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	<title>Europa Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Berlino è la capitale europea della solitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 08:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ti ripeti che sei nel posto giusto, che va tutto bene, che sei dove devi essere, nel mezzo della scena più fica d’Europa, nel tempio del divertimento, della musica, della gioventù infinta, dell’underground. Mentre balli nei club più conosciuti del mondo ti guardi intorno di striscio – solo di striscio, però, che non si fissa; devi integrare il movimento al tuo ritmo di danza – e noti che sono tutti stilosissimi, eccentrici, ballano quasi tutti, ciascuno ha il suo quadrato, ti puoi muovere nello spazio agevolmente, non beve quasi nessuno. E tu sei come loro. Ci sei dentro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Berlino è la capitale europea della solitudine.</strong>&nbsp;Basta andarci anche solo un weekend all’anno per convincersene, ogni volta di nuovo. Abbiamo tutti un amico/o/u che a Berlino ci è rimasto, in tutti i sensi, doveva starci solo un mesetto, massimo un anno, nuova esperienza, cambio di vita; solo che poi pagano bene, anche nei bar o nei ristoranti, e che ci torni a fare in Italia?&nbsp;<strong>Lì c’è il salario minimo, le agevolazioni, la droga te la regalano praticamente, costa più uno schawarma che un grammo di mefedrone, e puoi provare a essere un artista,</strong>&nbsp;questa volta per davvero, la gente ti prende sul serio, puoi provarci senza i sussidi della Genitori-Nonni, la fondazione che investe a fondo perduto nel mercato dell’arte italiana e mantiene indefinitamente le sue nuove leve.&nbsp;<strong>Qui puoi lavorare – lavoretti qualunque &#8211; e campare dignitosamente, e ti avanzano tempo e soldi per le feste e per i sogni.</strong><br><br>Poi anche se non sei un artista, ma qualcosa giù di lì,&nbsp;<strong>un dj, un grafico, comunque a Berlino puoi starci indefinitamente,</strong>&nbsp;quanto tempo vuoi, tanto di lavoretti ce ne sono a bizzeffe, ci sono bar ovunque, ristoranti ovunque, Lidl a ogni angolo, e cercano sempre nuovi impiegati; nessuno ti farà sentire fuori luogo o vecchio,&nbsp;<strong>anche i 40enni a Berlino si vestono come ventenni,</strong>&nbsp;vivono da ventenni,&nbsp;<strong>si drogano da ventenni,</strong>&nbsp;a noi ce l’ha insegnato la RAI e Gabriele Muccino che dopo i 30anni se vuoi mettere su famiglia e diventare adulto devi vestirti come un impiegato, abbruttirti nella cellula nucleare della famiglia, aspettare quella copia più giovane di tua moglie per innescare una crisi di mezz’età, con tutti gli stilemi della crisi cinematografica, tra grida e pianti e tuo figlio adolescente che scopre le pippe e le canne. Su in Germania invece,&nbsp;<strong>a Berlino in particolare, le coppie con figli passeggiano stilose per i canali</strong>, coi vestiti strappati all’ultimo grido,&nbsp;<strong>con tatuaggi che sembrano scarabocchi fatti a caso ma sono tatuaggi,</strong>&nbsp;con le facce sfrante a weekend alterni, una domenica lei una lui, non per le responsabilità domestiche e i pannolini, ma per il sabato nei club previsto contrattualmente dall’evoluzione della loro scopata-Hinge in relazione aperta con figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>E te lo ripeti in testa tutti i weekend, mentre impianti sonori imbattibili per qualità ti investono il corpo di ritmi sempre nuovi, roba che in Italia se la sognano, che non se la cagherebbe nessuno, perché&nbsp;<strong>in Italia non sanno ballare, non sanno fare festa, i club sono tutte in mano alla ’ndrangheta, con i coatti sottocassa,</strong>&nbsp;i Gin Tonic, le palpate; oppure sono costretti a chiudere dopo poco, multa dopo multa.&nbsp;<strong>A Berlino neanche si beve</strong>, o comunque si beve poco, non è quello il tema. I<strong>mpari presto che l’alcool ti azzoppa il weekend, così come l’MD o le pasticche, roba da Erasmus, da napoletani in trasferta</strong>. Se vuoi durare tutto il weekend &#8211; e devi durare tutto il weekend, da venerdì a lunedì mattina, after inclusi, sennò a Berlino che ci stai a fare? &#8211;&nbsp;<strong>ti serve qualcosa che scenda e che salga senza lasciare troppe tracce</strong>, ketamina, mefedrone, lsd, funghetti, eccezionalmente della cocaina, ma&nbsp;<strong>solo se sei lì per fare network, oltre a ballare, se devi essere un po’ presentabile o se vuoi lusingare qualche dj mentre provi a legarci con una conversazione un po’ banalotta in bagno.</strong><br><br>Ti ripeti che sei nel posto giusto, che va tutto bene, che sei dove devi essere, nel mezzo della scena più fica d’Europa, nel tempio del divertimento, della musica, della gioventù infinta, dell’underground. Mentre balli nei club più conosciuti del mondo ti guardi intorno di striscio – solo di striscio, però, che non si fissa; devi integrare il movimento al tuo ritmo di danza – e&nbsp;<strong>noti che sono tutti stilosissimi, eccentrici, ballano quasi tutti, ciascuno ha il suo quadrato</strong>, ti puoi muovere nello spazio agevolmente, non beve quasi nessuno.&nbsp;<strong>E tu sei come loro. Ci sei dentro.</strong>&nbsp;Ci sei dentro per sempre, puoi durare all’infinito, puoi ballare&nbsp;<strong>fino all’alba, fino al tramonto</strong>, fino all’alba ancora dopo,&nbsp;<strong>stai decostruendo il tuo cervello dal giudizio di te stesso,</strong>&nbsp;il giudizio degli altri, il giudizio dei tuoi genitori, delle tue ex,&nbsp;<strong>del tuo bocconiano interiore</strong>, dei coatti sottocassa, di tutto quell’insieme di volti, sentenze e prescrizioni che ti hanno reso come tutti gli altri e non ti hanno mai permesso di esprimerti, di vestirti come volevi,&nbsp;<strong>di desiderare donne, anche pelose e brutte, anche uomini, di ballare, pure male, e chissene frega, tanto non se ne accorge nessuno.</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f-WO!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fee90b63c-f94b-4cb0-b0de-2438ed143576_828x730.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!f-WO!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fee90b63c-f94b-4cb0-b0de-2438ed143576_828x730.jpeg" alt="" title=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Poi però ti iniziano a pesare le gambe</strong>, all’inizio appena un poco, un attimo appena, una scarica di sudore freddo. Ma ci stai ancora dentro, sei ancora nel posto giusto, hai ancora le energie per fare tutto questo,&nbsp;<strong>i pensieri intrusivi che affiorano sono solo pensieri intrusivi per l’appunto, qui per romperti la vibe, immagini confuse dei tuoi genitori, dei tuoi amici di infanzia</strong>, di quello che dicevi prima di partire, del perché sei venuto qua, il commento acido della tipa all’ingresso, gli sguardi in bagno, persi e confusi, le risate finte, i discorsi che sembrano copioni.&nbsp;<strong>Ti guardi intorno, ci sono i tuoi amici di Berlino che ballano ancora, ma anche loro si guardano intorno più di prima.</strong>&nbsp;Si stanno divertendo? Come si fa a capire se qualcuno si sta divertendo davvero o sta facendo finta? Se balla davvero o sta facendo finta?&nbsp;<strong>Da quante ora siamo qua dentro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Potresti andartene a casa, ma è ancora presto, guardi l’ora sul cellulare, anch’essa di striscio, perché se guardi l’ora vuol dire che non ti stai divertendo; sono le 5, c’è ancora un after intero da affrontare e vogliono andarci tutti, è lì che si creano le vere relazioni, la notte a malapena ti vedi, ti incroci in bagno, ti passi un po’ d’acqua.&nbsp;<strong>Potresti farti un giro, ma hai già girato tutto il locale, potresti farti una chiacchiera con uno dei tuoi amici, ma non ti viene in mente niente da dire</strong>, tutti i pensieri che ti vengono in mente sono solo pesantate, inappropriati per le feste, troppo seri, troppo stereotipicamente seri.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WRbB!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F64e1cb29-5507-4862-a901-75f3a25a1304_1080x1350.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WRbB!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F64e1cb29-5507-4862-a901-75f3a25a1304_1080x1350.jpeg" alt="" title=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Forse puoi provare a smettere di pensare, a chiudere gli occhi, a ballare un altro po’, durare un altro po’, magari succede qualcosa, qualcosa finalmente cambia, col sole che sorge e un’altra notte nella banca delle esperienze,&nbsp;<strong>un altro dj ascoltato, un altro locale visto.</strong>&nbsp;Ma sì, continua a ballare, non ci pensare, domani è un altro giorno, sei nel posto giusto, con le persone giuste, è tutto molto meglio di casa, del paesazzo inutile da cui vieni, della città del nord dell’università dove non succede più niente di interessante, e qui ci puoi stare per sempre, finché ti durano le gambe, finché ti scaldano il letto degli sconosciuti, o sei così stanco e consumato da essere quasi contento di svegliarti da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>Non andate a studiare in Olanda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 09:58:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdam]]></category>
