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	<title>Israele Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>8 minuti. La Voce di Hind Rajab</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 15:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Hind Rajab]]></category>
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		<category><![CDATA[La voce di Hind Rajab]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un'esperienza straziante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/">8 minuti. La Voce di Hind Rajab</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ieri sera ho visto <em>La Voce di Hind Rajab</em> con un amico.</p>



<p>In auto, durante il tragitto di ritorno, non abbiamo detto nulla: non una parola sul film, non un’opinione sulla regia o sulla sceneggiatura; niente, non avevamo il coraggio di dire niente.</p>



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<p>La città era ancora accesa nonostante fosse piuttosto tardi; le luci dei semafori &#8211; molto verdi &#8211; sembravano star così da un po’, quasi in attesa che arrivassimo noi, consapevoli dell’imbarazzo che stavamo vivendo chiusi in quella macchina. Per il tragitto avevamo chiesto aiuto al navigatore, proprio come all’andata; solo che noi, <em>giuro</em>, non lo ricordavamo, e anche se lo avessimo ricordato non avremmo potuto fare granché, perché il navigatore è digitale, non conosce <em>La Voce di Hind Rajab</em>, o meglio, non può conoscerla, lui è costretto a ignorarla, ma non è colpa sua. Non si potrebbe mai accusare un navigatore d’ignoranza.</p>



<p>Nostro malgrado distavamo <em>8 minuti</em>: gli stessi 8 minuti che avrebbe dovuto percorrere l’ambulanza nel film. E se avesse dovuto percorrerli nel film, li avrebbe dovuti percorrere anche lì, a Gaza, nella vita reale, il <em>29 gennaio 2024</em>, per salvare Hind Rajab.</p>



<p>Se il navigatore avesse detto nove, dieci &#8211; qualsiasi numero &#8211; forse ci saremmo comportati diversamente, chissà. Magari avremmo scambiato qualche opinione su quello che avevamo appena guardato &#8211; espandendo i confini della tolleranza, data la delicatezza dell’argomento &#8211; o forse non sarebbe cambiato nulla. Ripensandoci, alla luce di quel profondo dolore che avevamo ascoltato lì dentro, avremmo trovato il coraggio di esprimerlo? Se sì, chi dei due avrebbe parlato per primo? Sono abbastanza sicuro che ce lo saremmo stretti in pancia fino ai crampi piuttosto che sibilare un pensiero.</p>



<p>Tuttavia, le supposizioni rimangono tali, perché proprio mentre ragionavamo se dire qualcosa, cosa dire e come dirlo, la voce automatica ha pronunciato «Avvio itinerario. 8 minuti.» Ci siamo ricordati di quanto non volessimo sentire quel numero; e pur non aprendo bocca sapevamo che avremmo voluto allungare il percorso; pur di scongiurare quel numero avremmo barattato qualsiasi cifra di tempo, anche al costo di perderci. Saremmo finiti in mare se necessario. Noi del nord che del mare sappiamo più o meno nulla.</p>



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<p><em>Il Rumore</em></p>



<p>Il film è iniziato puntualissimo. Noi siamo entrati poco prima; la sala era tutta rossa e i due portelloni di sicurezza che davano sulla strada erano spalancati, il che avrebbe arrecato un leggero fastidio data l’intensità acustica di un cocktail bar e un minimarket con musica indiana dall’altra parte del marciapiede. Emergenza rientrata rapidamente grazie all’impeccabile intervento di un bigliettaio qualsiasi. Ci siamo seduti accanto ad altre persone. Alla nostra destra una coppia di giovani: lei, con una coppola rosacea e delle ciocche bionde che si snodavano intorno alle gote, stringeva con una mano un pacco di fazzoletti causandone il tipico scricchiolio di plastica, e con l’altra ondulava &#8211; utilizzando accuratamente il dorso &#8211; delle dolci carezze sul collo del fidanzato, che ripiegava le labbra in un sorriso compiaciuto, che era più o meno la definizione di tranquillità. La fila dopo era occupata da un gruppetto che tossicchiava per via di una popolarissima influenza stagionale; alcuni di loro testimoniavano d’esserne usciti illesi, ma ne portavano ancora un po’ le scorie. Il telo era insolitamente freddo e nero, personalmente non mi era mai capitato; per la prima volta era muto da qualunque pubblicità. Nessun manifesto locale, nessuna sagra di paese, non un singolo modello di automobile sostenibile con attori hollywoodiani al volante; solo il nostro riflesso: una dozzina di persone racimolate nel cuore della sala a chiacchierare d’insulsaggini nell’attesa che il film iniziasse.</p>



