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	<title>influencer Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I traumi ci fanno fatturare </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2025 09:42:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Traumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra capitalismo terapeutico, vulnerabilità strategica e lacrime che puzzano di marcio,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Apro Instagram. Una ragazza bionda racconta la fatica di crescere un figlio da sola mentre beve un cappuccino fatto in casa e condivide consigli per non sentirsi una madre inadeguata. Chiara Ferragni si proclama World’s Best Sottona e regina del Club degli Illusi dopo il divorzio con Fedez e la bufera mediatica causata dalla scoperchiatura del vaso di Pandori. Una donna americana piange in macchina mentre trasporta le ceneri del suo giovane marito defunto. Un uomo con una polo blu e un piccolo microfono attaccato al colletto racconta che, grazie alle sponsorizzate, il suo business cresce da solo e riesce finalmente a passare del tempo con i suoi figli.&nbsp;</p>



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<p>Un brivido si propaga dalla pancia fino alla pelle, sottile ma insistente. Sento puzza di marcio, ma mi colpevolizzo. Hanno sofferto, si stanno mostrando nella loro vulnerabilità, come posso essere così insensibile? Eppure, aumenta in me il bisogno di allontanarmi veloce, velocissimo. Smetto di seguire, chiudo tutto. Cosa sta succedendo?<br></p>



<p><strong>Viviamo in un’epoca in cui sembra essere “Tutta colpa di Freud”</strong>. Ci hanno addirittura fatto una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PLQ05q_QF14">serie TV</a> e una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=sjFPZ7L3kVs">canzone</a>. Soffriamo? Abbiamo sicuramente avuto un trauma, parola greca che deriva dal verbo greco τραῦμα, che significa &#8220;danneggiare&#8221;, &#8220;ledere&#8221;, &#8220;rovinare&#8221;. Non è colpa nostra, qualcosa o qualcuno ci ha danneggiato, ma<strong> la bella notizia è che possiamo trasformare la nostra ferita nella nostra più grande forza</strong>. Questa è la narrazione, oggi. Ce lo dicono i terapeuti, gli algoritmi e persino Kelly Clarkson con <em>“What doesn’t kill you makes you stronger”</em>. Poi Tiziano Ferro l’ha messa in versione pop con il suo <em>“Se non uccide fortifica”</em>.&nbsp;</p>



<p>La vulnerabilità è diventata un linguaggio e, come ogni linguaggio, ha le sue regole: ti puoi mostrare fragile, ma solo se hai una visione, puoi piangere in pubblico se serve ad attirare consensi, puoi raccontare i tuoi fallimenti, solo se aumentano il fatturato.&nbsp;</p>



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<p>Online, <strong>il trauma non è più solo un’esperienza intima, da proteggere e di cui prendersi cura, ma è una nicchia di mercato.</strong> Bisogna parlare alle persone che hanno lo stesso trauma per aiutarle e convincerle che sì, siamo proprio noi la soluzione che stanno cercando. Allora c’è chi racconta le proprie ferite senza filtri, chi costruisce un podcast, chi un videocorso da guardare mentre il figlio è a lezione di nuoto.&nbsp;</p>



<p><strong>È il capitalismo terapeutico: soffro, dunque monetizzo. </strong>Un tempo si diceva <em>“Trasforma il dolore in arte”</em>, oggi basta trasformarlo in contenuto, possibilmente con un titolo che attiva corde emotive e qualche centinaio di euro di sponsorizzata.&nbsp;</p>



<p><strong>Il trauma, in questo contesto, non è più ciò che ti accade, ma ciò che ti definisce.</strong><strong><br></strong>Diventa un marchio, un posizionamento, un modo per sentirsi speciali.<em> </em>Non sei solo una persona ansiosa: sei una persona ansiosa capace di raccontare l’ansia<em>. </em>Hai avuto un burnout? Ottimo, adesso puoi insegnare agli altri a evitarlo. La narrazione della ferita funziona perché rassicura. Perché ci fa sentire tutti un po’ disagiati, ma insieme, guidati da <em>anime affini </em>che ci capiscono, che sentono il nostro trauma e a cui siamo felici di dare i nostri soldi.&nbsp;</p>



<p>E così, tra una seduta di psicoterapia e un reel motivazionale, impariamo a performare il dolore con grazia, a monetizzare il trauma con leggerezza, a raccontare la vulnerabilità come fosse una competenza trasversale. Il risultato? <strong>Siamo tutti imprenditori del nostro trauma, testimonial di un dolore che non deve più far male, deve solo fatturare.</strong></p>



<p>A questo punto la domanda sorge spontanea: “Ma allora online è tutto finto?” No. O almeno, non sempre. Ci sono anche persone come Bianca Balti che torna sui social dopo tre mesi di silenzio per parlare di depressione post-cancro, senza però identificarsi in essa, con pudore, senza retorica e con la grazia ruvida di chi non deve dimostrare niente. Il problema non è la vulnerabilità in sé, ma la sua gestione in pubblico. C’è chi condivide una vulnerabilità strategica, con un secondo fine, ma c’è anche chi riesce davvero a trasformare il proprio dolore in arte, in storie che fanno riflettere, sorridere o entrambe le cose. La differenza è sottile, ma si sente, come quando metti il dolcificante nel caffè al posto dello zucchero.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Un contenuto autentico non chiede di essere compreso, non cerca like né empatia: esiste e basta. È quello che ti lascia qualcosa anche senza spiegare nulla, senza dare soluzioni, senza CTA a scaricare l’ennesima guida gratuita su come essere un padre presente. È un contenuto intenso, ma silenzioso, in cui il dolore c’è, ma non è sbandierato per suscitare reazioni. <strong>L’autenticità, quando è reale, non ha l’urgenza di piacere, né paura di non piacere. </strong>La vulnerabilità strategica, invece, se esasperata, può portare <a href="https://open.spotify.com/episode/5IfpOiPafVnWGosbQry13r">una donna che ha ucciso suo marito a pubblicare un libro per bambini su come superare il lutto del padre</a>. Capite cosa intendo? È agghiacciante.&nbsp;</p>