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		<category><![CDATA[studiare all'estero]]></category>
		<category><![CDATA[Tondelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amsterdam ti chiede tanto e ti dà poco. Cerca di essere romantica ma non ci riesce mai pienamente. Cerca di essere scenografica ma non ha una vera e propria geografia letteraria. Una città che a livello di spazi sociali e culturali è povera e quello che c’è va via via sfumando.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In <em>La Caduta</em>, Albert Camus descrive i canali concentrici di Amsterdam come i gironi danteschi. Più ti avvicini al centro più scendi verso gli inferi luciferini. Io, se all’inferno piovesse così tanto, smetterei di dire la parola “dio” invano o a trastullarmi sul divano. Amsterdam; sesso droga e rock and roll, gli anni ’70, la liberazione sessuale, Anna Frank, la libera droga il libero stato. Amsterdam; la Venezia del Nord, la Gerusalemme Europea, la Nuova Londra, la Piccola San Pietroburgo, <em>Amsterdam per me provinciale, Comacchio in maggiore</em>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso,<br>un acquitrino.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Perché siamo al fondo, ha notato che i canali concentrici di Amsterdam assomigliano ai gironi dell’inferno? L’inferno borghese, naturalmente, popolato di brutti sogni.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Albert Camus)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se al liceo hai fatto una scuola internazionale. Se possiedi un International Baccalaureate. Se sei cresciuto a Doha. Se in quarta hai fatto l’anno all’estero. La Scuola Steineriana. Se hai fatto il College in Inghilterra e sei uscita di casa a 16 anni, per tua scelta… Se tua madre è Stefania nella Grande Bellezza. Se sei Tommaso in <em>Ovosodo</em>. Se ti piacciono le cannette, ma non così tanto da andare a pinzare da Faruk, tuo amico d’infanzia che vende il fumo sempre nello stesso cespuglio da quando avevate quindic’anni. Un giorno ti sveglierai e avrai voglia di andar da qualche parte, per fare un esempio: in Olanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, tondelliano e figlio del gran troiaio, triangolo delle Bermuda Bologna-Modena-Ferrara, sulla mia ronzinante Fiat Qubo a metano imboccato l’autobahn più meravigliosa che c’è parto verso il nord, destinazione Amsterdam: triennale in Analisi Letteraria e Culturale, chi mi fermerà più?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Correggio sta a cinque chilometri dall’inizio dell’Autobrennero di Carpi, Modena che è l’autobahn più meravigliosa che c’è perché se ti metti lassù e hai soldi e tempo in una giornata intera e anche meno esci sul Mare del Nord, diciamo Amsterdam, tutto senza fare una sola curva. Entri a Carpi ed esci lassù. Sono sulla strada amico, son partito, ho il mio odore a litri nei polmoni, ho fra i denti la salsedine aaghhh e in testa libertà. Sono partito, al massimo lancio il motore, avanti avanti attraversare il Po, dentro ai tunnel tra le montagne di Verona, avanti sfila Trento sulla destra e poi Bolzano e poi al Brennero niente frontiere per carità, non mi fermo non mi fermo, verso Innsbruck forte forte poi a Ulm, poi via Stuttgart e Karlsruhe e Mannheim, una collina dietro l’altra, da un su e giù all’altro, spicca il volo macchina mia, vola vola, Frankfurt, Köln, forza eddai ronzino mio, ormai ci siamo, fuori Arnhem, fuori Utrecht, ci siamo ci siamo ostia se ci siamo senti il mare? Amsterdam Amsterdam! Son partito chi mi fermerà più? […]”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Tondelli)</em></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Avevo letto del Tondelli di “Altri Libertini”, al Vondelpark, degli anni ’70. Che s’accendevano i fuochi, si dormiva all’agghiaccio, con le pere e la maria e i trip savanici. Poi di quello di “Camere Separate” negli anni ’80, del <em>non c’è più nessuno al Vondelpark</em>, solo i gruppi per la protezione degli uccelli del parco. Niente musica, droga, fuochi o sacco a pelo. Gli anni ’70 sono tramontati, e il grande parco, polmone della città, ne è testimonianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io sono arrivato ad Amsterdam ad inizio settembre del ’23, ho incontrato un greco che assomigliava a Tondelli, gli ho tradotto i passaggi ambientati in quel parco e, prese due birre in lattina, montati sulle biciclette (“cigni funebri che girano senza tregua”, secondo Camus) ci siamo diretti verso il parco, romantici, nostalgici, analisti letterari e culturali. Ci siamo seduti sull’erba fracica e abbiamo aperto le birre. Ed ecco l’immaginazione prendere la deriva, il parco delle libertà, dell’amore, il celebre Vondelpark era ancora lì, quelle stesse querce che avevano fatto ombra all’Amsterdam degli anni ’70 erano ancora lì, e noi eravamo appena arrivati, pronti per l’avventura. Da dietro sento qualcosa che mi tocca la spalla. Subito penso alla storia che quello stesso pomeriggio m’aveva raccontato Maia, che mentre guardava un film in un cinema della città si era trovata un topo sulla spalla. Mi giro, vedo una camionetta della polizia, due agenti si ergono impettiti dietro di noi. Il roteare della mia testa fa da interruttore a un’intensa sbraitata in olandese. “English please”, gli dico io. “Volevamo gentilmente comunicarvi a titolo informativo che il Vondelpark è morto”, era stata un’ordinanza del sindaco, dicevano. Che non era vietato stare lì, ma che forse avremmo preso freddo, dicevano. Dopo gli hippies e i gruppi di protezione uccelli, al Vondelpark eran rimasti i poliziotti. Che nessuno lo dica a Tondelli, per l’amor del cielo. Io e Dimitris ci alziamo, prendiamo le biciclette e ci dirigiamo in silenzio verso l’uscita, sembrava fare più freddo di prima. Magari il signor agente aveva ragione, ma secondo me, era solo una sensazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli italiani ad Amsterdam sono tantissimi, come poi in qualsiasi altro angolo del mondo. Si riconoscono dalla smorfia sofferente che fanno nei bar al momento del pagamento del caffè (in media 3 euro a espresso), dalle occhiaie e dai trattenuti colpi di tosse, sintomo di un perpetuo raffreddamento che accompagna inevitabilmente la permanenza al nord. Un olandese del tipo Vondelpark</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[“Forse è piuttosto un Vondelpark. Nel suo aspetto fisico, infatti, c’è la sopravvivenza del tipo nordico degli anni settanta. Il Vondel ha sempre qualcosa che sfugge, qualcosa di leggermente corrotto e vissuto, un che di délabré. Tanto per fare un esempio: i polpastrelli anneriti dalle sigarette rollate con il tabacco.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Tondelli)]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">mi raccontava di aver scritto un’operetta satirica sulla risibile comunità di espatriati italiani nella sua città, città che – diceva lui – non avremmo mai afferrato, né compreso, e nella quale non avremmo mai messo radici. Partendo dalla nostra ridicola gestualità, dalla nostra ridicola smorfia alla cassa del bar, dal nostro soffrire il meteo. Per non parlare dell’italianissimo ridicolo rapporto col sesso, dettato, inutile dirlo, da una morale cattolica che lui, calvinista-giudaico, riteneva patetica. Era stato con ben più di una italiana, proclama orgoglioso, deludenti nell’atto: era colpa del Papa. Io gli ho chiesto di leggerla, tale brillante commediola (analista letterario e culturale), lui mi aveva detto che per farlo avrei dovuto imparare l’olandese. Io gli avevo detto “col cazzo” e l’avevo mandato a fare in culo. Lui mi aveva detto che lui, a noi, non ci sopportava proprio. Che poi l’avevo incontrato il giorno dopo, alla manifestazione, mentre gridava a squarciagola “siamo tutti antifascisti” – e viva l’Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un bar di Bruxelles (non si può negare ad Amsterdam il merito di essere vicinissima a Bruxelles) un professore di letteratura italiana mi aveva chiesto come mi fosse venuto in mente di studiare letteratura ad Amsterdam. Una domanda che per ovvie ragioni escludeva, nell’enunciazione, una risposta nemmanco lontanamente intelligente. Ho quindi ripiegato sulla supercazzola della retorica etimologica: “Ma no, non ci siamo capiti: è un corso principalmente basato sugli studi culturali, un corso unico nel suo genere, capace di mescolare letteratura e studi culturali, innovativo, progressista, rivoluzionario, un corso all’olandese”, gli avevo detto. E ancora, che dopo la Brexit Amsterdam era la Nuova Londra, che essere li aveva senso, che era al centro. Lui mi aveva guardato scuotendo la testa: “Potevi stare a Bologna”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa permanenza in Olanda, mi è capitato di vedere, uno a uno, tutti i carissimi amici della sopracitata comunità di italiani espropriati ad Amsterdam (Italians in Amsterdam, su Facebook), sbiancarsi alla semplicissima domanda “<em>Perché Amsterdam?