<p>Poi sono arrivate le 21:30.</p>



<p>È davvero faticoso rispondere a ciò che è avvenuto. Ogni ostinata stesura di riscrittura trascina inevitabilmente alla radice del problema. Quindi, nella più tacita e assoluta umiliazione deontologica &#8211; non può essere che così a questo punto -, scriverò cosa è successo mentre il proiettore s’illuminava e le luci si buttavano a terra, senza teatralità, senza manierismi. Io sentivo il silenzio più abissale della mia vita.</p>



<p>Sapevo &#8211; come tutti &#8211; perché mi trovavo lì, che cosa avrei visto, a che cosa avrei assistito; ero in qualche modo preparato. Ma la feroce rapidità con la quale ogni bocca si è serrata &#8211; un lasso di tempo assolutamente infinitesimale &#8211; ha di lunga misura elevato l’esperienza, alzato la posta in gioco. Le mani della ragazza avevano smesso di funzionare, le tossi si erano deglutite d’un tratto. Eravamo tutti completamente scomparsi.<br></p>



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<p><em>Assurdo</em></p>



<p>Alcuni termini sono diventati inutilizzabili, svuotati della loro semantica a causa del massiccio e pedestre utilizzo dei social network. Alcune specifiche parole &#8211; da sempre considerate ragionevolmente quotidiane &#8211; hanno rinunciato al loro fascino e ne è stata abiurata la serietà. Un po’ come quella storia che a furia di ripetere meccanicamente qualcosa, essa diventa piatta. Ecco; in questi anni è toccato ad <em>assurdo</em>. Alla ricezione di un reel su Instagram, si risponde: <em>assurdo, </em>qualsiasi esso sia. È valido per qualsiasi contenuto. Reazione e stupore per un gatto minuscolo? C’è sdegno perché il mondo impazzisce? Una festa è degenerata in una guerriglia urbana? <em>Assurdo</em>. Pronunciarla attivamente ha ormai deflazionato l’affascinante rischio che si portava appresso; ora a dirla è di passaggio, incentiva una risata, attiva il cerchio del criceto.</p>



<p>Ed ecco che il cattivo presagio si rendeva manifesto vocale quando l’usciere, mentre apriva delicatamente i portelloni d’emergenza &#8211; con una manovra di polso fantastica e naturale &#8211; era riuscito a dire solamente «<em>Assurdo, </em>vero?<em>»</em></p>



<p>Prima nota<em>: </em>Quel <em>vero</em> superfluo. Sempre nutrito la verace convinzione &#8211; vittima dell’idealismo che persevera in me &#8211; che le parole sono come proiettili; occorre assumersene la responsabilità. Non si accosta un’allusione così perentoria per poi richiedere una vergognosa conferma, non si spara per poi domandare timorosamente “Ho fatto bene a sparare?”</p>



<p>Comunque abbiamo sorriso sommariamente, quasi tutti nello stesso momento; anche chi aveva pianto si è concesso una pausa. Non ci rimaneva null’altro da fare; quanto avevamo visto era <em>assurdo</em>, l’usciere aveva ragione. Solo è stato un peccato non poterne accusarne il peso della parola in purezza, come anni fa.<br></p>



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<p><em>La stessa Barca</em></p>



<p>Verso metà film ho intravisto qualcuno piangere, forse era la ragazza con la coppola rosa, non saprei. O forse sarà il caso di levare le maschere una volta per tutte: era sicuramente la ragazza con la coppola rosa. Lo scrivo perché non l’ho intravista, l’ho <em>guardata</em>. Ho da sempre questa pessima abitudine &#8211; vezzo dei bugiardi &#8211; di fingere l’allungamento del collo verso destra e sinistra per poter curiosare l’ambiente circostante sperando di non dar troppo nell’occhio, così l’ho fatto, e l’ho vista piangere. Era un pianto sobrio, scivolava &#8211; una sorta di sincerità fluida -; le sue gambe tremavano leggermente. Ho immaginato di accarezzarla, di tranquillizzarla dicendole che era solo un film, che gli sceneggiatori avevano fatto un buon lavoro, ma là dentro tutti sapevamo la verità.</p>



<p>L’ho lasciata nella sua sofferenza, che era un po’ anche la mia. Non mi sono più girato verso di lei.</p>



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		<title>La No-State solution della questione palestinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 10:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[no-state solution]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stato-nazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduzione dell'articolo di James Herod, apparso nella 'Newsletter' del Boston Anti-Authoritarian Movement (BAAM), #18, nel febbraio 2009.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-no-state-solution-della-questione-palestinese/">La No-State solution della questione palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Né la soluzione a due Stati (Two-State) né quella a uno Stato (One-State) risolveranno il problema in Palestina. Solo la No-State Solution può farlo. <strong>Essa propone lo smantellamento dello Stato israeliano e la rinuncia a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese</strong>. Al contrario, i popoli che abitano il territorio della Palestina storica dovrebbero evolvere verso una forma sociale avanzata e decentralizzata, fondata su un&#8217;associazione di comunità autonome e autogovernate, basate sulla democrazia diretta. Verrebbe così abolito ogni forma di governo di tipo rappresentativo. Questo storico balzo in avanti dovrebbe coinvolgere immediatamente anche Libano e Giordania, due Stati artificiali creati dagli imperialisti occidentali dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano.</p>



