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	<title>cattelan Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il Cesso d&#8217;oro di Cattelan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 15:34:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il water di Cattelan, un tempo autore-feticcio mediatico, oggi viene valutato non come gesto, ma come rottame prezioso: segno che il mercato ha smesso di credere alla magia, alla narrativa, alla mitologia dei curatori</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per anni abbiamo scherzato troppo. Curatori vestiti da santoni laici, fiere d’arte che sembravano templi pagani della provocazione, collezionisti pronti a tatuarsi “concept” sulla fronte pur di partecipare al rito. E ora? Ora il rito è stato invalidato dal suo stesso altare: il prezzo. Il gesto punk dell’arte contemporanea era: “Io valgo perché dico che valgo.” Il gesto occulto della finanza è: “<strong>Tu vali quanto ti posso fondere.”</strong></p>



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<p>Un water d’oro a 18 carati venduto al prezzo del metallo è molto più di un aneddoto: è un presagio. È l’immagine di un’epoca che ha deciso di togliere la corrente al grande Luna Park del contemporaneo, ma non solo: ha abolito il valore del sacro e dell’aura dalla sua agenda. Insomma, la morte dell’anima si manifesta nell’arte contemporanea, e – state sereni – sta per manifestarsi pure nel nostro quotidiano.</p>



<p>Il water di Cattelan, un tempo autore-feticcio mediatico, oggi viene valutato non come gesto, <strong>ma come rottame prezioso</strong>: <strong>segno che il mercato ha smesso di credere alla magia, alla narrativa, alla mitologia dei curatori</strong>. Il mercato – quello vero, quello che non scrive cataloghi ma muove capitali – ha emesso il suo verdetto: l’arte contemporanea è tornata materia inerte, minerale, peso fisico. Fine delle interpretazioni, dei testi di sala, dei discorsi al neon.</p>



<p>Un Klimt a 205 milioni sovrasta tutto: mentre l’Ottocento diventa oro, il contemporaneo torna alla latta. Non c’è nemmeno più conflitto: c’è solo indifferenza. E l’indifferenza, nel linguaggio dei mercati, è più letale del disprezzo. Le opere non vengono più valutate per ciò che significano, ma per ciò che sono materialisticamente. E se ciò che sono è meno nobile di una pepita, la partita è chiusa.</p>



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<p>In questo allineamento glaciale, quasi astrologico, si intravede il volto del nuovo demone finanziario: non più il collezionista visionario, ma l’algoritmo che pesa, calcola, deposita, arbitra. Un money bull, per l’arte e presto per la vita<strong>. L’arte che pretendeva di essere superiore alle dinamiche economiche ne è stata divorata: la materia ha vinto</strong>. Ha creduto di poter scherzare con il capitale, provocarlo, irriderlo. Ma il capitale non ha il senso dell’umorismo. O meglio: ride solo quando affonda i denti.</p>



<p>Il cesso d’oro è il trofeo della sua vendetta silenziosa. <strong>È il simbolo di un mondo che ha scambiato la provocazione per valore, la novità per qualità, il rumore per profondità</strong>. Ora tutto questo viene rifuso – letteralmente. Il mercato sta tornando alla tangibilità: pietre, metalli, opere stabili, autori morti, valori museali<strong>. L’investitore non vuole più rischiare sul concetto: vuole appoggiarsi al peso specifico, alla densità, alla certezza fisica</strong>. Il contemporaneo, privo di radici, senza garanzie, troppo dipendente dalla mitologia delle gallerie, non offre nulla che resista a un ciclo recessivo.</p>



<p>Il cesso d’oro, dunque, non è un fallimento di Cattelan: <strong>è il fallimento di un intero sistema che ha scambiato l’ironia per struttura, la provocazione per sostanza, il marketing per metafisica</strong>. Il messaggio occulto è chiaro: ogni epoca ha il suo oracolo. Oggi parla tramite una toilette luccicante che torna allo stato di lingotto. Non è l’arte che muore: è un linguaggio che rientra nel grembo della materia, è la morte delle strutture comunicative, è il caos che sta per arrivare.</p>



<p>Chi saprà leggere questo segnale comprenderà che siamo entrati nella fase in cui <strong>l’unico vero valore è ciò che resiste: ciò che pesa, ciò che dura, ciò che non si dissolve quando il pubblico si distrae</strong>. Ma adesso sparisce con noi. Abbiamo scherzato troppo col postmoderno: l’humor ci ha ghiacciato il sangue, ci ha succhiato il cuore, pulito e sterilizzato le arterie. E ora la risata ci ha seppelliti in divani fondi come Netflix. Rimane solo l’eco metallico di un cesso d’oro battuto all’asta, un sanitario come simbolo di un mondo: il nostro vello d’oro.&nbsp;&nbsp;</p>



