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	<title>Hamas Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Palestina serve un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e, scortato dai media, mostri l’altra guancia ai coloni israeliani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Anzitutto una premessa, il fatto che alla Palestina serva una figura simile al <strong>Mahatma Gandhi</strong> o a <strong>Nelson Mandela</strong>, i paladini da stencil della protesta non-violenta, della disobbedienza civile, non significa che ciò sia quel che la Palestina si merita. La Palestina e i palestinesi si meriterebbero che la maggior parte degli ebrei di Israele lasciassero la Terra Santa, si rimescolassero ai loro connazionali europei e americani, magari nel frattempo guariti dal virus dell’antisemitismo, e che venisse loro accordato un risarcimento, probabilmente inquantificabile, per i danni subiti negli ultimi 70 anni come conseguenza di una guerra fratricida tra i popoli europei. Questo è quello che i palestinesi, probabilmente, si meriterebbero, se a determinare la storia non fossero i rapporti di forza, ed è anche lo scopo che la maggior parte delle frange estremiste si sono prefissate di raggiungere tramite <strong>la lotta armata e indiscriminata contro gli israeliani, concepiti, per il fatto stesso di trovarsi in territori occupati, come colpevoli invasori</strong>, anche se trascorrono vite innocenti e serene, protette da mura ad alta tensione e guardie giurate dell’esercito.   </p>



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<p><br><br>Ma è una soluzione troppo ambiziosa se considerata<strong> la disparità di mezzi tra le due parti in causa</strong>. Mezzi che Israele si sente legittimato ad usare proprio nel momento in cui subisce un attacco. Motivo per il quale ogni Intifada, ad oggi, si è conclusa con un ulteriore perdita di terreno e mezzi da parte dei palestinesi, un monte vittime sproporzionato e impietoso, numeri da rappresaglia. Per ogni israeliano morto o ferito in un’esplosione di insofferenza violenta sono morti, ogni volta, circa 10-15 palestinesi. Nella prima, del 1987, morirono 160 israeliani, e 1.100 palestinesi. Nella seconda, a fronte di 1.000 vittime israeliane ce ne furono 5.000 palestinesi. Se il 7/10, poi, ha causato circa 1.600 morti israeliani, le morti palestinesi ad oggi si aggirano intorno alle 50.000, ma sono probabilmente molte di più. Per questo motivo le strade che si profilano per la Palestina sembrano essere 3:         <br><br>1) <strong>Una lenta ma violenta occupazione da parte di Israele di tutti i loro territori</strong>, come è avvenuto in Cisgiordania dalla guerra dei sei giorni fino ad oggi, con la supervisione impotente di Fatah, che rinsecchisce progressivamente quei lembi di territorio che si possono ancora chiamare Palestina senza scadere nel ridicolo, alla quale nessuno oppone più alcun tipo di resistenza, premurandosi invece di preparare la propria vita da esiliati in Giordania o da subordinati al popolo israeliano;     <br><br>2) <strong>Una veloce eliminazione di tutto ciò che rimane della resistenza palestinese, trucidata dai droni e dalle truppe d’assalto dell’IDF (truppe di “difesa”, per l’appunto), legittimata dai tentativi di quella stessa resistenza di esercitarsi attraversi