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	<title>destra Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 08:21:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La popolazione bianca si scinde in due mondi: un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vagando una sera tra i meandri del web reazionario &#8211; una specie di Grand Tour nelle tenebre del sottoscala di Internet, dove il sole nero illumina complottisti e rettiliani &#8211; mi sono imbattuto in due pezzi che girano su certi canali Telegram, che a loro modo meritano di essere scolpiti nel marmo dell’eterno. <strong>Il primo è di Mister Totalitarismo, l’altro del funambolico Duchino Plexiglass, o meglio conosciuto come Duca de Berti.</strong></p>



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<p>Ora, uno potrebbe pensare che entrare in questi blog sia come infilarsi in una discarica: ne esci solo puzzolente. Invece no. È praticamente uno degli unici motivi per cui vale la pena avere il wifi in casa. Fatto sta che a un certo punto sono inciampato in intuizioni che suonano così assurde da sembrare geniali.</p>



<p>C’è una linea sotterranea che lega l’ultimo delirio di uno dei miei blogger destrorsi preferiti, Mister Totalitarismo, e la fenomenologia sgangherata, ma lucidissima, del Duca di Plexiglass. <strong>Due pezzi che si pretendono post-ironici e schizzoidi, ma che in realtà, forse loro malgrado, toccano nervi che l’accademia (e tutti noi) fingiamo di non avere, nella brodaglia ipocrita in cui siamo costretti a vivere.</strong></p>



<p>Nell’articolo ormai leggendario, intitolato “Perché le famiglie piddine sono tutte bianche e cristiane, mentre i fasci divorziano e/o si ibridano ripetutamente”, Mister Totalitarismo coglie la contraddizione che la sinistra italiana non oserà mai ammettere a sé stessa:<strong> i piddini vivono vite private opposte ai loro proclami pubblici</strong>. Predicano multiculturalismo, ma si sposano tra simili: bianchi, benestanti, cattolici di mezza Italia. <strong>La destra invece, che pretende chiusura e disciplina, si mescola senza remore</strong>: matrimoni con donne straniere, famiglie disgregate, figli sparsi. Un rovesciamento brutale delle maschere ideologiche, che negli Stati Uniti è ben dibattuto.</p>



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<p>Il Duca, autore e blogger di sicuro talento nel suo articolo “Fenomenologia della destra fantomatica” raccoglie la staffetta. La Destra F. non è una categoria politica: è un’estetica memetica. Una vibrazione nata su X e Telegram. <strong>Contraddizione pura, elevata di riflesso a stile di vita</strong>.</p>



<p><strong>Il caso esemplare è JD Vance</strong>, oggi vicepresidente USA: bianco scotch-irish, marito di un’indiana. Un uomo che, mentre predica radici WASP, incarna la mescolanza che la sua base rifiuta. I groyper (subcultura dell’estrema destra americana, che ha come vessillo-meme il ranocchio verde disegnato male) lo dileggiano, contrapponendolo a Gavin Newsom, democratico californiano, cattolico, con foto di famiglia che sembrano uscite da un calendario nazionalsocialista.</p>



<p>Qui la satira si fa genealogia: la sinistra, paradossalmente, custodisce la purezza razziale; la destra, che urla contro il meticciato, lo pratica. Non è solo gioco di immagini. Duchino Plexiglass evoca Charles Murray e il suo “Coming Apart”, un’analisi dove la popolazione bianca americana si scinde in due mondi: <strong>un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori</strong>. Questa frattura, già mappata in <em>The Bell Curve</em>, spiega la deriva della Destra Fantomatica: plebe impoverita, priva di regole, che pratica il meticciato perché non ha alternative. Corruttibilissima dalle élite di sinistra e finanziaria che, infondo, inconsciamente, insegue.</p>



<p>La destra, per quanto urlante, è sempre in stato di tradimento. Lo è JD Vance rispetto alla sua base, lo è il MAGA ridotto a meme cuckold. In somma: è groyper ogni fascio che predica purezza e si accoppia fuori dal recinto.</p>



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<p>Mister Totalitarismo lo registra con la sua ironia scurrile; Duchino Plexiglass lo eleva a categoria: la Destra Fantomatica è la politica del tradimento. Un corpo che non riesce a coincidere con la sua stessa ideologia.</p>



<p>Se la sinistra si conserva endogamica pur parlando di inclusione, e la destra si mescola pur gridando al sangue e suolo, allora la verità è semplice. E oscena. <strong>L’ideologia è sempre un travestimento delle pulsioni di classe.</strong></p>



<p>I figli del PD difendono il capitale matrimoniale come i nonni difendevano i terreni; i figli del sottoproletariato trumpiano o missino si disperdono, si ibridano, si divorano.</p>



<p>&nbsp;Il resto è meme. O meglio: è il meme che diventa genealogia. La politica che diventa Tinder. O meglio ancora: Instagram, dove devi mostrare quello che hai da offrire, quanto sei bello, ricco, figo, intelligente. E accalappiare il partner giusto della tua bolla memetica.</p>



<p>In fondo, checché se ne dica, la vera politica da sempre si fa a letto: con lo sperma, i geni, gli averi.</p>



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		<title>Nuovo Cinema Giuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 15:42:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[artisti]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
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		<category><![CDATA[tax credit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cos'è successo e sta succedendo al cinema italiano? Bloccato da mesi in un confuso processo riformistico per abolire i sussidi (evviva), che ha finito però per favorire solo le produzioni più ricche.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chissà quale rivoluzione gramsciana ha in serbo per i cinefili, il ministro della cultura nazional-popolare <strong>Alessandro Giuli.</strong> La nomina della Commissione che gestisce 50 milioni annui di contributi diretti ai film era stata l’ultimo atto dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, oggi ripescato come corrispondente Rai in riva alla Senna.</p>



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<p>Giuli, insediatosi il 6 settembre 2024, “nient’affatto offeso” (sic) dal ricordino lasciatogli da Genny, ha intimato il cambio della guardia e ne ha confezionata una sua. <strong>Sebbene meno spudoratamente orientata a destra, resta priva di una figura che dovrebbe risultare congeniale a questa maggioranza: l’imprenditore</strong>. Presente, quello che sa far di conto e, soprattutto, dovrebbe capirci di mercato? Senza nulla togliere al Mereghetti<em> criticus maximus</em> o al filosofo Stefano Zecchi, proprio là dove servirebbe chi sa leggere le “carte”, come in gergo sono chiamati i piani economici da affiancare alle sceneggiature, viene a mancare un emissario del fantameraviglioso “mondo delle imprese”. Si vede che questo centrodestra di santi, poeti e galleggiatori prende sì atto di una realtà inconfutabile, ma per lasciarla com’è: vale a dire <strong>che nel cinema italiano non esiste capitale di rischio</strong>. <strong>È una zona protetta dall’assistenzialismo pubblico</strong>. Con una peculiarità: i soldi del cittadino contribuente finiscono nelle tasche di chi le ha già piene. E chi ne avrebbe davvero bisogno, deve specializzarsi nella questua con scappellamento (a destra).</p>