</em>”. La risposta è chiara a tutti noi (mistero della fede): l’università non prevede selezioni, il processo burocratico di iscrizione è semplice, la deadline dell’application tardi. Oppure volevi soddisfare gli investitori e far fruttare l’educazione bilingue. Oppure il sito-cartomante a cui ti eri affidato per la scelta della triennale ti aveva spedito lì, e tutto sommato avevi pensato che fosse inutile essere scettici. In ogni caso questa domanda, in qualche modo, colpiva tutti. Tutti a parte uno, il mio primo coinquilino, il caro Francesco. Classe 2003, s’era formato e aveva sul curriculum quasi un decennio di spaccinaggio a Torino, la sua città natale, e aveva deciso di seguire il proprio sogno, di trasferirsi ad Amsterdam e aprire un coffee shop. Passava le sue giornate a rollare canne da vendere (200 a settimana) al coffee shop dietro casa, di cui era diventato fornitore. Essere ad Amsterdam per lui aveva senso. Amsterdam, la Gerusalemme del Nord (per la grande comunità ebraica), era la sua Mecca. Gli ho mandato un messaggio recentemente, mi ha detto che s’era rotto, era tornato a fare lo spaccino a Torino che tanto cambiava poco e si mangiava meglio.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Quest’estate ero in Sicilia, in un’isoletta, a strinarmi giorno dopo giorno per poter conservare un poco di sole nel sottopelle per affrontare un altro anno di perpetuo inverno. Come quando fai la doccia bollente perché sai che dopo un’ora dovrai uscire e avrai freddo, allora quelle ustioni di primo grado sono – tutto sommato – un investimento per il futuro. Finisci per soffrire sia il caldo prima che il freddo dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi era stato riferito che un tal Riccardo sarebbe venuto a cena da noi quella sera, e che avrebbe portato del pesce fresco che aveva pescato quel pomeriggio. Avevano aggiunto che anche lui – come me – abitava ad Amsterdam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, quando incontri qualcuno che abita ad Amsterdam è fondamentale capire il prima possibile se siete dalla stessa parte. È sempre brutto trovarsi a elencare le motivazioni per le quali vivere ad Amsterdam – per te – non ne vale mica la pena. Soprattutto non vuoi avere questa conversazione con Riccardo, cinquant’anni, pescatore, in un’isoletta siciliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando s’arriva ad Amsterdam ci si perde in un loop vorticoso, nel quale si parla sempre e costantemente di tre argomenti: la registrazione al comune, l’assicurazione sanitaria privata e la crisi abitativa. Delle conversazioni sempre uguali e alla lunga svenanti. Per l’insofferenza mi ero inventato di aver scritto un Manifesto in 10 punti che esponeva in maniera completa e strutturata i difetti che rendevano – a mio avviso – la capitale olandese mediocre. Questo documento fittizio portava il titolo: “Ho provato ad accendere un fuoco ad Amsterdam, ne sono uscito fradicio”. Il proto-manifesto contro Amsterdam era ovviamente provvisorio e lacunoso, dopo due anni i punti son cambiati, s’è affinato, ha perso la nomea di manifesto e grazie a dio ha perso il pretesto sociale nel quale esporlo. Solo il titolo ha ancora valore, mi era venuto in mente una notte, quando passando da Leidseplein (la Corso Como di Amsterdam) in bicicletta, sotto una fitta pioggia, avevo visto un senzatetto nel donchisciottesco tentativo di accendere un fuoco – due cartoni della pizza – sotto la pioggia scrosciante. Alla fine, avevo pensato, quella immagine era – e rimane – rilevante per la mia esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, mi trovo a tavola con Riccardo e un’altra decina di persone intento a ponderare ogni parola per cercare di restare neutro sulla faccenda, per evitare il discorso. Lui aveva smesso di parlarmi quando gli era stato detto che vivevamo entrambi sotto Re Willem-Alexander, e io avevo capito che stavamo facendo la stessa cosa. Poi, al secondo boccone del barracuda che aveva pescato e cotto, con i pomodorini al forno e le patate, aveva sbottato senza neanche guardarmi: “Ma come cazzo si fa a vivere in una città dove i pomodori sanno di cetrioli e i cetrioli di mele e tutto alla fine sa di acqua, e ti guardi intorno c’è solo acqua, dal cielo vien giù sempre acqua”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo lo stupore generale e gli attimi di teso silenzio che, da copione, lo incorniciano, io gli avevo detto: “Vecchio mio, allora siam d’accordo”. E mi era balenata l’immagine, di quel pomeriggio di marzo quando mi ero fermato a prendere un caffè in un bar di piazza di Waterlooplein, in un silenzio surreale. Pioveva, faceva un freddo cane, tutto era grigio e buio e, – come sempre – non volava una mosca. Dal nulla era sbucato un losco figuro in bicicletta, con una cassa bluetooth grande come un djembé e a tutto volume, come un arrotino, d’improvviso nella piazza rimbombava la voce di David Parenzo che a La Zanzara si sgolava per qualche stronzata. E io l’avevo capito che quello era un atto di sfregio, che non poteva esserci dalle 6:45 alle 8:45 dal lunedì al venerdì quel disgraziato silenzio, in quella piazza. Avevo fatto una sonora risata, lui si era girato, e ora che ci penso assomigliava proprio a Riccardo quello là, chissà. Mi aveva fatto un segno con la mano, io avevo continuato a ridere e lui aveva continuato la sua processione. Ma ride bene chi ride ultimo: il giorno dopo mi ero svegliato con la broncopolmonite, come ogni maledetto mercoledì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sono accorto, in Francia, di quanto lo statuto di studente in Olanda valga poco. Essere uno studente in Olanda non ti dà nessun tipo di agevolazione, se non degli irrisori sconti ai musei e ai cinema. Non esiste un abbonamento ridotto per i trasporti, le caffetterie dell’università sono in appalto a privati quindi costano caro, le case ad affitto controllato per studenti hanno una coda di circa un triennio e spesso devi aspettare la magistrale prima che arrivi il tuo turno. Tutto cambia se sei uno studente-lavoratore. L’università ti incoraggia a lavorare. Si innesca il meccanismo tardo-neoliberal secondo cui la qualità e la mole degli studi è minore per permettere allo studente di lavorare. Di base l’Olanda, patria-natale del capitalismo, crede – come mio zio – nell’importanza pedagogica della lezione di umiltà che ti dà spillare una birra appena uscito dal liceo. Imparare a stare al mondo, abituarti ad essere sfruttato, ad entrare nel meccanismo subito, al posto di stare stravaccato sul divano a leggere Gramsci. O come dice, sempre mio zio: “Mica stai ad Harvard, spilla birre e impara a vivere”. A quanto pare il sistema universitario olandese ha deciso di sacrificare l’interesse accademico in funzione di un interesse economico.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Lo studente (internazionale) -lavoratore ha il diritto a trasporti gratis, e ad un generoso bonus a fine mese se ha conseguito un numero minimo di ore. Motivo per il quale pagare la retta universitaria diventa un investimento per le spese quotidiane: è come fare la tessera della Coop. Carmine è da un anno che ha messo da parte gli studi, però sta lavorando e ha comunque pagato la tassa universitaria per avere i trasporti gratis e per andare, ogni venerdì – gratuitamente – in Germania a comprare le sigarette. Più che pagare 12 euro di sigarette, conviene pagare l’università. O ancora, David è fuori corso da un paio d’anni, deve solo consegnare la tesi, ma per restare nello studentato in cui abita – il più economico della città – ha bisogno del certificato di iscrizione dell’università. Per mettere un po’ di soldi da parte e, in un secondo momento, continuare a studiare ha bisogno del bonus dello studente-lavoratore e dei trasporti gratis. Gli conviene quindi essere uno studente-lavoratore, anche se di fatto, da più di due anni non è affatto uno studente. Ecco quindi che per le istituzioni, la tua triennale in Analisi Letteraria e Culturale vale meno di un contratto a chiamata a PizzaSlurp. Per usar le parole di&nbsp; Mark Fisher, nel suo Realismo Capitalista: “Un particolare che vorrei sottolineare è che nessuno degli studenti a cui ho insegnato aveva alcun obbligo di frequentare l’università: se avessero voluto, avrebbero benissimo potuto andarsene. Ma l’assenza di opportunità di lavoro interessanti, assieme al cinico incoraggiamento da parte delle istituzioni, fa sì che l’università appaia come l’alternativa più facile e sicura.