la lotta armata</strong>. Ovvero ancora altri 7/10 e ancora altre occupazioni militari della Palestina, in parte legittimate da un’opinione pubblica israeliana comprensibilmente faziosa, fino all’inevitabile vittoria totale di Israele e la sua sovrapposizione geografica a quei territori che 150 anni fa l’Inghilterra battezzò come Palestina;      <br><br>3) <strong>La nascita di un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale</strong>, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e mostri l’altra guancia ai coloni israeliani e all&#8217;esercito, avanzando, scortato dai media, nei territori occupati, esponendosi a un martirio difficile da legittimare.     <br><br>Esisterebbe anche una quarta opzione, quella di una vittoria sul campo raggiunta grazie al sostegno dell&#8217;asse della Resistenza, ma è certamente, tra tutte, la più improbabile.     <br><br>Ciò di cui la resistenza palestinese ha bisogno, piuttosto, è la disobbedienza civile. Ma non quella alla Thoreau, la distaccata e fiera non-partecipazione, con annessa accettazione stoica delle conseguenze. Israele non vedrebbe l’ora e in parte è ciò che sta già avvenendo. Ciò che serve &#8211; <strong>di nuovo non ciò che sarebbe giusto, ma che serve</strong> &#8211; è una <strong>non-violenza militante, rumorosa, mediatizzabile</strong>. Serve una bella storia, una narrazione travolgente, dai contorni misticheggianti, come solo la Terra Santa sa fornirne. Serve una figura legittimata alla violenza vendicativa da un passato di soprusi subiti, un orfano nomade, un prigioniero politico, che rinuncia però alla lotta armata in nome della pace e della integrazione, come Mandela. Oppure un mandarino che abbia saputo integrarsi a pieno nel mondo occidentale, come Gandhi, magari un CEO della Silicon Valley di origine palestinese, che rinunci ai propri privilegi per camminare scalzo tra le rovine di Gaza, raccogliendo odio e frustrazione e seminando un perdono immeritato. impietosendo nella vergogna l’opinione pubblica occidentale e israeliana.<br><br>L’Occidente conosce fin troppo bene il linguaggio della forza, sa muoversi con maestria sul piano materiale della conquista, della guerra, dell’infiltrazione tecnologica, mediatica, politica, di tutto ciò che è mondano e quantificabile. Sul questo piano, ad oggi, risulta imbattibile. Se, per frustrazione, gli si scaglia una pietra contro, sa rispondere con un arsenale di macigni. <strong>Non sa e non ha mai saputo come comportarsi, però, davanti al perdono immotivato, al martirio, a chi risponde alla sua violenza con la compassione</strong>. Le violenze perpetrate sulla popolazione di Gaza hanno diffuso l’indignazione nei confronti di Israele in tutto il mondo, ma la destra di Netanyahu ha potuto giustificare a sé e alle altre potenze coinvolte i propri abusi di potere richiamandosi al 7/10. <strong>Mostrare l’altra guancia sarebbe certo già di per sé un fallimento e un riconoscimento della legittimità dell’esistenza di Israele, persino una forma compiacente di mansuetudine, che metterebbe in una posizione di prestigio e totale discrezione l’esercito israeliano ai danni della resistenza.</strong> Qui non si tratta, ancora una volta, di cosa sia giusto o meno, ma di quali strade rimangono realisticamente a disposizione per il popolo palestinese.  </p>