<p>Ad oggi, l’unica novità di cronaca sul fronte cinematografico riguarda un organo gemello, la Commissione Festival. Lo scorso 1° marzo le agenzie, riportando una nota di Giuli, telegrafano quanto segue: “Prendo atto della proposta del Direttore Generale Cinema e Audiovisivo, Nicola Borrelli, di sospendere i lavori della Commissione per la concessione di contributi alle attività di promozione cinematografica e audiovisiva, al fine di ridefinire il sistema di valutazione e assegnazione dei contributi”. Casualmente il giorno prima, un articolo del quotidiano <em>La Verità</em> (non certo ostile al governo Meloni, ma ostilissimo a Giuli già firma del <em>Foglio</em> e di <em>Libero</em>) aveva attaccato a testa bassa i commissari e il ministro accusandoli di <strong>aver erogato fondi a manifestazioni e kermesse di sinistra e pro-lgbt</strong>. Incassato il destro, la decisione di rivedere i criteri di finanziamento a premi e rassegne è, in sé, cosa buona e giusta: <strong>solo un terzo dei festival cinematografici italiani è sostenuto dal Mic, e non sempre si capisce “</strong><strong>perché una iniziativa viene sovvenzionata con 10 mila euro, piuttosto che con 100 mila euro”</strong>, come ha sottolineato Angelo Zaccone Teodosi, presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale (IsICult). Misteri che devono aver inquietato i sonni di più della metà della stessa Commissione Festival, visto che neanche un mese dopo, sette componenti su dodici si sono dimessi. “Le regole così come sono ora non funzionano, non possiamo prenderci critiche per colpe che non sono nostre”, ha dichiarato il 28 marzo al <em>Fatto Quotidiano</em> l’ex coordinatore Gianfranco Rinaldi.</p>



<p>In attesa di conoscere la riforma complessiva del comparto promessa da Giuli, il prossimo 27 maggio il Tar del Lazio si pronuncerà su uno dei ricorsi presentati da decine di società di produzione indipendenti contro il decreto del 10 luglio 2024, la cosiddetta <strong>riforma Sangiuliano</strong> (<strong>o Bergonzoni, di nome Lucia</strong>, sempiterna sottosegretaria leghista alla cultura: lo era già nel Conte 1, per poi tornare dopo essere stata trombata alle regionali in Emilia, rimessa lì da Draghi e confermata, inschiodabile, dalla Meloni). Ufficialmente, il nobile intento di Genny e Lucia era di mettere i conti a posto, dopo il periodo di vacche grasse risalente all’era Franceschini. Di fatto, <strong>ha favorito i già strafavoriti colossi privati del settore, quasi tutti compartecipati da multinazionali straniere</strong>. Va bene che oggi più che mai, il cosiddetto “mercato” consiste in generale nella concentrazione di ricchezza in mano a pochi (dicesi: <em>oligopolio</em>). <strong>Ma di sicuro a farne le spese è l’industria nostrana di produttori, tecnici, agenti, registi e attori, una galassia da quasi 200 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto, e 9 mila aziende, soprattutto medie e piccole</strong>, che nel 2023 erano riuscite a fare del nostro Paese il primo in Europa per lungometraggi (402, documentari inclusi). Mentre ora sono alla fame. L’ex ministro Franceschini, il cattolicone Pd detto “<em>ora et manovra</em>”, più noto per aver firmato quel demenziale flop chiamato “Netflix della cultura”, rischia di essere rimpianto perfino dalla barricata opposta per aver difeso meglio l’“arma più forte”, come chiamava il cinema patrio il Mascellone in fez, fondatore di Cinecittà.&nbsp;</p>



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<p>Spiegone. <strong>Nel 2017 Franceschini aveva stabilito un credito d’imposta (<em>tax credit</em>, per chi non riesce a non parlare in inglese) con due aliquote: 40% per i produttori medio-piccoli, 25% per i grandi</strong>. Per i giovani autori, una vera manna dal cielo. Specialmente dopo il 2021, quando il deserto al botteghino (causa Covid) ha indotto a semplificare l’erogazione. La logica era semplice: <strong>più costa il film, più si alza il finanziamento pubblico. Risultato: boom di produzioni</strong>. Il problema è che, su questa china, rischiava di scattare la clausola di salvaguardia finanziaria. Stando ai calcoli di IsICult, nell’arco temporale fra il 2017 e il 2024, la direzione Cinema e Audiovisivo del ministero avrebbe fatto circolare 2,1 miliardi di euro, di cui quasi la metà per fiction tv (mentre, nel frattempo, le richieste di contributi diretti hanno toccato quota 476 milioni). Con contorno prevedibile di maligne polemiche su certe opere costate, poniamo, 700 mila euro, che poi hanno venduto 29 biglietti in tutto. E senza contare, naturalmente, <strong>la battaglia della destra contro l’eterna “egemonia” di sinistra</strong>. Che effettivamente, cioè non in astratto ma proprio statisticamente, nell’universo del cinema c’è, è innegabile. Basta scorrere nomi e titoli. Come ha scritto sempre su <em>La Verità</em> Francesco Borgonovo, sul Benigni inflittoci nonostante “TeleMeloni”, è compito della destra tirare fuori talenti, idee e bravura da contrapporre al fronte avversario. Altrimenti non si fa che <em>chiagnere</em>, per poi nemmeno <em>fottere</em>.</p>



<p>Dato l’addio a Franceschini, eccoci finalmente al fatidico anno 2022, Giorgia Meloni <em>dux</em>: spunta il sole canta il gallo, Sangiuliano monta a cavallo. <strong>Genny si mette le mani nei quattro capelli e comincia la demolizione della cine-Italietta franceschiniana</strong>. Suddivide l’accesso al credito fiscale in tre scaglioni: sopra i 3,5 milioni, fra 1,5 e 3,5 milioni e sotto 1,5 milioni. Sono altre, però, le bombe riservate al produttore cinematografico di piccola e media stazza. 1) Al momento della richiesta, deve disporre del 40% di capitali privati, il che rappresenta una drastica tagliola di partenza per chi non ha santi in paradiso; 2) deve avere obbligatoriamente in mano un contratto di distribuzione con le 20 società distributive, le quali ragionano, com’è ovvio, in termini commerciali, e non essendo i loro proprietari italicamente purosangue, dell’italianità si interessano il giusto, cioè poco o niente; 3) deve dimostrare di assicurare un numero minimo di proiezioni, il che rientra nelle strategie di marketing del comparto distributivo, di cui finisce ancor più alla mercé; 4) deve sottostare un tetto ai compensi di registi, sceneggiatori e attori (misura che ha fatto imbestialire non poco i diretti interessati, ad esempio un Muccino), gonfiatisi in questi ultimi anni di impetuosa crescita &#8211; una conseguenza, dunque, e non una causa dell’espansione. Riassumendo, secondo i calcoli delle rappresentanze del cinema, <strong>per sperare di realizzare una pellicola ci vorrebbero 6-700 mila euro da anticipare subito. Cifre impossibili da sostenere, per esordienti e produttori indipendenti.</strong> <strong>E difatti, la chiusura del rubinetto pubblico ha fatto sgonfiare la bolla</strong>. Con effetti devastanti sull’occupazione. Se infatti l’Inps certifica che 21 sono i giorni lavorativi dichiarati come media annuale dagli attori, non raggiungendo il livello minimo per la Naspi parecchi fra loro si ritroveranno, se non lo sono già, senza reddito e senza sussidio.</p>



<p>Per le grosse realtà, il film è tutto diverso. La riforma Sangiuliano-Bergonzoni, diceva a settembre l’amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta, “è buona e molte misure sono condivisibili”, mentre altre “potranno essere migliorate dai decreti direttoriali” (come il limite, evidentemente insopportabile, di 5 milioni all’anno di credito d’imposta per major e soggetti non europei). La parte “buona” starebbe nel fatto <strong>che la riforma non ha intaccato l’automatismo</strong> (“più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato”, Letta dixit), <strong>e ha penalizzato i deboli e gli emergenti</strong>. Cioè: con la motivazione tecnicamente corretta di una copertura fiscale andata fuori controllo<strong>, si è tolto l’ossigeno a chi ha magari buone idee, ma non ha i mezzi per raggiungere le sale</strong>. È vero che, chiusasi la drammatica parentesi della pandemia, un certo afflusso di spettatori è tornato davanti al grande schermo. Ma non si è invertito il processo di fuga dalla fruizione fisica che rappresenta ormai una tendenza consolidata delle abitudini di massa: con le piattaforme e il <em>delivery</em>, il consumatore medio, pigro e comodista, preferisce starsene a casa guardando i film sul divano. Dall’altro lato, il suo contraltare meno culo di pietra, l’appassionato di opere di pregio, non le trova da nessuna parte, oppure deve farsi le chilometrate per gustarsele prima che spariscano da quei pochi, sparuti posti dove, quando va di lusso, le proiettano per una settimana scarsa.</p>