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<p>La No-State solution permetterebbe agli abitanti della Palestina di superare le entità territoriali governate da classi dominanti capitaliste, siano esse definite in termini etnici, razziali o religiosi, o attraverso i cosiddetti diritti civili del liberalismo umanistico e laico. <strong>Il vero problema è lo Stato-nazione in sé</strong>, non che esso sia religioso o laico, etnicamente o razzialmente omogeneo o meno, mono o multiculturale, liberale o conservatore.</p>



<p><strong>Questa affascinante proposta anarchica — una soluzione così ovvia —, sfortunatamente, non è mai stata nemmeno presa in considerazione nel corso dell’intero secolo di aggressione sionista ai danni dei palestinesi. Perché?</strong> Anzitutto, la vittoria storica del marxismo sull’anarchismo nel XIX secolo ha relegato gli anarchici ai margini della scena politica per oltre un secolo. Inoltre, il sistema degli Stati-nazione, controllato dal capitalismo, è così forte e radicato che è difficile adottare una prospettiva al di fuori di esso, e quasi nessuno ci ha mai provato. Ora, tuttavia, alcune voci innovative iniziano a farsi sentire a favore dell’idea, come quella di Bill Templer o di Uri Gordon.</p>



<p>Il problema della Two-State Solution è che essa conferisce legittimità allo Stato sionista di Israele e riconosce così il suo diritto all’esistenza. Ma Israele non ha alcun diritto di esistere. È stato fondato sull’espulsione violenta degli abitanti originari (e legittimi proprietari) della Palestina (circa 750.000 persone). La campagna terroristica sionista di pulizia etnica, che dura ormai da quasi un secolo, è stata possibile solo grazie al sostegno di potenze imperialiste occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che l’hanno alimentata con ingenti aiuti militari, finanziari e politici. <strong>Per riparare a quest’ingiustizia storica gravissima è necessario smantellare lo Stato militarista e razzista di Israele e garantire il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi</strong>, che oggi contano quasi cinque milioni di persone.</p>



<p>Ed è sempre stato questo l’obiettivo dei movimenti per la liberazione della Palestina, anche se non sempre dei loro leader o di certi intellettuali occidentali. Quanto ai leader, sia l’OLP che Hamas hanno finito per accettare la soluzione a due stati. Quanto agli intellettuali, Noam Chomsky ha sempre (fino al mese scorso) sostenuto la soluzione a due stati. (Perché mai, a proposito, Chomsky, che si definisce anarchico, non propone mai soluzioni anarchiche per le questioni di attualità?) Allora perché non sono stati istituiti due Stati? Perché Israele, in quanto entità sionista, non vuole uno Stato palestinese.</p>



<p>Il suo obiettivo fin dall’inizio è sempre stato rubare tutta la terra della Palestina — e persino altro territorio da Libano, Siria, Giordania ed Egitto — <strong>al fine di costruire una Grande Israele</strong>, e purificare la terra da tutti gli abitanti non ebrei.</p>



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<p>Inoltre, la rapina sionista delle terre palestinesi è proseguita senza sosta al punto che ormai non c’è quasi più terra sulla quale pensare di fondare uno Stato palestinese. I palestinesi sono stati rinchiusi e imprigionati nella Striscia di Gaza e in numerosi minuscoli enclave simili ai bantustan nella Cisgiordania. Non controllano nulla. <strong>Israele ha di fatto rimosso definitivamente la soluzione a due stati dal tavolo</strong>.</p>



<p>Dopo i massacri spaventosi e orribili, i bombardamenti e le invasioni di Gaza, Libano e Jenin negli ultimi anni, e dopo decenni di assalti brutali contro i palestinesi, con assassinii mirati dei loro leader, demolizioni di case, i checkpoint, il Muro, gli omicidi sommari, le distruzioni degli uliveti, la sottrazione dell’acqua, lo strangolamento economico, la detenzione senza processo, la tortura, la fame, i furti di denaro, le restrizioni di movimento, l’annientamento della società civile, la distruzione delle infrastrutture e così via,<em> ad nauseam</em>, <strong>chi potrebbe ancora, con del buon senso, promuovere la continuità dell’esistenza di Israele in Medio Oriente?</strong> Questi crimini sono andati talmente al di là del limite da distruggere per sempre qualsiasi rivendicazione di legittimità dello Stato israeliano o desiderio di convivenza pacifica con esso.</p>