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		<title>La truffa degli ambientini artistici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2025 10:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
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		<category><![CDATA[Wei Wei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'arte nelle sue manifestazioni concrete è solo una dichiarazione di pubblico, di quale fetta di mercato desidera abitare o a quale ideologia vuole aderire</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il denaro aveva comprato anche la cortesia, oltre che le cartoline e la piantina? Che cortesia avrebbe mostrato il negoziante se egli fosse entrato come entravano gli anarresiani in un distributorio di merci: per prendere ciò che volevano, fare un cenno del capo al contabile e poi uscire? Inutile, inutile fare questi ragionamenti. Quando sei nel Paese dei Proprietaristi, pensa da proprietarista. Vestiti come lui, mangia come lui, agisci come lui, sii come lui.</em></p>



<p><em>Non c&#8217;erano parchi nel centro della città di Nio: il terreno era troppo prezioso per sprecarlo in frivolezze. Egli continuò a immergersi sempre più nelle stesse strade larghe e sfavillanti che gli avevano fatto percorrere varie volte. Giunse alla Saemtenevia e la attraversò in fretta, per evitare una ripetizione dell&#8217;incubo ad occhi aperti. Giunse così nel distretto commerciale. Banche, uffici, edifici governativi. Era tutta così, Nio Esseia? Grandi scatole lustre di pietra e di vetro, immensi, decorati, enormi pacchetti vuoti, vuoti. Passando davanti a una vetrina con la scritta «Galleria d&#8217;Arte», entrò, pensando di poter sfuggire alla claustrofobia morale delle strade e di trovare nuovamente in un museo la bellezza di Urras. Ma tutti i quadri del museo avevano dei cartellini col prezzo incollati alla cornice. Rimase a fissare un nudo dipinto con abilità. Il cartellino diceva 4000 UMI.</em></p>



<p><em>&#8211; Si tratta di un Fei Feite &#8211; disse un uomo scuro, comparso al suo fianco senza fare rumore – la settimana scorsa ne avevamo cinque. La cosa più grossa del mercato artistico, tra poco tempo. Un Feite è un investimento sicuro, signore.</em></p>



<p><em>&#8211; Quattromila unità è il denaro che occorre per mantenere in vita due famiglie per un anno in questa città &#8211; disse Shevek.</em></p>



<p><em>L&#8217;uomo lo esaminò e disse, strascicando le parole: &#8211; Sì, certo, signore, ma quella, lei vede, è un&#8217;opera d&#8217;arte.</em></p>



<p><em>&#8211; Arte? Un uomo fa dell&#8217;arte perché deve farla. Per quale motivo è stato fatto quel quadro?</em></p>



<p><em>&#8211; Lei è un artista, vedo – disse l&#8217;uomo, ora con evidente insolenza.</em></p>



<p><em>&#8211; No, sono un uomo che riconosce la merda quando la vede! &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em><br><br></p>



<p class="has-text-align-right"><em>I reietti dell&#8217;altro pianeta</em> &#8211; Ursula K. Le Guin</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Fino alla prima metà del Novecento l&#8217;arte era validata dalla rete che univa artisti, teorici, movimenti, spettatori, commercianti e mercato. Era costituita tanto da ognuna di queste figure, quanto dalla rete che le teneva insieme. Nella seconda metà del Novecento un cambio di paradigma ha redistribuito il potere di quei singoli agenti, dando rilievo quasi esclusivamente al mercato. L&#8217;arte è diventata una disciplina validata dal mercato e più nello specifico da un mercato di riferimento parcellizzato. <strong>Designata una fetta di pubblico-consumatore ideale, si stabiliscono prezzi conformi al loro potere d&#8217;acquisto</strong>. Si hanno così sistemi dell&#8217;arte tenuti in piedi dalla loro rispettiva porzione di mercato.</p>



<p>In questo modo gli artisti più noti come Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Ai Wei Wei hanno il loro gruppo di collezionisti <em>ad hoc</em>: <strong>acquirenti, consorzi o gruppi di investitori che non hanno remore nel pagare banane o squali svariati milioni di dollari</strong>. Il venditore dello squalo (<em>The Physical lmpossibility of Death in the Mind of Someone Living</em>, 1991), era Charles Saatchi, magnate della pubblicità e noto collezionista d&#8217;arte, che aveva commissionato l&#8217;opera per 50.000 sterline. Il «Sun» aveva titolato così un articolo sull&#8217;operazione: “50.000 for Fish without Chips”. Hirst aveva chiesto quella cifra anzitutto per investirla in pubblicità.</p>



<p>Non è importante decretare se queste operazioni siano o non siano arte, e nemmeno insistere sulla presunta immoralità del prezzo sul cartellino dell&#8217;opera<strong>: occorre semplicemente rilevare che questi artisti sono prima di tutto imprenditori, abili nel generare un cortocircuito</strong>. Gli acquirenti delle loro opere sono miliardari, mentre il loro pubblico è la massa. Il connubio tra l&#8217;enorme fama (data talvolta dal prezzo stesso di vendita delle opere che genera un&#8217;ondata di articoli, pareri e recensioni) e la minuscola percentuale di possibili acquirenti è quel cortocircuito che genera il sistema dell&#8217;arte.</p>



