cute” strappa like. La signora Zhu consiglierà ai tuoi genitori di ricoprire te e i tuoi tre fratellini con il fil di ferro, come si fa con i bonsai, per non farvi crescere…». Ma poi ho interrotto il siluro complottista perché il bambino ha smesso di ascoltarmi. Si è fatto pensieroso e distante.<br></p>



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		<title>Storia di un femminiello e del suo culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 09:59:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti di Scende giù per Toledo, di Giuseppe Patroni Griffi, romanzo in cui viene narrata la favola sconcia a sguaiata di Rosalinda Sprint, femminiello partenopeo innamorato dell'amore che cerca salvezza nella sua Napoli metafisica e puttana.</p>
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<p>“La luna si svilisce in un cielo di mmerda. Densi fumi caldi si levano dalla città e salgono verso il cielo – Napoli gronda di pisciate violente. Gli acri aromi intiepidiscono la notte.”<br><br>“Sprofondata sottoterra. Orrore e fine. M’hanno annegata in una fogna, m’hanno seppellita in un pozzo nero ancora viva. Mi costringono a mangiare la parte mostruosa di me, quella parte che a ogni creatura è concesso di espellere in segreto nascondendosi – <strong>io che li ho amati, maledetti uomini. Io che immaginavo la mia morte un avvenimento pieno di cose e di persone, muoio privata d’uno sguardo amico, nel nero più assoluto.</strong> Muoio soffocata da me stessa. Senza un gesto. Senza il conforto di nessuno. Ma, forse ce n’è uno. Non sono tutti così, gli uomini.” <br></p>



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<p>&#8220;La rivolta, le allarga le cosce, munge saliva con la bocca ma non la sputa, ne lascia cadere un grosso fiotto diritto al centro del culo che si contrae. È calda. Rosalinda Sprint perde un grido acuto, torce la testa a guardarlo. Dalle labbra di Gennaro si parte un filo di bava che la tiene legata – prima catena d’amore. <strong>Gennaro non si muove, le mani ferme a tenere aperta la polpa delle carni – aspetta</strong>. La catena si assottiglia a poco a poco, si spezza. Due dita nel mucchio di saliva denso, e via, dentro. Un fremito si spande a onde per il corpo – una refola d’ebbrezza, il mare, l’estate, io sono l’estate, io sono il mare, la chiglia d’un veliero mi solca, mi apre, m’increspa. Non è massaggio, è una masturbazione che sfinisce, vorrebbe capire se le dita sono sempre due o tre, non riesce a distinguere, forse quattro, tutte, non sa. Il vento cala, svanisce, l’aria tesa minaccia un ciclone fatale. Un’onda misteriosa si gonfia, si erge carica di forza, e sbatte il veliero contro gli scogli a infrangerne l’orgogliosa polena d’oro. Grida Rosalinda Sprint, grida, quanto a lungo grida, Gennaro entra vivo in lei, ancora grida, non smette mai d’entrare Gennaro vivo, inesorabilmente lento <strong>Gennaro s’addentra, s’ingolfa, si affonda, esala un primo respiro profondo. Le incastra i superbi neri coglioni tra le cosce</strong>. Non la lacrima di prima, un pianto copioso le bagna le gote schiacciate sul letto. Gennaro la fotte e Rosalinda Sprint si sente fottuta – sensazione rara nel suo mestiere. Si sente giusta sotto di lui, si sente fica, si sente aperta, usata e utile, si sente vacca, troia, gorgogliante, insalivata, bavosa, si sente disossata, tuttacarne, medusa tremolante, si sente allargata, piatta, che si espande, si sente crescere come il pane lasciato a crescere, calda di lievito, impastata di sangue e mmerda bollente, si sente priva di parole, incapace di dire, foga di puri suoni che le partono dal fondo e sono rochi, selvaggi, disumani, spezzati o lunghissimi, mai prima intesi, <strong>e Gennaro continua a fotterla con andamento esasperante che toglie il fiato che già hai capito ti porta al manicomio avanti di raggiungere la distruzione finale.</strong> Sa che sarà la sua follia, sa che dal momento che si staccheranno incomincerà a ricercarlo, sa che la sua vita ne sarà avvelenata perché certo le cose non andranno lisce, troppo bello sarebbe… sbatte la testa a destra e a sinistra, non regge più il piacere, a destra a sinistra, punta i gomiti contro il materasso. «No!» grida Gennaro.&#8221;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="744" height="418" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp" alt="" class="wp-image-129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp 744w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></figure>



