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	<title>erotismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La nostra nebbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2024 12:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[erotismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo racconto di Virginia Dal Porto c'è un piccolo lampo che illumina le assurde passioni degli esseri umani, spesso al contempo oscene e solenni.    </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Mi sveglia Elena, la mia coinquilina. <strong>Dado è morto, vestiti che andiamo su</strong>, mi fa. Esco subito dal letto. Andare su significa prendere la macchina e salire sui colli, dove c’è la casa dei genitori di Matilde. È l’altra coinquilina, ma sta su da un po’ perché i genitori non ci sono e Dado, il suo cane, stava male.    </p>



<p>  </p>



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<p><br>Elena mette in moto. Oggi è il venticinque aprile, avremmo dovuto andare in via del Pratello a schiantarci di birre, ma Dado è morto. A nessuna di noi due importa del Pratello adesso e penso che sia questa l’amicizia. Imbocchiamo via Casaglia.<br>Da dentro la macchina non si capisce che stagione è, la nebbia si mangia gli alberi e la fine delle strade e si deve fare più attenzione del solito ai cinghiali e agli istrici.<br><strong>Arriviamo che Matilde sta scavando la buca da sola.</strong> È alta un metro e sessanta scarso ma è forte e quando è distrutta ancora di più. Sono fiera di essere sua amica. I capelli nerissimi sono raccolti in una coda che le cade moscia sulla schiena.<br>Io e Elena raccogliamo le altre due pale che lei ha lasciato al lato della buca e iniziamo a scavare. Mi fermo un attimo per guardare il corpo di Dado avvolto in un lenzuolo bianco, qualche metro più in là. Ma poi sento Matilde bestemmiare contro un sasso che le impedisce di scavare e allora continuo anche io.</p>



<p><strong>In questo periodo la vita non lascia in pace Matilde</strong>. La casa ipotecata per i debiti del padre, la madre non fa altro che bere, nessuno dei due tenta di aiutarla e partono per settimane per andare in giro con gli amici. Matilde non sa come pagarsi l’università &#8211; anche se non sta più dando esami &#8211; né sapeva come pagarsi le spese mediche per Dado. La vita non lascia in pace Matilde e lei continua a scavare la buca e sembra ci possa riuscire da sola, che io e Elena siamo lì per farle compagnia.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ma la terra sui colli è argillosa, in tre ore non siamo neanche arrivate a metà. La buca deve essere almeno un metro, sennò ci arrivano gli animali e Dado non può essere disturbato.</p>



<p><br>Facciamo una pausa. È un po’ che siamo in silenzio.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Matilde guarda fissa il corpo di Dado, Elena le carezza prima la schiena e poi la testa, io le prendo la mano.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><strong>Non ce la faccio più</strong>, fa Matilde.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Noi restiamo in silenzio. Sembra una frase da adulti e fa strano vederla uscire dalla sua bocca ventiduenne. Ma ha ragione e non sappiamo che dirle.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><strong>Fai su Asia</strong>, mi fa Matilde guardandomi e io ubbidisco.</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Prendo fumo, tabacco, cartine e filtri e uso la cover del telefono come cocchino. Mi siedo sull’erba e anche Matilde e Elena. Se ci penso fa un po’ ridere la situazione da fuori: noi tre, a farci una canna, accanto a una mezza fossa, con il cadavere del cane poco più in là. Però non rido, perché a Dado gli volevamo tutte bene.<br>Lecco la colla sulla cartina e chiudo la canna. La passo a Matilde e le dico Accendi tu e lei la prende e se la mette in bocca, con gli occhi a fissi di fronte a sé. Elena tira fuori l’accendino e gliela accende. Matilde fa un lungo tiro, chiudendo gli occhi. Mi pare che il bracere bruci tutta la canna, ma è solo un lungo tiro. Poi alza la testa e soffia il fumo verso l’alto e sembra che Matilde crei la nebbia, per un secondo spero che quella nebbia che crea sia la sua tristezza che se ne va, o almeno che parte, <strong>che va per i colli, che avverta tutti che Matilde ha bisogno di aiuto, oppure che non avverta </strong>&#8211; chissene frega &#8211; ma che si mangi il resto, spero che la nebbia si mangi Bologna, si mangi l’Emilia e poi il mondo intero, la nebbia deve aiutarci, deve mangiare gli altri, deve mangiare l’altro, deve mangiare tutto e lasciarci noi tre, con la nostra canna, con Dado e con la buca, la nebbia deve far sparire ogni cosa e lasciare noi in pace.</p>