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		<title>Libera stampa in libero ENI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni giornali sembrano non dare importanza alla licenza assegnata da Israele per esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni. Chissà perché...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>“Chi cerca la verità passa per cretino”</strong>. È una citazione dallo Sciascia di <em>A ciascuno il suo</em>. Buona parte dei gruppi editoriali italiani deve averla scritta a caratteri cubitali sui muri delle redazioni. Sapete, un po’ come si faceva ai bei tempi con le frasi della Buonanima, quando Salvini non era ministro dei trasporti e i treni arrivavano in orario. Ma non divaghiamo. Anche perché, una volta tanto, la realtà ci dà conforto: secondo dati rilevati tramite l’analisi a infrarossi delle marchette che appaiono sui media della Patria, i dotati di scarso quoziente intellettivo sono un’esigua minoranza. La maggioranza brilla per acume: non ci pensa proprio, a cercare o a dar conto dei fatti scomodi. Del resto, l’intelligenza è come il coraggio: o ce l’hai, o non ce l’hai. <strong>E gli intelligenti, grazie al cielo, abbondano. Sono sparsi a macchia d’olio.</strong></p>



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<p>Anzi, a macchia di petrolio. E generoso consumo di gas, nonostante le ultime bollette. Metti ad esempio che nel nostro googlare da perdigiorno scrivessimo, putacaso, le seguenti parole-chiave: “Eni Gaza”.  <strong>Uscirebbero quattordici pagine nella sezione “tutti” e appena cinque in “notizie”, ruotanti quasi esclusivamente attorno a Gaza Marine, giacimento sottomarino da 28 miliardi di metri cubi che, leggiamo in un articolo di <em>Avvenire </em>del 27 luglio 2024, “potrebbe trasformare la vita di milioni di palestinesi, al punto di rendere questa terra martoriata un grande produttore di energia”</strong>. Sul motore di ricerca, riguardo al tesoro mezzo sconosciuto, oltre all’organo dei vescovi compaiono una manciata di testate (<em>Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, L’Indipendente, Domani, Altreconomia</em>) e vari siti pro Palestina.</p>



<p>Eppure ha rappresentato, come si dice, un caso. O almeno, ci saremmo aspettati che diventasse tale. il 29 ottobre 2023, esattamente dopo ventidue giorni dall’attacco di Hamas, Israele assegna la licenza di esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni, decisione contestata il 6 febbraio 2024 da una serie di associazioni palestinesi con una diffida a intraprendere le attività, fatta pervenire tramite uno studio legale di Boston. Di qui, per troncare subito il dibattito che poteva nascerne, la dichiarazione del 14 febbraio da parte del ministro degli esteri, Antonio Tajani, berlusconiano in assenza di Berlusconi: “Il contratto è ancora in via di finalizzazione, al momento non vi è alcuno sfruttamento di risorse”. <strong>Eni, dal canto suo, non ha commentato.</strong></p>



<p>Noi però, sempre per la cretineria di fondo che ci contraddistingue, ci siamo chiesti dove siano finiti gli altri giornali. Nonostante la crisi dell’editoria, ne escono ancora in buon numero. Ma niente: cerca che ti ricerca, sull’Eni troviamo una massa sterminata di news sul <em>green deal</em>, sulla mobilità sostenibile, sullo spot per Sanremo con Virginia Raffaele, sulle strategie del management, sulle centrali, sul Piano Mattei, magari su qualche brutto incidente e vertenza occupazionale, ma su questioncelle come gli affari nel mare di Gaza, niente. Passi il saggio glissare dei giornaloni istituzionali tipo <em>Corriere </em>o <em>Repubblica, </em>i più sagaci per antonomasia. Ma i paladini della libertà li pensavamo come noi: più fantozziani,  sciascianamente affetti da deficienza naturale. E invece sono anch’essi menti superiori: non si attardano su notiziole allo stato gassoso. <strong>Pensavate a una bella inchiestina come solo <em>Fanpage</em> sa fare, con insider sotto copertura munito di telecamerina? Macché. O magari un rigoroso <em>fact checking</em> di <em>Open</em> di Chicco Mentana? Ma quando mai. E <em>Piazzapulita </em>di Corradone Formigli? Non risulta. <em>Report,</em> nel novembre scorso, un’incursione su certi progetti in Kenya della multinazionale al 30% dello Stato l’ha fatta (“falsità”, naturalmente, secondo l’azienda amministrata da Claudio De Scalzi).</strong></p>



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<p>E allora, da scemi senza speranza quali siamo, ci siamo domandati a quanto ammonti la percentuale dedicata alla stampa nell’annuale piano di spesa pubblicitaria del cane a sei zampe. <strong>Dovrà pur esserci un modo per misurare, calcolare, soppesare tanta diffusa avvedutezza fra le penne d’Italia. E quale migliore criterio dei banner di pubblicità, anima del commercio?</strong> Quali informazioni più chiaroveggenti, se non i testi a cura degli studios di editori i quali, legittimamente e intelligentemente, incassano senza voler rogne? E soprattutto: quale insuperabile e insuperata strategia, la tecnica immortale del silenzio. Per dire: che fine ha fatto la trattativa con gli Angelucci, padroni di <em>Giornale, Libero </em>e <em>Tempo</em>, per vendere l’agenzia stampa Agi di proprietà dell’Eni? Mistero. Arenata, deve essersi arenata. Forse, a rivelarci qualcosa potrebbe essere Mario Sechi, il <em>revolutionary conservatory</em> direttore di <em>Libero</em>. Prima dei gloriosi quattro mesi scarsi da responsabile stampa del maschio presidente Giorgia Meloni, a dirigere l’Agi era lui. E chissà: magari ci tornerà, se mai gli Angelucci facessero il colpaccio (“Io non sono Mario Sechi perché sono venuto all’Agi. Io ero già Mario Sechi. E lo sarò anche dopo. L’Agi resta mia, io non mi sento un esule, non vado al confine”: così avrebbe parlato, nel suo per altro sobrio discorso d’addio). </p>