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel parlare di questa città ho sempre raccolto un certo tipo di insofferenza. Amsterdam ti chiede tanto e ti da poco. Cerca di essere romantica ma non ci riesce mai pienamente. Cerca di essere scenografica ma non ha una vera e propria geografia letteraria. Una città che a livelli di spazi sociali e culturali è povera e quello che c’è va via via sfumando. Sarà forse una città che soffre la condanna che s’è imposta, ma io dal primo giorno che c’ho vissuto ho avuto l’impressione di non condividerne i valori fondamentali. Ho l&#8217;impressione che in Francia, o in Italia, gli altri due paesi in cui mi è capitato di abitare, le cose siano più complesse, magari funziona tutto peggio, ma si è anche più vicini. Il protagonista di Camus evita di passeggiare di notte ad Amsterdam per paura di imbattersi in qualche disgraziato caduto in un canale, e di trovarsi davanti alla decisione tra il buttarsi col rischio di prendere una broncopolmonite o allontanarsi in silenzio e soffrire un meno tangibile senso di colpa. Ecco, secondo me, in altre città questo dubbio sarebbe più facile da risolvere. Ad Amsterdam è così, ci si sfreccia appresso sulle biciclette sotto la pioggia, ci si guarda con poca empatia, ci si fa fatica a compatire. Non si parla con gli sconosciuti, e dalla finestra si vedono le case perfettamente ordinate degli olandesi, che come in una vetrina, si lasciano osservare mentre in camicia e cravatta guardano la televisione. E due strade più in là ci sono le puttane e i tossici, che portano insieme a tantissimi soldi, il turismo più becero d’Europa. La vedete l&#8217;autocondanna?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Da un lato ci sono le case, e dietro le grandi finestre del pianterreno, simili a vetrine di negozi, ci sono le stanzette delle puttane che siedono, in mutandine e reggiseno, accanto al vetro, in poltrone piene di cuscini. Sembrano grosse gatte annoiate. L&#8217;altro lato della strada è formato da una gigantesca cattedrale gotica del quattordicesimo secolo. Tra il mondo delle puttane e il mondo di Dio, come un fiume che separa due regni, si stende un&#8217;intensa puzza di urina.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Milan Kundera)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Hemingway non riusciva a scrivere di Parigi mentre era a Parigi. S’è trovato a scrivere <em>Festa Mobile</em>, il racconto della sua Parigi, a Cuba. Perché coi posti importanti è così, bisogna guardarli con una certa prospettiva. Amsterdam è stata per me un grande laboratorio, un calderone dove c’ho cacciato dentro di tutto e di più. Io ci cercavo l’avanguardismo del movimento Provo, ci cercavo il porto, i pirati, il mare. Ci cercavo la creatività di <em>Sweet Movie</em>, il romanticismo di <em>Turkish Delight</em>, il pessimismo ironico di Gerard Reve. Ci cercavo Tondelli, la sottocultura, l’eccentricità del nord Europa. Ci volevo studiare ad Amsterdam, studiare tanto, studiare bene. E ora che mi trovo a trarre le somme, guardandola di prospettiva, mi rendo conto che Amsterdam rimane un luogo con cui ho un conflitto. C’ho dedicato anima e corpo, e mi ha – tutto sommato – deluso. Perché io il porto, ad Amsterdam, non l’ho trovato. E neanche l’avanguardismo Provo. Neanche Gerard Reve l’ho trovato.&nbsp; Se voi li avete trovati, fatemi sapere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su una cosa però non transigo, non si può ribattere. Amsterdam è la città con più biciclette del mondo. E questa cosa, c’è poco da dire, è carina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Come sono belli i canali di sera! Mi piacciono le esalazioni delle acque ammuffite,</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>l’odore delle foglie morte che macerano nel canale e l’altro, funebre, che sale dai battelli pieni di fiori. No, no, non è affatto un gusto morboso, mi creda. Anzi, in me è un partito preso. La verità è che io mi sforzo di ammirare questi canali. Più di tutto, a me piace la Sicilia.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Albert Camus)</em></p>



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		<title>L’Altra Piazza dell’Europa della Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 11:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Bruxelles c'è aria di guerra, ma non per le tensioni internazionali. E' il clima che si respira ogni giovedì sera, quando chiude la Commissione e i portaborse scravattati si litigano il posto in fila per l'Eurospritz, sulle note di "Danza Kuduro".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><em>E già che avanzava tempo abbiamo fatto anche la guerra</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><br></em>Ogni giovedì mattina a Bruxelles, come sorge il sole, un eurotirocinante si sveglia e sa che dovrà correre più veloce dell’eurotirocinante di fianco a lui o ci sarà troppa fila per un eurospritz a <em>Plux</em>. Ogni giovedì mattina a Bruxelles, come sorge il sole, non importa che tu sia un eurotirocinante o un’eurotirocinante, l&#8217;importante è che – ad una certa – arriverai in fila per un eurospritz a <em>Plux</em>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Place Luxembourg, <em>Place Lux</em> per la gioventù, <em>Plux </em>per l’euroregazness, è il cuore pulsante della fervente bolla europa, di fronte all’Europarlamento. Il place-to-be del giovedì, la tappa fissa, il ritrovo immancabile, l’after work per antonomasia, l’occasione perfetta, l’appuntamento imperdibile. <em>Plux </em>è l’euromercato: non quello del semestre europeo o della moneta unica. Il mercato della carne. La<em> Boucherie Plux </em>ha un dress code anomalo per una macelleria: ci si presenta dopo lavoro – non ha alcuna importanza quale lavoro, fintanto che sia EU-related – quindi eleganti. Vestiti da consulenti, per intendersi. Stagisti della Commissione, lobbisti, assistenti parlamentari, traduttori, interpreti, advocacy managers, qualche coraggioso del Comitato delle Regioni – <strong>esseri esotici, non appartenenti alla santissima trinità Parlamento-Commissione-Consiglio, che si aggirano selvatici e riluttanti.</strong> E ancora campaign strategists, press officers, policy officer, legal officer, communication officer, officer officer.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Alle 18 – fuso orario dell’Eurobarometro – la <em>Boucherie Plux </em>apre e parte l’assalto ai balconi dei bar. Prendi il numerino e ti metti in fila. Arrivano i drink, si inizia a ciarlare, a straparlare. I colleghi, gli amici dei colleghi, ti offrono uno spritz, ti offrono una pacca sulla spalla, ringrazi, vorresti ricambiare ma l’offerente ti dice <em>Non ti preoccupare, a buon rendere</em>. E poi sorride. E ti dà un biglietto da visita. Perchè al mercato della carne di Place Luxembourg nulla è gratis. <strong>È la sublimazione del networking in un mercato di eurosperanze saturo e inflazionato.</strong> È la consulenza delle Big Four camuffata da pubblico. È la ricerca degli eurobenefits mascherata da bene(ficio) comune. <strong>L’obiettivo: l’accesso alla scalata dell’euro-piramide e la detassazione.</strong> Vedere il proprio nome apparire in un organigramma di una qualsiasi istituzione, <em>ma per carità fatemi entrare che ho trent’anni, ho studiato l’iraddiddio, ho fatto i campeggi estivi dei giovani federalisti europei, il volontario al Punto Europa di Busto Arsizio, come è possibile che dopo tutto sto sforzo mamma UE ancora a malapena mi paghi l’affitto è giovedì sera sono ubriaco e le sigarette costano 12 euro ridatemi la lira.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Tutti hanno uno scoop, un gossip e – <em>sicuramente</em> – una previsione politica. D’altronde, sono tutti anche un po’ policy advisors. <strong>Più aumenta l’inflazione nei drink, più l’ambizione della previsione</strong>. Se alle 18:30 si scommette sulla percentuale di Alternative für Deutschland alle elezioni tedesche, alle 23 Rodolfo mi giura su sua madre che sa che Draghi è a Bruxelles, su un tapis roulant, pronto a sostituire la Von Der Leyen alla prima sbandata. Io me lo immagino, Mario ansimante in tuta da corsa, e voglio dare fiducia a quel rettiliano di Rodolfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La <em>Boucherie Plux</em> non dorme mai nella febbre del giovedì sera. Alle 22 cambia d’abito: i bar diventano club, le birre gin tonic, improvvisamente per andare in bagno tocca pagare. <strong>Rodolfo mi chiama e giura su suo padre che c’è il Generale Vannacci al <em>Coco Bar</em> che sta ballando sul nuovo album di Bad Bunny. </strong>Io vorrei andare a vedere – perchè stasera mi fido ciecamente di Rodolfo – ma sto parlando con Raquel che mi sta raccontando di quella volta che è andata in Toscana con i suoi genitori, o in Sicilia in gita di classe, o mi sta chiedendo se è meglio Firenze o Venezia, se è vero che Bologna è la migliore meta Erasmus d’Europa, se conosco quel tale che ha studiato due settimane a Ferrara 7 anni fa. O forse mi sta chiedendo conferma circa il fatto che nella carbonara non ci vada la panna, o se la pizza romana è più buona di quella napoletana, e quanto è sporca Bruxelles ma quanto è comodo andare a Parigi in Flixbus, o se mi piace la <em>raclette </em>perchè a lei piace un sacco. Insomma, una conversazione che di certo contribuisce ad alimentare il dibattito intellettuale di questo continente. Potrei chiudere il dialogo, andare al club di Vannacci, fargli un video mentre balla con Alice – che sicuramente si presterebbe al gioco –, e creare un grande euro-scandalo. Ma Raquel ha occhi grandissimi e blu e non mi va di andarmene. E comunque il mio telefono è quasi scarico, e tra l&#8217;altro poi se chiedo ad Alice di ballare con Vannacci – seppur per una buona causa – c’è anche caso che mi mandi a cagare, e poi io come torno a casa che le chiavi della bici le ha lei.