<p><br>Dobbiamo chiamare Carlo, se continuiamo così non riusciamo a finire prima che faccia buio, dice Matilde. Ora piange.</p>



<p>Carlo è il suo vicino di casa, ma io e Elena non l’abbiamo mai visto. Ogni volta che c’è un uomo io mi entusiasmo, come se ci fosse la possibilità che succeda qualcosa.<br>Ci presentiamo, ha la voce acuta che stona un po’ con la sua figura perché è alto e grosso. Ha i capelli biondi scompigliati e una camicia a fiori larga. Prende la pala di Elena &#8211; che è la più debole tra di noi &#8211; e si mette a scavare, mentre lei prende dei fiori da mettere nella buca. <strong>Carlo scava veloce, non riesco a non guardargli i muscoli sulle braccia che si gonfiano e mi faccio schifo.</strong> Io tento di scavare più forte che posso per fare colpo su di lui e mi faccio ancora più schifo.</p>



<p><br>In un’ora riusciamo ad arrivare a un metro, lo dice Elena che misura la buca con il suo corpo, mettendocisi dentro in piedi. Serve la calce, la vado a cercare in garage e Carlo mi segue perché i sacchi pesano<strong>. Io sono ancora eccitata e mi faccio ancora più schifo</strong>, mentre lui cerca tra gli scaffali e io dentro un armadietto.</p>



<p><br>Forse l’ho trovata, dico.</p>



<p><br>Carlo si avvicina e guarda i sacchi che sto indicando e annuisce.<br>Mi giro verso di lui e ci guardiamo negli occhi. Non ci penso neanche troppo, ci avvinghiamo e ci baciamo, con brutalità, come non si dovrebbero baciare due ragazzi &#8211; <strong>ci mangiamo come la nebbia si mangia i colli.</strong> Mi prende il culo e me lo stringe quasi a farmi male, io gli tiro i capelli come se dovessi strapparli. Poi ci stacchiamo, lui si slaccia i pantaloni e mi spinge la testa verso il basso e m’inginocchio. Gli faccio il pompino che mi chiede, glielo prendo in bocca con foga, lui mi prende la testa e lo spinge più in fondo. Lo sento grugnire di piacere e io lo lascio fare anche se sto per strozzarmi, ma sono eccitata e mi faccio davvero più schifo di prima e inizio a toccarmi.<br>Asia, fa Elena. È arrivata nel garage, non l’abbiamo sentita. Carlo si stacca da me e si tira su i pantaloni, prende i sacchi di calce ed esce, senza dire una parola. Io sono ancora in ginocchio.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Asia, stiamo mettendo Dado nella buca, continua lei. Ha la voce ferma, come quando si è arrabbiati ma non si ha la forza di arrabbiarsi.</p>



<p><br>Io sono ancora in ginocchio, non la vedo. <strong>Mi sento la bocca vuota</strong>.</p>



<p><br>Si sta avvicinando. Si mette davanti a me. Ci guardiamo e non c’è bisogno che dica altro. Mi tende la mano per aiutarmi a mettermi in piedi. Poi, senza lasciarla, mi accompagna fuori.</p>



<p>Dado è dimagrito, prima era un cane in forze, adesso è uno scheletro di peli neri. Io e Matilde lo mettiamo dentro la buca. Mentre lo adagiamo esce una zampa dal lenzuolo e io la infilo dentro sperando che lei non l’abbia vista.</p>



<p><br>Io e Matilde ci conosciamo da quando abbiamo cinque anni, è per lei che ho scelto Bologna.</p>



<p><br>Elena mette i fiori sopra Dado, ha fatto un mazzo con delle margherite. Matilde si allontana per prendere un papavero, che mette con cautela perché si sa che il papavero è fragile, che a perdere i petali ci mette niente.</p>