<p><strong>Imparare a distinguere è un atto politico. </strong>Abitare gli spazi online significa accettare che ci siano più livelli di verità, che non tutto è manipolazione, ma nemmeno tutto è confessione. Significa fermarsi prima di condividere, o prima di empatizzare, e chiedersi: “Perché lo sto dicendo? Cosa spero di ottenere? Che sensazione suscita in me quello che sto leggendo/vedendo? È zucchero o è dolcificante?” Insomma, si sente. Forse la vera autenticità non è solo raccontarsi, ma<strong> stare nelle domande scomode senza la pretesa di avere (e dare) sempre una soluzione monetizzabile.</strong> Imparare a dimorare nel silenzio, prima di trasformare tutto in messaggio, storia o contenuto.&nbsp;</p>



<p>Certo, in qualche modo dobbiamo pur mangiare e se la nostra vulnerabilità <em>funziona</em>, perché non parlarne? Non c’è niente di male nel voler trasformare il dolore in qualcosa di utile. D’altronde, la società in cui viviamo ce lo chiede continuamente. Forse la soluzione non c’è. Bisogna solo farsi domande, ogni volta, prima di parlare o di ascoltare. Seguire un po’ di più le proprie urgenze e un po’ meno le strategie. Condividere non per convertire, ma per capire. E imparare ad ascoltare quella sensazione di pancia che arriva mentre leggiamo, guardiamo, scorriamo.</p>



<p><strong>Perché, se ci fermiamo un attimo, la pancia sa sempre la verità: quando è zucchero, quando è dolcificante, quando è marcio.</strong></p>



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<p></p>
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		<title>Gli influencer: nuovi gerarchi dell’apparenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 09:26:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[Instagram]]></category>
		<category><![CDATA[post]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’influencer comunica desiderabilità, e cioè conformismo. Ripete ossessivamente gli stessi codici visivi, gli stessi sogni da acquistare, le stesse parole svuotate. Non mette mai in discussione nulla, perché è parte integrante di tutto ciò che dovrebbe essere messo in discussione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Viviamo un tempo in cui tutto ciò che accade non accade veramente: viene mostrato.</p>



<p>Non si è più, si appare. <strong>Non si pensa, si pubblica</strong>.</p>



<p>Ed è così che è nato, e si è imposto, il nuovo dio della nostra epoca: l’influencer. Ma chi è, davvero, l’influencer?</p>



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<p>Non è un artista, non è un intellettuale, non è un politico, non è un maestro. Eppure prende da ciascuno ciò che gli conviene: il pubblico dell’artista, la voce dell’intellettuale, l’autorità del politico, il fascino del maestro.</p>



<p>Senza prendersi mai la responsabilità di nessuno di questi ruoli. È il nuovo gerarca dell’apparenza, il funzionario del consenso mascherato da spontaneità.</p>



<p>È il soldato del mercato che non ha bisogno di armi, perché ha lo sguardo: seduce, plasma, addestra.</p>



<p>E la società — che da tempo ha smesso di amare la profondità — non lo guarda con sospetto, come si guarda un trucco, ma con invidia, come si guarda un privilegio.</p>



<p>Ed è proprio qui, in questa invidia muta, che si consuma la più silenziosa delle tragedie.</p>



<p>In questa bolla di pixel, filtri e luci LED, l’influencer emerge come figura centrale: la macchina perfetta che addestra a consumare invece che a pensare.</p>



<p>Una creatura nata dal ventre del capitalismo più raffinato: quello che non reprime, ma seduce. L’influencer è il volto umano della pubblicità, il contenitore ammiccante del nulla. Vende la propria vita come prodotto, ogni gesto confezionato per piacere, ogni frase ottimizzata per la condivisione, ogni emozione pronta a diventare contenuto.</p>



<p><strong>La tristezza</strong>? Monetizzabile.</p>



<p><strong>Il corpo</strong>? Strategicamente esibito.</p>



<p><strong>Il pensiero</strong>? Purché non disturbi.</p>



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<p>Ci raccontano che è “un nuovo lavoro”. Ma cosa comunica, esattamente? Non la realtà. Non la complessità. <strong>L’influencer comunica desiderabilità, e cioè conformismo</strong>. Ripete ossessivamente gli stessi codici visivi, gli stessi sogni da acquistare, le stesse parole svuotate. Non mette mai in discussione nulla, perché è parte integrante di tutto ciò che dovrebbe essere messo in discussione.</p>



<p><strong>Saturare, non censurare</strong>: ecco la nuova strategia. E allora scorrono senza sosta&nbsp;contenuti “inspirational”: pubblicità camuffate da vita vera, storytelling motivazionali, emozioni da algoritmo.</p>



<p>Anche la rivolta è stata addomesticata. L’influencer può dirsi impegnato, attivista, consapevole… ma solo finché non tocca i nervi scoperti dei suoi sponsor. Ogni lotta è trasformata in estetica. Anche il disagio, anche la rabbia, anche la denuncia: <strong>se funziona sui social, tutto è spendibile.</strong></p>



<p>La rivoluzione è diventata un trend stagionale.</p>



<p>Il dolore, se ben montato, può fare numeri.</p>



<p>Il silenzio, invece, non converte.</p>



<p>E allora eccoli, milioni di ragazzi che non vogliono più essere, ma funzionare. L’autenticità è sostituita dal “personale vendibile”. Ci si costruisce un volto compatibile con l’algoritmo, si vive nella fame costante di attenzione, nella paura dell’invisibilità.</p>



<p>Il like è diventato moneta emotiva. L’unfollow, una ferita.</p>



<p><strong>Ma l’influencer non è il problema. È il sintomo</strong>.</p>



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<p>È il figlio prediletto di una società che ha perso la capacità di riconoscere la verità. Il sistema che lo ha creato è lo stesso che ci ha convinti che essere visti è più importante che essere capiti. Che la felicità è una questione di immagine, e che tutto ciò che non può essere venduto… non vale.</p>



<p>L’influencer è il volto moderno del potere.</p>



<p>Non impone: seduce.</p>



<p>Non ordina: suggerisce.</p>



<p>Non ti proibisce di pensare: ti distrae dal farlo.</p>



<p>È la forma estetica dell’obbedienza. Obbedisce ai codici del consumo, alle leggi del mercato, alla grammatica dell’algoritmo. E così, mentre mostra la sua vita, viene vissuto dalla vita degli altri.</p>



<p>L’influencer non ha visione, ma visibilità. Non cerca verità, ma viralità. Non crea coscienza, ma dipendenza. È il modello perfetto per un mondo che ha sostituito la speranza con l’intrattenimento.</p>