<p>Ma il mercato e i suoi agenti sanno che <strong>è necessario diversificare, frammentare, suddividere</strong>; sanno che tutti devono essere inglobati, ma entro minuscoli spazi; per questo motivo generano altri sistemi dell&#8217;arte. Ad esempio quello degli artisti <em>mid-career</em>, formato da un pubblico di addetti ai lavori, studenti delle accademie e collezionisti benestanti. Sono opere che potrebbe acquistare un notaio, un imprenditore o un <em>senior art director</em>. La loro fama, di cui sono consapevoli solo pochi eletti, unita a un prezzo relativamente contenuto, crea perciò un altro sistema dell&#8217;arte. Al centro c’è sempre il mercato, una sorta di mecenate contemporaneo <strong>che stabilisce le regole, il prezzo e gli operatori</strong>. <strong>Nessuna rete, nessun movimento artistico coeso; solo nemici, pronti ad accaparrarsi questa o quella fetta di mercato.</strong> I galleristi non hanno più nessun ruolo all’interno del processo: si limitano a stabilire quale fetta di mercato occupare: “artisti da museo” o “emergenti”, “provocatori” o “reazionari”, “scultori” o “AI-artist”. Non fa differenza, non c&#8217;è nessuna divergenza nelle loro rappresentazioni.</p>



<p><strong>L&#8217;arte nelle sue manifestazioni concrete è solo una dichiarazione di pubblico, di quale fetta di mercato desidera abitare o a quale ideologia vuole aderire.</strong> Nell’epoca in cui essa è considerata un inutile spreco di tempo e risorse, e nella quale i futuri addetti ai lavori, ovvero gli studenti delle accademie, sono considerati soggetti poco utili per il mercato del lavoro, avviene nel frattempo che alcuni super-ricchi spendano milioni per opere dal dubbio gusto estetico e morale.</p>



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<p>Ogni analisi del contemporaneo non può prescindere dall&#8217;indagine dei mutamenti dello spazio. Il digitale apre infinite distese di nuovi ambienti e le piattaforme moltiplicano i sistemi e i paradigmi facendo emergere nuove figure. <strong>È così che sono nati schiere di critici-influencer e artisti-creator.</strong> Individui rigettati da un mercato saturo che pensano di fare carriera per vie traverse, spesso riuscendoci.</p>



<p>Questo non vale solo per l&#8217;arte: proliferano i divulgatori delle umane lettere come <strong><a href="https://www.instagram.com/edoardoprati_/?hl=it">Edoardo Prati</a></strong> che non parla d&#8217;altro che di Dante e Boccaccio. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=WJHlj1Wn46U&amp;ab_channel=Rai">Durante la sua intervista da Cattelan</a> realizza sculture infime, metafora dello smarrimento delle nuove generazioni, sancendo che la società può realizzarsi soltanto attraverso la comunione d&#8217;intenti e delle volontà. Per fare ciò scomoda Dante e tutti i santi. I commenti sono entusiasti, tutti innamorati di lui; alcuni vorrebbero che avesse un suo programma di divulgazione, altri si addormentano con la sua voce profonda che bacchetta chiunque non legga Dante due volte al dì. <em>Curate ut valeatis</em>!</p>



<p>Nei social media basta poco: <strong>sei seguito sia se bestemmi per quindici secondi ogni giorno vestito da gnomo, sia se racconti Dante per quindici secondi ogni giorno vestito da intellettuale</strong>. I Cultus Classicus ne sono un esempio: passano le loro giornate a sciorinare complimenti su tutto ciò che ha più di cinquecento anni, sono critici sull&#8217;arte contemporanea, ma non la comprendono e forse ancor peggio non la conoscono. Il loro ultimo format è una sorta di Spotify Wrapped. Il risultato dei loro cinque artisti più ascoltati durante l&#8217;anno è formato da Puccini, Verdi e Donizetti. Ricorda quella massima di Woody Allen: “gli intellettuali sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva”.</p>



<p>Come fanno, difatti, tutti questi individui a comprendere il contemporaneo se non lo riescono a carpire e nemmeno ad apprezzare. Roland Barthes sosteneva che “Il contemporaneo è l&#8217;intempestivo” e Nietzsche, un giovane filologo che aveva lavorato fin allora su testi greci e aveva due anni prima raggiunto un&#8217;improvvisa celebrità con <em>La nascita della tragedia</em>, pubblica le <em>Unzeitgemasse Betrachtungen</em>, le &#8220;Considerazioni intempestive&#8221;, con le quali vuole fare i conti col suo tempo, prendere posizione rispetto al presente. <strong>Si rende conto che per quanto i classici hanno sempre qualcosa da dire sul presente, non sono sufficienti</strong>.</p>