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<p><br>Ci pensiamo noi a ricoprire la buca, fa Matilde a Carlo.</p>



<p><br>Allora vado, dice lui.</p>



<p><br>Grazie davvero.</p>



<p><br>Figurati, fa Carlo, poi dice Ciao, lo dice a tutte ma guarda me negli occhi e se ne va.<br>Buttiamo la calce dentro la buca coprendoci bocca e naso con le sciarpe. Matilde dice che è pericoloso respirarla, di fare attenzione se ci sporchiamo le mani.</p>



<p><br>Riempiamo la buca, ci mettiamo un’altra ora. Io sono distratta, guardo i sacchi di calce e a volte mi danno una scarica di entusiasmo, ma dopo una mezz’ora la buca è quasi piena e la mia bocca sempre vuota e devo vomitare.</p>



<p><br>Vomito nascosta dietro a una siepe, non voglio che le altre mi vedano. Lo so che Elena se n’è accorta, <strong>ma non mi chiede niente</strong>.</p>



<p><br>Quando abbiamo finito ci rimettiamo per terra a fumare un’altra canna. Io non sto più parlando, non so cosa dire. Poi Matilde fa Andate giù, mi faccio una doccia e vi raggiungo.</p>



<p><br>Non vuoi che ti aspettiamo?</p>



<p><br>No, no, andate.</p>



<p>Mentre io e Elena siamo in macchina non parliamo. La nebbia si è mangiata i colli. Arriviamo davanti a casa, in via Saragozza. Tira il freno a mano e si gira a guardarmi.<br>Non dici niente?</p>



<p><br><strong>Non so cosa dire</strong>.</p>



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		<title>Storia di un femminiello e del suo culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 09:59:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti di Scende giù per Toledo, di Giuseppe Patroni Griffi, romanzo in cui viene narrata la favola sconcia a sguaiata di Rosalinda Sprint, femminiello partenopeo innamorato dell'amore che cerca salvezza nella sua Napoli metafisica e puttana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“La luna si svilisce in un cielo di mmerda. Densi fumi caldi si levano dalla città e salgono verso il cielo – Napoli gronda di pisciate violente. Gli acri aromi intiepidiscono la notte.”<br><br>“Sprofondata sottoterra. Orrore e fine. M’hanno annegata in una fogna, m’hanno seppellita in un pozzo nero ancora viva. Mi costringono a mangiare la parte mostruosa di me, quella parte che a ogni creatura è concesso di espellere in segreto nascondendosi – <strong>io che li ho amati, maledetti uomini. Io che immaginavo la mia morte un avvenimento pieno di cose e di persone, muoio privata d’uno sguardo amico, nel nero più assoluto.</strong> Muoio soffocata da me stessa. Senza un gesto. Senza il conforto di nessuno. Ma, forse ce n’è uno. Non sono tutti così, gli uomini.” <br></p>