<p><strong>E chi lo guarda, non lo critica. Lo invidia.</strong></p>



<p>L’invidia è il contrario del pensiero: non vuole capire, vuole ottenere. Così, ogni giorno, milioni di persone non si chiedono che senso ha quella vita, ma come si fa ad averla.</p>



<p>Un tempo, gli intellettuali disturbavano il potere. Lo smascheravano. Gli strappavano la maschera.</p>



<p>Oggi non disturbano più. Sono diventati silenziosi o si sono ibridati al nuovo ordine: alcuni fingono ancora di pensare, ma lo fanno in modo accettabile, ottimizzato, social friendly. Senza dolore. Senza rischio.</p>



<p>I politici stessi sono diventati influencer: non convincono, piacciono. Non progettano, promettono. Non parlano ai cittadini, ma agli utenti. E mentre fanno dirette su TikTok e postano meme, la realtà sociale — quella vera, quella che non si filma — sprofonda.</p>



<p>Tutto ciò che dovrebbe formare coscienza è stato sostituito da ciò che genera traffico. La coerenza è diventata un ostacolo. La profondità è vista come lentezza, e viene punita dagli algoritmi. La verità è diventata irrilevante.</p>



<p>L’influencer è un modello replicabile, desiderabile, vuoto. È il simulacro perfetto: ciò che tutti vogliono essere, senza sapere davvero perché. Questa figura non esiste da sola. È il prodotto della nostra rinuncia collettiva alla complessità. È il frutto di una società che preferisce apparire felice piuttosto che essere libera.</p>



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<p>Ecco perché il vero orrore non è la figura dell’influencer in sé — ma il nostro desiderio di diventarlo.</p>



<p>E allora — che fare? Che pensare? Come uscirne?</p>



<p><strong>Forse dovremmo tornare a sospettare di ciò che piace troppo,</strong> a chiederci perché qualcosa funziona così bene, chi ci guadagna dalla nostra attenzione costante, chi decide ciò che vediamo — e ciò che non vediamo più.</p>



<p>Forse dovremmo tornare ad ascoltare chi non ha followers, ma visione. Chi parla piano, ma dice cose che feriscono — e salvano. Dovremmo interrogarci sul fatto che oggi un adolescente conosce le routine di un influencer, ma non sa cosa sia un dubbio morale. Che sogna di “diventare qualcuno” senza sapere per fare cosa.</p>



<p>Non si tratta di fare una crociata moralistica. Non è questione di demonizzare gli influencer come individui. Il problema non è la singola persona: è il sistema che premia l’apparenza e punisce il pensiero.</p>



<p>Siamo noi il terreno fertile. Siamo noi che accettiamo che ogni spazio umano venga convertito in marketing. Che applaudiamo alla vetrina anche quando ci toglie profondità. Che scambiamo la popolarità per significato, l’approvazione per amore.</p>



<p>La vera ribellione oggi non è farsi notare. <strong>È sottrarsi.</strong></p>



<p>Non urlare, ma scegliere il silenzio.</p>



<p>Non postare, ma pensare.</p>



<p>Rivendicare il diritto all’ombra, alla complessità.</p>



<p>Perché essere sé stessi non dovrebbe mai significare diventare un brand. Dovremmo tornare a esigere — e a costruire — una nuova funzione dell’intellettuale. Non come nostalgico profeta, ma come voce che rompe l’incantesimo. Che ricorda ciò che abbiamo dimenticato. Che ridà peso alle parole. Che torna a vedere.</p>



<p>Perché, in fondo, ogni epoca ha gli idoli che si merita.</p>



<p>Ma ogni epoca può ancora scegliere se inginocchiarsi o aprire gli occhi.</p>



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		<title>La truffa degli ambientini artistici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2025 10:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
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		<category><![CDATA[Wei Wei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'arte nelle sue manifestazioni concrete è solo una dichiarazione di pubblico, di quale fetta di mercato desidera abitare o a quale ideologia vuole aderire</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il denaro aveva comprato anche la cortesia, oltre che le cartoline e la piantina? Che cortesia avrebbe mostrato il negoziante se egli fosse entrato come entravano gli anarresiani in un distributorio di merci: per prendere ciò che volevano, fare un cenno del capo al contabile e poi uscire? Inutile, inutile fare questi ragionamenti. Quando sei nel Paese dei Proprietaristi, pensa da proprietarista. Vestiti come lui, mangia come lui, agisci come lui, sii come lui.</em></p>



<p><em>Non c&#8217;erano parchi nel centro della città di Nio: il terreno era troppo prezioso per sprecarlo in frivolezze. Egli continuò a immergersi sempre più nelle stesse strade larghe e sfavillanti che gli avevano fatto percorrere varie volte. Giunse alla Saemtenevia e la attraversò in fretta, per evitare una ripetizione dell&#8217;incubo ad occhi aperti. Giunse così nel distretto commerciale. Banche, uffici, edifici governativi. Era tutta così, Nio Esseia? Grandi scatole lustre di pietra e di vetro, immensi, decorati, enormi pacchetti vuoti, vuoti. Passando davanti a una vetrina con la scritta «Galleria d&#8217;Arte», entrò, pensando di poter sfuggire alla claustrofobia morale delle strade e di trovare nuovamente in un museo la bellezza di Urras. Ma tutti i quadri del museo avevano dei cartellini col prezzo incollati alla cornice. Rimase a fissare un nudo dipinto con abilità. Il cartellino diceva 4000 UMI.</em></p>



<p><em>&#8211; Si tratta di un Fei Feite &#8211; disse un uomo scuro, comparso al suo fianco senza fare rumore – la settimana scorsa ne avevamo cinque. La cosa più grossa del mercato artistico, tra poco tempo. Un Feite è un investimento sicuro, signore.</em></p>



<p><em>&#8211; Quattromila unità è il denaro che occorre per mantenere in vita due famiglie per un anno in questa città &#8211; disse Shevek.</em></p>



<p><em>L&#8217;uomo lo esaminò e disse, strascicando le parole: &#8211; Sì, certo, signore, ma quella, lei vede, è un&#8217;opera d&#8217;arte.</em></p>



<p><em>&#8211; Arte? Un uomo fa dell&#8217;arte perché deve farla. Per quale motivo è stato fatto quel quadro?</em></p>