<p>Anche Giorgio Agamben spiega lucidamente cos&#8217;è il contemporaneo: <strong>la contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze</strong>; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura. “Un buon esempio di questa speciale esperienza del tempo che chiamiamo la contemporaneità è la moda. Ciò che definisce la moda è che essa introduce nel tempo una peculiare discontinuità, che lo divide secondo la sua attualità o inattualità, il suo essere o il suo non-esser-più-alla-moda (alla moda e non semplicemente di moda, che si riferisce solo alle cose)”.</p>



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<p>Questa cesura, per quanto sottile, è perspicua, nel senso che coloro che debbono percepirla la percepiscono immancabilmente e proprio in questo modo attestano il loro essere alla moda; ma se cerchiamo di oggettivarla e di fissarla nel tempo cronologico, essa si rivela inafferrabile. <strong>È contemporaneo chi è futuro nel presente, non chi si rifugia nel passato timoroso di un presente che non capisce.</strong></p>



<p>Ritorniamo all&#8217;arte che, oggi, ha meccanismi simili alla moda. Le piattaforme formano artisti che realizzano opere mediocri ma sono osannate dai loro follower: pittori che fanno schizzare colore sulla tela da un&#8217;altalena; cover artist dei vedutisti settecenteschi che mandano il pubblico in brodo di giuggiole sprigionando commenti quali: “questa è arte, non quelle pagliacciate da museo contemporaneo”; fotoreporter di guerra che estetizzano la violenza e il male senza porsi nessuna domanda su cosa succede quando siamo davanti al dolore degli altri; su quali siano i limiti dell&#8217;immagine: sanguisughe che bramano storie violente per un pubblico in cerca del tragico.</p>



<p><strong>Ma niente è peggio degli aspiranti critici.</strong> <a href="https://www.instagram.com/cometicriticolarte/">Cometicriticolarte</a> è una pagina che racconta alcuni artisti e dà un breve parere sul loro operato. Tra gli ultimi video si può apprezzare un&#8217;analisi di un albero di natale realizzato da Greg Goya: una rivoltante opera partecipativa nata per essere pubblicata sulle piattaforme che la critica trova adorabile. In questo albero i passanti possono scrivere il pezzo mancante del loro natale: manca solo il panettone per realizzare una pubblicità Bauli. In un altro video elogia opere realizzate interamente con penne Bic come se la catarsi artistica possa individuarsi nello strumento, in un altro video ancora elogia un pittore che dipinge paesaggi alla William Turner estasiandosi per “come tiene il pennello” e poi continua chiedendo: “avete idea di quanto possano costare quei pennelli?”. “Tantissimo”, risponde.</p>



<p>Questa pagina è una buona rappresentazione della critica d&#8217;arte sui social media. <strong>Sono forme di analisi semplicistiche, realizzate da persone che per ritagliarsi il loro spazio hanno bisogno di un pubblico poco preparato e che hanno come primo obiettivo la disinformazione</strong>. Non sono in cattiva fede, è una disinformazione strutturale perché l&#8217;informazione manca in primo luogo a loro stessi, non sanno di non sapere. Inoltre la colpa non ricade mai sul singolo individuo che all&#8217;interno dei media è sempre il soggetto debole. Sono le piattaforme a dettare le regole del gioco.</p>



<p>Lo stesso avvenne quando a maggio sui social proliferava <strong>l&#8217;immagine AI su Rafah</strong> e la divulgatrice Esmeralda Moretti fece un video entusiasta dove bacchettava i reazionari sostenendo che la portata di diffusione dell&#8217;immagine aveva riempito i social di un unico contenuto mandando un messaggio politico fortissimo. Dovremmo porle diverse domande: come mai non ha compreso che il messaggio deve essere qualitativo e non quantitativo, come mai, da esperta di filosofia, non ha ancora compreso i meccanismi delle piattaforme, ma soprattutto che competenza ha per parlare d&#8217;immagine? Il problema di quell’immagine è stato frainteso e non era il fatto che fosse stata generata con l&#8217;AI.</p>



<p>I social media sono strumenti particolari: da un lato aprono le porte all&#8217;intera galassia sociale riducendo l&#8217;individuo a un atomo con responsabilità universali che non riesce a reggere, dall&#8217;altro lato basta mostrarsi solidali condividendo un&#8217;immagine per credere di aver fatto il proprio dovere. Dovere che <em>de facto</em> non sussiste e che non ha altra funzione che alimentare la produzione e condivisione di dati e ideologie.</p>



<p>Shevek, il protagonista dei <em>Reietti dell&#8217;altro pianeta</em>, nell&#8217;estratto a inizio articolo, dice: “sono un uomo che riconosce la merda quando la vede”, e noi? <strong>Noi non sappiamo più riconoscerla</strong>. Siamo anzi untori. Abbiamo perso questa capacità quando abbiamo permesso che in ogni ambito dello scibile umano si creassero sistemi e paradigmi (di mercato) diversi e spazi sorvegliati. Ognuno di essi è una galassia con le proprie regole e come ogni buon sistema crea i suoi reietti, gli altri.</p>