<p>&#8220;Si arresta. Un attimo.<strong> L’afferra di sorpresa, se la tira su contro il petto, e corre per la stanza stringendosela addosso, mordendole il collo, le spalle, annaspando, mentre le scarica dentro getti e getti di roba. Quando ha finito se la lascia scivolare dalle braccia, dal pesce, e Rosalinda Sprint sbatte con l’anca a terra – se ne accorgerà più tardi: una lividura e un gonfiore così. «Puliscimi».</strong> Gennaro a gambe aperte, inginocchiato su lei, le appoggia il pesce alle labbra. Rosalinda Sprint con la lingua glielo lava dalla punta alla radice: umiliazione, intimità anelate, privilegio orgoglioso. Glielo asciuga scorrendovi sopra le labbra asciutte: o pesce d’oro di Tutankamon, dolce schiavitù d’amore. Tre volte Gennaro la chiava, tre volte la riempie. Ora va di là – se lo rinfresca. Rosalinda Sprint è rimasta morta. Stanno seppellendo il suo culo; seduta su una nuvoletta nel cielo del camposanto osserva la funzione.&#8221;</p>



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<p>&#8220;Come da sotto a un cappello si estrae un altro cappello, così dal suo culo aggrinzito di vecchia, tirano fuori quello vero, rimasto giovane e palpitante. Tutti si segnano, qualcuno ha un empito di commozione. Il prete coi paramenti neri lo benedice – il culo vecchio viene gettato tra rifiuti, fiori secchi, acque melmose, il nuovo lo depongono religiosamente nella fossa. Arriva Gennaro vestito a lutto, non è per niente invecchiato, è rimasto a vent’anni; si ferma accanto ai becchini, getta un fiore sul culo dell’amore. Stranissimo – al contatto quello si apre e risucchia il fiore seppellendolo dentro di sé. Palettate di terra lo sommergono. <strong>«Ne ho conosciute puttane ma scellerate così non credevo ce ne fossero»</strong>. È Gennaro che si sta abbottonando i pantaloni, capelli lisci di bagnato, sapore d’acqua fresca. «Mentre stanno interrando tuo padre, tua madre, che sviene tra le braccia di mia madre, tu, senza rispetto, adeschi tuo cugino, approfitti di me che sto distrutto da questa morte di zio, che non tengo esperienza delle chiaviche pari tue, e invece di piangere e pregare, nelle stesse stanze dove fino a poco fa c’è stato il morto ti abbandoni all’invertimento più osceno che si può immaginare. Coltellate in culo ti dovevo dare, altro che pesce. Mi fai ribrezzo. Come ho potuto, con te che sei la nostra vergogna, come ho potuto – mi butterei dal balcone…». «No!». «No? Sono vigliacco ma fino a un certo punto; ora mi paghi, mi paghi». L’acchiappa per la gola. «No, Gennaro, no, io t’amo, sei l’uomo mio!». Le caccia otto dita fra i denti, spalanca a forza le gambe che resistono, per sputarle in gola un vecchio catarro da tabacco. «Non sarò io, l’uomo tuo di mmerda, lévatelo dalla testa. Non t’azzardare a cercarmi, sai, t’ho avvisata, t’ho!». Si impadronisce della borsa che intanto ha adocchiato, la rovescia, prende il danaro che trova, scappa. «Ti amo, ti amo», piange Rosalinda Sprint. Corre sul balcone, lo vede uscire che si sta infilando ancora i soldi in tasca. Attraversa la strada e scompare come un ladro. Magnifico.&#8221;</p>



<p><strong>Estratti di <em>Scende giù per Toledo</em>, di Giuseppe Patroni Griffi, (GOG Edizioni).</strong></p>



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		<title>L&#8217;AIDS è una malattia meravigliosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:20:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[AIDS]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da All'amico che non mi ha salvato la vita, il diario intimo in cui Hervé Guibert testimonia la sua lenta e inesorabile discesa negli abissi della malattia. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ho avuto l’AIDS per tre mesi</strong>. Più esattamente, ho creduto per tre mesi di essere condannato dalla malattia mortale che chiamano AIDS. Allora non mi facevo idee precise, ero davvero contagiato, il risultato positivo del test era lì a testimoniarlo, così come alcune analisi che avevano dimostrato che il mio sangue iniziava un processo di degradazione. Ma, in capo a tre mesi, uno straordinario caso mi fece credere, e mi diede quasi la certezza, che sarei potuto sfuggire a questa malattia da tutti ancora considerata incurabile. Così come non avevo confessato a nessuno, tranne ad amici che si contano sulle dita di una mano, che ero condannato a morire, non confidai a nessuno, tranne a quegli stessi pochi amici che <strong>me la sarei cavata, che sarei stato, per quel caso straordinario, uno dei primi sopravvissuti a questo inesorabile male.</strong></p>