<p><strong>“La memoria è l’intelligenza degli idioti”. Lo diceva un idiota di fama: Albert Einstein. Ci sovviene allora un ricordo. Prima di venire destituito alla direzione del quotidiano <em>Domani</em>, nell’aprile di due anni fa,per pura coincidenzapoco dopo un piccato botta e risposta con Eni irritata per un suo articolo di fondo, Stefano Feltri scriveva: “</strong><em>Non mi azzardo a dire più nulla sulle vicende giudiziarie: ogni accenno al merito comporta esporre me e il giornale ad altre azioni legali. Eni può dire: missione compiuta” (Domani, 25 marzo 2023). </em>State sere-Eni, insomma. Ecco, visto che noi si è stupidi, ma non così stupidi, non osiamo vergare un’altra sola parola in più. Ma siccome non siamo nemmeno così scaltri nell’orientare il pappafico, come invece insegnano col loro esempio fior di giornalisti che una parola fuori budget non la scrivono neanche per sbaglio, ci limitiamo a un consiglio da donare a te, perspicace lettore: fa’ attenzione agli inserzionisti, quando sfogli o clicchi. Ti si affacceranno alla mente meravigliose connessioni. E, orgogliosamente, ti sentirai un cretino. A ciascuno il suo.</p>



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		<title>La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 11:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel complicatissimo conflitto in corso sinistra e destra nostrane riescono a fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ma in fondo non contano niente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5d624b46c5da90edbc0bcd29d77d445a">Articolo uscito sulla rivista Domino</p>



<p>Dal 7 ottobre del 2023 la questione israelo-palestinese è tornata a occupare le prime pagine e i palinsesti dei media occidentali,<strong> dando all’opinione pubblica l’ennesima occasione per polarizzarsi</strong>, allestendo le parti di un dibattito che dovrebbe dimostrare la buona salute di una democrazia e che invece ne sancisce l’impotenza.</p>



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<p>Più si parla di pace, armistizio, de-<em>escalation</em>, più il conflitto si estende, tanto che oggi aumentano gli attori coinvolti, i popoli offesi, e così anche le vittime. <strong>Più che sulla guerra in sé, allora, conviene soffermarci sulla guerra sopra la guerra, che avviene sul piano dei simboli e delle ideologie</strong>: la guerra che si compie nell’interregno mediatico, in quello spazio dove danzano i simulacri, dove ci arrivano immagini riflesse di una lotta che si gioca su un piano puramente iconografico e discorsivo, perché informata dai media, cioè messa in forma da essi, <strong>di modo che ognuno di noi possa posizionarsi e scegliere da che parte stare</strong>.</p>



<p>Ci sono troppi intermediari tra noi e la guerra, e, come in un gigantesco gioco del telefono senza fili, tra la realtà dei fatti bellici e quello che vediamo o ascoltiamo su di essi si perde la sostanza: <strong>rimangono sbiaditi fotogrammi di un conflitto etnico, religioso, geografico, che siamo costretti a filtrare con le nostre categorie occidentali per digerirlo</strong>, al costo però di snaturarlo e di farlo diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che è.</p>



<p>E se fosse proprio questa incomprensione, questo enorme malinteso<strong>, a rendere problematico qualsiasi nostro intervento o azione che partecipi a risolvere uno scontro che abbiamo, storicamente e politicamente, contribuito a creare? </strong>Cosa rimane, oggi, nei media occidentali, nel dibattito pubblico, negli opposti schieramenti della questione israelo-palestinese?</p>