<p>Ogni sistema ha un suo confine: la zona periferica in cui si sviluppano processi accelerati e che di lì si dirigono poi verso le strutture nucleari per sostituirle. Poiché il confine è un elemento necessario di ogni sistema,<strong> esso ha bisogno di un ambiente esterno «non organizzato» e, quando manca, se lo crea</strong>. La cultura non crea infatti soltanto la sua organizzazione interna, ma <strong>anche un proprio tipo di disorganizzazione esterna</strong>. I social media sono stati per breve tempo la disorganizzazione esterna del sistema egemone che attraverso i suoi intermediari (e alcuni limiti strutturali) esonerava alcuni soggetti. Con il tempo sono entrati all&#8217;interno del confine e da lì sono arrivati al nucleo sostituendone i processi.</p>



<p>Così i social media hanno smesso di avere soggetti marginali e processi periferici. La rete di cui sopra, che teneva in equilibrio il sistema dell&#8217;arte fino al primo Novecento aveva il compito di mantenere l&#8217;arte precipuamente &#8220;contemporanea&#8221; e obbligava il pubblico a sorbirsi ciò che quel sistema aveva convalidato. Questa forma di costrizione, questa limitata possibilità di scelta generava in realtà <strong>un sistema di valore che si è sfaldato e adesso parte del pubblico non riesce più a fruire un&#8217;arte che sia davvero contemporanea</strong>. Nel tempo sacro delle caverne i dipinti erano realizzati per gli Dei e venivano osservati da pochissimi eletti senza subire la pressione di altri sistemi (artistici ed economici) fagocitanti. Nel sistema degli artisti Mid-Career si trovano effettivamente opere contemporanee, nel senso di opere che riescono a stringere un rapporto peculiare con il loro tempo e a sprigionare una forma di catarsi, <strong>ma quel sistema è ormai un ambiente esterno disorganizzato pressato dalla forza degli imprenditori dell&#8217;arte da un lato e dagli artisti da piattaforma dall&#8217;altro</strong>. È tutto un &#8220;Feite&#8221;, un investimento sicuro che uccide qualsiasi forma di cultura contemporanea.</p>



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		<title>Banane e blue-pillati.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2024 16:47:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Banana]]></category>
		<category><![CDATA[cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[red-pill]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sul mercato dell'arte dopo che la banana di Cattelan è stata venduta per 6,2 milioni all'asta da un crypto-bro</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>La &#8220;banana&#8221; di Maurizio Cattelan, quella celeberrima appiccicata al muro con il nastro adesivo, è l&#8217;apice di una società <strong>che si guarda allo specchio e ride, senza rendersi conto che ride di sé</strong>.<strong> Ride di noi</strong>. La banana, con i suoi 6,2 milioni di dollari di valore, non è solo un’opera: <strong>è un meme culturale, una sintesi del nostro tempo che, bla bla bla bla ha rotto il cazzo.</strong></p>



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<p><br>Ma cosa ci dice questa banana dei primati? Nel senso che siamo tutti scimmie, un un po&#8217; cretine, davanti a uno spettacolo patetico? E che spettacolo: u<strong>na società che ha scambiato il valore per il prezzo, la profondità per il marchio, il significato per la performance di mercato</strong>. Cattelan non ci offre un’opera d’arte; ci offre un test di intelligenza. E indovinate? Lo abbiamo fallito, avete fallito, abbiamo fallito tutti, il primato ottenuto è di essere il primo primate globale, quel primate collettivo che siamo diventati.</p>



<p><br>Nel descrivere l’opera e il dibattito che suscita, mi sovviene la “<em><strong>teoria delle pillole</strong></em>” che tanto spopola sui social: <strong>Blue, Red, Black, White, Purple, Clear</strong>. Questo prisma di percezioni, che pretende di spiegare le dinamiche delle relazioni interpersonali, si specchia perfettamente nel nostro rapporto con l&#8217;arte contemporanea. Ognuna di queste &#8220;pillole&#8221; ci racconta un modo di vedere la banana di Cattelan.</p>



<p><br>•<strong> I Blue-pillati la contemplano con romanticismo</strong>: la banana rappresenta il miracolo del quotidiano, la poesia della semplicità. È l&#8217;arte che ci ricorda che la bellezza è ovunque, basta saperla vedere. Poveri ingenui. La banana non è altro che un ready-made, un gesto logoro, la versione pop del già-visto.</p>



<p><br>• <strong>I Red-pillati vedono invece l’L.M.S. in azione</strong>: Look (la sua estetica banale e accessibile), Money (il prezzo stellare), Status (il nome di Cattelan). È il trionfo dell’iperbole mercantile, la conferma che chi sa giocare bene le sue carte può dominare il gioco. Cattelan è il red-pillato dell’arte: non cerca di conquistarti con l’anima, ma con l’impatto brutale delle sue cifre.</p>



<p><br>• <strong>I Black-pillati, inevitabilmente, si rifugiano nel nichilismo</strong>: la banana non vale nulla. Il mercato dell’arte è un teatro dell’assurdo, un gioco in cui il contenuto non esiste e l’apparenza è tutto. Se sei brutto, se non hai un marchio, se non hai un nastro argentato da esibire, sei invisibile.</p>