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<p>&#8220;La rivolta, le allarga le cosce, munge saliva con la bocca ma non la sputa, ne lascia cadere un grosso fiotto diritto al centro del culo che si contrae. È calda. Rosalinda Sprint perde un grido acuto, torce la testa a guardarlo. Dalle labbra di Gennaro si parte un filo di bava che la tiene legata – prima catena d’amore. <strong>Gennaro non si muove, le mani ferme a tenere aperta la polpa delle carni – aspetta</strong>. La catena si assottiglia a poco a poco, si spezza. Due dita nel mucchio di saliva denso, e via, dentro. Un fremito si spande a onde per il corpo – una refola d’ebbrezza, il mare, l’estate, io sono l’estate, io sono il mare, la chiglia d’un veliero mi solca, mi apre, m’increspa. Non è massaggio, è una masturbazione che sfinisce, vorrebbe capire se le dita sono sempre due o tre, non riesce a distinguere, forse quattro, tutte, non sa. Il vento cala, svanisce, l’aria tesa minaccia un ciclone fatale. Un’onda misteriosa si gonfia, si erge carica di forza, e sbatte il veliero contro gli scogli a infrangerne l’orgogliosa polena d’oro. Grida Rosalinda Sprint, grida, quanto a lungo grida, Gennaro entra vivo in lei, ancora grida, non smette mai d’entrare Gennaro vivo, inesorabilmente lento <strong>Gennaro s’addentra, s’ingolfa, si affonda, esala un primo respiro profondo. Le incastra i superbi neri coglioni tra le cosce</strong>. Non la lacrima di prima, un pianto copioso le bagna le gote schiacciate sul letto. Gennaro la fotte e Rosalinda Sprint si sente fottuta – sensazione rara nel suo mestiere. Si sente giusta sotto di lui, si sente fica, si sente aperta, usata e utile, si sente vacca, troia, gorgogliante, insalivata, bavosa, si sente disossata, tuttacarne, medusa tremolante, si sente allargata, piatta, che si espande, si sente crescere come il pane lasciato a crescere, calda di lievito, impastata di sangue e mmerda bollente, si sente priva di parole, incapace di dire, foga di puri suoni che le partono dal fondo e sono rochi, selvaggi, disumani, spezzati o lunghissimi, mai prima intesi, <strong>e Gennaro continua a fotterla con andamento esasperante che toglie il fiato che già hai capito ti porta al manicomio avanti di raggiungere la distruzione finale.</strong> Sa che sarà la sua follia, sa che dal momento che si staccheranno incomincerà a ricercarlo, sa che la sua vita ne sarà avvelenata perché certo le cose non andranno lisce, troppo bello sarebbe… sbatte la testa a destra e a sinistra, non regge più il piacere, a destra a sinistra, punta i gomiti contro il materasso. «No!» grida Gennaro.&#8221;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="744" height="418" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp" alt="" class="wp-image-129" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1.webp 744w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/toledo-foto-1-300x169.webp 300w" sizes="(max-width: 744px) 100vw, 744px" /></figure>



<p>&#8220;Si arresta. Un attimo.<strong> L’afferra di sorpresa, se la tira su contro il petto, e corre per la stanza stringendosela addosso, mordendole il collo, le spalle, annaspando, mentre le scarica dentro getti e getti di roba. Quando ha finito se la lascia scivolare dalle braccia, dal pesce, e Rosalinda Sprint sbatte con l’anca a terra – se ne accorgerà più tardi: una lividura e un gonfiore così. «Puliscimi».</strong> Gennaro a gambe aperte, inginocchiato su lei, le appoggia il pesce alle labbra. Rosalinda Sprint con la lingua glielo lava dalla punta alla radice: umiliazione, intimità anelate, privilegio orgoglioso. Glielo asciuga scorrendovi sopra le labbra asciutte: o pesce d’oro di Tutankamon, dolce schiavitù d’amore. Tre volte Gennaro la chiava, tre volte la riempie. Ora va di là – se lo rinfresca. Rosalinda Sprint è rimasta morta. Stanno seppellendo il suo culo; seduta su una nuvoletta nel cielo del camposanto osserva la funzione.&#8221;</p>



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<p>&#8220;Come da sotto a un cappello si estrae un altro cappello, così dal suo culo aggrinzito di vecchia, tirano fuori quello vero, rimasto giovane e palpitante. Tutti si segnano, qualcuno ha un empito di commozione. Il prete coi paramenti neri lo benedice – il culo vecchio viene gettato tra rifiuti, fiori secchi, acque melmose, il nuovo lo depongono religiosamente nella fossa. Arriva Gennaro vestito a lutto, non è per niente invecchiato, è rimasto a vent’anni; si ferma accanto ai becchini, getta un fiore sul culo dell’amore. Stranissimo – al contatto quello si apre e risucchia il fiore seppellendolo dentro di sé. Palettate di terra lo sommergono. <strong>«Ne ho conosciute puttane ma scellerate così non credevo ce ne fossero»</strong>. È Gennaro che si sta abbottonando i pantaloni, capelli lisci di bagnato, sapore d’acqua fresca. «Mentre stanno interrando tuo padre, tua madre, che sviene tra le braccia di mia madre, tu, senza rispetto, adeschi tuo cugino, approfitti di me che sto distrutto da questa morte di zio, che non tengo esperienza delle chiaviche pari tue, e invece di piangere e pregare, nelle stesse stanze dove fino a poco fa c’è stato il morto ti abbandoni all’invertimento più osceno che si può immaginare. Coltellate in culo ti dovevo dare, altro che pesce. Mi fai ribrezzo. Come ho potuto, con te che sei la nostra vergogna, come ho potuto – mi butterei dal balcone…». «No!». «No? Sono vigliacco ma fino a un certo punto; ora mi paghi, mi paghi». L’acchiappa per la gola. «No, Gennaro, no, io t’amo, sei l’uomo mio!». Le caccia otto dita fra i denti, spalanca a forza le gambe che resistono, per sputarle in gola un vecchio catarro da tabacco. «Non sarò io, l’uomo tuo di mmerda, lévatelo dalla testa. Non t’azzardare a cercarmi, sai, t’ho avvisata, t’ho!». Si impadronisce della borsa che intanto ha adocchiato, la rovescia, prende il danaro che trova, scappa. «Ti amo, ti amo», piange Rosalinda Sprint. Corre sul balcone, lo vede uscire che si sta infilando ancora i soldi in tasca. Attraversa la strada e scompare come un ladro. Magnifico.&#8221;</p>