<p>E si arriva così alla One-State Solution, che ultimamente viene riproposta più di frequente e talvolta sostenuta seriamente. I suoi sostenitori immaginano uno Stato laico unico per la Palestina storica in cui i diritti civili di tutti i cittadini siano garantiti, e in cui persone di diverse religioni ed etnie possano convivere in uguaglianza, libertà e pace. <strong>Un tale Stato significherebbe ovviamente la fine del progetto sionista ed è quindi fortemente respinto dagli israeliani sionisti</strong>.</p>



<p>In verità, lo Stato laico sarebbe meglio che non fosse sostenuto da nessuno. I suoi presunti benefici sono in gran parte un miraggio<strong>. Difficilmente esiste uno Stato-nazione che non pratichi serie discriminazioni nei confronti delle minoranze razziali o etniche interne, per non parlare dell’oppressione, apparentemente insradicabile della metà femminile della razza umana, o dello sfruttamento sistematico della classe lavoratrice</strong>. Con rare eccezioni, gli Stati-nazione sono controllati dai capitalisti. Quelle poche entità che passano in mano socialista finiscono per collaborare comunque con i capitalisti. Per decenni i marxisti hanno scritto critiche dettagliate della “democrazia borghese”, come la chiamavano, smascherandola come una frode. Così hanno fatto anche gli anarchici. Kropotkin pubblicò un attacco feroce al governo rappresentativo 124 anni fa, nel 1885. È come se lo avesse scritto l’anno scorso, rivolto a noi. L’era del governo rappresentativo sta per finire. È fondamentale assicurarsi che finisca davvero.</p>



<p>Ecco perché è così importante promuovere la No-State solution in Palestina. Il fatto che oggi ciò sembri impossibile è tanto più motivo per far circolare l’idea, mettere la proposta sul tavolo. Questo è il primo passo. Solo così potremo iniziare a vedere come essa potrà realizzarsi. Dopotutto, un mondo decentralizzato, senza capitalismo né Stati, sembra impossibile ovunque. Ma magari non lo è. <strong>Dobbiamo iniziare a combattere per ciò che vogliamo, e per ciò che è giusto, non per ciò che pensiamo di poter ottenere</strong>. L’organizzazione sociale del mondo deve cambiare in modo profondo se noi, esseri umani, vogliamo avere qualche speranza di sopravvivere alle crisi senza precedenti che oggi ci affliggono e di creare una società vivibile e sostenibile.</p>



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		<title>L&#8217;anti-americanismo come dovere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:43:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il paradigma statunitense è riassumibile così: l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dio stramaledica l’America. Gli Stati Uniti d’America. L’America<em> interiore</em>. Quella poltiglia tossica che ci portiamo dentro nell’inconscio. L’orizzonte da mangiaciambelle e aspirazuccheri che si sentono, come si dice a Palermo, un cazzo e mezzo. Psicologia dell’americano medio: un bambinone di cinque anni che frigna e pesta i piedi quando, dopo aver bombardato, spianato, asservito mezzo mondo per trasformarlo nel giocattolo del complesso militar-industrial-finanziario, l’unica volta che gli hanno fatto la bua sul suo territorio, nel 2001 a New York, ha imposto ai suoi servi, che saremmo noi, l’imperativo “siamo tutti americani”. Giulietto Chiesa e un’altra buona dozzina di teorici, anche Usa, sostenevano che le due Torri furono auto-abbattute. In ogni caso<strong>, l’effetto fu il rilancio in grande stile dell’arroganza culturale a stelle e strisce, travestita da esportazione universale della democrazia</strong>. Come un detersivo, che corrode chimicamente le identità ancora non del tutto allineate. Sia sempre gloria agli straccioni talebani, raccapriccianti ma con attributi grossi come missili Stinger, che cacciarono a pedate la soldataglia del marketing occidentale. Sconfitta storica dei truci neoconservatori alla Bush, ma anche dei loro successori Democratici con sorrisetto obamiano.</p>



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<p><strong>L’antiamericanismo non è un diritto: è un dovere</strong>. Minoritario, di nicchia, inattuale, perdente, romantico, quello che volete, ma un dovere. La sudditanza la paghiamo ogni giorno, per una serie di sterminate ragioni che ad elencarle tutte potrebbe uscirne una confessione degna di <em>seppuku</em>. Sì, meriteremmo il suicidio per disonore, visto quanto ci siamo assuefatti al fentanyl sociale iniettatoci nelle vene dal 1945 in poi. Per la verità, si stava insinuando anche prima la psico-trappola del <em>comfort</em>, ispirata a quel “diritto alla ricerca della felicità” suprema idiozia inscritta nella Costituzione di Giorgio Washington. Quel che Huxley chiamò “Nuovo mondo orgoglioso”, Toynbee “Occidente”, Pasolini “fascismo consumista” e la Nouvelle Droite “americanismo”, è la stessa pappa ipercalorica che vince e ingloba tutto, perché composta di una sostanza che abbatte ogni difesa: <strong>godere e fottersene delle conseguenze</strong>. Non casualmente il più grande e profondo diagnosticatore della malattia americana fu un americano, l’apostata Christopher Lasch: cavia fra le cavie, centrò perfettamente l’analisi quando descrisse il “narcisismo di massa”, l’“io minimo” e la “ribellione delle élites”, blocco unico che cementa nel marmo della Casa Bianca il paradigma statunitense. Riassumibile così:<strong> l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista</strong>. Nel frattempo, lassù al vertice, come è sempre stato ovunque, un pugno di potenti, con nomi e cognomi, nient’affatto oscuri, gestisce il potere con l’astuzia di farselo ratificare ogni tot anni in quel gioco delle parti che sono le elezioni. Il tutto è definito “democrazia liberale”, <em>non plus ultra</em> planetario, termine ultimo della politica umana, e guai a dire il contrario.</p>