<p><em>&#8211; Lei è un artista, vedo – disse l&#8217;uomo, ora con evidente insolenza.</em></p>



<p><em>&#8211; No, sono un uomo che riconosce la merda quando la vede! &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em><br><br></p>



<p class="has-text-align-right"><em>I reietti dell&#8217;altro pianeta</em> &#8211; Ursula K. Le Guin</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Fino alla prima metà del Novecento l&#8217;arte era validata dalla rete che univa artisti, teorici, movimenti, spettatori, commercianti e mercato. Era costituita tanto da ognuna di queste figure, quanto dalla rete che le teneva insieme. Nella seconda metà del Novecento un cambio di paradigma ha redistribuito il potere di quei singoli agenti, dando rilievo quasi esclusivamente al mercato. L&#8217;arte è diventata una disciplina validata dal mercato e più nello specifico da un mercato di riferimento parcellizzato. <strong>Designata una fetta di pubblico-consumatore ideale, si stabiliscono prezzi conformi al loro potere d&#8217;acquisto</strong>. Si hanno così sistemi dell&#8217;arte tenuti in piedi dalla loro rispettiva porzione di mercato.</p>



<p>In questo modo gli artisti più noti come Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Ai Wei Wei hanno il loro gruppo di collezionisti <em>ad hoc</em>: <strong>acquirenti, consorzi o gruppi di investitori che non hanno remore nel pagare banane o squali svariati milioni di dollari</strong>. Il venditore dello squalo (<em>The Physical lmpossibility of Death in the Mind of Someone Living</em>, 1991), era Charles Saatchi, magnate della pubblicità e noto collezionista d&#8217;arte, che aveva commissionato l&#8217;opera per 50.000 sterline. Il «Sun» aveva titolato così un articolo sull&#8217;operazione: “50.000 for Fish without Chips”. Hirst aveva chiesto quella cifra anzitutto per investirla in pubblicità.</p>



<p>Non è importante decretare se queste operazioni siano o non siano arte, e nemmeno insistere sulla presunta immoralità del prezzo sul cartellino dell&#8217;opera<strong>: occorre semplicemente rilevare che questi artisti sono prima di tutto imprenditori, abili nel generare un cortocircuito</strong>. Gli acquirenti delle loro opere sono miliardari, mentre il loro pubblico è la massa. Il connubio tra l&#8217;enorme fama (data talvolta dal prezzo stesso di vendita delle opere che genera un&#8217;ondata di articoli, pareri e recensioni) e la minuscola percentuale di possibili acquirenti è quel cortocircuito che genera il sistema dell&#8217;arte.</p>



<p>Ma il mercato e i suoi agenti sanno che <strong>è necessario diversificare, frammentare, suddividere</strong>; sanno che tutti devono essere inglobati, ma entro minuscoli spazi; per questo motivo generano altri sistemi dell&#8217;arte. Ad esempio quello degli artisti <em>mid-career</em>, formato da un pubblico di addetti ai lavori, studenti delle accademie e collezionisti benestanti. Sono opere che potrebbe acquistare un notaio, un imprenditore o un <em>senior art director</em>. La loro fama, di cui sono consapevoli solo pochi eletti, unita a un prezzo relativamente contenuto, crea perciò un altro sistema dell&#8217;arte. Al centro c’è sempre il mercato, una sorta di mecenate contemporaneo <strong>che stabilisce le regole, il prezzo e gli operatori</strong>. <strong>Nessuna rete, nessun movimento artistico coeso; solo nemici, pronti ad accaparrarsi questa o quella fetta di mercato.</strong> I galleristi non hanno più nessun ruolo all’interno del processo: si limitano a stabilire quale fetta di mercato occupare: “artisti da museo” o “emergenti”, “provocatori” o “reazionari”, “scultori” o “AI-artist”. Non fa differenza, non c&#8217;è nessuna divergenza nelle loro rappresentazioni.</p>



<p><strong>L&#8217;arte nelle sue manifestazioni concrete è solo una dichiarazione di pubblico, di quale fetta di mercato desidera abitare o a quale ideologia vuole aderire.</strong> Nell’epoca in cui essa è considerata un inutile spreco di tempo e risorse, e nella quale i futuri addetti ai lavori, ovvero gli studenti delle accademie, sono considerati soggetti poco utili per il mercato del lavoro, avviene nel frattempo che alcuni super-ricchi spendano milioni per opere dal dubbio gusto estetico e morale.</p>



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<p>Ogni analisi del contemporaneo non può prescindere dall&#8217;indagine dei mutamenti dello spazio. Il digitale apre infinite distese di nuovi ambienti e le piattaforme moltiplicano i sistemi e i paradigmi facendo emergere nuove figure. <strong>È così che sono nati schiere di critici-influencer e artisti-creator.</strong> Individui rigettati da un mercato saturo che pensano di fare carriera per vie traverse, spesso riuscendoci.</p>



<p>Questo non vale solo per l&#8217;arte: proliferano i divulgatori delle umane lettere come <strong><a href="https://www.instagram.com/edoardoprati_/?hl=it">Edoardo Prati</a></strong> che non parla d&#8217;altro che di Dante e Boccaccio. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=WJHlj1Wn46U&amp;ab_channel=Rai">Durante la sua intervista da Cattelan</a> realizza sculture infime, metafora dello smarrimento delle nuove generazioni, sancendo che la società può realizzarsi soltanto attraverso la comunione d&#8217;intenti e delle volontà. Per fare ciò scomoda Dante e tutti i santi. I commenti sono entusiasti, tutti innamorati di lui; alcuni vorrebbero che avesse un suo programma di divulgazione, altri si addormentano con la sua voce profonda che bacchetta chiunque non legga Dante due volte al dì. <em>Curate ut valeatis</em>!</p>



<p>Nei social media basta poco: <strong>sei seguito sia se bestemmi per quindici secondi ogni giorno vestito da gnomo, sia se racconti Dante per quindici secondi ogni giorno vestito da intellettuale</strong>. I Cultus Classicus ne sono un esempio: passano le loro giornate a sciorinare complimenti su tutto ciò che ha più di cinquecento anni, sono critici sull&#8217;arte contemporanea, ma non la comprendono e forse ancor peggio non la conoscono. Il loro ultimo format è una sorta di Spotify Wrapped. Il risultato dei loro cinque artisti più ascoltati durante l&#8217;anno è formato da Puccini, Verdi e Donizetti. Ricorda quella massima di Woody Allen: “gli intellettuali sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva”.</p>