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<p>Di fronte a questo quadro che sa di capitalismo assistito e neo-feudale, funestato da dimissioni a catena (come quelle di Sergio Castellitto dalla presidenza del Centro Sperimentale di Cinematografia e di Nicola Maccanico dal vertice di Cinecittà) il cinema, inteso come arte, va a farsi benedire. In questo senso, <strong>dire che “non ha mercato”, il che è vero, significa non pensarlo più come arte, ma <em>solo</em> in termini di fatturato</strong>. E allora suonano stonate, ipocrite, le parole proferite da Giuli lo scorso dicembre ad Atreju, quando asseriva che “c’è bisogno di dare un segno identitario”, chiedendosi “perché non c’è mai stata una fiction su Fabrizio Quattrocchi” (anche se poi una su Nicola Calipari è uscita) e auspicando “un tax credit più incoraggiante per opere che hanno meno disponibilità, come quelle dei giovani”, così “da riattivare le nostre radici”, “rappresentare le periferie, gli immigrati di prima e seconda generazione, raccontare la guerra e i conflitti sociali”, ed essere, testuale, “meno ombelicali”.</p>



<p>La destra &#8211; proclamava stentoreo il nuovo Quintino Sella &#8211; “è sicurezza, è legalità, è ordine anche nei conti pubblici, è meritocrazia”. Ora, se stiamo a quanto detto il 26 marzo dall’altro sottosegretario alla cultura, Gianmarco Mazzi, l’unica modifica significativa a cui starebbero pensando al Mic è reintrodurre l’obbligo per i grandi produttori di reinvestire parte dei proventi in opere “difficili”, a basso budget. <strong>Per il resto, si attende di vedere nei fatti la nuova, non ombelicale politica culturale di destra, per lo meno nei contributi “selettivi” della Commissione Cinema</strong>, che già per Sangiuliano dovevano privilegiare “personaggi, avvenimenti e luoghi rappresentativi dell’identità nazionale” e valorizzare “l’identità culturale della Nazione”. Spiccioli, rispetto al macigno di un mercato dominato dai più forti. La qualità non dipende, o non dovrebbe dipendere, dal numero dei paganti. <strong>Ma evidentemente non è così per questa destra. Conservatrice di nome e di fatto. A prevalere, sono sempre i grandi numeri</strong>. D’altronde, il numero è potenza, diceva sempre quello con la mascella volitiva e la pelata tragica.</p>



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		<title>Tutte le news sono fake news</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 11:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dell'informazione e della cultura sta collassando sotto il peso delle sue contraddizioni. Proponiamo qui una strategia per risollevarlo e mettersi al passo del conflitto in corso.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno dei fenomeni più strani della nostra epoca <strong>è l&#8217;inversione dei ruoli tra conservatori e progressisti nel campo della cultura e dell&#8217;informazione</strong>. La specificità di questi settori è che i cosiddetti “progressisti” sembrano incaricati di difendere la tradizione, vale a dire le moribonde istituzioni che per secoli si sono occupate della gestione e della distribuzione del sapere nelle nostre società: l&#8217;università, la scuola, i centri di ricerca, le redazioni giornalistiche, le case editrici e i “salotti”, quei luoghi metafisici in cui gli intellettuali si ritrovano a discutere dei massimi sistemi. Viceversa, tutto ciò che generalmente viene classificato come “conservatore” pare avere un solo obiettivo: <strong>delegittimare e distruggere questi centri, indebolirli fino a provocarne il collasso, sostituirli con qualcos&#8217;altro, qualcosa di nuovo e confuso.</strong></p>



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<p>Da un lato abbiamo quindi “quelli di sinistra”, i progressisti, ingaggiati in una missione conservatrice, nel senso che si impegnano a conservare la legittimità del pre-esistente, delle istanze democratiche, dell&#8217;eredità del Novecento. Ci si affanna a difendere l&#8217;autorevolezza di voci serie, competenti, quelle di esperti e studiosi, di fronte alla minaccia del populismo e del qualunquismo con cui i comici affollano le tribune parlamentari e gli influencer gli scaffali delle librerie. È una conservazione che vuole anche evitare gli estremi pericolosi, scongiurare i rischi celati in tutto ciò che è troppo arbitrario o troppo esplicito<strong>, </strong>tutto ciò che prende troppo posizione per o contro qualcosa. In fondo, <strong>un punto di vista netto minaccia sempre di escludere qualcun altro che non è d&#8217;accordo, e nella democrazia non c&#8217;è spazio per gli esclusi</strong>; per questo tale immaginario si nutre del compromesso, la via di mezzo che permette di garantire la governabilità e l&#8217;ordine.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato abbiamo “quelli di destra”, i conservatori<strong>, che all&#8217;improvviso sono divenuti dei rivoluzionari: non gliene importa più niente né dell&#8217;ordine, né della democrazia, né della morale</strong>. <strong>Vogliono solo un cambiamento radicale e lo vogliono il prima possibile</strong>: l&#8217;ha capito bene il loro ambasciatore numero uno, che non appena si è insediato alla Casa Bianca ha iniziato ad apporre la sua firma svolazzante su dozzine di decreti, per poi promettere la risoluzione della guerra in Ucraina e della questione palestinese.</p>



<p>L&#8217;antropologo Georges Balandier lo definirebbe <strong>un potere che si mette in scena per mostrare che può agire</strong>, promessa alla base del patto stretto con le masse: “Noi ti eleggiamo, basta che tu faccia cambiare tutto e che lo faccia subito.” Questa inversione di ruoli tra progressisti e conservatori ha nei <strong>differenti approcci all&#8217;informazione la sua manifestazione più eclatante</strong>. Nonostante il putiferio provocato dall&#8217;arrivo di internet, chi ha ancora fiducia nel gioco della democrazia si ostina a voler regolamentare persino questo Far West della comunicazione per renderlo più inclusivo, meno discriminatorio, più civile e via dicendo.</p>



<p>La supposta “dittatura del politically correct” colpisce le tendenze collettive tanto quanto gli atteggiamenti individuali: sia che venga criticato come imposizione di valori culturali appartenenti all&#8217;immaginario della sinistra, sia che venga giudicato come uno strumento del capitalismo per spezzettare il conflitto di classe in una miriade di lotte identitarie indebolite<strong>, è innegabile che il concetto di “politicamente corretto” venga percepito nella contemporaneità come un tentativo di disciplinare il dibattito pubblico</strong>. Man mano che l&#8217;agorà occidentale si allarga a miliardi di persone e comprende minoranze ed etnie finora escluse, vale la pena di adoperarsi per normarla, affinché non diventi una giungla in cui ognuno urla ciò che gli pare e nessuno si ascolta: questa è la scommessa in cui si sono lanciate le forze progressiste.</p>



<p>Viceversa, di fronte a una relatività totale data dal marasma di opinioni, di voci discordanti e di visioni polarizzate del mondo – panorama apocalittico che qualcuno ha definito addirittura “era della post-verità”, come se nella Storia fosse mai esistita un&#8217;era della verità – <strong>coloro che fino a ieri erano trattati come conservatori, all&#8217;improvviso sono diventati i più grandi promotori del nuovo, inteso come capacità di immaginare orizzonti alternativi</strong>. In fondo, cosa sono le teorie complottiste che negano l&#8217;utilità dei vaccini e l&#8217;esistenza del cambiamento climatico, se non contro-narrazioni in grado di ribaltare la visione dominante, quella che l&#8217;ordine vigente vuole imporre come verità oggettiva? In cosa si differenziano le fake news sugli immigrati che rubano e sui manifestanti che vandalizzano le strade dalla propaganda che ha caratterizzato l&#8217;intera storia dell&#8217;umanità?</p>