<p>Basterebbe recuperare un po’ di senso storico, della realtà e della logica, oltre che informarsi un minimo, per sapere quello che ormai tutti sanno e hanno capito, fatta eccezione per la fanbase del <em>living in America</em>: <strong>trattasi di banale imperialismo.</strong> Appena un po’ meno imbellettato e un po’ più mirato di prima, con Trump. Fondato sempre e comunque su una moneta usata da clava (il dollaro), su un debito stratosferico (affinché il cittadino Usa possa continuare a sgasare con il macchinone e produrre la sua personale discarica di rifiuti), su un esercito abnorme a capo della Nato (che d’ora in avanti, grazie a san Trump protettore dei destro-terminali, pagheremo fior di miliardi in più), su un primato tecnologico oggi in vetta anche nella cosiddetta intelligenza artificiale (che renderà superflui milioni di esseri umani, i quali probabilmente se lo meritano, specialmente quelli che si trastullano su ChatGPT come prima con i porno), sul solito, vecchio, caro immondo strapotere della finanza (che, porco d’un Capitale, non è un’invenzione, è un fatto: la crisi del 2008 ha prodotto un’iper-concentrazione di fondi dalle disponibilità pressoché illimitate, la sola Blackrock ha in pancia 11 mila miliardi di dollari, che cosa contano i nostri governicchi appecoronati allo Studio Ovale, di fronte a tali colossi?), su un’industria dello spettacolo ancora egemonica (e che sforna pure creazioni di pregio, sia ad Hollywood che nell’underground, ma il cui orizzonte è sempre, ineluttabilmente, noiosamente, inevitabilmente americanocentrico) e, in definitiva, sulla <em>potenza</em>, unica volontà che muove il cosmo.</p>



<p><strong>In combutta con l’alleato Israele, ben incistato nelle pieghe dell’apparato americano con una lobby, anche questa, alla luce del sole</strong> (Public Affair Committee-Aipac, Conferenza delle Organizzazioni ebraiche, Jewish Institute for National Security Affairs, Washington Institute for Near Easterns Policy, Christian Zionists), gli <em>Iusséi</em> si impancano a padroni, gendarmi, maestrini della Terra. Il <em>trait d’union</em> è religioso: le sette protestanti evangeliche benedicenti il Donald affarista e speculatore di criptovalute leggono il Vangelo a partire dal Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento, più che dalla novella tendenzialmente pacifista del Nazareno, maggiormente nelle corde dei cattolici speranzosi nel papa di Chicago. Gaza è un lager che reca idealmente al suo ingresso una formula, strumentale sì ma non fantasiosa, che gli ipocriti vorrebbero avvolgere come un sudario intorno all’identità dell’Europa: “radici giudaico-cristiane”.</p>



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<p>Di quali doni all’umanità possiamo ringraziare gli<em> yankee</em><strong>? Una manciata</strong>: <strong>la filosofia vitalista di Ralph Waldo Emerson, la lampadina elettrica, una pattuglia di scrittori (Pound, Bukowski, Forster Wallace), il rock’n roll, Jack Nicholson e un paio di programmi televisivi, di cui uno sono i primi Simpson.</strong> Già sull’invenzione dei fratelli Wright, l’aeroplano, ci viene qualche dubbio. È vero: dal mitico Noam Chomsky al neo-comunitarista Micheal Sandel, nelle accademie d’oltreoceano non sono mancate e non mancano le menti pensanti. Non di rado femminili: basti pensare, giusto per fare due nomi, a Shoshana Zuboff, arcicritica dell’ipnosi digitale (“Il capitalismo della sorveglianza”), o a Camille Paglia, nemica del postmodernismo fuffarolo (“Sexual Personae”). Ma di riffa o di raffa, la tabe genetica rimane: l’idea liberal-anglosassone di incarnare il Bene morale, assoluto. Nella variante di destra (MAGA, libertarian, tecno-ottimista), e nella variante di sinistra (<em>liberal</em>, come si dice là, intersezionalista e <em>woke</em>). L’unica attenuante di cui va dato atto, all’anima sovranara e hillbilly del trumpismo, è di non voler più imporre le <em>istituzioni </em>con sopra appiccicato il <em>brand </em>americano fuori dai confini dell’America. “Negli ultimi anni – ha detto il 14 maggio in un discorso in Arabia Saudita &#8211; troppi presidenti americani sono stati afflitti dall’idea che sia nostro compito guardare nell’anima dei leader stranieri e usare la politica statunitense per dispensare giustizia per i loro peccati…”. Peccato solo che questa sua saviezza non sia dovuta ad apertura mentale e larghezza di vedute, ma a pura aritmetica di costi-benefici. <strong>Il solo culto, gratta gratta, va allo stesso idolo di sempre: il denaro</strong>. Per il resto, il buon Donald rimane dell’idea che sia suo diritto attaccare regimi rei di non umiliarsi proni e in ginocchio (vedi Iran).</p>