<p>Come fanno, difatti, tutti questi individui a comprendere il contemporaneo se non lo riescono a carpire e nemmeno ad apprezzare. Roland Barthes sosteneva che “Il contemporaneo è l&#8217;intempestivo” e Nietzsche, un giovane filologo che aveva lavorato fin allora su testi greci e aveva due anni prima raggiunto un&#8217;improvvisa celebrità con <em>La nascita della tragedia</em>, pubblica le <em>Unzeitgemasse Betrachtungen</em>, le &#8220;Considerazioni intempestive&#8221;, con le quali vuole fare i conti col suo tempo, prendere posizione rispetto al presente. <strong>Si rende conto che per quanto i classici hanno sempre qualcosa da dire sul presente, non sono sufficienti</strong>.</p>



<p>Anche Giorgio Agamben spiega lucidamente cos&#8217;è il contemporaneo: <strong>la contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze</strong>; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura. “Un buon esempio di questa speciale esperienza del tempo che chiamiamo la contemporaneità è la moda. Ciò che definisce la moda è che essa introduce nel tempo una peculiare discontinuità, che lo divide secondo la sua attualità o inattualità, il suo essere o il suo non-esser-più-alla-moda (alla moda e non semplicemente di moda, che si riferisce solo alle cose)”.</p>



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<p>Questa cesura, per quanto sottile, è perspicua, nel senso che coloro che debbono percepirla la percepiscono immancabilmente e proprio in questo modo attestano il loro essere alla moda; ma se cerchiamo di oggettivarla e di fissarla nel tempo cronologico, essa si rivela inafferrabile. <strong>È contemporaneo chi è futuro nel presente, non chi si rifugia nel passato timoroso di un presente che non capisce.</strong></p>



<p>Ritorniamo all&#8217;arte che, oggi, ha meccanismi simili alla moda. Le piattaforme formano artisti che realizzano opere mediocri ma sono osannate dai loro follower: pittori che fanno schizzare colore sulla tela da un&#8217;altalena; cover artist dei vedutisti settecenteschi che mandano il pubblico in brodo di giuggiole sprigionando commenti quali: “questa è arte, non quelle pagliacciate da museo contemporaneo”; fotoreporter di guerra che estetizzano la violenza e il male senza porsi nessuna domanda su cosa succede quando siamo davanti al dolore degli altri; su quali siano i limiti dell&#8217;immagine: sanguisughe che bramano storie violente per un pubblico in cerca del tragico.</p>



<p><strong>Ma niente è peggio degli aspiranti critici.</strong> <a href="https://www.instagram.com/cometicriticolarte/">Cometicriticolarte</a> è una pagina che racconta alcuni artisti e dà un breve parere sul loro operato. Tra gli ultimi video si può apprezzare un&#8217;analisi di un albero di natale realizzato da Greg Goya: una rivoltante opera partecipativa nata per essere pubblicata sulle piattaforme che la critica trova adorabile. In questo albero i passanti possono scrivere il pezzo mancante del loro natale: manca solo il panettone per realizzare una pubblicità Bauli. In un altro video elogia opere realizzate interamente con penne Bic come se la catarsi artistica possa individuarsi nello strumento, in un altro video ancora elogia un pittore che dipinge paesaggi alla William Turner estasiandosi per “come tiene il pennello” e poi continua chiedendo: “avete idea di quanto possano costare quei pennelli?”. “Tantissimo”, risponde.</p>



<p>Questa pagina è una buona rappresentazione della critica d&#8217;arte sui social media. <strong>Sono forme di analisi semplicistiche, realizzate da persone che per ritagliarsi il loro spazio hanno bisogno di un pubblico poco preparato e che hanno come primo obiettivo la disinformazione</strong>. Non sono in cattiva fede, è una disinformazione strutturale perché l&#8217;informazione manca in primo luogo a loro stessi, non sanno di non sapere. Inoltre la colpa non ricade mai sul singolo individuo che all&#8217;interno dei media è sempre il soggetto debole. Sono le piattaforme a dettare le regole del gioco.</p>



<p>Lo stesso avvenne quando a maggio sui social proliferava <strong>l&#8217;immagine AI su Rafah</strong> e la divulgatrice Esmeralda Moretti fece un video entusiasta dove bacchettava i reazionari sostenendo che la portata di diffusione dell&#8217;immagine aveva riempito i social di un unico contenuto mandando un messaggio politico fortissimo. Dovremmo porle diverse domande: come mai non ha compreso che il messaggio deve essere qualitativo e non quantitativo, come mai, da esperta di filosofia, non ha ancora compreso i meccanismi delle piattaforme, ma soprattutto che competenza ha per parlare d&#8217;immagine? Il problema di quell’immagine è stato frainteso e non era il fatto che fosse stata generata con l&#8217;AI.</p>



<p>I social media sono strumenti particolari: da un lato aprono le porte all&#8217;intera galassia sociale riducendo l&#8217;individuo a un atomo con responsabilità universali che non riesce a reggere, dall&#8217;altro lato basta mostrarsi solidali condividendo un&#8217;immagine per credere di aver fatto il proprio dovere. Dovere che <em>de facto</em> non sussiste e che non ha altra funzione che alimentare la produzione e condivisione di dati e ideologie.</p>



<p>Shevek, il protagonista dei <em>Reietti dell&#8217;altro pianeta</em>, nell&#8217;estratto a inizio articolo, dice: “sono un uomo che riconosce la merda quando la vede”, e noi? <strong>Noi non sappiamo più riconoscerla</strong>. Siamo anzi untori. Abbiamo perso questa capacità quando abbiamo permesso che in ogni ambito dello scibile umano si creassero sistemi e paradigmi (di mercato) diversi e spazi sorvegliati. Ognuno di essi è una galassia con le proprie regole e come ogni buon sistema crea i suoi reietti, gli altri.</p>



<p>Ogni sistema ha un suo confine: la zona periferica in cui si sviluppano processi accelerati e che di lì si dirigono poi verso le strutture nucleari per sostituirle. Poiché il confine è un elemento necessario di ogni sistema,<strong> esso ha bisogno di un ambiente esterno «non organizzato» e, quando manca, se lo crea</strong>. La cultura non crea infatti soltanto la sua organizzazione interna, ma <strong>anche un proprio tipo di disorganizzazione esterna</strong>. I social media sono stati per breve tempo la disorganizzazione esterna del sistema egemone che attraverso i suoi intermediari (e alcuni limiti strutturali) esonerava alcuni soggetti. Con il tempo sono entrati all&#8217;interno del confine e da lì sono arrivati al nucleo sostituendone i processi.</p>