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Per chi non rimorchia un contratto, una posizione junior o non strappa un bacio ad interim, il giovedì notte a la <em>Boucherie Plux</em> finisce con la gara di piscio – <em>Manneken-Pis </em>– nel giardinetto del Parlamento Europeo. <strong>Sogno di ieri, banca di oggi, orinatoio per stanotte</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Oggi però non finirà così, c’è un’aria strana. <strong>C’è tensione, è tempo di terze guerre mondiali. E <em>tutti</em> hanno una teoria bellica</strong>. Ci sono quelli che l’esercito europeo serviva <em>da anni</em>. Quelli che Trump si muove saggiamente in modalità anti-cinese e <em>dovremmo ringraziare</em>. Quelli che avendo vinto un torneo di scacchi nel 2006 ci spiegano gli errori strategici dell’avanzata Russa. Quelli che si doveva entrare in guerra <em>subito</em>, ormai sticazzi. Quelli che non bisogna entrare in guerra <em>mai</em>. Quelli che Zelensky sta tenendo testa <em>da solo</em> all&#8217;autocrazia russa che se non fermata arriverà a conquistare l’Europa, l’America, le Indie e il mondo. Quelli che la retorica di Zelensky unico difensore della democrazia mondiale è una follia demagogica. Quelli che in fondo l’Ucraina dalla caduta del muro altro non è che la nuova cortina di ferro, quindi <em>cosa ci aspettavamo</em>. Quelli che si guardano attorno un po’ persi, e con voce roca fanno la domanda che tutti un po’ ci poniamo, ma nessuno osa fare ad alta voce: “ma poi, <em>letteralmente, </em>cosa sono queste <em>terre rare</em>?”.<br><br>Poi ci sono i freakkettoni piccoloborghesi turbo-dadaisti emo-chore catto-comunisti come me, per cui la guerra è un discorso troppo superato per essere discusso, e la Terza Guerra Mondiale tuttalpiù è un disco degli Zen Circus.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Però, anche io, non posso fingere che non ci sia tensione stasera. C’è bellicosità nell’aria. Si respira polvere da sparo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><br></strong>Di fronte a <em>Spuntino</em>, enclave italiana della <em>Bucherie Plux</em>, un tirocinante urla che l’Unione Europea ha vinto il NOBEL PER LA PACE e getta un gin tonic sulla camicia di uno con un contratto ad interim che sosteneva la necessità di utilizzare i bisonti della foresta primordiale di Białowieża per sferrare un attacco laterale alla Bielorussia, per colpire il coccige di Putin tramite Lukashenko. È una chiara provocazione, un <em>casus belli</em>, una violazione delle gerarchie che governano la piazza. Non solo: anche stando al Manuale di Sopravvivenza e Onore de <em>La Gintoneria di Davide</em> è assolutamente sufficiente per fare scatenare una rissa. Da qualche parte in Centro-America, il Dottor Lacerenza nitrisce soddisfatto dal suo rooftop in località ignota.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Si scatena una grande scazzottata. Il teorico dei Bisonti di Białowieża si è inimicato gli advocacy officers animalisti dei Verdi, ma anche i nazionalisti polacchi di Diritto e Giustizia, preoccupati da eventuali ricadute sull’import-export di vodka Żubrówka. Il tirocinante pacifista sta scagliando bicchieri su un gruppo di traduttrici baltiche, da dietro lo afferrano e viene lanciato in mezzo alla rotonda. Lui risponde recitando a memoria la Dichiarazione Schuman. Dall’altro lato della piazza accorre <em>l’inner circle</em> dei patrioti di ECR. C’è Galeazzo Bignami in testa. È vestito come sempre da nazista, ma – come sempre – rassicura tutti dicendo che arrivava diretto da un matrimonio. Che poi quanti amici nazisti ha Galeazzo Bignami? Che poi chi lo invita Galeazzo Bignami a tutti ’sti matrimoni? I nazisti, naturalmente.<br>All’avanzata a falange dei camerati una serie di serrande sulla piazza di spalancano. Minimarket, fino a pochi secondi fa chiusi, aprono i battenti. Dentro, gigantografie di Calenda. Non erano minimarket, ma le sedi belga di Azione, quartieri generali della campagna elettorale, ormai messi nel dimenticatoio per inutilizzo, subaffittate da Carlo a seguito della <em>débâcle</em> alle urne – con grande spirito imprenditoriale – a venditori di frutta e verdura locali. In nero. Riaprono le serrande e guerriglie calendiane in uniforme escono, in piccoli gruppi. Cellule indipendenti addestrate in mesi di nullafacenza politica pronti a interventi mirati di guerra irregolare. È un&#8217;escalation inevitabile. I migliori atleti della gioventù macroniana si calano dalla <em>coloc</em> di Renew Europe. I tiratori scelti di Patrioti per L’Europa, dal tetto del Parlamentarium, lanciano le prime bombe carta. I compagni di The Left non aspettavano altro: escono immediatamente dai <em>basement</em> delle vie limitrofe, appena sentono l’odore del fumo, e accerchiano la piazza da più lati. <strong>La Compagna Salis distribuisce molotov e limoni sussurrando che è <em>giunta l&#8217;ora di alzare il livello dello scontro</em></strong>. Rodolfo afferra la molotov e – balbettando, nella confusione crescente di sirene e cori marziali – le grida che è <em>bella come un carcere in rovina</em>. Il Generale Vannacci distribuisce papaveri rossi, canticchiando Faccetta Nera. I socialdemocratici sono interdetti, erano rimasti in ufficio più a lungo per un convegno e si ritrovano in piazza disarmati. Non ci mettono molto a creare una barricata con biciclette e monopattini elettrici in cui continuare il loro seminario sull’utilizzo dell’AI nella comunicazione interistituzionale.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br><br>Xi Jinping, nella sua tenuta a Gibuti, segue gli scontri in streaming sull’Apple TV mentre gioca a Minecraft con Elon Musk, mangiando Zuppa di Wonton, caviale e gamberi rossi di Mazara del Vallo.<br>Nella guerriglia urbana una figura attraversa la piazza, imperturbabile. Una visione profetica in uno scenario post-apocalittico. Sembra il padre de <em>La Strada</em> di McCormac, ma senza figlio. Fa rabbrividire, ma catalizza la nostra attenzione. Io e Alice ci avviciniamo, lei mi stringe la mano e cerca il mio sguardo. Ci facciamo coraggio. <strong>È Luigi Di Maio</strong>. Siamo di fianco a lui, è in forma invidiabile. La pelle liscia, lo stress del Covid un ricordo lontano, è quasi irriconoscibile. Ha gli AirPods e sembra non accorgersi dell’inferno che gli sta accadendo attorno. Forse non gliene importa nulla. Lo aspetta un&#8217;auto diplomatica all’incrocio. Lo porterà al suo jet privato, per tornare al suo chalet a Doha, da cui difendere in prima linea gli interessi economici ed energetici del Vecchio Continente nel Golfo Persico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Nel frattempo, dall’epicentro <em>Plux </em>il conflitto si è espanso nella città. Valloni e Fiamminghi hanno finalmente l’occasione di sfogarsi circa la forzata coabitazione nella stessa città. Da Lille arrivano carovane di francesi che rivendicano la paternità delle <em>Moules marinières avec frites</em> – come se ci fosse da vantarsene –, mentre dal confine occidentale arrivano gli olandesi, a dar man forte alla fazione fiamminga. Da Sud e da Ovest baby gang di mezza Europa convergono, dopo essersi date appuntamento su Tik Tok. Dal Centro Cabraliego la comunità spagnola, a cavallo di tori di Pamplona arrivati la sera prima apposta per il <em>Carnevale Sauvage</em>, si scagliano contro i brasiliani e portoghesi barricati nel <em>Parvis </em>di Saint-Gilles, per una lotta tutta latina per la parte meridionale del centro-città. Giovani ariani si muovono in pattuglie da Molenbeek e Anderlecht per scontrarsi con il terzo-mondo cencioso di Gare du Midi e i nordafricani di Anneessens. Da Matongue i congolesi risalgono Ixelles verso le sedi consolari e le lussuose ambasciate, in un atto estremo di anarco-diplomazia anti-colonialista. In un insospettabile effetto domino, da quel dibattito pacifista alla<em> Boucherie Plux</em>, <strong>Bruxelles implode e la violenza degenera. È lotta di quartiere e caccia aperta all’eurocrate.</strong> Le auto diplomatiche sono finite, Uber non funziona più, i monopattini elettrici inutilizzabili e insostituibili parti di trincee. Impossibile scappare. Le strade bruciano, e i primi funzionari iniziano ad impiccarsi con la cravatta nelle soffitte della Commissione Europea, mentre l’<em>Inno alla Gioia</em> – suonato volutamente stonato dall’orchestra del <em>Conservatoire Royal de Bruxelles </em>dal tetto del Palazzo di Giustizia – riecheggia sui tetti della città in fiamme.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Venerdì all’alba un corteo di camion sgangherati parte da Les Marolles e si accampa di fronte al Parlamento. <strong>Tappeti e cianfrusaglie. Violini e pellicce. Le ceneri della <em>Bougerie Plux </em>ancora fumano.</strong> Tra le fuliggine della bolla europea, Place du Luxemburg diventa succursale del mercato delle pulci di Jeu de Balle. Da qui partirà la redistribuzione della ricchezza per la rivoluzione europea, che – dal Vangelo Secondo Spinelli – doveva pur sempre essere socialista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><br><em>“E lui può già vedere la vecchia e malata Europa, con tutta la sua grandeur e la sua cultura e la sua boria, il suo tè delle cinque e le sue cerimonie accademiche, abolita, occupata, conquistata dalle masse dei più miseri, dei più affamati, dei più sfruttati. Sarà la loro guerra. I poveri si vendicheranno seminando figli ovunque, riproducendosi a raffica come il crepitio delle mitragliatrici, occupando ogni postazione con i propri cadaveri, usando se stessi come forza di sfondamento. Vinceranno, e di loro, evangelicamente, sarà la terra.”