<p>“Non c’è popolo più stupido degli americani”, diceva Giorgio Gaber. Nel brano <em>L’America</em> (“Libertà obbligatoria”, 1976), cantava: “Ed eccoci qui anche noi, liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale, ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalismo, siamo liberaloidi, libertari, libertini, libertinotti. Liberi tutti! No, a me l&#8217;America non mi fa per niente bene. Troppa libertà, non c&#8217;è niente che appiattisca l&#8217;individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”. Eccola, la libertà <em>ammeregana</em>, progenie di quella albionica. <strong>La <em>libertà-da</em> che non sa essere <em>libertà-per</em></strong>. La libertà vuota di fini, di valori, di ideali. La libertà involucro legittimante dell’oligarchia. La libertà alibi per farsi un po’ tutti i cazzi propri. Libertà generatrice, giù per li rami, di quel <em>vittimismo </em>che è cifra esistenziale tanto delle minoranze proliferanti che delle maggioranze piagnone.&nbsp;</p>



<p>Problema: come si fa a combattere il vuoto e accusare chi fa la vittima? Questo è il colpo di genio del liberalismo: <strong>far leva sugli istinti più degradanti della psiche umana</strong>. E come ci è riuscito? Grazie all’<em>americanismo,</em> che ha fornito l’immaginario da “lieto fine” hollywoodiano con annessa cinica apologia di quell’associazione a delinquere che è Wall Street. Il virus liberale ha infettato il senso comune monetizzando la qualunque. Tu non sei un umano, sei un reddito d’acquisto con obbligo di spesa. “Spendere è molto più americano di pensare” (Andy Warhol). <strong>Di qui il destino di irrilevanza a cui sono condannati gli sparuti pazzi che al di là dell’Atlantico osano definirsi<em> socialisti</em> </strong>(equivalente, da noi, a poco meno di bolscevichi). Ora: si può essere liberali e onesti, ma in tal caso non si è intelligenti. Si può essere liberali e intelligenti, ma in tal caso non si è onesti. Si può essere intelligenti e onesti, ma in questo rarissimo caso non si è liberali. Il <em>liberale antropologico</em>, questo ex <em>sapiens </em>che suda mentre contabilizza e artificializza tutto, prima che un regredito politico è un deficiente umanamente tarato.</p>



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<p>“Fuori dalla mia proprietà!”, urlava nelle peggiori americanate il capo-famigliola con fucile puntato, erede dei suoi avi sterminatori dei pellerossa. L’americano medio è ancora e sempre quella roba lì: un popolo di crociati della bontà, anche quando sono edonisti o dissidenti. Con l’ingenuità fanatica dei pellegrini puritani dai quali discendono. <strong>Genocidano l’indipendenza di Stati, culture, mercati e a volte, lasciando il lavoro sporco a killer locali, perfino intere popolazioni (Palestina docet), e la chiamano <em>pax americana</em>, costruendoci un bel resort per ricchi fregnoni</strong>. Anche la Cina ci inonda di prodotti, e fino a ieri usava pure TikTok come arma di distrazione di massa e rastrellamento dati: ma l’abbiamo voluta noi, la Cina, dentro il circuito della globalizzazione. Noi Occidente, per gli stolidi calcoli Usa. Ma a parte questa parentesi, quanto meno non si mette a colonizzarci il cervello. Si limita a fare business. Non si sono americanizzati, i comunisti archivia tori di Mao: unendo Marx e Confucio, hanno preso atto della situazione e ne approfittano per il loro socialismo con caratteristiche <em>cinesi</em>. Anche l’India persegue i suoi interessi. Il Giappone idem, recalcitrante alla vecchia tutela americana. In Sudamerica, nonostante le intromissioni della Cia e qualche retromarcia (Milei in Argentina), sono decenni che provano ad applicare il <em>buen vivir</em>, anche questo socialista. Solo l’Europa si fa ancora sodomizzare dall’energumeno in mimetica da <em>marines</em>, agitando lo spauracchio di una guerra tutta immaginaria con la Russia. Dio stramaledica l’America. A noi europei ci ha già pensato.</p>