<p>Così i social media hanno smesso di avere soggetti marginali e processi periferici. La rete di cui sopra, che teneva in equilibrio il sistema dell&#8217;arte fino al primo Novecento aveva il compito di mantenere l&#8217;arte precipuamente &#8220;contemporanea&#8221; e obbligava il pubblico a sorbirsi ciò che quel sistema aveva convalidato. Questa forma di costrizione, questa limitata possibilità di scelta generava in realtà <strong>un sistema di valore che si è sfaldato e adesso parte del pubblico non riesce più a fruire un&#8217;arte che sia davvero contemporanea</strong>. Nel tempo sacro delle caverne i dipinti erano realizzati per gli Dei e venivano osservati da pochissimi eletti senza subire la pressione di altri sistemi (artistici ed economici) fagocitanti. Nel sistema degli artisti Mid-Career si trovano effettivamente opere contemporanee, nel senso di opere che riescono a stringere un rapporto peculiare con il loro tempo e a sprigionare una forma di catarsi, <strong>ma quel sistema è ormai un ambiente esterno disorganizzato pressato dalla forza degli imprenditori dell&#8217;arte da un lato e dagli artisti da piattaforma dall&#8217;altro</strong>. È tutto un &#8220;Feite&#8221;, un investimento sicuro che uccide qualsiasi forma di cultura contemporanea.</p>



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		<title>Lo Spleen degli influencer</title>
		<link>https://ilnemico.it/lo-spleen-degli-influencer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 10:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[angoscia]]></category>
		<category><![CDATA[Camus]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[Michelle Comi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa provano gli influencer la sera, quando cala il buio sui loro schermi? Come dobbiamo immaginarceli?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-92f28f34ed718cf3970f129ffbd837c8"><em>“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio: giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta”.</em><br><em>Albert Camus</em></p>



<p>Vi è un solo problema veramente serio: <strong>sapere se si avrà visibilità</strong>: l’incipit d’un nuovo Camus post-umano. Non più capire se poi la vita valga o no la pena di essere vissuta, ma un Sisifo soffocato tra il non esistere e <em>Only Fans</em>. Altroché suicidio, <strong>qui la certificazione d’esistenza è più sospesa d’una vita sotto la lama d’una ghigliottina</strong>.</p>



<p>In un sogno distopico sogno il suicidio di un narciso, il feticismo d’un piede si deprime non sapendo più quale scegliere <strong>in questo scrollare asettico d’una eterna uguale insoddisfazione.</strong> E nei mille corpi che ci fottono tutto lo stupore dagli occhi, io mi rifletto allucinato come in un paradiso artificiale nello sguardo della Comi, Michelle.</p>



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<p>Come si sente dopo che ha smontato il set, sapendo che domani lo rimonterà di nuovo? <strong>Penso alla sua angoscia</strong>. E se è vero che <em>on n’échappe pas à la machine</em>, è ancor più certo che non si sfugge alla camera dell’iPhone Plus. E cosa sente Michelle? Ha il senso della morte? Si stringe al peluche della sua infanzia assassinata per sempre?</p>



<p>Ma forse lo spleen delle Michelle è il nostro, terribile, temibile: <strong>quello di non essere visti, essere dei nessuno</strong>. Loro sono diventati il nostro termine di paragone atroce: Chi ci vedrà? Come esistere agli occhi altrui? Sono tutti in segreto emulabili, <strong>disprezzati in pubblico ed invidiati nel privato</strong>, prostituirsi per avere l’illusione d’esistere.</p>



<p>Proverà noia? Tristezza? Angoscia? Cosa è che penserà Michelle quando si strucca la sera da sola allo specchio? Rifletterà sul concetto di artificio Baudelairiano? A tutti i simulacri di Baudrillard? Scriverà il suo diario intimo? <strong>Chissà se la pornografia possiede il lusso d’una intimità</strong>. Di notte, quando sola non la vede più nessuno.</p>



<p>O più semplicemente ci ride in faccia per avere evaso il meccanismo di produzione senza essere consapevole di esistere in un meccanismo ben più atroce d’immagine di morte? E come farà il nuovo femminismo a difenderla? <strong>Come farà Carlotta se Michelle desidera il patriarcato?</strong> Ma soprattutto cosa sente? Se sente di sentire qualcosa.</p>



<p>“Vincenzina e la fabbrica” cantava Jannacci, in una canzone quasi senza testo, dove ripeteva come in un meccanismo alienante: “Non c’è altro che fabbrica”. Invece a noi ci tocca cantare Michelle e OnlyFans. Ci hanno rubato non solo il romanticismo<strong> ma pure la disperazione</strong>. Chissà se Michelle lo sa cos’è il potere.</p>



<p>Le immagino, le Michelle d’Occidente e d’Oriente, tristi la sera, con le pantofole a forma di animale, con le loro&nbsp; unghie che erano un tempo un po’ volgari, popolane ma persino seducenti e ora sono artigli asettici come le loro fiche mercantili. Cosa pensano quando fanno l’amore? <strong>Dietro quelle luci c’è una verità o il buio della morte?</strong> </p>



<p>Avranno una smorfia automatica? Un sospiro sopito da quanti like? O come degli esperti montatori la loro sola preoccupazione sarà come allestire il set? E quindi tra le gocce di sudore <em>démodé</em>, in una copula asettica, l’unica cosa che faranno sarà cercare l’inquadratura perfetta in uno smartphone ormai al di là del principio del piacere.</p>



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<p>La nostra vita per affermazione o negazione assomiglia alla loro: telefonini pornografici e/o solitudini abissali, il mercato, la dittatura della gioventù, del successo, un po&#8217; di glitter che non fa mai male e tutti, tutto in vendita: pseudo artisti, <em>mâitre à penser</em>, pornoattrici casalinghe. <strong>E poi solitudini la sera con il desiderio di ammazzarsi.</strong></p>