<p>Chi si appropria dei termini del conflitto, chi ne monopolizza i simboli? E perché spesso proprio questi termini e questi simboli non coincidono con la realtà che vorrebbero rappresentare? Sia nell’universo di sinistra che in quello di destra, sia tra i filo-palestinesi che i filo-israeliani, <strong>si avvicendano una serie di fraintendimenti e incomprensioni dettate da pregiudizi ideologici che, già in passato, si sono rivelati i prodromi delle catastrofi a venire.</strong></p>



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<p>Buona parte dei partiti, movimenti, associazioni che si collocano nell’area politica progressista, e difendono pubblicamente la causa palestinese, <strong>sembra non tenere conto di tante contraddizioni in cui sono costretti a imbattersi </strong>e che minacciano la comprensione del fenomeno in tutta la sua portata, innescando facili strumentalizzazioni.</p>



<p>La difesa del soggetto palestinese in ciò che rimane della striscia di Gaza, in questo momento storico, <strong>passa per Hamas</strong>, un’organizzazione politica islamista che perpetua una linea offensiva e sacrificale nella gestione del conflitto. Alla tradizionale figura del <em>fida&#8217;i, o fedayn</em> (a cui si rifà l’inno nazionale palestinese), il combattente per la libertà, di matrice laica, pronto ad attaccare per poi rientrare alla base, Hamas predilige l’<em>istishhadi</em>, <strong>colui che è disposto a morire nell’attacco</strong>, cercando proattivamente il martirio, in un’accezione religiosa, millenarista, che abbraccia quella mistica della morte cara all’imam <strong>Ruhollah Khomeini</strong> &#8211; leader della rivoluzione iraniana, che vedeva nella guerra uno «sbocco vitale attraverso il quale i giovani martiri iraniani sperimentarono la trascendenza mistica». Il martirio è parte di una filosofia complessiva, un pilastro ideologico centrale e un ideale organizzativo di Hamas. Questa organizzazione politica vede nell’Islam «l&#8217;ideologia più solida attraverso cui raggiungere gli obiettivi della lotta nazionale palestinese»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Rispetto alla prima Intifada, che aveva suscitato, per metodi, per iconografia e immaginario, per le sue componenti marxiste e nazionaliste laiche, le simpatie della società civile occidentale e dei suoi organismi internazionali<strong>, le modalità di lotta della resistenza palestinese sotto l’egida di Hamas</strong> ora sono molto cambiate: ha imparato dagli errori della precedente Olp, la cui via pacifista e diplomatica <strong>si rivelò troppo ingenua</strong>. Non soltanto sono cambiati i mezzi di cui dispone e gli armamenti, ma è variato anche l’impianto ideologico, il quale, col tempo, si è avviato verso una risemantizzazione della causa in chiave profondamente <strong>religiosa, teleologica, fondamentalista</strong>.</p>



<p>Hamas, che oltre ad essere l’acronimo arabo di Movimento di Resistenza Islamico, significa “zelo”, ha come scopo dichiarato quello di sostituire lo Stato d’Israele con un Stato musulmano governato secondo la legge della <em>sharia</em>, così come vuole l’organizzazione dei Fratelli Musulmani di cui è stata l’iniziale propaggine. Si impegna a perorare tale missione, come si legge nel suo statuto, «<strong>nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita</strong>».</p>



<p>Per Hamas la Palestina non è terra dei palestinesi, ma dell’<em>umma</em> musulmana in generale, in una visione ancora più allargata di nazionalismo; <strong>sicché, suona molto controintuitiva l’adesione cieca e infervorata di una sinistra che continua a proclamarsi laica, globalista, <em>no-border</em>, LGBTQ, alla causa palestinese</strong>, inserita all’interno di una dinamica che vede coinvolti nel sostegno attori come l’Iran (che ogni anno stanzia circa cento milioni di dollari per Hamas) e gli Stati arabi del Golfo Persico che l’universo progressista da sempre condanna per la lesione dei diritti umani e il mancato rispetto delle libertà individuali. &nbsp;</p>