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		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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		<category><![CDATA[Woody Allen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



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<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



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<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



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<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



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		<title>Vedi Nablus e poi muori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 10:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quarto e ultimo capitolo di un viaggio nei territori occupati illegalmente da Israele della Cisgiordania. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In Palestina abbiamo respirato solo una volta.</strong> È successo quando siamo arrivati a <strong>Nablus, una delle ultime città “libere” della Palestina, senza dubbio la più bella</strong>. Capita poche volte nella vita di avere così tanto bisogno di una città e trovarsela difronte. A noi è capitato di giovedì sera, all’ultima ora del mercato, prima del riposo settimanale del venerdì.</p>



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<p>Erano state settimane faticose. <strong>Ogni singola informazione che avevamo ricevuto fino a quel punto, ogni tassello in più del fragile e complesso mosaico che vedevamo comporsi di giorno in giorno raccontava una storia sempre più sconfortante.</strong><br><br>Sono davvero pochi i momenti sereni che ci si riesce a ritagliare sotto un’occupazione militare. Si tratta principalmente e perlopiù di restare in silenzio ad ascoltare e osservare,<strong> e mascherare l’imbarazzo per la banalità del dolore che si prova</strong>. La tragedia palestinese è talmente vasta per cui è quasi impossibile documentarsi esaustivamente, ci sono così tante storie da raccontare, ciascuna a suo modo importante, quasi tutte cancellate dalle infrastrutture rigogliose e tecnologiche di Israele.<br> <br>Siamo andati a Nablus dopo essere stati in un’altra città palestinese, <strong>Al-Khalil, più nota all’occidente come Hebron</strong>. È la più popolosa della Cisgiordania, ci abitano 200.000 palestinesi, e un manipolo di 1000 coloni, protetti da altrettanti militari israeliani, che hanno illegalmente occupato il centro della città. <strong>Di Hebron se n’è parlato molto, è il simbolo dell’occupazione illegale di Israele della Palestina</strong>. A molti giornalisti e scrittori basta visitarla per tre-quattro notti per avere abbastanza materiale per scrivere un paio di libri. <strong>Somiglia a un esperimento di oncologia urbanistica</strong>: cosa succederebbe a una metropoli se nel suo centro sorgesse un cancro molto aggressivo. Chiunque voglia documentarsi su quello che succede a Al-Khalil troverà in rete e in libreria tanto materiale molto meno sommario di quanto non sarebbe un nostro resoconto, perciò ve lo risparmiamo.<br><br>Alcune cose notevoli però: dentro la moschea di Abramo, poi riconvertita per metà in sinagoga dopo l’occupazione, c’è un unico punto di contatto tra arabi ed ebrei: la tomba del patriarca, di Abramo. Su di essa affacciano sia alcune finestre della moschea, sia altre speculari della sinagoga. <strong>In mezzo hanno dovuto ereggere una lastra di vetro antiproiettile</strong>, perché via del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1994">massacro del 1994</a> che si è consumato al suo interno.<br> <br>L’edificio più alto di Al Khalil è <strong>una ex-scuola palestinese, convertita poi in scuola rabbinica per coloni dopo l&#8217;occupazione militare</strong>. Su di essa sventola un enorme bandiera di Israele, visibile da molti punti della città. </p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/militari-1.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Militari che escono per una ronda nella parte &#8220;libera&#8221; della città. Sulla destra il palazzo in questione</figcaption></figure>



<p><br><br>Dentro la colonia si può leggere, nel centro della piazza, la storia di Hebron secondo l’autorità comunale israeliana. Per chi non leggesse l’inglese, ci tengono a informare che l’unica occorrenza storica della città in cui un essere umano diverso da un ebreo ha fatto qualcosa di rilevante nei dintorni, è stato quando degli <strong>“arabi jihadisti”</strong> hanno compiuto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Hebron_del_1929">il massacro del 1929</a>.</p>