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<p>Ma la risposta alla propaganda l&#8217;abbiamo già trovata, diranno quelli con la coscienza limpida, <strong>si tratta dell&#8217;informazione</strong>! Ebbene, il termine “informazione” ha un&#8217;etimologia ben precisa: se spolveriamo il dizionario di latino, il primo significato di<em> informatio </em>è quello di “raffigurazione” o “rappresentazione”, seguito da “idea, nozione, immaginazione” e solo infine “insegnamento, spiegazione”. Vediamo bene come la <strong>componente soggettiva</strong> sia alla base della parola, che d&#8217;altronde contiene dentro di sé “forma”, qualcosa che per definizione si configura, si adatta e si modella in relazione a un contenuto.</p>



<p>L&#8217;informazione non è altro che la <em>mise en forme</em> di un contenuto, una formattazione che da esso diviene inseparabile nel momento in cui viene enunciata. Che si tratti di un giornalista o di un utente anonimo su un forum di terrapiattisti, un emittente che comunica qualcosa, che informa il suo pubblico, <strong>non può fare a meno d&#8217;inserire la propria soggettività nell&#8217;enunciato</strong>, dato che è proprio attraverso il gesto del comunicare che ci costruiamo un&#8217;identità agli occhi di noi stessi e dell&#8217;altro. E in fondo non potremmo farne a meno: la pretesa oggettività di alcune testate giornalistiche equivale all&#8217;inverosimile desiderio di separazione tra i fatti puri e chi li riferisce, che così facendo finge di parlare da una posizione indefinita, si fregia del privilegio impossibile di ritrarsi dal proprio punto di vista, come un&#8217;entità onnisciente e astratta<strong>. Il punto di vista è invece insito nella fabbricazione di un articolo</strong>, dal momento della selezione – oggi riporto la notizia della liberazione di 200 ostaggi palestinesi, o quella dell&#8217;esercito israeliano che apre il fuoco sugli sfollati che rientrano nel nord di Gaza dopo il cessate il fuoco? – fino a quello della stesura – utilizzo il termine genocidio, guerra o operazione militare? – e della scelta delle fonti – intervisto un ambasciatore israeliano, un portavoce dell&#8217;ONU o un militante palestinese?</p>



<p>La metafora del giornalista come strumento imparziale al servizio della notizia, macchina fotografica che rispecchia gli eventi così come sono, è tanto logora quanto anacronistica. Difatti è bastato che arrivasse una vera macchina, l&#8217;intelligenza artificiale, a minacciare migliaia di posti di lavoro, perché all&#8217;improvviso tutti i quotidiani più rinomati dell&#8217;Occidente, dal «New York Times» all&#8217;«Economist», si prodigassero in apologie del giornalismo autentico, quello figlio di interpretazioni e riflessioni squisitamente umane, in grado non solo di comunicare fatti ma anche di darne una chiave di lettura.</p>



<p>D&#8217;altro canto, non c&#8217;è niente che dimostri più di una guerra o di un genocidio quanto <strong>la neutralità di tante testate affermate non sia altro che un&#8217;ideologia malcelata, che come tutte le ideologie rifiuta di ammettere la propria parzialità. </strong>Chi detiene il potere ha sempre saputo sfruttare questo mito per creare una realtà fittizia, una normalità che si tramutasse in norma: <em>in primis</em> per legittimare la propria dominazione e poi per dettarne i canoni. Si tratta di un&#8217;operazione che ha sempre avuto un successo strepitoso, dai sovrani dell&#8217;antichità, che naturalizzavano la propria superiorità attraverso una chiamata divina o una discendenza di sangue, fino allo Stato moderno, che attraverso i suoi dispositivi fa coincidere naturalmente legalità e giustizia, matrimonio e amore, voto scolastico e merito&#8230;</p>



<p>Alice Coffin, giornalista e militante francese, nel suo libro <em>Le génie lesbien</em> afferma che la <strong>neutralità giornalistica non è altro che un alibi per escludere etnie e minoranze dal dibattito pubblico</strong>. Si tratta di una strategia d&#8217;invisibilizzazione e marginalizzazione del diverso, che viene accusato di non essere fedele alla verità e quindi di fatto alla realtà costruita e imposta dalla narrazione patriarcale ed eterosessuale, bianca ed eurocentrica. Coffin considera la neutralità come un<strong> privilegio di chi vuole raccontare non solo una storia ma tutte le storie, affinché la propria visione occupi lo spazio mediatico in maniera totale, eliminando il dissenso</strong>.</p>



<p>È facile ricollegarsi al dibattito su alcuni studi accademici ritenuti troppo ideologici: fin dalla loro nascita, <strong>i gender studies</strong> sono stati mira di offensive mediatiche che puntavano a trasporre alcune controversie reazionarie, alimentate dalla visione creazionista della Chiesa cattolica, dalla sfera accademica a quella ideologica e politica. Lo strumento principale di questi attacchi è proprio la pretesa neutralità degli ambiti universitari, che non devono immischiarsi con oggetti di studio faziosi e politicizzati come il femminismo: <strong>nelle aule si studia solo il sapere fondato e dimostrato scientificamente, una tendenza all&#8217;oggettività che negli ultimi tempi è strabordata sempre di più dalle discipline matematiche alle (per l&#8217;appunto) scienze umanistiche</strong>. La risposta degli studi di genere è stata infatti <strong>una maggiore produzione di cifre, statistiche e dati che legittimassero il proprio approccio</strong> anche allo sguardo miope della comunità accademica. Ma se persino i poteri millenari come quello del Vaticano faticano a regolare i flussi di sapere, in una società interconnessa in cui la loro circolazione è accelerata e moltiplicata all&#8217;infinito, non c&#8217;è da stupirsi che il progetto di regolamentazione del dibattito pubblico da parte di quei progressisti-che-fanno-i-conservatori sia stato e continui a essere un fallimento totale. Dall&#8217;utilizzo della schwa o di altri stratagemmi per evitare il maschile sovraesteso, fino alle critiche contro altre forme di discriminazione legate al linguaggio<strong>, qualsiasi misura calata dall&#8217;alto ha trovato terreno fertile soltanto nelle nicchie politicamente schierate per quelle lotte specifiche</strong>, mentre il resto della comunità continua a opporre una resistenza accanita e spesso derisoria.</p>



<p>D&#8217;altra parte, in tempi di crisi chi cerca di far rispettare le regole non va di moda. L&#8217;estrema destra populista l&#8217;ha capito bene: i suoi portavoce di tutto l&#8217;Occidente sono riusciti a dare un&#8217;aria rivoluzionaria alla propria visione del mondo, aggrappandosi a una critica feroce del sistema vigente. I temi sono sempre gli stessi, vecchi e reazionari <strong>– il razzismo e l&#8217;odio dello straniero, la misoginia di stampo patriarcale, l&#8217;elogio della ricchezza e la colpevolizzazione della povertà</strong> – ma l&#8217;accezione che hanno assunto è stata capovolta. Per parlare agli strati di popolazione più marginali e insoddisfatti, queste forze recitano una prospettiva di ribaltamento del presente, <strong>scostandosi dalla tradizionale destra di privilegiati che vogliono mantenere le cose come stanno per assicurare la continuità del proprio privilegio</strong>.</p>