<br></em>(PVT)<br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>La cortina di ferro si è spostata proprio lì, a Place Luxembourg, lanciando un processo di de-costruzione dello stato nazione. L’Europa geografica si sgretola</strong>. A partire da Bruxelles, poi il Belgio, e di rimpetto l’intero continente. Si ricostituisce il Ducato di Fiandra e il Principato di Vallonia, passando per il Regno di Prussia e la Boemia, il regno di Navarra, Leòn-Castiglia, Aragona. Il Ducato di Savoia, la Catalogna, la Galizia e i Paesi Baschi, la Lega Anseatica, il Ducato di Bretagna, le Repubbliche Marinare, la Repubblica di Ragusa. Il Regno di Württemberg, il Granducato di Hessen-Darmstadt, il Ducato di Nassau, il Principato di Waldeck-Pyrmont, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Utrecht, il Ducato di Holstein-Gottorp, e – naturalmente – la neo-fondata Repubblica Salentina, la Padania e il Principato del Molise. <strong>In un inverso processo di deformazione della sovranità statale, in un atto di ribellione collettiva, da organizzazione regionale l’Unione Europea vede sgretolarsi le sue unità di misure fondanti: gli stati membri, croce e delizia del processo d’integrazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Tra i buoni propositi dell’Europa unita Spinelliana, non c’era forse il <em>superamento dell’ideologia dell’indipendenza nazionale</em>, che portava in sé i germi dell’imperialismo capitalista e la volontà di dominio? Forse c’è stato un fraintendimento, e il processo era da percorrersi in senso inverso: <strong>non la convergenza verso una <em>governance</em> superiore, non l’unione delle intenzioni e delle nazioni in un’entità sovranazionale, ma l’estrema provincializzazione. L’autodeterminazione portata agli estremi, la rivendicazione della quartierizzazione</strong>, il tortellino contro il cappelletto, il cappellaccio versus il tortellone, la difesa sfrontata degli arancini contro le arancine. Stracciate le carte d’identità nazionali, la proliferazione di cittadinanze <em>provinciali</em>. Perché in fondo, se anche l’unico presupposto rimasto per un ordine internazionale – la condivisa preferenza alla pace sulla guerra – appare oggi obsoleta, non rimane che il parrocchialismo come (non)valore condiviso.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Sarà tutto bellissimo per qualche settimana: sagre, canti tradizionali, commedie dialettali, ognuno nel proprio paese, villaggio, quartiere. A sghignazzare pensando ai ridicoli tempi dell’Erasmus, quando ora l’unica possibilità di tornare in quello che un tempo si chiamava <em>Belgio</em>, è vincolata alla necessità di manodopera nelle miniere vallone di recente riapertura. <strong>Saranno un paio di settimane bellissime. Sarà come Natale. Poi, come a Natale, tutti inizieranno a litigare con i propri genitori, con i fratelli, con i compagni delle elementari, con amanti e fidanzate, con i vicini di casa</strong>. Inizieranno a trovare il cibo monotono, vorranno andare a ballare musica diversa, avranno bisogno di solitudine, di spazio, di mare, di amore, di mode, di modi di fare, di facce strane, di belle facce, di sushi, e pretenderanno di uscire da quel buco di quartiere in cui si sono rinchiusi e di cui si sono fatti la cittadinanza, e invocheranno a gran voce l’istituzione di una doppia cittadinanza: provinciale, ed europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Perché in fin dei conti, un weekend ad Amsterdam al mese Rodolfo se lo deve fare, sennò d<em>iventa pazzo</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>E sarà lì, in quel momento, che le Provincie Unite d’Europa si costituiranno tramite un reale processo di autodeterminazione dei popoli e si potrà iniziare a parlare di esercito europeo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà il provincialismo che ci salverà, Fratelli d’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La sensazione è che per scamparla si dovrà però passare necessariamente per una completa distruzione – fisica o metafisica – del sogno europeo per come ce l’hanno raccontato la sera prima di andare a dormire, nelle aule universitarie e nei film di Virzì, sino ad oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><em>La via da percorrere non è facile, né sicura.<br>Ma deve essere percorsa, e lo sarà!</em></p>



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		<title>In piazza per l&#8217;Europa dei cannoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 08:41:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Riarmo]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Fratelli d'Europa amano così tanto la pace che andrebbero in guerra per difenderla. Intanto scendono in piazza, e cercano di convincerci a comprare più armi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/in-piazza-per-leuropa-dei-cannoni/">In piazza per l&#8217;Europa dei cannoni</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’Europa è Shakespeare e Beretta, è Spinoza e i Panzer, è Leonardo da Vinci e Leonardo SPA. L’Europa è la patria del premio Nobel, istituito, come si sa, da Alfred Nobel per ripulirsi la coscienza dopo aver inventato la dinamite. <strong>L’Europa è, quindi, retorica umanitaria e umanista garantita dal fucile in spalla, però di qualcun altro – americani ieri, ucraini oggi, e nel mezzo mercenari o contractor, ribelli moderati o colorati</strong>. Sono le belle lettere, il pacifismo, la solidarietà, la tolleranza, ma coi cannoni nel cortile. In piazza del popolo, sabato, si è radunata l&#8217;onda blu della pace armata, i fratelli d’Europa, #l’EuropaSiamoNoi la piazza tendenzialmente dem e over50, unita da un’oggettiva superiorità morale rispetto a chi non ha fatto il classico (più o meno è questo il fulcro dell’arringa di Vecchioni, che elenca come fosse la formazione della Roma l’undicina di scrittori che secondo lui, da Manzoni a Foscolo, ci conferiscono un primato umano sugli altri popoli, al punto da giustificare una carneficina). </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Gli stessi che quindici anni fa invocavano l’austerity per salvare il sistema finanziario e le banche che avevano speculato sui mutui subprime &#8211; che per carità, altrimenti crollava tutto e addio al ceto medio… quale poi, quello che oggi sta morendo d’inflazione? – <strong>e adesso invocano il deficit per finanziare il riarmo, <em>whatever it takes</em>, garantendo così la sicurezza europea e i suoi confini ben definiti da righelli compostabili.</strong> Gli stessi che fino a ieri facevano i no-border e osannavano l’Erasmus, il progetto di borse europee grazie a cui si sono tolti dalle palle i figli per 6 mesi, salvo poi dovergli pagare un quinquennio di psicoterapia, chiudendo il bilancio in deficit sul serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la corsa al riarmo non viene promossa con realismo politico, ammettendone l’incongruenza, l’inconciliabilità con i valori promossi dagli uffici stampa di Bruxelles. No, viene invocata dagli intellettuali, i cantanti (c’è differenza?) e i politici come naturale conseguenza della filosofia europea, del pensiero libero e liberale che da Ventotene spira fino a Strasburgo. <strong>Se vogliamo diffondere il nostro messaggio di pace e libertà, dobbiamo difenderlo, armati fino ai denti, da tutte le altre potenze che vogliono diffondere a loro volta il proprio messaggio di pace e libertà, anch’essi armati fino ai denti, ma che non hanno letto Hegel.</strong> Ma guai a dire guerra, la guerra la fanno sempre gli altri, è solo uno schema di mutua autodifesa e riconversione degli apparati industriali in decadenza. Così, forse, suona un po’ meglio…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Ma che bisogno abbiamo di questa messa in scena, della pantomima delle buone intenzioni e delle cortesi ipocrisie?</strong> Perché Scurati deve dire che l’Europa va difesa e riarmata dato che, avendo smesso di bombardare le città e opprimere i popoli e uccidere i bambini, sarebbe moralmente superiore, quando la stessa Europa supporta e vende i propri prodotti bellici allo Stato di Israele e all’IDF? Perché Scurati deve fare appello, per convincerci, all’umanità europeista nella gestione dei migranti, quando sono le stesse istituzioni europee che invocano il riarmo a trattare direttamente con la Libia e con la Turchia per regolare i flussi a costo di qualsiasi diritto umano, <em>whatever it takes</em>. Perché Vecchioni? – e già basterebbe questa domanda – ma perché Vecchioni deve salire sul palco e namedroppare filosofi europei che non ha letto cercando di galvanizzare una piazza di bandiere arcobaleno per la pace, per convincerli a devolvere l’otto per mille alla Leonardo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Basterebbe non mascherare l’ipocrisia con la retorica. Basterebbe ammettere che l’Europa, per non rinunciare ai privilegi a cui si è abituata, non può più campare di rendita morale. Forse è ora di chiudere il capitolo, di mettere un punto alla favola bella che ci siamo raccontati per gli ultimi 40 anni, ovvero che la miscela esplosiva di liberismo e democrazia potesse portare a una crescita eterna e diffusa, e non invece all’arricchimento spropositato di chi detiene i mezzi per trasformare la democrazia in demagogia.