<p><br>• <strong>I Purple-pillati, invece, oscillano tra ammirazione e scetticismo</strong>. La banana li seduce per l’idea che ci sia qualcosa di profondo, ma poi li lascia frustrati: si rendono conto che è solo un nastro adesivo su un frutto.</p>



<p><br>•<strong> I White-pillati, con il loro pragmatismo, accettano la banana per quello che è</strong>. Cercano un significato, ma non lo trovano, e allora si impegnano a migliorare il contesto: forse non è l’opera a essere inutile, ma la nostra lettura a essere superficiale.</p>



<p><br>•<strong> I Clear-pillati, infine, ci ridono sopra</strong>: la banana è una stronzata e basta. E chi se ne frega? Forse il vero atto d’arte è smettere di cercare significati profondi in un gesto tanto semplice quanto insignificante.</p>



<p><br>Eppure, mentre ci affanniamo a cercare un senso, non posso che immaginare una provocazione più profonda che buttare minestra sulla Gioconda, sibilare malignità su Dante e Leopardi, è facile: sono bersagli classici, icone che non amiamo e non capiamo, e che hanno ormai ammiratori innocui (vecchi professori maniaci sessuali, turisti tedeschi o vecchi Milanesi con le polo da outlet).<strong> Se volessimo davvero esprimere un disagio autentico, un dolore reale, dovremmo ammazzare Banksy, come il signor Enzo, dare alle fiamme i libri di Roberto Saviano e Zerocalcare, dare poco conto a l&#8217;impresa artistica di Cattelan, ancor ameno al giovane Cattelan 45enne che presenta in tv</strong>. Dovremmo colpire ciò che il sistema che diciamo di combattere ama e sostiene. Ma non possiamo farlo, perché abbiamo gli stessi gusti del sistema. Nel suo sorriso beffardo c’è la stessa ironia della banana di Cattelan: un gesto semplice, carico di sarcasmo, che ci prende in giro proprio mentre cerchiamo di decifrarlo.</p>



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<p><br>Il paradosso è totale, e la scena si trasforma in un quadro esistenzialista dove arte e vita collidono, un altro bla bla bla mi scappa, una altra situazione cringe, un&#8217;altra boomerata.<strong> La banana al muro è una riflessione sul vuoto.</strong></p>



<p><br>Cattelan, nel suo cinismo assoluto, ha capito tutto questo. <strong>La banana è un test che, come società, falliamo due volte: una, perché la compriamo per il prezzo e non per il significato; due, perché la speculazione culturale ed economica, è un classico del sistema ormai che è tutto finto</strong>, non riusciamo nemmeno a odiarla davvero, anche perché viene molto più facile odiare anzitutto chi continua a ripostarla.</p>



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		<title>La peggiore delle case editrici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 09:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[accento edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[contemporary humanities]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura creativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accento, la casa editrice di Alessandro Cattelan, è una delle peggiori operazioni editoriali degli ultimi anni. Fondata su presupposti cretini, non può fare altro che libri cretini.</p>
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<p>Come dice il maestro Nicolás Gómez Dávila, che non ci stancheremo mai di citare<strong>, i pregiudizi salvano dalle idee stupide</strong>. Non si tratta solo di giudizi espressi a priori, senza alcuna conoscenza di un’esperienza o di una situazione particolare, ma di giudizi basati sulla somma delle conoscenze che le passate generazioni si sono formate su quell’esperienza o situazione e che noi, per ultimi, abbiamo ereditato. E visto che l’umanità è più o meno sempre la stessa, mossa dalle stesse passioni e dalle stesse angosce – recita il&nbsp;<em>Qohélet</em>: «quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà: non c’è niente di nuovo sotto il sole» – allora tante volte un pregiudizio millenario, sopravvissuto alla storia e giunto fino a noi, forse è più affidabile e meno fallace dell’ultimo pregiudizio, quello dettato dalla moda del momento.&nbsp;<strong>Come i proverbi, i pregiudizi sono giudizi levigati dai secoli, scremati dalle donne e dagli uomini che ci hanno preceduto, che li hanno utilizzati, testati, collaudati.</strong>&nbsp;Più sono vecchi, più è probabile siano giusti. La realtà, ogni tanto, interviene per sconfessarli, rimettendo tutto in discussione, o facendoci scoprire le eccezioni che rendono vario e stupefacente il mondo, ma senza pregiudizi, le prime bussole che ci vengono fornite per orientarci nella vita, ci troveremo perennemente spaesati.</p>