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<p>“Nuovo è sempre meglio” afferma Barney Stinson <em>in How I Met Your Mother,</em> e i programmi dell&#8217;estrema destra ne condividono la massima, anche a costo di sembrare incoerenti o contraddittori. <strong>Tutto ciò che rappresenta lo<em> status quo</em> può essere accusato come responsabile della situazione attuale</strong>: dalle élite politiche di Bruxelles fino a quelle sanitarie delle case farmaceutiche, dai diritti umani fino al concetto ultimo e intoccabile della democrazia, ogni occasione è buona per scagliarsi contro i guardiani dell&#8217;ordine. Persino riguardo a tematiche notoriamente conservatrici come quella della sicurezza, spesso legata alla legittimazione della violenza da parte delle forze di polizia o alla necessità di provvedimenti più rigidi sulla questione migratoria, il discorso viene impostato in maniera da sottolineare che “le cose per come sono andate fino ad ora non funzionano” e che “serve un colpo di mano”.</p>



<p>L&#8217;idea sottesa è che nel passato ci sia sempre stata una continuità e una complicità nella gestione del potere, a cui è giunto il momento di mettere una fine. Una volta affermata tale narrazione, è facile che il colpo di mano diventi colpo di Stato (fallito nel ridicolo), come nel caso dell&#8217;assalto al Campidoglio avvenuto il 6 gennaio 2021. D&#8217;altra parte, sarebbe impossibile far passare proposte politiche medievali per soluzioni innovative e ribelli agli occhi di milioni di elettori senza assumere un estremismo anche nei metodi e nelle forme: <strong>tutto diviene lecito per ottenere il cambiamento desiderato</strong>.</p>



<p>Recentemente è uscito un articolo di Internazionale intitolato “Perché a Giorgia Meloni piace Antonio Gramsci”, in cui viene raccontata l&#8217;appropriazione, da parte dell&#8217;estrema destra occidentale, di concetti storicamente socialisti<strong>: l&#8217;egemonia culturale e la battaglia delle idee.</strong> La pertinenza di tale analogia diventa evidente se riguardiamo alla strategia comunicativa con cui tali forze ripuliscono la loro immagine di conservatori per divenire fautori del nuovo; all&#8217;approccio cinico con cui ricorrono a ogni arma retorica per manipolare l&#8217;opinione pubblica; e all&#8217;astuzia con cui attaccano la sinistra proprio nell&#8217;unico campo in cui essa è portatrice di una tradizione e di un assetto regolatore, quello della cultura e della conoscenza.</p>



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<p>Tutto ciò va unito al fatto che, malgrado i loro tentativi di passare per gli ultimi arrivati, sorti dal basso e portatori delle istanze popolari, <strong>i partiti dell&#8217;estrema destra occidentale sanciscono un&#8217;alleanza sempre più stretta con quegli stessi attori che possiedono i mezzi di produzione del sapere e dell&#8217;informazione</strong>: dai social media ai canali televisivi, dai grandi gruppi editoriali alle fondazioni che finanziano le università più influenti dell&#8217;Occidente, pochi miliardari hanno il controllo economico dell&#8217;infrastruttura che ci permette di creare conoscenza e di diffonderla. <strong>Come si difende il campo “progressista” da questi attacchi? Di solito, prestandovi il fianco e rendendo la propria immagine ancora più conservatrice</strong>.</p>



<p>Lo abbiamo visto nel caso del giornalismo, dove un&#8217;ulteriore istituzionalizzazione del mestiere di giornalista è stata finora l&#8217;unica risposta a una battaglia mediatica in cui tutti diventano legittimati a parlare e a inventare le proprie verità. Come se valorizzare ancora di più il ruolo dei gatekeepers tradizionali, dei buttafuori che operavano una selezione all&#8217;ingresso dello spazio di dibattito fino all&#8217;arrivo del digitale, possa davvero servire ad aumentarne la credibilità, <strong>invece che farli detestare ancora di più</strong>. Lo abbiamo visto nel caso del sapere universitario, in cui la risposta di fenomeni come i gender studies o gli ethnic studies alle accuse di faziosità politica è stata la ricerca di una scientificità neutralizzante e normalizzante: in <strong>sostanza il traghettamento silenzioso e graduale da espressione di un movimento rivoluzionario con una potente carica di novità a sapere costituito, integrato e in fin dei conti innocuo</strong>. Lo vediamo nei tentativi paternalisti da parte degli ultimi baluardi del Sapere, gli intellettuali, di educare le masse, quelle stesse masse di cui hanno sfruttato l&#8217;ignoranza per ritagliarsi un ruolo di guida e avanguardia ideologica nella società, senza peraltro ottenerne l&#8217;emancipazione.</p>



<p>In tutti questi casi, <strong>quello che manca è il coraggio di assumere fino in fondo il proprio ruolo partigiano</strong>, a partire dal postulato secondo il quale informazione è forzatamente sinonimo di rappresentazione, soggettiva e parziale, e nessun sapere, né accademico né intellettuale, può sottrarsi da una presa di posizione, prima di tutto ontologica e in secondo luogo politica<strong>. Il primo passo consiste dunque nello scendere dal piedistallo dell&#8217;oggettività e dell&#8217;imparzialità e nello sporcarsi le mani nel fango della battaglia ideologica</strong>. Consiste nell&#8217;abbattere tali preconcetti, nemici di qualsiasi reale progressismo, che si proteggono ancora dietro una pretesa di verità scientifica.</p>



<p>La scienza e la tecnologia hanno saputo costruire tale paradigma, raccontandoci che la realtà è una e una sola e che basta avere strumenti di calcolo abbastanza potenti da produrre quantità di cifre e statistiche in grado di spiegare qualsiasi segreto della natura, così da manipolarla e sconfiggerne le leggi più inviolabili. Viceversa, <strong>le teorie complottiste sono il sintomo di una resistenza della popolazione a questo paradigma, proprio perché qualsiasi affermazione, per quanto scientifica e apparentemente vera, è invece figlia dei rapporti di dominazione di una società data</strong>. Non a caso, nel Seicento la teoria complottista più in voga era quella copernicana secondo cui la Terra gira intorno al Sole e non il contrario, condannata e ridicolizzata dai poteri ecclesiastici dell&#8217;epoca.</p>



<p>Ciò non significa dare adito a qualsiasi bufala, ma <strong>accettare la relatività e la caducità di qualsiasi paradigma di pensiero</strong>, che si afferma in un determinato periodo storico sulla base degli strumenti che può mettere a disposizione e dei sacrifici che deve inevitabilmente compiere rispetto a ciò che non prende in considerazione. Il concetto stesso di definizione è delimitante: contiene il termine ‘<em>finis</em>’, confine, perché ritaglia una porzione manipolabile della realtà e lascia fuori qualcos&#8217;altro. Allo stesso modo un articolo di giornale, un approccio epistemologico del gender o la profetizzazione della fine del capitalismo non hanno nulla di scientifico, né di vero nel senso assoluto, né tantomeno svelano un aspetto dato e naturale della realtà: semplicemente, <strong>promuovono determinati valori, visioni del mondo e convinzioni che possono offrire soluzioni soggettive ad alcuni problemi</strong>. Proprio come, in una scienza come la fisica, accettare il fatto che il tempo sia separabile in istanti ci permette di ottenere alcune cose – prima tra tutte misurarlo – ma ci obbliga a rinunciare ad altre – la continuità e la coesistenza di una dimensione passata, presente e futura. Ripudiare il mito della neutralità significa abbandonare l&#8217;ipocrisia di chi è convinto di avere la verità in tasca, abbracciando una prospettiva molto più pragmatica e machiavelliana<strong>: convincere le persone di avere ragione è più importante che avere effettivamente ragione in assoluto</strong>.</p>