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<p><br>[&#8230;]<br>Jules mi aveva detto che <strong>l’AIDS è una malattia meravigliosa</strong>. Ed è vero che io scoprivo qualcosa di soave e affascinante nella sua atrocità: si trattava certamente di una malattia inesorabile, ma non era fulminante, <strong>era una malattia a livelli, una lunga scala che portava sicuramente alla morte, ma di cui ogni scalino rappresentava un apprendimento senza pari, era una malattia che dava il tempo di morire e che dava alla morte il tempo di vivere</strong>, il tempo di scoprire il tempo e di scoprire finalmente la vita, era in un certo senso una geniale invenzione moderna che ci avevano trasmesso le scimmie verdi dell’Africa. E la disgrazia, una volta che vi si era immersi, era molto più vivibile del suo presentimento, in definitiva molto meno crudele di quanto si potesse pensare. <strong>Se la vita non era che il presentimento della morte</strong>, con il torturarci senza sosta quanto all’incertezza della sua scadenza, l’AIDS, fissando un termine certo alla nostra vita, faceva di noi degli<strong><em> </em>uomini pienamente consapevoli della loro vita</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-355" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hervé in uno dei ritratti che testimoniano l&#8217;avanzare della malattia</figcaption></figure>



<p>Consultando la mia agenda del 1987, potrei datare al 21 di dicembre la scoperta sotto la lingua di piccoli filamenti biancastri, specie di placche senza spessore. <strong>Il mio sguardo vacillò in quell’istante</strong>, e per un millesimo di secondo vacillò anche quello del dottor Chandi, trafitto dal mio come un colpevole braccato da un investigatore, quando gli mostrai la lingua, il giorno successivo nel suo ambulatorio. <strong>Davanti a un segno catastrofico il dottor Chandi è troppo giovane e inesperto per saper mentire, il suo sguardo non è allenato a diventare opaco al momento giusto, a non battere ciglio: egli conserva nei confronti della verità una trasparenza di un millesimo di secondo</strong>, come il diaframma fotografico che si apre per assorbire la luce prima di richiudersi per calibrarla. </p>



<p></p>



<p>Dovevo pranzare con Eugénie quel giorno, le mentii per omissione, improvvisamente svuotato da ogni desiderio e da ogni sentimento amicale, interamente assorbito dalla mia preoccupazione. La sera prima l’avevo passata con Grégoire: prima di avere la conferma da parte del dottor Chandi, era a me stesso che avevo mentito, aspettando ancora un po’ prima di essere catturato da una formidabile repulsione riguardo al solo organo sensuale al quale Grégoire permetteva talvolta una comunicazione erotica. In un primo tempo mentii anche a Jules, assente da Parigi, per quello stesso riflesso istintivo dell’omissione. <strong>Il dottor Chandi non pronunciò alcun verdetto, tanto più che era stato avvertito della realtà della mia malattia per via di quell’herpes zoster che si era manifestato otto mesi prima</strong>, quando ancora non ero un suo paziente. Doveva semplicemente guidarmi, con la maggior dolcezza possibile, verso un nuovo stadio della mia malattia. Con dei piccoli tocchi, attraverso scandagli dello sguardo, mi interrogava sui miei stadi di coscienza e d’incoscienza, facendo variare di qualche millesimo di millimetro l’oscillometro della mia angoscia. Diceva: «No, non ho detto che era un segno decisivo, ma le mentirei se le nascondessi che è un dato statistico». Se un quarto d’ora dopo gli chiedevo, preso dal panico: «<strong>Allora, è un segno veramente inequivocabile?</strong>», lui mi rispondeva: «No, non direi, ma si tratta nondimeno di un segno abbastanza determinante». Mi prescrisse un liquido giallo e disgustoso, il Fongylone, nel quale dovevo mettere a bagno la lingua ogni sera e ogni mattina per venti giorni. Ne portai con me a Roma <strong>venti flaconi che avevo nascosto prima nei miei bagagli</strong>, poi dietro altri prodotti, sulle mensole degli armadietti della cucina e sugli scaffali del bagno, dove mi rintanavo mattino e sera in maniera umiliante e al limite della nausea per ingerire i prodotti a insaputa di Jules e Berthe, che mi avevano raggiunto a Roma. Vivevamo insieme, Jules, Berthe ed io: loro due andavano a dormire nel letto matrimoniale sul soppalco, io nel lettino in basso. <strong>Il giorno di Natale avevo avvisato Jules di quello che mi succedeva</strong>, e che, fatalmente, ci succedeva, e avevamo deciso di non parlarne a Berthe per non rovinarle le vacanze. Jules, facendo finta di niente, faceva progetti sul futuro e coinvolgeva Berthe: che nei prossimi anni dovevano andare a risposarsi in campagna, che Berthe doveva chiedere di essere esonerata dall’insegnamento, almeno per un anno sabbatico, sottintendendo che non dovevamo sprecare quei pochi anni ormai contati che ci restavano da vivere. <strong>Per quanto riguarda me, scrivevo il mio libro</strong>, condannato, vi raccontavo il tempo della nostra gioventù, quello in cui Jules, Berthe ed io ci eravamo incontrati e amati. Avevo iniziato a comporre l’elogio di Berthe, nei termini in cui Muzil prima della morte aveva pensato, sinceramente o per scherzo, di scrivere il mio elogio, e tremavo ogni giorno per paura che Berthe mettesse il naso nel manoscritto che pure lasciavo, in fiducia, sulla scrivania.<br><br></p>