<p>Tutto questo per dire che&nbsp;<strong>Accento</strong>, la neonata casa editrice di Alessandro Cattelan, pur non avendo letto nessuno dei libri pubblicati (altrimenti il nostro sarebbe un semplice giudizio) è una delle peggiori operazioni editoriali degli ultimi anni. Fondata su presupposti cretini, non può fare altro che libri cretini (ecco il pregiudizio). Aspettiamo che la realtà ci sconfessi, ma nel frattempo ci sentiamo di poter affermare che questa casa editrice, emanazione del suo patron, il Pippo Baudo che la nostra generazione si merita, è l’ennesima di cui non si sentiva alcun bisogno in un Paese che pubblica, tra novità e ristampe,&nbsp;<strong>70.000 libri l’anno, quindi 192 al giorno</strong>&nbsp;(siamo una delle industrie più prolifiche del reame se non fosse che non c’è nessun mercato pronto ad assorbire questa offerta, tanto che il 90% di ciò che viene pubblicato vende meno di 100 copie – a mamma e papà e zia praticamente). In un panorama desolante per sovrabbondanza, bisogna avere motivazioni serie, irrinunciabili, irrevocabili. Variando quello che diceva Rainer Maria Rilke nelle sue lettere al giovane poeta – moriresti se ti fosse vietato scrivere? –<strong>&nbsp;l’editore deve chiedersi: moriresti se ti fosse vietato pubblicare?</strong>&nbsp;Lungi da noi vestire i panni dei martiri, sia chiaro (ma un dito, una falange, ecco, quella potremo sacrificarla) qualche movente lo possiamo almeno sguainare. Ma quale buona motivazione vanta Cattelan? Cosa lo spinge, cosa lo motiva, cosa lo muove? Sono queste le domande che ci sorgono spontanee mentre&nbsp;<strong>allo stand del Salone di Torino lo guardiamo firmare copie di libri che non ha scritto di fronte a schiere di fan che non li leggeranno.</strong>&nbsp;Così recuperiamo un’intervista rilasciata all’indomani del suo debutto editoriale: «Il periodo della pandemia ha coinciso con i miei quarant’anni, quel periodo in cui tiri un po’ le somme e decidi di fare qualcosa di diverso». La noia, lo spleen, la saudade pandemica ci avevano già ammorbato con un altro virus, quello degli scrittori in ciabatte, dei romanzi brutti e dei “viaggi intorno alla propria camera da letto”, con l’aggiunta delle quaranta candeline Cattelan è passato direttamente alla fondazione di un marchio editoriale. Ma l’enfant prodige della tv era già noto alle cronache del bel mondo della cultura, almeno sui social, per le sue #recensionivelocidilibri.&nbsp;<s>La prima volta avevamo letto eiaculazioniveloci</s>. Pensavamo fosse una rubrica di un centinaio di caratteri, delle recensioni-tweet, il grado zero dell’approfondimento culturale.&nbsp;<strong>Invece è peggio. Sono recensioni monosillabi. Ecco un esempio.</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F90b7e5ab-92ac-4376-9368-0effc293d366_1678x1238.png" alt=""/></figure>



<p>Sì, ma qual è il suo rapporto con la lettura? Mai letto niente fino ai vent’anni, anzi repulsione epidermica (e sacrosanta) per i libri, finché non gli viene regalata la biografia di Baggio scritta da Zazzaroni: «è stato importantissimo perché mi ha fatto capire che leggere non ti uccide, puoi benissimo arrivare in fondo e divertirti».&nbsp;<strong>Inconsapevolmente Cattelan ha elencato due dei principali motivi per cui i libri sono diventati oggetti obsoleti</strong>, destinati alla sostituzione, che non assolvono più ad alcuna funzione rivoluzionaria. 1) Il fatto che non uccidano più (metaforicamente), quindi non creino quei conflitti interiori ed esteriori che sono alla base di ogni movimento e 2) che il loro scopo definitivo sia quello di divertire, come se un libro fosse l’equivalente di un video di Paperissima o di una puntata del suo programma.&nbsp;<strong>Nella società dello spettacolo tutto scivola verso l’intrattenimento, e il messaggio si dissolve dietro la danza dei significanti.&nbsp;</strong>Così anche il discorso culturale si è ridotto a spettacolo. E Cattelan, in questo senso, è letteralmente il “conduttore” perfetto, lui che viene da Radio Deejay, ha un programma in Rai e uno spettacolo a teatro…&nbsp;<strong>Senza nulla togliere a radio, televisione e teatro, si tratta di mezzi espressivi che hanno l’intrattenimento nel dna</strong>, è la loro naturale vocazione, ma il medium libro è una tecnologia che se può servire anche per divertire, tra tutti i tipi di intrattenimento è sicuramente il più noioso, specie nel mondo multimediale. Se continuiamo a diffondere a tappeto l’idea di una lettura sempre più appiattita sull’intrattenimento, allora è un attimo che poggeremo i libri sul comodino per giocare a Fornite o per guardare Xfactor,&nbsp;<strong>perché sono, giustamente, molto più divertenti.</strong>&nbsp;Leggere invece è faticoso, è uno sforzo, una rogna infinita, e soddisfa non un bisogno, quanto più un’inclinazione umana &nbsp;“negativa” senza cui diventeremo un po’ meno umani e un po’ più cyborg. Siamo davvero convinti, come scrive Dostoevskij nelle&nbsp;<em>Memorie dal sottosuolo</em>, «<strong>che soltanto il normale e il positivo, insomma soltanto il benessere, sia vantaggioso per l’uomo</strong>? Che non abbia a sbagliarsi, la ragione, a proposito di codesti vantaggi? Non sarebbe poi possibile che all’uomo non piaccia soltanto lo star bene?&nbsp;<strong>Che gli piaccia anzi altrettanto la sofferenza?</strong>&nbsp;Che lo star male gli sia di vantaggio giusto quanto lo star bene?».</p>