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<p><strong>C&#8217;è chi dice che le ideologie sono morte, ma sembra invece che oggi siano più vive che mai</strong>: sono talmente presenti che la gente è scettica verso qualsiasi forma di oggettività, e non senza buoni motivi. Una delle eredità dei totalitarismi novecenteschi è la diffidenza verso ogni forma di propaganda, intesa come condizionamento della mentalità delle persone con o senza il loro consenso. Ma tale esercizio del potere è insito nel comunicare di qualsiasi tipo e non si può sfuggirvi. Una soluzione è quella che la sociologa Sandra Harding definisce <strong>un&#8217;oggettività forte: prendere coscienza del proprio punto di vista inevitabilmente parziale e dichiararlo esplicitamente</strong>. In particolare, la sociologa femminista sostiene che i soggetti marginali e oppressi siano più consapevoli dell&#8217;inevitabile assenza di neutralità: dalla periferia è più facile accorgersi di alcune dinamiche in cui si è invece immersi quando si occupa una posizione centrale. Adottare un&#8217;oggettività forte significa sì fare ricorso a tutti gli strumenti metodologici che ci offre la ricerca, ma <strong>consapevoli dell&#8217;arbitrarietà</strong> con cui poi si darà un senso ai dati e alle statistiche raccolti.</p>



<p>Lasciare questo compito alle visioni del mondo subalterne, che non hanno ancora avuto modo di emergere, è imperativo per qualsiasi soggetto che si pensi rivoluzionario: <strong>l&#8217;aspirazione al cambiamento non può passare per il mantenimento degli stessi attori che hanno occupato la scena fino ad ora.</strong> Allo stesso tempo, è arrivato il momento che le figure di spicco di cui si fregia l&#8217;immaginario progressista, dai giornalisti agli intellettuali, passando per i ricercatori e i protagonisti della scena culturale – non a caso in maggioranza uomini, in maggioranza bianchi e in maggioranza di classe privilegiata – <strong>giustifichino la propria voce e la propria partecipazione non sulla base della quantità di lauree o pubblicazioni, non dell&#8217;autorevolezza della testata o della casa editrice per cui scrivono, ma della validità delle proprie idee, della capacità di convincere il prossimo e di aggregare le masse sotto una narrazione alternativa della società</strong>. Ciò significa rientrare in contatto con la realtà: riconoscere il proprio ruolo come situato e non <em>ex nihilo</em>, collocato in una guerra ideologica che, volenti o nolenti, è già in corso, è già condotta dalla parte opposta, e che come tutte le guerre ha molto più bisogno di soldati che di osservatori.</p>



<p>Il monopolio della cultura detenuto dal progressismo è attaccato da tutte le parti: dalla destra populista in quanto privilegio di un&#8217;élite intellettuale distaccata dalle masse, dalla nuova sinistra che cerca di sorgere dai margini, quella etnica e femminista, in quanto barriera d&#8217;accesso esclusiva per le identità marginalizzate. Invece di ritirarsi nei bastioni della tradizione, proteggendo l&#8217;autorevolezza di un manipolo di testate giornalistiche e case editrici, rinchiudendosi nella miopia di un sapere universitario ormai parte integrante del sistema in declino, cercando di salvare qualche principio democratico, etico o professionale nel caos delle spinte entropiche che le attaccano, <strong>queste forze devono schierarsi, non perché sia giusto di per sé ma perché il periodo storico in cui vivono glielo impone</strong>.</p>



<p>In riferimento al metodo, può darsi che teorie del complotto, fake news e manipolazioni mediatiche di vario genere siano da criticare in quanto moralmente sbagliate, in quanto violazioni impunite da un sistema imperfetto. Ma inserite invece in uno scenario di scontro aperto, di battaglia delle idee per l&#8217;egemonia dell&#8217;opinione pubblica, <strong>tutte queste pratiche sono ammirevolmente efficaci.</strong> <em>In primis</em> per la loro capacità di convogliare milioni di persone a credere nella stessa cosa: in un mondo polarizzato e diffidente, volto alla frammentazione e all&#8217;individualizzazione, sono le uniche narrazioni ancora in grado di creare attorno a sé una collettività attiva, pronta alla lotta e all&#8217;azione diretta in loro nome.</p>



<p>Ad esempio, non c&#8217;è nulla che faccia infuriare i difensori del dibattito democratico quanto il boicottaggio, operato da parte di gruppi coordinati di estrema destra, di pagine social considerate di sinistra, attraverso la segnalazione massiva e il conseguente ban dalla piattaforma: una scomparsa provvisoria ma estremamente dannosa in termini di visibilità. Si tratta di un&#8217;attività parcellizzata e imprevedibile: viene da chiedersi perché tali attacchi non siano riprodotti contro le pagine neonaziste o i gruppi Telegram di suprematisti bianchi. È un&#8217;evoluzione più offensiva ed efficace del blando attivismo sui social, denunciato da alcuni come <em>slacktivism</em>, basato sulla pigra ricondivisione di post e sulla partecipazione <em>push-button</em>: qui non si tratta di dare più visibilità alle proprie narrazioni, ma <strong>di attaccare quelle che si ritiene illegittime o dannose</strong>.</p>



<p>Inoltre, tali pratiche di lotta hanno una potenzialità data dalla loro indole anti-sistemica, dalla loro inclinazione essenzialmente ribelle, dato che nel campo della comunicazione sono l&#8217;unica stortura, l&#8217;unica falla capace di mettere in difficoltà apparati mediatici e algoritmi, ricordiamolo, appartenenti all&#8217;1% dell&#8217;1% più ricco del mondo. Sarebbe ingenuo pensare che una parte delle fake news e delle teorie complottiste non venga messa in circolazione e pilotata da frange di quella stessa élite al potere: ormai è nota l&#8217;abilità dei responsabili della propaganda russa nello sfruttare il funzionamento dei social occidentali per i propri interessi, così come risulta emblematico lo scandalo di Cambridge Analytica, società di consulenza britannica, venuto alla luce nel 2018. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo credere che i proprietari delle piattaforme online, da Google a Facebook, da X a Microsoft, possiedano gli strumenti per controllare questi fenomeni.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato dell&#8217;oceano, l&#8217;alleanza è stata sancita: i mega-conglomerati denominati GAFAM, i quali detengono realmente il monopolio del sapere, della sua produzione come della sua diffusione, hanno scelto da che parte stare. Senza citare il saluto nazista del CEO più megalomane e ridicolo della contemporaneità, tutti hanno visto le foto in cui Jeff Bezos, proprietario di Amazon, e Mark Zuckerberg, proprietario di Meta, partecipavano insieme ad altri influenti ultramiliardari alla cerimonia d&#8217;inaugurazione del presidente Donald Trump.</p>



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<p><strong>Le fake news appaiono come la carta vincente utilizzata da queste persone per salire al potere e al contempo l&#8217;unica arma mediatica in grado di creare seri problemi ai loro apparati</strong>. Sembra sensato affermare quindi che tali fenomeni, al pari delle teorie del complotto, vadano studiati e analizzati non tanto per capire come contrastarli in quanto “menzogne” – abbiamo visto che non esiste comunicazione che non lo sia: <strong>Umberto Eco definiva la semiotica come “lo studio di tutto ciò che può essere usato per mentire</strong>” – <strong>ma per appropriarsene.</strong> Zuckerberg ha annunciato la fine del <em>fact checking</em> sui social di Meta, il blando meccanismo di regolamentazione che limitava l&#8217;uso del linguaggio e censurava le tematiche politicamente più sensibili. Benissimo: cosa succederebbe se Facebook fosse invaso da un&#8217;ondata di fake news riguardanti licenziamenti ingiusti di operai, ecocidi provocati da multinazionali dannose, scandali riguardanti politici di estrema destra? Si dice che le migliori bugie contengano sempre una parte di verità&#8230; Spingiamoci ancora più in là con l&#8217;immaginazione: quali sarebbero le conseguenze della diffusione di teorie del complotto secondo le quali i rettiliani o gli alieni che ci hanno invaso si nascondono dietro quel manipolo di miliardari al potere, o secondo cui l&#8217;arrivo su Marte è una bufala propagandistica al pari dell&#8217;allunaggio, o ancora secondo cui l&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, proprio come l&#8217;11 settembre, è stato organizzato a tavolino dalle sue stesse vittime, come pretesto valido per fare la guerra in Medio Oriente?</p>