<p><strong>Estratti di <em>Scende giù per Toledo</em>, di Giuseppe Patroni Griffi, (GOG Edizioni).</strong></p>



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		<title>L&#8217;AIDS è una malattia meravigliosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:20:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da All'amico che non mi ha salvato la vita, il diario intimo in cui Hervé Guibert testimonia la sua lenta e inesorabile discesa negli abissi della malattia. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ho avuto l’AIDS per tre mesi</strong>. Più esattamente, ho creduto per tre mesi di essere condannato dalla malattia mortale che chiamano AIDS. Allora non mi facevo idee precise, ero davvero contagiato, il risultato positivo del test era lì a testimoniarlo, così come alcune analisi che avevano dimostrato che il mio sangue iniziava un processo di degradazione. Ma, in capo a tre mesi, uno straordinario caso mi fece credere, e mi diede quasi la certezza, che sarei potuto sfuggire a questa malattia da tutti ancora considerata incurabile. Così come non avevo confessato a nessuno, tranne ad amici che si contano sulle dita di una mano, che ero condannato a morire, non confidai a nessuno, tranne a quegli stessi pochi amici che <strong>me la sarei cavata, che sarei stato, per quel caso straordinario, uno dei primi sopravvissuti a questo inesorabile male.</strong></p>



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<p><br>[&#8230;]<br>Jules mi aveva detto che <strong>l’AIDS è una malattia meravigliosa</strong>. Ed è vero che io scoprivo qualcosa di soave e affascinante nella sua atrocità: si trattava certamente di una malattia inesorabile, ma non era fulminante, <strong>era una malattia a livelli, una lunga scala che portava sicuramente alla morte, ma di cui ogni scalino rappresentava un apprendimento senza pari, era una malattia che dava il tempo di morire e che dava alla morte il tempo di vivere</strong>, il tempo di scoprire il tempo e di scoprire finalmente la vita, era in un certo senso una geniale invenzione moderna che ci avevano trasmesso le scimmie verdi dell’Africa. E la disgrazia, una volta che vi si era immersi, era molto più vivibile del suo presentimento, in definitiva molto meno crudele di quanto si potesse pensare. <strong>Se la vita non era che il presentimento della morte</strong>, con il torturarci senza sosta quanto all’incertezza della sua scadenza, l’AIDS, fissando un termine certo alla nostra vita, faceva di noi degli<strong><em> </em>uomini pienamente consapevoli della loro vita</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-355" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hervé in uno dei ritratti che testimoniano l&#8217;avanzare della malattia</figcaption></figure>



<p>Consultando la mia agenda del 1987, potrei datare al 21 di dicembre la scoperta sotto la lingua di piccoli filamenti biancastri, specie di placche senza spessore. <strong>Il mio sguardo vacillò in quell’istante</strong>, e per un millesimo di secondo vacillò anche quello del dottor Chandi, trafitto dal mio come un colpevole braccato da un investigatore, quando gli mostrai la lingua, il giorno successivo nel suo ambulatorio. <strong>Davanti a un segno catastrofico il dottor Chandi è troppo giovane e inesperto per saper mentire, il suo sguardo non è allenato a diventare opaco al momento giusto, a non battere ciglio: egli conserva nei confronti della verità una trasparenza di un millesimo di secondo</strong>, come il diaframma fotografico che si apre per assorbire la luce prima di richiudersi per calibrarla. </p>