<p>È chiaro tuttavia che la sinistra occidentale non ha come scopo volontario spalleggiare l’islamismo più estremo, come vorrebbe farci credere la destra conservatrice, sempre pronta a paventare l’impossibile <em>clash of civilization</em>; <strong>ma riconosce in modo più che naturale la precarietà della condizione in cui sono intrappolati i palestinesi</strong>, ostaggio di un popolo di coloni «che si rifiuta di parlare un linguaggio politico con coloro che rende abietti, che si affida a violenza eccessiva e impunità diplomatica e legale e che impiega un complesso sistema di forme di controllo architettonico, tecnologico e indiretto»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Di fronte a questa evidenza, la resistenza palestinese, anche nella sua forma più radicale che urta la sensibilità dei liberali più della violenza sistematica di Israele, ha indubbiamente le sue fonti di legittimità.<ins> </ins>Ci chiediamo però perché il sostegno alla causa palestinese non si sia palesato con altrettanta veemenza prima che la questione, la cui genealogia è di molto anteriore al 7 ottobre, si esacerbasse al punto da diventare più religiosa che politica. <strong>Questi abissi non scompariranno all’indomani di una vittoria dell’una o dell’altra parte</strong>, o anche solo di una <em>pace</em>, ma ritorneranno con fisionomie diverse, in luoghi diversi, poiché i progressisti e l’universo <em>woke</em> rimangono una delle due facce di una medaglia occidentale che proprio Hamas e il fondamentalismo islamico annoverano tra i loro nemici giurati.</p>



<p>Questa guerra testimonia come l’opinione pubblica, oggi prevalentemente filopalestinese, giochi un’influenza limitatissima di fronte all’egemonia di Israele sulle istituzioni. Qualsiasi forma di sostegno, anche la più urgente e necessaria deve comunque essere consapevole di sé, della sua natura e di quella dei soggetti politici che coinvolge il suo <em>endorsement</em>. </p>



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<p>Spostandoci dall’altro lato dello spettro politico, è doveroso <strong>considerare cosa è ideologicamente sottointeso nel sostegno che le destre occidentali assicurano, con poche riserve, allo Stato di Israele</strong>. Secondo le dichiarazioni esplicite, questo sostegno si regge su un convinto anti-antisemitismo, la volontà di non ripetere gli errori del passato, la difesa del diritto di uno Stato sovrano a difendersi, anche con vigore, da chi ne minaccia la sopravvivenza, tanto più se si tratta di uno Stato inserito nell&#8217;asse militare occidentale. Molto spesso la presenza stessa della democrazia israeliana in Medio Oriente viene rappresentata, soprattutto dalla destra repubblicana, <strong>come un prerequisito imprescindibile per garantire l’equilibrio e la sicurezza della regione</strong>. Rispetto alle varie monarchie etniche o repubbliche teocratiche, oltre ai vari gruppi ribelli sciiti o sunniti che provano a rovesciarle, <strong>la repubblica parlamentare di Israele&nbsp;rappresenta, agli occhi della destra, un modello costituzionale legittimo che, qualora diffuso al resto della regione, porterebbe pace e stabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ma può darsi ci sia qualcosa di più profondo a guidare quest&#8217;opinione, un sentimento <strong>che si inserisce pienamente nel solco della tradizione storica della destra</strong>, quella stessa da cui oggi tanti partiti politici si affannano nel prenderne le distanze.</p>



<p>Cos&#8217;è che caratterizza, a ben vedere, la comunità ebraica? <strong>Ogni comunità di popolo è determinata da criteri di appartenenza specifici</strong>, e questi criteri dipendono a volte da principi trascendenti, ma spesso da condizioni materiali di sopravvivenza. Così la comunità americana, in origine fondata sull’appropriazione di una terra percepita come vergine agli occhi dei suoi colonizzatori, si basa sul suolo. Ciò ha corroborato il caratteristico <em>ius soli</em>.</p>