<p>Le storie sono un&#8217;arma potente. Così facilmente interpretabili che spesso non si può prevederne le conseguenze. Al contempo, è utopistico illudersi di poter riportare la situazione attuale all&#8217;ordine<strong>: internet ha reso la conoscenza e il sapere orizzontali, accessibili, aperti, ma così facendo ha creato l&#8217;entropia, un&#8217;entropia di cui finora hanno approfittato solamente le persone sbagliate</strong>. Queste persone hanno imbastito un immaginario falsamente rivoluzionario: riappropriamocene. Loro hanno capito che è imperativo portare avanti la lotta per le proprie convinzioni con ogni mezzo, proprio come lo capirono i fascisti che marciarono su Roma cent&#8217;anni fa.</p>



<p>È il momento di fare lo stesso, al pari dei partigiani che un secolo fa salirono sulle montagne ed entrarono in clandestinità per combatterli, accettando di andare contro la legalità e la propria morale. I tempi odierni sono tempi di crisi, di guerre e di caos: tutti elementi che lasciano poco spazio per decidere ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Qualcuno diceva che in guerra non ci sono regole, ma nella battaglia ideologica di cui parlava Gramsci una regola c&#8217;è: <strong>vince chi ha in tasca la storia migliore, quella che offre più possibilità di sognare un orizzonte nuovo</strong>. Per il resto, ogni mezzo è lecito per diffonderla: le cosiddette “masse” non sono stupide, la interpreteranno in ogni caso come pare a loro. Come hanno sempre fatto.</p>



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		<title>Il peggio vince sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 10:54:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Tony Effe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tony Effe è il nostro specchio, il nostro abisso, è l’anticamera di un senso più aderente alla vita, più barbaro, quello che sempre ritorna dopo anni di civilizzazione, di scuola dell’obbligo, di Fabio Fazio, anche di fronte al sole nero del disincanto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È davvero curioso osservare come la cultura italiana si dibatta tra nostalgie del passato e patetici tentativi di reinventare se stessa, finendo per inciampare sempre nello stesso cliché.<strong> L’attualità è una merda, su questo non ci piove</strong>. Ma è proprio nella sua miseria che possiamo trovare una chiave per interpretare il nostro tempo. E questa chiave, sorprendentemente, è Tony Effe. Il rapper romano fighetto, ex Dark Polo Gang, il miracolato capace di incarnare lo spirito della destra post-berlusconiana depressoide.</p>



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<p>Berlusconi è stato un genio, questo gli va riconosciuto. Ha creato un’estetica e una retorica che hanno dominato il paese per decenni. Oggi, però, tutto ciò che rimane è un vuoto di senso, un populismo sterile, incapace di proporre valori autentici. E qui entra in gioco Tony: il dio stupido, lovecraftiano, che rappresenta l’<strong>apoteosi del nulla</strong> e proprio per questo finirà per richiedere e creare una struttura, un’architettura di significato. <strong>Tony Effe è il vate dell’anti-intellettualismo, l’Orfeo della distrazione di massa.</strong> È un simbolo del successo pur non avendo nessuna dote particolare, come la maggior parte delle pop star di oggi, ma a differenza loro non cerca neanche di inventarsene una. </p>



<p>In una recente intervista sminuisce il basso reddito del padre, seimila euro al mese, perché “con sei k a Roma non ci fai niente”. Si proclama figlio della strada, ma è più probabile che abbia visto la strada solo dal finestrino di una macchina sportiva. Eppure è proprio questo il punto: <strong>Tony Effe è l’esaltazione del paradosso. Non ha bisogno di credibilità, perché il suo pubblico è già disincantato</strong>. Non vende valori, vende desiderio, il desiderio è periferia, il desiderio fa paura, il desiderio fa figli, quelli che non si fanno più in questo paese.</p>



<p>Ed è qui che destra e sinistra dovrebbero prendere appunti. Altro che colonnelli moralisti come Vannacci, che mascherano il conservatorismo dietro un’etica perniciosa e da parrocchia, quella sì davvero perversa, mentre la sinistra libertaria si perde tra le grinfie censuratrici delle nazi-femministe. <strong>Tony Effe è autentico nella sua falsità, sincero nel suo cinismo,</strong> perché in fondo vuole la famiglia pure lui. Basta ascoltare le sue dichiarazioni, parla di casa, playstation ed allenamenti, della sua voglia di avere un figlio, altro che droghe e sticchio e samba. </p>



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<p>Questo è solo il messaggio accessorio del suo discorso, ma è un messaggio finto, alieno anche a se stesso, una forma di auto-sabotaggio. E funziona. Perché?<strong> Perché è l’unica cosa che risuona rumorosa e trasgressiva in un mondo svuotato di ogni altra promessa di senso</strong>, dove Tony Effe finirà per esorcizzare tutto. Basta con il femminismo alla<em> Freeda </em>di Elodie e con l’etica pretesca di Povia, non interessano più a nessuno. <strong>La vera rivoluzione, oggi, è quella di essere fieramente ipocriti</strong>. Smettere di censurare, smettere di vendere valori precotti, smettere di cercare una rispettabilità che nessuno chiede. <strong>Lasciateci il caos, lasciateci la libertà di non avere senso</strong>, di contraddirci fino all’inverosimile, perché abbiamo stilato troppe regole, abbiamo scritto troppe leggi, abbiamo allestito troppi tabù e la nostra libertà si contrae ogni giorno che passa: mentre Tony è una garanzia di libertà. Mettete Tony Effe a Sanremo, o fatelo Ministro del Nulla. Chi se ne frega, il suo anti-messaggio tornerà, tra due anni arriverà un altro Tony: abbiamo avuto anni di cantautori, sole cuore e amore, e donne cannoni, e siamo diventati sterili ed a crescita zero, e De Gregori fa la pubblicità dell&#8217;Eni che manco è più italiana – questa è l’ipocrisia liberticida, non liberatrice.</p>



<p>Non ci interessa una destra che parli di Dio, patria e famiglia. Non ci interessa una sinistra che parli di uguaglianza e body-shaming, <strong>ci interessano quelle forze che riescano ad essere veramente cattive, veramente maledette.</strong> Che non si nascondano dietro i fasulli valori dell’etica del lavoro o del progresso, ma che puntino ad un sano impero che gestisca il processo irreversibile di decadenza. <strong>Che abbraccino il disastro, perché il disastro è l’unica cosa che ci è rimasta</strong>, perché ad analizzare quel disastro bene, ci trovi un grande desiderio di struttura. Lo sappiamo: l’intelligenza artificiale ci cambierà il pannolone, la crescita economica è un miraggio, e i pochi figli che nascono saranno condannati a un mondo di pilloline e diagnosi psicologiche precoci e posticce in scuole da quattro soldi. Ma forse è proprio questa la nostra occasione. S<strong>e tutto è merda, allora tanto vale celebrarla</strong>. Tony Effe è il nostro poeta del declino, il nostro Virgilio nel girone dell’inutilità contemporanea.</p>