<strong> Che i nostri valori sono desueti, che l’entropia globale sta raggiungendo una soglia limite oltre la quale potrà essere governata solo da una pianificazione statale opprimente e illiberale come quella cinese, o da un liberalismo militarizzato, securitario e infarcito di retorica come quello occidentale.</strong> E invece nelle nostre piazze i figli dei fiori appassiti invocano Mozart per ricordarci che siamo dalla parte giusta della storia, che siamo liberi e tolleranti e abbiamo la fortuna di essere nati nel lato del mondo culturalmente, moralmente e intellettualmente superiore, e tutti gli altri lati del mondo che pretendono un uguale privilegio invece mentono, povere stupide bestie, infarciti di propaganda.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">E mentre Meloni e Salvini si chinano con servilismo al cospetto del padrone ingrato americano, a gara tra chi di loro riceve più endorsment in un frettoloso tweet del tycoon, <strong>l&#8217;Europa invecchia e affonda, aggrappata a destra a un sogno americano che non c&#8217;è più, e a sinistra a un privilegio spropositato che qualsiasi realista saprebbe inconciliabile con la libertà e la libera determinazione di tutti i popoli della terra.</strong></p>
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		<title>Europa esaurita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[colpa]]></category>
		<category><![CDATA[escatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tenere unito il popolo europeo è la combinazione delle due ideologie di colpa e crisi: un passato cupo da redimere, un futuro terribile da scongiurare. Due retaggi biblici ed escatologici che gli europei faticano a scrollarsi di dosso, il loro nervo scoperto ideologico su cui fa leva la classe dirigente per scuotere l'animo di un popolo sempre meno interessato dalle sorti del mondo e dal proprio ruolo futuro al suo interno.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la storia paia aver ripreso il proprio corso, <strong>il futuro non sembra riservare all’Europa un ruolo di potenza sullo scacchiere mondiale. Il popolo europeo vive un presente di sospensione rassegnata. </strong>Chiamato in causa direttamente dalle contingenze storiche, se non altro per il ruolo di guida economica che ancora esercita nel mondo, esso sembra invece storicamente paralizzato da un eccesso di autocoscienza. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Infatti, ciò che distingue l’europeo di oggi, rispetto agli altri popoli della terra legittimati in misura simile a pretendere un ruolo attivo nella storia, è la dedizione con la quale s’impegna, sia nel privato che nelle sue istituzioni pubbliche, a una critica morale di sé e del resto del mondo. <strong>Al ruolo di guida che potrebbe esercitare, l’Europa ha preferito quello, autoproclamato, di giudice</strong>. In quanto tale però, per una logica separazione dei poteri, esso sembra aver rinunciato alla propria facoltà esecutiva, alla propria potenza. Un popolo o un’entità statale che invochi giustizia al cospetto dei suoi pari dimostra per ciò stesso di non possedere una forza sufficiente ad attuarla. Ciò che però caratterizza l’Europa contemporanea non è tanto la mancanza della disponibilità economica e militare che le permetterebbe di risultare rilevante e incisiva per le sorti del pianeta, e dirigerlo verso i fini che più si addicono alle sue aspirazioni. <strong>Ciò di cui risulta priva è piuttosto la volontà di dispiegare la propria forza. Di fronte alla minaccia di dover ridimensionare il proprio stile di vita, gli europei preferiscono, in plebiscitaria maggioranza, le politiche di compromesso che garantiscono loro la conservazione dello <em>status quo</em> e si accontentano di pretendere per sé stessi un ruolo esterno alla storia, di giudice e garante morale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra infatti che il popolo europeo sia giunto a quel grado di civiltà che lo espone al pericolo della decadenza politica. Gustave Le Bon, nella sua disamina della psicologia dei popoli, aveva notato che «arrivato a quel grado di civiltà e di potenza in cui, credendosi sicuro di non esser più aggredito dai vicini, un popolo comincia a godere i benefici della pace e del lusso che le ricchezze procurano, le virtù militari svaniscono, l’eccesso di civiltà crea nuovi bisogni, si sviluppa l’egoismo. <strong>Non avendo altro ideale che il godimento precoce di beni rapidamente acquistati, i cittadini abbandonano la gestione degli affari pubblici allo Stato e perdono presto tutte le qualità che avevano costituito la loro grandezza.</strong> Allora vicini barbari o semi barbari, con bisogni minimi ma con un ideale potentissimo, invadono il popolo troppo civile, poi formano una nuova civiltà con gli avanzi di quella che hanno abbattuta»<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. Nel complesso sistema di deterrenza economica e militare su cui si fonda la <em>pax americana, </em>la prospettiva di un’invasione esterna del continente europeo (o meglio dei paesi dell’Unione) sembra piuttosto remota, tuttavia le considerazioni di Le Bon permettono di fare luce su un processo che sembra aver condizionato la mentalità europea contemporanea. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">A differenza degli americani, su cui ricadono quasi totalmente gli oneri e gli onori del corrente assetto politico del mondo,<strong> il popolo europeo pare potersi permettere un maggiore distacco rispetto alla storia</strong>. Esso ha infatti approfittato della relativa tranquillità che gli garantiva la sfera d’influenza straniera a cui è stato soggetto nel passato recente, per riconvertire le proprie risorse, mettendole al servizio di un’attività che non si concilia affatto con lo <em>status</em> di potenza: la critica e la produzione di idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riflessione critica ha in realtà accompagnato lo sviluppo dell’Occidente fin dai suoi albori, influenzandone il pensiero. Socrate fu il primo pensatore ad applicare il metodo razionale all’indagine filosofica, convinto com’era che nel dialogo, qualora le parti coinvolte si assicurassero di rispettare il principio di non contraddizione, sarebbe sorta maieuticamente la verità. Il pensiero socratico era perciò ancora contenuto in una cornice pagana di fiducia nella natura e nelle facoltà dell’uomo, sebbene ponesse per la prima volta i presupposti metafisici di valori ideali &#8211; come il Bene, la Verità – che potessero trascendere la sfera naturale della vita<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>. È attraverso il cristianesimo però che il pensiero occidentale ed europeo comincia ad assumere le sue caratteristiche specifiche. <strong>La rivelazione cristiana, se da un lato promuoveva l’indagine teologica ed ultraterrena, con la riflessione intorno ai dogmi biblici, dall’altro garantiva la legittimità dello studio della natura e dello sviluppo delle scienze.</strong> Essendo infatti il creato opera del Signore, lo studio di esso equivaleva a un ampliamento della conoscenza di Dio da parte del credente che a vi si dedicava, a maggior ragione se finalizzato a confermare i precetti della religione rivelata. Come notava Hans Blumenberg<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>, la garanzia teologica che offriva l’idea di Dio permise alle scienze umane di svilupparsi a tal punto da arrivare in realtà a contraddire alcuni dei presupposti biblici su cui si fondava il cristianesimo, come nei celebri casi di Galileo Galilei o di Giordano Bruno<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>. Dal lato invece della speculazione pura, come sottolinea Nietzsche nel frammento di Lenzerheide<a id="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>, l’idea cristiana di Dio legittimava alcuni concetti metafisici, i quali, se sviluppati fino in fondo, sarebbero arrivati a toglierle legittimità, primo fra tutti la veridicità – perseguendo la quale l’uomo europeo sarebbe entrato in conflitto con il sistema ideologico posto dal cristianesimo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire in che modo è orientata la riflessione critica dell’europeo contemporaneo bisognerà soffermarsi ancora un po’ su questo passaggio attraverso il cristianesimo, perché alcuni dogmi teologici sono sopravvissuti all’interno della coscienza europea, seppure laicizzati e secolarizzati, <strong>e ne condizionano aspettative, timori e senso di colpa</strong>. Ci riferiamo in particolar modo al peccato originale e all’idea del giudizio futuro, dell’apocalisse, su cui si fonda l’odierno pregiudizio europeo nei riguardi della storia e del ruolo che essa, l’Europa, vuole svolgere al suo interno.   </p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>La storia biblica ha un inizio – la caduta – e un compimento &#8211; l’apocalisse, il giudizio, con relativa apoteosi dei giusti e condanna degli empi. È solo a partire da una tale concezione lineare della storia, come susseguirsi di eventi irripetibili, che possono acquistare senso le idee di peccato e di redenzione, fondamentali per l’escatologia cristiana, e che in forma mutata sono sopravvissute nella coscienza europea, condizionandone l’attitudine critica. <strong>Ha perciò un’origine teologica l’idea che una colpa passata possa determinare il presente e che un giudizio futuro potrà riscattarlo</strong>. L’esito positivo della storia, però, nella concezione cristiana non avviene progressivamente, ma attraverso un’apocalisse. La concezione lineare della storia, nella sua declinazione occidentale, è perciò intimamente escatologica e teleologica, orientata verso un fine, il quale si dispiegherà non in una serena e distaccata retrospettiva di ciò che è stato,<strong> ma in un momento topico ed esplosivo, in cui le contraddizioni accumulate nel faticoso percorso dell’uomo lungo l’asse della storia raggiungeranno un’acme e si dispiegheranno senza riserve.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sostanziale differenza tra l’uomo prescristiano e quello biblico è quindi che se il primo, confortato da un rapporto più diretto con la natura e una concezione ciclica del tempo, accetta il fato, rassegnato o sereno che sia, il secondo, incentivato da una concezione lineare, è perennemente sollecitato a scandagliare il proprio passato e redimerlo in vista dell’avvenire. L’uomo biblico vive proiettato nel futuro e oppresso dalla colpa del passato, l’uomo pagano gode invece sereno del presente. <strong>Questo sentimento storico sembra in qualche misura essere sopravvissuto anche nell’europeo di oggi</strong>. Il passaggio attraverso l’umanesimo prima e l’illuminismo poi, ha inferto dei colpi mortali al sistema ideologico su cui si fondava il cristianesimo, <strong>senza però riuscire a liberare la mentalità europea dai pregiudizi che ad esso si accompagnavano.</strong> <strong>L’uomo, nel suo percorso di emancipazione da Dio, ha continuato ad abitare un mondo orientato verso un fine, e proveniente da un passato di colpe da emendare</strong>. Le idee moderne di colpa e crisi, prodotte dalla critica europea, mostrano perciò un’evidente radice biblica ed escatologica &#8211; il peccato originale, il giudizio della fine dei tempi – e il fervore ideologico che le sosteneva sembra essere sopravvissuto anche al venir meno dell’idea di Dio quale garante del senso ultimo della storia umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo tassello che manca per completare il quadro della mentalità europea moderna è il disastro della tecnica novecentesca. Nel secolo scorso l’Europa ha portato alle sue estreme conseguenze il principio sul quale ha deciso di fondare la propria essenza storica, venuta meno la garanzia dell’esistenza di Dio: la ragione. Quest’ultima infatti non ha soltanto una funzione passiva e critica, nella produzione riflessiva di idee, ne ha anche una attiva e propulsiva, che porta al dominio razionale del mondo attraverso la tecnica. Il popolo europeo è stato insieme attore e testimone, nel corso del ’900 del totale dissesto sociale, ambientale, politico e militare al quale può portare l’uso della tecnica slegata da qualsiasi finalità ultraterrena o metafisica. <strong>Ciò ne ha mortificato le aspirazioni, portandolo ad accentuare la propria tendenza autocritica da un lato, e la proiezione apocalittica dall’altro. Al giorno d’oggi perciò il popolo europeo si sente situato nel punto di convergenza tra un passato percepito come scomodo e immorale, e un futuro che si prospetta impietoso nel suo giudizio.</strong> Inerte dinanzi al divenire storico, esso immagina la propria condizione naturale come uno <em>status quo</em> di stabilità economica e sociale, al cui interno potrebbero fiorire benessere e sviluppo, garantendo così la possibilità di emendare le colpe del passato e tutelare il futuro dal collasso. La situazione reale però è ben diversa. <strong>L’Europa di oggi è perciò temporalmente in bilico e priva di un rifugio in una direzione o nell’altra della storia, nel passato o nel futuro; la sua tensione storica, di conseguenza, non può che risolversi in un angosciato consumo del presente.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Data questa complicata mentalità del popolo europeo, quest’attitudine post-storica aggravata da un fervore teologico che condanna all’autocritica e a un atteggiamento conservativo rispetto al futuro, è interessante osservare la strategia adottata dalla classe politica dell’UE. &nbsp;<strong>All’interno di questa ultima convivono in competizione due correnti, l’una mondialista, egemone e umanitaria, l’altra nazionalista, sovrana ed élitista</strong>. Entrambe potrebbero e vorrebbero possedere un qualche tipo di prospettiva storica, ma devono fare i conti con la distorsione prospettica che abbiamo analizzato e che sembra disilluderne l’elettorato. <strong>Per mobilitare e tenere unito il <em>pluriversum</em> di nazionalità che governano, i dirigenti europei non cercano di liberare i cittadini dell’Unione dai pregiudizi che ne condizionano la mentalità, al contrario ricorrono precisamente all’esacerbazione dell’ultimo residuo ideologico e irrazionale che domina il pensiero europeo.</strong> Da un lato essi fanno perciò appello direttamente a quel senso di colpa che immobilizza l’europeo nell’autocritica, rileggendone il passato e mettendone ancora più in luce i delitti e i soprusi, nel tentativo di risvegliarne una responsabilità storica, e mobilitarlo alla ricerca di un’espiazione; dall’altro lato invece quel timore apocalittico che paralizza le prospettive storiche degli europei, invece di essere dimesso razionalmente, è al contrario accentuato e usato come leva psicologica, tramite una narrazione che racconta di una crisi sempre diversa e sempre alle porte, che potrà essere differita solo tramite l’azione e il sacrificio. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambe le correnti che dominano politicamente l’Europa, infatti, paiono in realtà incapaci di galvanizzare l’elettorato solo sulla base di una dichiarata identità sovranazionale. La visione politica di ambo le parti, escluse alcune posizioni da campagna elettorale tanto identitarie quanto ininfluenti,<strong> si risolve sostanzialmente nella promessa di una gestione economica migliore del patrimonio europeo rispetto alla controparte. </strong>Una tale assenza di prospettiva soffoca e disincentiva un’attiva partecipazione politica di massa, e impedisce al popolo europeo di agire e mettersi in gioco con decisione nel contesto internazionale. La classe politica europea si vede perciò costretta, per evitare di essere espropriata dalla storia, a scuotere gli animi degli elettori e renderli disponibili ai sacrifici che richiede al suo popolo il ruolo di potenza, <strong>farcendo di timori millenaristi le ideologie che lo dominano, e predicando con fervore clericale sulle colpe del suo passato.</strong> <strong>Da un lato la fine dei privilegi, la fine delle libertà, l’avvento delle dittature straniere, l’invasione extracomunitaria, il collasso sociale, sanitario, culturale, ecologico; dall’altro le violenze del colonialismo, della schiavitù razzista, del patriarcato, dell’omofobia, dell’antisemitismo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In noi europei è dunque sopravvissuto un sentimento escatologico, persino oltre i presupposti teologici su cui si fondava. Esso perciò non riesce più a sostenere un’idea di progettualità nel futuro. L’unico sentimento che riesce ad accomunare il popolo europeo, assediato dagli spettri del passato e angosciato dalle crisi del futuro,<strong> è la speranza che il presente decada il più lentamente possibile, è il mantenimento dello <em>status quo</em> fine a sé stesso. </strong>Le crisi che la <em>governance</em> europea paventa al suo elettorato, avendolo scoperto ad esse suscettibile, servono a svegliare il popolo europeo, tramite l’allarmismo e le prediche morali, e trascinarlo fuori da un presente di pura sopravvivenza nel quale sembra essersi arenato, nel momento stesso in cui la marea della storia ricomincia ad agitarsi.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Gustave Le Bon, <em>L’inconscio del mondo</em>, Roma, GOG, 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Michel Foucault, <em>Discorso e verità nella Grecia Antica</em>, Donzelli, Roma 1996</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Hans Blumenberg, <em>La legittimità dell&#8217;età moderna</em>, tr. it. di Cesare Marelli, Genova: Marietti, 1992.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Michele Ciliberto, <em>Il Rinascimento. Storia di un dibattito</em>, Firenze, La Nuova Italia, 1975.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Friedrich Nietzsche, <em>Il nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide</em>, Milano, Adelphi, 2006</p>
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