<p>La comunità ebraica, al contrario, non potendo per lungo tempo fare riferimento a una terra, se non a una perduta o promessa, ha dovuto fondare la propria appartenenza <strong>esclusivamente sul sangue e su Dio</strong>, in termini tanto più radicali quanto più lontana dovesse sembrare la prospettiva di abitare un giorno una patria propria e comune. Questo ha fatto sì che ovunque migrasse una delegazione ebraica, indipendentemente dal lembo di terra che finiva ad abitare, <strong>questa conservasse un’appartenenza costitutiva al popolo di origine</strong>, riservando a esso una fedeltà che la quotidiana commistione con comunità diverse, il comune abitare una terra condivisa, non avrebbe potuto minare in alcun modo. L’assenza di una terra propria ha trasformato <strong>la patria, per gli ebrei, in un concetto mitico e messianico</strong>, impossibile da identificare in uno spazio geografico da abitare con altri.</p>



<p>Per questo motivo il popolo ebraico, fin dalla sua diaspora, <strong>ha sempre rappresentato un insieme comunitario problematico per la frangia più identitaria dei popoli che, nei secoli, vi sono entrati a contatto o vi hanno convissuto</strong>. Benché per lungo tempo nomadi e dispersi, gli ebrei hanno da sempre avuto un’identità invidiabilmente marcata. Quelle stesse prerogative identitarie che caratterizzano la comunità ebraica, e che la separavano rigidamente anche dai suoi conterranei<ins>,</ins> garantiscono oggi agli israeliani, nel conflitto che li vede opposti al popolo palestinese, le simpatie dell’ala politica più incline all’identitarismo nazionale.</p>



<p>Quest’ala è quella che in occidente ha raccolto l’eredità ideologico-identitaria dei vari nazionalismi novecenteschi, ovvero <strong>la destra repubblicana</strong>. Fatte le dovute distinzioni, essa in sostanza si fonda su una declinazione, di volta in volta regionale, della triade <strong>Dio, patria, famiglia</strong>.</p>



<p>Dunque, un principio superiore che giustifica trascendentalmente l’eccezionalità del popolo, un suolo da difendere e una comunità di sangue cui appartenere. Agli occhi della destra moderna o dei suoi precursori ideologici, la questione ebraica è sempre stata posta nei termini di <strong>un problema da risolvere</strong>, poiché l’ostinazione degli ebrei nell’identificarsi anzitutto come tali li rendeva, agli occhi di un sovrano o di una comunità con pretese egemoniche, <strong>inassimilabili</strong>.&nbsp;<br>È noto come il nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>, a cui il partito aveva affidato la logistica del “problema ebraico”, avesse elaborato, su ordine indiretto di Hermann Göring, un progetto di deportazione di massa degli ebrei europei verso il Madagascar, al ritmo di un milione l’anno, per quattro anni. <strong>Il “Piano Madagascar”</strong> riprendeva in realtà una proposta già avanzata dall’antisemita Paul de Lagarde nel 1885, mentre i sionisti, dal canto loro, sembravano propendere per il più vicino Uganda.</p>



<p>Benché nessuna delle due destinazioni potesse contare, quanto la Palestina, sul supporto esegetico dei testi sacri, questo precedente storico dimostra come <strong>uno Stato ebraico fosse un’alternativa con cui lo stesso nazismo si era intrattenuto,</strong> alla ricerca di una soluzione al “problema” ebraico, prima di elaborare quella finale e spietata.</p>



<p>Il supporto che la moderna destra repubblicana offre alla causa israeliana non stride affatto, perciò, con le teorie politiche dei suoi precursori ideologici – le varie destre nazionali, aristocratiche o borghesi che fossero &#8211; spesso caratterizzate da uno spiccato <strong>e trasparente antisemitismo</strong>.</p>