<p>✷</p>



<p>Il nostro sospetto di fondo, sommato ai pregiudizi che qualcuno speriamo confuterà, è che <strong>Accento abbia una funzione inavvertitamente organica al sistema inceppato delle “Contemporary humanities”.</strong> L’enorme carrozzone sponsorizzato da Baricco &amp; Friends sta creando migliaia di aspiranti scrittori che non trovano una collocazione nel mondo del lavoro. Accento, in questo ecosistema malato, fa da ammortizzatore, da sbocco transitorio per attutire una manciata di diplomati in eccesso delle scuole di scrittura creativa, parte di quel surplus che se va bene, dopo aver fatto un po’ di anti-camera nel salottino di Cattelan, <strong>troverà posto a sedere tra i big dell’editoria</strong>. In questo modo il sistema fa finta di essere in buona salute, mentre siamo in bancarotta culturale ormai da un pezzo. Non tanto perché con la cultura non si mangia e le solite menate liberiste, ma perché la cultura delle contemporary humanities che stiamo edificando (e mantenendo a spese dello Stato, finché potrà) con l’illusione di avvicinare la gente a una lettura pop, carina, divertente, tisanina, fotina sull’insta, sta traghettando più persone possibili verso Netflix e tutti quei medium che, sul piano dell’intrattenimento, vincono su qualsiasi “prodotto” culturale. <strong>La cultura non è meglio, ma è un’altra cosa, i libri sono un’altra cosa.</strong> E bisognerebbe raccontarli (anzi forse bisognerebbe smettere di parlarne) come mezzi diversi, con potenzialità diverse da quelle di una serie tv o di un podcast. Assolvono a un’altra funzione. Per quanto riguarda Accento, basta guardare ai titoli, ai temi (pescati tra i trend topic dei social), alle copertine, a tutto un progetto concepito sul letto di Instagram, che oltre a sancirne l’inizio sembra anche indicarne il fine, quindi la tomba, per capire che si tratta di un’operazione inserita in questo discorso. E poi il giovanilismo spicciolo promosso dal duo Cattelan-Bianchi (non proprio due ragazzini) con la pubblicazione di <em>Quasi di nascosto</em>, un’antologia che raccoglie 12 racconti scritti da under 25, sulla scorta dell’esperimento di Tondelli degli anni ’80, ci sembra l’ennesima forzatura, il tentativo di ghettizzare la Generazione Z (ma cos’è poi questa generazione? Chi l’ha definita e messa in forma, se non dei <em>boomer</em>,<em> </em>come in questo caso?) nei soliti temi (transizione sessuale, discriminazione, bullismo, disturbi alimentari: sono questi i motivi triti e ritriti dei racconti) che una minoranza rumorosa al suo interno mette sotto i riflettori, come se i giovani di oggi fossero solo questo e che <strong>il materiale letterario si esaurisca nelle proprie fragilità, e che la fragilità basti a legittimare la scrittura. </strong>Per quanto riguarda lo stile, poi, rimandiamo a una recensione (anche se il sistema delle recensioni nel suo insieme ci ripugna) che abbiamo letto su Goodreads. Tra le tante immotivate, sia di approvazione che di disapprovazione, questa è l’unica che allega un minimo di analisi, e quest’analisi conferma molti dei nostri sospetti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Anche stilisticamente non mi ha convinto: cambiano i contesti, i personaggi ed anche i registri linguistici (un brano è in dialetto ed un altro, parzialmente, in una lingua inventata), <strong>ma, non so come sia possibile, tutti i racconti sembrano scritti dalla stessa voce, come se ci fosse dietro una stessa scuola di scrittura.</strong> La caratteristica ricorrente dello stile è un proliferare di immagini molto cariche, con un uso un po’ barocco degli aggettivi e, soprattutto, delle metafore, che mal si combina con un contenuto scarno, impoverendo ulteriormente questi brevi brani. Non aiuta, secondo me, neanche la scelta di una linearità quasi pedante. Si doveva osare di più, puntare su una sperimentazione, non so, o un tono più personale. Capisco che il linguaggio social appiattisca ed omologhi il modo di parlare di chiunque, ma questa eco costante, soprattutto in un contesto letterario che ci si aspetta eterogeneo, rende l’esperienza di lettura molto meno agile.</em></p>
<cite>MsElisaB</cite></blockquote>
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