<p></p>



<p>Dovevo pranzare con Eugénie quel giorno, le mentii per omissione, improvvisamente svuotato da ogni desiderio e da ogni sentimento amicale, interamente assorbito dalla mia preoccupazione. La sera prima l’avevo passata con Grégoire: prima di avere la conferma da parte del dottor Chandi, era a me stesso che avevo mentito, aspettando ancora un po’ prima di essere catturato da una formidabile repulsione riguardo al solo organo sensuale al quale Grégoire permetteva talvolta una comunicazione erotica. In un primo tempo mentii anche a Jules, assente da Parigi, per quello stesso riflesso istintivo dell’omissione. <strong>Il dottor Chandi non pronunciò alcun verdetto, tanto più che era stato avvertito della realtà della mia malattia per via di quell’herpes zoster che si era manifestato otto mesi prima</strong>, quando ancora non ero un suo paziente. Doveva semplicemente guidarmi, con la maggior dolcezza possibile, verso un nuovo stadio della mia malattia. Con dei piccoli tocchi, attraverso scandagli dello sguardo, mi interrogava sui miei stadi di coscienza e d’incoscienza, facendo variare di qualche millesimo di millimetro l’oscillometro della mia angoscia. Diceva: «No, non ho detto che era un segno decisivo, ma le mentirei se le nascondessi che è un dato statistico». Se un quarto d’ora dopo gli chiedevo, preso dal panico: «<strong>Allora, è un segno veramente inequivocabile?</strong>», lui mi rispondeva: «No, non direi, ma si tratta nondimeno di un segno abbastanza determinante». Mi prescrisse un liquido giallo e disgustoso, il Fongylone, nel quale dovevo mettere a bagno la lingua ogni sera e ogni mattina per venti giorni. Ne portai con me a Roma <strong>venti flaconi che avevo nascosto prima nei miei bagagli</strong>, poi dietro altri prodotti, sulle mensole degli armadietti della cucina e sugli scaffali del bagno, dove mi rintanavo mattino e sera in maniera umiliante e al limite della nausea per ingerire i prodotti a insaputa di Jules e Berthe, che mi avevano raggiunto a Roma. Vivevamo insieme, Jules, Berthe ed io: loro due andavano a dormire nel letto matrimoniale sul soppalco, io nel lettino in basso. <strong>Il giorno di Natale avevo avvisato Jules di quello che mi succedeva</strong>, e che, fatalmente, ci succedeva, e avevamo deciso di non parlarne a Berthe per non rovinarle le vacanze. Jules, facendo finta di niente, faceva progetti sul futuro e coinvolgeva Berthe: che nei prossimi anni dovevano andare a risposarsi in campagna, che Berthe doveva chiedere di essere esonerata dall’insegnamento, almeno per un anno sabbatico, sottintendendo che non dovevamo sprecare quei pochi anni ormai contati che ci restavano da vivere. <strong>Per quanto riguarda me, scrivevo il mio libro</strong>, condannato, vi raccontavo il tempo della nostra gioventù, quello in cui Jules, Berthe ed io ci eravamo incontrati e amati. Avevo iniziato a comporre l’elogio di Berthe, nei termini in cui Muzil prima della morte aveva pensato, sinceramente o per scherzo, di scrivere il mio elogio, e tremavo ogni giorno per paura che Berthe mettesse il naso nel manoscritto che pure lasciavo, in fiducia, sulla scrivania.<br><br></p>



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		<title>Sul delitto d&#8217;amore come una delle belle arti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 11:04:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo uscito sul numero 18 del Bestiario<br />
"Sempre tossico è l'amore".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esistono quattro forme d’amore, legate ai quattro elementi. Nessuna di queste può prescindere dal desiderio di <strong>dare la morte alla persona amata.</strong></p>