<p>Quindi fate pure. Scopate, ballate, credete in qualcosa, ma che sia vostro, che sia la costruzione di qualcosa, perché noi boomer vi demoliremo sempre ragazzi, questo paese è nostro e siamo noi che lo abbiamo cariato. Non cercate rifugio nei santini intellettuali o nei conservatori travestiti da rivoluzionari. Cercate la vostra fede intestinale, magari scorreggiona, ma che sia puro istinto.<strong> Perché l’unica certezza è che il peggio vince sempre</strong>. E forse, in quel peggio, possiamo trovare una nuova forma di libertà senza qualunquismo.</p>



<p>Tony Effe non è un genio, non è eterno, passerà. <strong>Ma forse una bandiera vuota da riempire è quello che serve</strong>, quella di chi non promette nulla, ma ci restituisce tutto, un cantante che canta il vuoto, può creare solo il pieno, perché i cantautori che cantavano il pieno, hanno creato il vuoto: Tony è il nostro specchio, il nostro abisso, è l’anticamera di un senso più aderente alla vita, più barbaro, quello che sempre ritorna dopo anni di civilizzazione, di scuola dell’obbligo, di Fabio Fazio, anche di fronte al sole nero del disincanto.</p>



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		<title>Il Surrealismo Capitalista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Oct 2024 15:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Iperdispositivi]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
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		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[LGBTQ+]]></category>
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		<category><![CDATA[surrealismo capitalista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del perché il mondo si sta trasformando in una drag queen di destra, un apparato repressivo di sorveglianza ma con le paillette e gli asterischi. Dalla newsletter di GOG, "Preferirei di no".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A Roma è un fine settembre che sembra l&#8217;inizio di giugno. Domenica il telegiornale a pranzo dai nonni e non c&#8217;è niente di nuovo sotto questo sole languido che disegna triangoli sul pavimento – tranne <strong>la linea di orologi-patacca inaugurata da Donald Trump</strong>, modello <em>Fighter</em> da 100mila dollari, da indossare con «coraggio e spirito patriottico». Sul retro è inciso il suo profilo dopo essere uscito indenne dall&#8217;attentato. <strong>In Austria vince l&#8217;estrema destra.</strong> Fpo primo partito con il 29,1%. <strong>Netanyahu fa un discorso complottista all&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite</strong> dove parla di una cospirazione antisemita. L&#8217;Occidente dei fact-checker plaude al complottismo.  <strong>Spopola su Instagram la pagina dei Carabinieri</strong>: nuova strategia di comunicazione per il brand più vecchio della Repubblica, in sottofondo nei reel la musica di GTA.</p>



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<p>Il mondo non sta diventando di destra come vogliono farci credere, solo perché in Europa, in America Latina, negli Stati Uniti o in Russia vincono i leader autoritari o perché riusciamo a difendere una teocrazia in nome della democrazia. <strong>Il mondo è di destra da un pezzo. </strong>L&#8217;Occidente è un dispositivo di gestione della vita formattato con parametri di destra. Sono questi che regolano in maniera onnipervasiva il funzionamento quotidiano di questa megamacchina che abbiamo creato e che adesso non sappiamo più come distruggere. Domani potremo votare in massa i Verdi o Potere al popolo ma <strong>non aboliremo l&#8217;ideologia securitaria, l&#8217;iper-controllo, le tecnologie di sorveglianza e profilazione degli individui e di ogni interazione umana, la pianificazione integrale della vita e dei corpi da parte delle istituzioni</strong> e di tutte quelle aziende paraistituzionali che i governi hanno assoldato, non aboliremo i diktat dell&#8217;ordine e della disciplina: <strong>a problemi transitori (11/09 e Covid da ultimi) abbiamo trovato soluzioni permanenti</strong> che riducono lo spazio di esistenza quotidiana in limiti sempre più angusti e che non possiamo più dismettere, né con l&#8217;aiuto dei partiti conservatori né con quello dei progressisti.</p>



<p><br>E allora perché l&#8217;Occidente, che è di destra, è allo stesso tempo una drag queen? Una drag queen di destra? Una specie di cyborg che veste Prada, una distopia con le paillettes? Il filosofo francese Michel Clouscard, in termini più raffinati, diceva che viviamo un mondo in cui <strong>«tutto è permesso ma niente è possibile»</strong>. Questa che sembra una contraddizione è in realtà l<strong>a sintesi più efficace della modalità di funzionamento del nostro sistema, in cui cooperano, conniventi, destra e sinistra, proibizionismo e tolleranza. </strong></p>



<p>Da un lato niente è possibile: la destra come l&#8217;aria che respiriamo, la macchina con i suoi input e output che chiudono tutto l&#8217;orizzonte di significato del vivere, privandoci delle possibilità di immaginare altri mondi e altri futuri. Dall&#8217;altro tutto è permesso: la sinistra come il sogno che abitiamo, apparato onirico-mediatico-culturale-pubblicitario-intrattenente che proietta h24 l&#8217;illusione della libertà.</p>



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<p><br>Da un lato quindi<strong> il realismo capitalista (la destra)</strong> di cui parlava Fisher, un sistema in cui &#8220;tutto, dalla salute all&#8217;educazione, viene gestito come un&#8217;azienda&#8221;. <strong>Ma dall&#8217;altro il surrealismo capitalista (la sinistra)</strong> un discorso che invece di trasformare i rapporti di forza adesso si limita a fare il make-up al cyborg, truccandolo da libertario. Il realismo capitalista è il non-detto, la realtà immutabile. Il surrealismo capitalista è ciò che deve essere pronunciato, la realtà trasformabile, il travestitismo del proprio io. L&#8217;unica cosa sui cui possiamo in qualche modo operare. Se non puoi cambiare l&#8217;ordine del mondo, diceva Cartesio, cambia i tuoi desideri. <strong>Se non puoi cambiare l&#8217;ordine capitalistico, cambia tu.</strong> </p>



<p>Ecco cosa dice il surrealismo capitalista: puoi essere chi vuoi, diventa te stesso, scopriti, scegliti, scegli il tuo marcatore di differenza, compra la tua identità (più è minoritaria più gode di prestigio) tra le millemila che offre il mercato di destra. Il mercato di destra gode delle identità, perché sono forme di discriminazione: sono segmenti di pubblico, sono i target su cui può basare le sue strategie di marketing, di customizzazione dell&#8217;offerta, di profilazione degli utenti. Le identità sono sinonimo di ordine, sono il modo in cui il realismo capitalista riterritorializza il soggetto. </p>



<p><strong>Ecco la complicità, la connivenza: la destra vieta le alternative perché la sinistra possa contrabbandare la sua merce tarocca.</strong> Dice sempre Clouscard: «Alla permissività dell&#8217;abbondanza, della crescita, dei nuovi modelli di consumo, succedono le proibizioni della crisi, della penuria, della pauperizzazione assoluta. Queste due componenti storiche si fondono nelle teste, negli spiriti, creando le condizioni soggettive del neofascismo».</p>



<p><br><strong>Basta guardare il tg per accorgersi di questa ambivalenza: il primo blocco (crisi, disoccupazione, catastrofi naturali, guerre) è il realismo di destra. Il secondo (spettacolo, cultura, costume, moda) è il surrealismo di sinistra.</strong> Mio nonno, che è di destra fin nel modo in cui si allaccia le scarpe, il primo blocco lo capisce, al secondo si rabbuia. Mia nonna che è di sinistra, si scandalizza a parti invertite. Entrambi rimangono storditi, mai perfettamente a loro agio quando spiano attraverso lo schermo la rassegna dei fatti di quest&#8217;epoca in cui sono condannati a invecchiare. <strong>Forse le cose cambiano anche per fare in modo che i vecchi possano morire senza troppi rammarichi, se non addirittura con una nota impercettibile di liberazione. Sarebbe insopportabile altrimenti accommiatarsi da un mondo ancora intellegibile, come da una festa bellissima da cui non vorremmo mai andare via.</strong></p>



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