<p>Non solo perché una costituzione simile a quello dello Stato di Israele, sarebbe, di fatto, <strong>la massima ambizione giuridica a cui potrebbe aspirare una destra moderna</strong> &#8211; soprattutto nella sua declinazione più autoritaria, essendo quella più moderata e liberale difficile da conciliare con un assetto teocratico – ma anche perché <strong>lo Stato di Israele rappresenta una soluzione definitiva al problema ebraico</strong>, che minaccia l’uniformità identitaria dell’Occidente fin dagli albori della sua esistenza politica. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br><strong>Il governo di Gerusalemme rappresenta l’esperimento più riuscito di un’elaborazione statuale in chiave moderna della triade Dio, patria, famiglia,</strong> grazie a un’interpretazione rigidamente teocratica dell’agenda politica (assicurarsi il controllo della Terra promessa da Dio), un sistema di discendenza/cittadinanza che garantisce la continuità etnica, e, finalmente, dopo una diaspora millenaria, una terra da difendere contro una persistente minaccia “esterna”.</p>



<p>Vi è dunque anche un’inconfessata radice antisemita nel sostegno che le destre nazionali elargiscono alla causa israeliane, poiché lo Stato di Israele costituisce una soluzione definitiva e conciliante al problema che la comunità ebraica ha sempre rappresentato per le frange più identitarie dei paesi occidentali. Problema che non poteva che riproporsi nel territorio dove si è acconsentito di dislocarlo.</p>



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<p>La confusione e l’aggressiva partigianeria che domina il dibattito occidentale sulla guerra non riguarda l’interrogativo principale, che l’apparato mediatico dovrebbe permettere di porre: <strong>a quale delle due parti si vuol fornire sostegno</strong>? All’Israele tendente alla teocrazia o alla Palestina di Hamas?</p>



<p>In realtà le parti coinvolte nel conflitto <strong>sono molte di più</strong>. Ci sono attori secondari e terziari che si muovono dietro le quinte e, tra i rivoli di sangue e le macerie, tirano acqua al proprio mulino. La questione che ha senso porsi, forse l’unica<strong>, riguarda la natura stessa del sostegno a una delle due parti</strong>, e quindi il ruolo che l’Occidente vuole avere nel mondo.</p>



<p>In quanto dispositivo planetario di gestione della crisi, l’Occidente contiene al suo interno, intrinsecamente, i prodromi di tutte le guerre future. Si è vista ormai la medesima dinamica, in forma diversa, ripetersi in (quasi) ogni contesto di crisi mediorientale. E se quantomeno in Libia, in Afghanistan, in Siria, in Iraq <strong>l’Occidente poteva ancora contare su una vigorosa, e spesso immatura, coscienza di sé, oggi il suo intervento sembra sempre più fiacco e meno convinto,</strong> guidato non più da un’idea presente di potenza, ma dagli spettri del passato e dall’angoscia del futuro.</p>



<p>Per questo all’opinione pubblica occidentale interessa poco comprendere chiaramente ciò che è in gioco nel conflitto israelo-palestinese, come del resto negli altri conflitti in corso. Le guerre sono un pretesto per estrapolare, a scapito di Paesi terzi, <strong>un assetto valoriale e una idea di mondo</strong>, mentre i combattimenti scorrono per conto loro<strong>. I conflitti sono solo l’occasione per giocare la propria mano, comodi e al sicuro, nella battaglia delle opinioni, per prendere posizione e affermare valori</strong>, con la serena coscienza di una pressoché totale ininfluenza.</p>



<p>La presa di posizione nella guerra mediatica permette a ciascuno di situarsi, di leggere il reale attraverso la visione preconcetta che in seguito estrapolerà dai notiziari e dai discorsi pubblici. Mentre le conseguenze sul conflitto restano limitate, tale presa di posizione risulta un ottimo strumento per discriminare la popolazione civile tra chi è incapace di liberarsi del peso opprimente del passato, da conservare cambiandogli forma, e chi è invece talmente proiettato nel <em>progresso</em> futuro da non prevedere i pericoli latenti e i disastri di domani</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A. NASSER,&nbsp;<em>La fabbricazione di una bomba umana: un&#8217;etnografia della resistenza palestinese</em>, Duke University Press, Durham 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> A. OMAR, <strong><em>La questione di Hamas e della sinistra</em>,</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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