<p>Una generale incomprensione circa la natura dell’amore porta a credere che si ami il pieno, che si ami la vita, le qualità, i predicati, ciò che l’altro ci dà, invece di quello che ci toglie, invece del vuoto. Non esiste una qualità che possa realmente essere oggetto d’amore; i mattatori o le donne di successo, le personalità forti o gli spiriti coinvolgenti allettano solo le fantasie degli amanti immaturi. Di fatto non esiste una virtù, un attributo o una qualità che, oggetto d’amore, in un dato lasso di tempo non si trasformi in fonte d’odio e di disprezzo. Le qualità, gli attributi, le virtù ambiscono a una stabilità inconciliabile con il divenire irrequieto del desiderio amoroso. Se ci si trova ad amare in tal maniera ci si scopre col passare degli anni a tollerare, nella migliore delle ipotesi, quel che un tempo ci aveva ammaliato, e la fiamma dell’amore si ravviva solo se, in società, rubiamo dagli occhi degli altri il fascino che un tempo ci aveva abbagliato, o scaviamo nei ricordi per confermare quel sentimento che ormai ha più il tenore di una clausola di un contratto che di una viva seduzione.</p>



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<p>È una stanca rappresentazione quella che evita di confrontarsi con ciò che da sempre suggerisce l’universale desiderio di dare la morte alla persona amata. Non si può amare davvero qualcuno se in qualche misura non si sente il bisogno insopprimibile di togliergli la vita, con una violenza commisurata alla passione del sentimento. L’amore si realizza solo se a lenire le pene di un cuore infetto dall’amore non è il possesso della persona amata, o la sicurezza di averla a fianco per una durata che un’immaginazione esuberante pretende eterna. Esso si realizza, l’amore ha luogo, solo se la felicità di chi ama – ovvero un suo compiaciuto e sereno perseverare nell’esistenza &#8211;&nbsp; <strong>sarebbe possibile solo se la persona amata sparisse del tutto, o meglio ancora non fosse mai esistita</strong>. Di qui, per chi concede alla propria follia amorosa di esprimersi senza mediazione, nasce l’impulso a fare a pezzi il corpo amato, nella speranza mal riposta che al dissolversi della carne sia assolta pure la condanna ad amare.</p>



<p>Delle quattro forme di amore, legate ai quattro elementi, ciascuna è connessa in un modo o nell’altro con il dono di morte.</p>



<p><strong>L’amore di terra, il più semplice, per animi meno nobili, è sempre sull’orlo di trasformarsi in massacro</strong>. Si uccide qui per un eccesso di possesso, in direzione opposta a quel nulla che la morte potrebbe portare in consegna. Non si uccide per costringere l’amante nel nulla – l’unico luogo all’altezza del suo mistero – ma per portarlo a sé, per possederlo a pieno, per annientarne l’imprevedibilità. L’opera di morte, nell’amore di terra, è prerogativa delle bestie. <strong>Ciò che rende la persona amata tale – la sua libertà, il mistero della sua presenza – è intollerabile per principio</strong>. Un’indole tellurica è sempre a rischio di liberare lo sfogo che trasforma un amplesso amoroso nelle <em>carezze di un animale</em>, e se la cosa accade di rado è per quella minima attitudine all’autocontrollo che l’educazione e il costume (e il sistema carcerario) oggigiorno prevedono. Quella stessa attitudine viene meno (quasi esclusivamente negli uomini) nel momento in cui una delle due parti unilateralmente tronca il rapporto, riaffermando quella stessa libertà che è fonte e oggetto dell’amore. Nell’offuscamento della coscienza che questo strappo produce si libera quel desiderio di morte, solo a lungo sopresso ma mai del tutto escluso. L’amore si riafferma così nella sua natura più pura, colorando le pagine di cronaca.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-full"><img decoding="async" width="800" height="431" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/rocco-2.jpg" alt="" class="wp-image-79" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/rocco-2.jpg 800w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/rocco-2-300x162.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/rocco-2-768x414.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scena tratta da <em>Rocco e i suoi fratelli</em> di Luchino Visconti</figcaption></figure>