<p>Svuotati d’ogni desiderio desideriamo essere desiderati dagli stessi che non desideriamo, egoisti fino al midollo.<strong> Immotivati all’esistenza la deleghiamo a dei motivatori</strong>. Ma la più atroce verità è questa: nessuno conta più per nessuno, tutti siamo sostituibili, interscambiabili, illusi di risplendere sotto i riflettori di un onanismo collettivo.</p>



<p>Negli occhi di Michelle c’è il vuoto, ma io non riesco a disprezzarla, <strong>è il nostro di vuoto ch’è abissale, assoluto</strong>. In tv la Parietti le canta che per quanto noi ci crediamo assolti siamo coinvolti. Ma De Andrè e quei manganelli sessantottari la lasciano indifferente, perché lei è al di là del bene e del male. Non è Alba, ma lei, lo <em>Zeitgeist</em>.</p>



<p>Ma cosa penserà Michelle dei suoi clienti? <strong>Di chi crepa in una voragine da solo e paga per vederla in un video privato con l’illusione di possederla, e cerca di lenire&nbsp;una solitudine agghiacciante?</strong> Che ti chiedono Michelle? Nel case chiuse d’Occidente, cosa è che vogliono da te? E tu, ora che hai vinto l’odore di morte, cosa ti manca?</p>



<p>In un afflato di assurdo Camusiano pensiamo Michelle triste, come Sisifo sa che arriverà l’indomani, che <strong>dovrà accendere il cellulare, spogliarsi, inventarsi un nuovo video </strong>e sente lentamente quel cancro dell’anima forse anche peggiore del reparto di oncologia dove lavorava.</p>



<p><strong>Ma a noi come Sisifo a Camus, tocca di immaginarci Michelle felice.</strong></p>



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		<title>Instadrama</title>
		<link>https://ilnemico.it/instadrama/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[c.palis]]></category>
		<category><![CDATA[canidiDio]]></category>
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		<category><![CDATA[ferragnez]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[instadrama]]></category>
		<category><![CDATA[rapimento]]></category>
		<category><![CDATA[socialnetwork]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Instadrama, il diario delirante di uno scrittore fallito, affetto da una strana forma di Tourette, che decide di rapire il figlio della coppia di influencer più seguita d'Italia per ottenere l'ormai insperato successo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il bambino è seduto su una vecchia sedia di vimini, le mani legate alle gambe posteriori con due fascette. Al collo ha un cartello con sopra scritto in rosso <strong>“I AM A LITTLE CHILD. I FEEL SO ALONE. I FEEL SO SCARED. HELP HELP HELP”.</strong><br></p>



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<p><br>Non riesco più a fare una vita di stenti, non riesco più, a trent’anni, a vivere con i miei genitori, a fare colazione con il pisello barzotto che spinge contro la macchiolina di piscio sul boxer, mentre mi stacco con le dita piene di palle le caccole dagli occhi facendole cadere nei COCO pops, ingiallendo ulteriormente lo Zymil che sono costretto a bere a causa del mio reflusso esistenziale. Cinque giorni fa non ero nessuno, il mio profilo personale conta soli 218 follower. <strong>Oggi invece sono il fondatore di una pagina con più di 10 milioni di follower.</strong> Come diceva Pasolini, il successo è l’altra faccia della persecuzione. Come ha detto Antonella Elia in un’intervista: “Il successo crea angoscia. Ero spaventata”. Come dice il mio DOC: il successo contiene la parola “cesso” perché rende le persone merda.<br></p>