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		<title>&#8220;Cavallo Pazzo&#8221;, Cronache dall&#8217;Inferno.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2024 12:40:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[canidiDio]]></category>
		<category><![CDATA[Cavallo Pazzo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Appignani]]></category>
		<category><![CDATA[ragazzi di vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un estratto dal libro Un ragazzo all'inferno di Mario Appignani,<br />
alias Cavallo Pazzo, il più celebre disturbatore d'Italia<br />
e leader degli Indiani metropolitani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un giorno riesco a mettermi da parte una mela. Volevo mangiarmela nel corso del pasto serale. La tengo nascosta e la tiro fuori al refettorio. Gli altri pensano che l’ho rubata e vogliono spartirla. Ne nasce una discussione. Piomba suor Filomena. Fa fuoco e fiamme, mi ordina di restituirla. Anche lei crede al furto. Protesto che è mia. Niente da fare, quella urla: «Alzati! Stai in piedi!» e mi fa stare ritto impalato fino al termine della cena. Ma non è finita. Nella notte vengo buttato giù dal letto. E suor Filomena con altre due signorine. «Alzati! Vieni a scontare la punizione». Così, come mi trovo, in mutande, vengo accompagnato nel terrazzo. È pieno inverno, una serata gelida. «Stai qui, finché ti verremo a chiamare!». E mi lascia solo.<br>Tremo per il freddo che mi penetra nelle ossa e per quell’essere strappato dal torpore del sonno. </p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-full is-style-default"><img decoding="async" width="730" height="380" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_1.jpg" alt="" class="wp-image-45" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_1.jpg 730w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_1-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 730px) 100vw, 730px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Invasione di campo Mario Appignani, alias Cavallo Pazzo.</em></figcaption></figure>



<p>D’improvviso sento una voce che bisbiglia: «Mario… Mario…». Mi giro e vedo poco distante, appena rischiarata da una lama di luna gelida, un’ombra bianca. Ho un brivido di paura. Tutti i terrori dell’inferno mi prendono alla gola. «Mario… Mario…» ripete la voce. «Ma chi sei?». «Sono Francesco!». E solo allora, rinfrancato ma stupito, riconosco in mutande come mi trovo io, il mio compagno di camerata. «Anche tu punito?» mi chiede. «E tu perché sei qui?». «Perché parlavo in chiesa…». Restiamo così per un’ora. Ci confortiamo con la reciproca compagnia e insieme ci accucciamo in un angolo di un muretto, un po’ riparato dal freddo. Ce ne stiamo abbracciati, per riscaldarci a vicenda.</p>