<p><strong>L&#8217;amore d’acqua è l’amore coniugale, piatto, assecondante, quotidiano</strong>; come l’acqua riempie i volumi e accoglie la commistione, così questo amore si adagia, si accontenta. Solo un’acritica illusione può credere che questo genere d’amore non sia del tutto compromesso con la morte. Una morte che si accoglie nella quotidianità, seppure perennemente differita. Dell’altro, in un amore di questo genere, se ne mortifica la vitalità, costringendolo in un compromesso a rinunciare a tutto ciò che caratterizza l’esuberanza del suo desiderio; lo si confina nella versione più spenta &#8211; e mortifera – della sua esistenza. Poi certo, ci si tiene compagnia e si dividono le spese del mutuo, ma <strong>ad animare il talamo nuziale non è altro che la furia omicida costretta al compromesso della convivenza, distillata a piccole dosi di veleno quotidiano</strong>; è il desiderio di dare la morte al proprio coniuge e vedergli vivere quella stessa morte che egli dispensa.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="480" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/divorzio-1024x480.jpg" alt="" class="wp-image-80" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/divorzio-1024x480.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/divorzio-300x141.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/divorzio-768x360.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/divorzio.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scena tratta da <em>Divorzio all&#8217;italiana</em> di Pietro Germi</figcaption></figure>



<p><strong>L&#8217;amore di fuoco è evidentemente connesso con il desiderio sacrificale dell’opera di morte</strong>. L’estasi amorosa confina con l’istinto omicida e se ne alimenta. Ai lettori di Bataille la cosa risulterà del tutto ovvia, ma in fondo chiunque abbia spinto un qualche genere di passione oltre la forma meccanica della sua messa in scena, non avrà non potuto percepire come, al limite dell’estasi e del coinvolgimento, il nulla della morte chiami a sé gli amanti, parlando <em><strong>con voce profonda senza dire niente.</strong> </em>Il fuoco tuttavia consuma consumandosi; nella passione di questo tipo, la vita che si strappa alla persona amata porta con sé nell’abisso l’unica speranza di chi dà la morte di accedere a qualcosa come un fuori, un’alternativa. Sprofondando nella morte, l’altro priva l’amante dell’unico dono che poteva elargirgli, quello di dargli a sua volta la morte. La cenere fredda di un amore di fuoco portato al limite della morte sparge nel vento un’unica consapevolezza: che il destino dell’uomo è quello di essere una <em><strong>supplica senza risposta</strong></em></p>



<p><strong>L’amore di aria si adagia nel vuoto e gioca tra la piena presenza che rapisce e l’immediata sparizione</strong>. È la forma più alta, l’unica in cui il desiderio non può essere condotto all’assassinio perché vive di quel nulla che la morte serve solo a evocare. È l’amore della pura presenza fugace, così presente da non poter essere rap-presentato senza tradimento. È l’unica forma eterna, che non conosce dissoluzione o invecchiamento, perché dell’altro si ama non questa o quell’altra qualità, ma il nulla che sottende alla sua presenza, il suo mistero non mistificato, ma accolto come tale. Solo in questo genere d’amore il desiderio di dare la morte svanisce, perché essa,<strong> la morte, è la condizione stessa del rapporto.</strong> È il suicidio-omicidio (il <em>kamikaze</em> è anzitutto un tifone di natura divina per i giapponesi) che coinvolge gli amanti quasi come se, una volta dissoltosi, resti ad aleggiare solo quel nulla, di modo che a stento si potrebbe dire che qualcosa come un rapporto ha avuto luogo. Eppure, se vi ci si abbandona, spariscono le rigidità e le storture delle identità e dei rapporti e resta solo l’incontro dei corpi, e il loro amore, il cui compimento coincide con l’immediata dissoluzione.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="670" height="368" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/tango.jpg" alt="" class="wp-image-81" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/tango.jpg 670w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/tango-300x165.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 670px) 100vw, 670px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scena tratta da <em>Ultimo tango a Parigi</em> di Bernardo Bertolucci</figcaption></figure>



<p>La brutalità del delitto d&#8217;amore &#8211; la contraddizione che lacera chi lo compie e la pena che infligge a chi lo subisce e ai suoi cari &#8211; per uno sguardo sufficientemente cinico e disumano, potrebbe annoverarsi tra le file delle opere delle belle arti.  </p>



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