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<p><br>Io: «Come stai?».           <br>Lui: «Non bene».           <br>Io: «Come mai?».           <br>Lui: «Mi ucciderai?».     <br>Io: «Non lo so… spero di no sinceramente, dipende da come andranno le cose. Non ho programmato niente… in questo momento sono più confuso di te». Sempre Io: «Posso farti una domanda?».      <br>Lui: «Sì».            <br>Io: «Tu ora sei famoso ancor prima di sapere che cos’è la fama. <strong>Prima ancora di aver sviluppato una coscienza vivi il sogno del 99% degli occidentali: il successo. </strong>Sei, possiamo dire senza esagerare, il nuovo Macaulay Culkin…».   <br>Lui: «Chi è Maculkin?».<br>Io: «L’attore che interpreta il bambino in Richie Rich. Richie, appunto».<br>Lui: «Che bello!».<br>Io: «È un tossicodipendente che entra e esce da cliniche e carceri».<br><br>Non ha risposto.<br><br>Io: «Il punto è proprio questo. I tuoi genitori ti vogliono bene, davvero, perché anche se non sono dei bravi genitori, sono delle belle persone. Però penso che a furia di scattarsi foto si siano dissociati. Ogni giorno venite sbattuti sotto agli occhi di decine di milioni di persone… non pensano che tutta questa esposizione vi danneggerà? No, non possono non averlo capito, è ovvio. Sono io a non capire come possano schiaffare sui social un bambino di neanche dieci anni (ti ho rapito proprio per questo motivo, perché loro ti hanno erto a simbolo)<strong> senza pensare alle conseguenze che tutta questa visibilità avrà sulla tua vita, sul tuo equilibrio psicologico, sulle tue relazioni, che saranno – mi dispiace dirtelo ma lo racconta la storia dei Vip – per lo più inautentiche.</strong> Parliamo del tuo futuro: da grande sarai come Jim Carrey in The Truman Show, con gli occhi di tutti puntati su di te. Lui stava bene nel suo mondo finto, ma poi ne è uscito… ti immagini che incubo? Il tuo mondo ovattato è l’infanzia, e tra poco entrerai nell’inferno dell’adolescenza, vale a dire la consapevolezza distorta e avvelenata dai complessi. L’inferno in terra. Riesci a prevedere che cosa succederà? Questo è quello che penso io: non potrai fare una passeggiata, non potrai prendere cornetto e cappuccino al bar senza che qualcuno ti rompa le palle. Tipi fastidiosissimi e irrispettosi, esseri vomitevoli, orrendi, vorranno farsi i selfie con te, senza chiedertelo, come se fossi un monumento ambulante. <strong>Ti inviteranno dappertutto, avrai tutti accanto, ma un giorno capirai di essere solo. Solo come un cane</strong>. Anche perché così, di primo acchito, e scusa se te lo dico, con questo tuo fare spocchioso non mi sembri la persona più simpatica del mondo. E quindi passiamo al lato psicologico. Solo, triste, esaurito, arrabbiato come Justin Bieber in piena pubertà, forse anoressico, bulimico, emo, gay, eroinomane, poi di nuovo etero, poi trans, come Elliot Page, nato Ellen Page, che cambia genere perché tanto non esiste sesso, ma allo stesso tempo cambia nome per averne uno adeguato al suo nuovo sesso. Passerai dai migliori psicologi di Milano, che sono poi i peggiori. Per non sentire il vuoto che porti dentro, starai sempre incollato al telefono, il dispositivo che il vuoto te lo ha creato, oppure sospeso nel multiverso con degli Oculus di ultima generazione. Ti chiuderai nella bolla del virtuale, dove non esiste il male del mondo, dove non esistono i parassiti come me che vogliono vivere di visibilità riflessa attraverso di te. <strong>Sarai in pace, finalmente in pace, ma solo perché nella tua pace non ci sarà la vita</strong>: i tuoi migliori amici saranno dei codici, il tuo partner un ologramma, il tuo cane una GIF, ma dentro di te, lentamente, qualcosa morirà…». <br>Lui: «Cosa?». <br>Io: «Ciò che sei davvero, quello che avresti potuto scoprire di essere esprimendo le potenzialità insite nei tuoi geni. I tuoi genitori, e questo è innegabile, sono due persone molto creative. La loro creatività però è venuta fuori perché avevano fame, perché volevano il loro riscatto sociale. A ogni costo. Quindi chapeau a loro che ce l’hanno fatta, ma non mi rompessero il cazzo con moralismi inutili se ce la voglio fare anche io. Per te però è diverso: perennemente satollo, con tutti i desideri esauditi, con una squadra di agenti che risolverà ogni tuo problema, riuscirai a sviluppare le tue qualità profonde? Eh? Eh? Sei ricco, famoso, e sarai pure carino, nel peggiore dei casi, seguito dai migliori stilisti del mondo, avrai uno stile pazzesco e le ragazzine e i ragazzini ti sbaveranno dietro come lumache succhia popolarità. <strong>Avrai tutto servito su un piatto d’argento, e quindi non sarai mai affamato, al massimo sarai triste, abbattuto.</strong> E le cose si cambiano con la rabbia, con la frustrazione, mai con la tristezza. “Uuuuh, sto così male, cosa posso fare per cambiare la mia vita?”, ti domanderai in mezzo ai tuoi oggetti costosi. “Ho già visto tutto, ho tutto quanto. Forse… forse la soluzione è scendere dalla punta della piramide, comprare una fattoria e mungere le mucche per riscoprire le cose belle della vita come insegna Paolo Coelho…”. A Paolo Coelho non bisogna dare retta. Non è mica facile svegliarsi all’alba e mungere una mucca, bisogna essere temprati. E tu non lo sei. Quindi, nessuna soluzione. Psicofarmaci a go-go. Ristagnerai nella tua comodità, nella tua comfort-zone, nel tuo ozio inquieto. <strong>Sulle spalle porti la dolce disgrazia di non dover pensare al domani, una vacanza perenne.</strong> I tramonti più belli ti daranno fastidio agli occhi, le cose più buone del mondo avranno per te tutte lo stesso sapore, e via via diventeranno cattive. Guarda me invece, lavoravo dieci ore in un bar. 4 euro e 50 l’ora. Kim, il mio capo, mi trattava come un essere inferiore dalla mattina alla sera mentre il cliente americano di turno sorseggiava il mokaccino facendo scintillare sotto il mio naso il suo Daytona. Un giorno tuo padre è entrato in quel cesso di bar di cinesi in cui lavoravo, e ha chiesto di rifargli il cappuccino tre volte perché non era abbastanza schiumoso. Capisci? Io non chiederei neanche al mio peggior nemico di rifarmi il cappuccino perché non è abbastanza schiumoso. Ma tutta questa frustrazione, tutta questa mancanza di comfort, tutto questo vedervi più “salvi” di me, mi ha portato a tirar fuori le palle per cambiare la mia condizione. È grazie a te se sono tornato a scrivere. E ora mi sento vivo, libero. Tu dormirai per sempre. Io sono scappato da quel bar di cinesi, tu invece un giorno ti impiccherai, ha-ha-ha!».<br>Lui: «La signora Zhu dice non è giusto dire cinesi». <br>Io: «Chi è la signora Zhu?». <br>Lui: «La Signora Zhu è signora che dice a mamma e papà cosa è giusto dire e cosa invece no».<br>Io: «Dice a mamma e papà cosa è giusto dire, eh? Io lo sapevo che c’era una signora Zhu! C’è sempre una signora Zhu che direziona tramite somme di denaro messe a disposizione da multinazionali la libertà decisionali di persone influenti.<strong> Tua madre e tuo padre sono delle scimmie. </strong>La signora Zhu dà ogni mattina a mamma e papà la pillola che li posiziona sempre dalla parte giusta degli argomenti, che fa loro dire sempre le cose giuste al momento giusto».<br><br>Il bambino ha alzato le spalle, come per dire “boh”, e ha tagliato due ananas su Fruit Ninja.<br><br>Io: «La signora Zhu dice un sacco di minchiate. È giusto dire cinesi, perché esistono i cinesi. Il nome Zhu da dove viene, scusa?». <br>Lui: «Signora Zhu ha mamma italo-australiana, il papà è cino-canadese. Però è nata in India e ora vive tra New York, Milano, Parigi, Londra e Podgorica». <br>Io: «Podgorica? La signora Zhu è una sradicata globetrotter che nella sua libreria ha solo “Lonelynessplanet”. Le persone come la signora Zhu, che in apparenza conducono vite stupende saltando da una parte all’altra del mondo, in realtà sono sole e piangono ogni notte nel loro freddo letto d’albergo che puzza di Dash. E i tuoi genitori ripetono a bacchetta quello che gli viene consigliato dalle psicopatiche come la signora Zhu, che vogliono un mondo devastato per poter vivere finalmente in un habitat che possa rispecchiare il loro stato d’animo. Tu non sei altro che un burattino “cute” strappa like. La signora Zhu consiglierà ai tuoi genitori di ricoprire te e i tuoi tre fratellini con il fil di ferro, come si fa con i bonsai, per non farvi crescere…». Ma poi ho interrotto il siluro complottista perché il bambino ha smesso di ascoltarmi. Si è fatto pensieroso e distante.<br></p>



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