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<p><br></p>



<p>Finalmente dopo un’ora suor Filomena viene sul terrazzo, mi chiama: «La tua punizione è finita!» mi dice. Penso che anche Francesco verrà via con me. E invece quella bastarda gli sibila: «No. Tu resta ancora». Mi incammino riluttante, pensando a Francesco che sarebbe rimasto solo, lì a spasimare per quel freddaccio cane. Malgrado il tepore del mio giaciglio non riesco a cacciarmi nel sonno. Aspetto che Francesco torni quasi sentendo fisicamente su di me la sua sofferenza. Ma Francesco non tornava ed io, infine, debbo essermi addormentato. Alla sveglia subito i miei occhi guizzano al letto di Francesco. Ho una stretta al cuore: è vuoto.<br>Una signorina arriva in camerata e si accorge che Francesco non è nel suo giaciglio. «E Francesco?» chiede. Ma nessuno ne sa nulla. La signorina, allarmata, si precipita fuori e torna insieme ad alcune suore, tutte stupite ed agitate. «L’avete visto?». Tutti tacciono scuotendo le teste. Potrei parlare, dire che era stato in punizione con me sul terrazzo. Ma qualcosa mi blocca, forse una inconscia paura. Non dico nulla, proprio come se non lo avessi visto. «Sarà fuggito» suggerisce qualcuno. Ma la sua roba è ancora lì, ed anche i suoi vestiti.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="396" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_2.jpg" alt="" class="wp-image-58" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_2.jpg 500w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/appignani_2-300x238.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Mario Appignani, alias Cavallo Pazzo, alle spalle di Pier Paolo Pasolini e un giovanissimo Walter Veltroni</em></figcaption></figure>
</div>


<p><br>Comunque ci fanno alzare come gli altri giorni e come sempre ci rechiamo nelle aule scolastiche. Durante le lezioni mi formicola il pensiero su Francesco. Cosa ne sarà mai successo? È veramente scappato via? Così, con le sole mutande e con quel freddo? Possibile? Non posso darmene pace ed una tremenda paura mi serra la gola per tutta la mattinata. Nell’onda dell’angoscia mi balenano le idee più terribili, che vanno, vengono, le scaccio via.</p>



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<p><br></p>



<p>Come andò a finire? Debbo dire a questo punto che anche negli anni successivi il mistero di Francesco non venne mai chiarito. O forse lo fu? Beh, la faccenda te la racconto e poi trai pure le tue conclusioni. Ecco quel che accadde qualche anno dopo – naturalmente non posso ricordare la data. La faccenda venne bisbigliata di bocca in bocca, in un clima di tragedia.<br>In una grigia mattina il giardiniere va a scavare nell’orto. Lavora fischiettando lieve, un colpo di zappa dietro l’altro, scava e scava. Ed ecco che ad un certo punto l’attrezzo comincia a metter fuori qualcosa di insolito. Dapprima sorpreso, poi raggelato, il giardiniere fa affiorare un grosso fagotto avvolto in un lenzuolo. Emana un puzzo tremendo. Quasi folgorato, il pover’uomo per un momento non ha il coraggio di proseguire. Poi solleva il lenzuolo e diventa di sasso: c’è infilato il corpo di un ragazzino, ormai quasi putrefatto, irriconoscibile. Vomita l’anima sua e poi corre, per quanto gli permettono le gambe tremolanti, a rivelare l’affare alla madre superiora. Dapprima costernazione, poi un confabulare, un consultarsi… Qui bisogna chiamare i carabinieri, scaricarsi delle responsabilità. Sarà bene? Sarà male? Che storia ne potrà venir fuori? Esaminato il pro e il contro si decide per avvertire. E i carabinieri arrivano. Esame della salma, tentativo di riconoscimento, interrogatori. Non ne esce nulla, nessuno sa niente. Si stabilisce soltanto l’età approssimativa del morto: circa otto anni (l’età, appunto di Francesco). Veniamo interrogati anche noi marmocchi, ma con delicatezza per non allarmare queste povere creature innocenti, e alla presenza di una suora. Domande vaghe, formali, tanto per fare il dovere. Si rivolgono anche a me: «Tu sai niente?». Che debbo sapere? Che ne so io quel che è stato? Cosa capisco di queste faccende? C’è solo una gran paura. E alla domanda rispondo di non saper nulla… È una bugia? Non direi, perché detto fra noi – chi sa veramente come sono andate le cose? Forse se avessero insistito, se non fossero stati puntati su me gli occhi gelidi della suora, forse avrei detto che poteva trattarsi di Francesco. Ma era soltanto una ipotesi… Insomma i carabinieri non approdarono a niente. Tutto sommato si preferiva affossare quel mistero, come quel povero corpo.<br><br>Estratti dal libro di Mario Appignani, alias Cavallo Pazzo, <br><em>Un ragazzo all&#8217;inferno</em> (GOG Edizioni)</p>



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