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<p><br></p>


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<p><br>Abbiamo scelto di andare ad Al-Khalil perché siamo venuti a sapere di una manifestazione di coloni che vi ha luogo ogni sabato. Degli israeliani, principalmente adolescenti, sfilano settimanalmente per la città, nelle zone vietate loro anche dalla stessa legge comunale della colonia (colonia già di per sé illegale, come tutte le altre, secondo il diritto internazionale). Sono scortati da un equivalente numero di militari armati, e da un conferenziere, che si ferma negli stessi punti del centro-città ogni sabato, punti ormai semi-deserti, e racconta ai presenti la storia ebraica di Hebron.<strong> Un assaggio del bottino di guerra futuro, in età impressionabile</strong>. La nostra semplice presenza in una delle piazze in cui si sono fermati è stata tutt’altro che gradita. I militari passati per la ronda preventiva ci avevano già intimato di andarcene, prendendoci i passaporti e dichiarando la nostra presenza in città illegale – sebbene, ripetiamolo ulteriormente che non fa mai male, secondo il loro stesso &#8220;protocollo di Hebron&#8221;, oltre al diritto internazionale, <strong>fosse illegale la loro</strong>. Essendoci rifiutati di seguirli non hanno potuto fare molto altro. Alla manifestazione ci prendiamo qualche sguardo di sbieco, ci fanno qualche video, sputano per terra guardandoci negli occhi. Dietro di noi si nascondono dei bambini palestinesi di Al-Khalil, che ci stavano un po&#8217; importunando prima dell&#8217;arrivo dei militari. Ora sono in silenzio alle nostre spalle. Ci colpisce la serenità con cui i giovani coloni si fanno scortare dai militari, che liberano la strada preventivamente dai bambini e i commercianti di Al-Khalil. Non fosse per i loro vestiti alla moda sembrerebbero usciti da un altra epoca.<strong> Non c&#8217;è un&#8217;etnia di riferimento, si deducono le origini europee, nord-africane, centro-africane, medio-orientali</strong>. Tutti accomunati da quell&#8217;aria di serena e beffarda superiorità che potrebbe darti, in un cortile di un liceo, l&#8217;essere amico dei ragazzi più grandi, o in un&#8217;occupazione militare essere scortato dai soldati. La nostra presenza è pressoché inutile, se non per darci una prova tangibile del lato della barricata dietro la quale vogliamo stare.  <br><br><br><strong>Arriviamo a Nablus perciò dopo settimane di un viaggio sconfortante</strong>. Nella Valle del Giordano avevamo testimoniato a più riprese cosa significasse provare a condurre una vita normale in Cisgiordania, ovvero attendere, aspettare, accettare qualsiasi sopruso, senza una reale speranza, senza la possibilità di raccogliere i frutti del proprio lavoro, far crescere un’attività, conquistare col lavoro una speranza diversa per i propri figli. Fino a che, un giorno o l’altro, esauriti, non si prova a emigrare altrove (ma dove?) oppure a rivoltarsi singolarmente, e quindi finire inevitabilmente o in carcere per decenni o al campo santo.</p>



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<p><br><br>Dopo di che eravamo andati a Beita, sfiorando Nablus, per provare a vedere che forma potessero ancora avere le manifestazioni pubbliche palestinesi, le lotte collettive e pacifiche. <strong>A Beita abbiamo visto il rimasuglio di un movimento pacifico, un piccolo manipolo di vecchi veramente poco minacciosi, riuniti per una preghiera simbolica di un quarto d’ora</strong>. Come abbiamo raccontato, di giovani non se ne vedeva neanche uno, perché negli anni erano stati <strong>decimati dagli arresti militari e dai cecchini dei coloni,</strong> appostati sulla collina di fronte, e non ne valeva più la pena di esporli a un tale rischio per una preghiera simbolica. <strong>Anche a Beita perciò, nessun tipo di speranza, tanto meno perciò di progettualità.</strong></p>



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<p><br><br>Ad Al-Khalil infine, abbiamo avuto un assaggio del probabile destino futuro anche delle grandi città palestinesi, <strong>dove Israele intende raggruppare e spingere tutti coloro sparsi per la Cisgiordania, per poi disperderli nuovamente verso il nulla</strong>, senza casa e senza un terreno, <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-01/cisgiordania-centinaia-di-persone-in-fuga-da-jenin.html">come ha fatto con il campo profughi di Jenin</a>. Anche qui poca speranza, molta rassegnazione, quasi nessuna progettualità. Di contro abbiamo visto la luce negli occhi dei coloni, l’odio con cui ci guardavano dietro i fucili, per la nostra piccola e ininfluente presenza lungo un percorso di deportazione e sterminio dal quale non vogliono essere distratti in alcun modo.<br><br>A Nablus però, per la prima e ultima volta, abbiamo visto qualcosa di diverso. Era giovedì all’ora del tramonto, la città era stordita dai rumori dei banchi del mercato che chiudeva. Un cartello all’ingresso segnalava la presenza della ferrovia ottomana. Nablus è una città antica, Flavia Neapoli, colonia (sic!) romana. Nei millenni è stato un centro importante per ogni potenza che ha conquistato o provato a conquistare la Terra Santa, in particolare per i primi crociati. Gli ottomani l’avevano inserita nella loro rete ferroviaria. La ferrovia di Nablus è una testimonianza archeologica di quella che potrebbe essere la<strong> No-State Solution</strong>, un miraggio di anti-nazionalismo assolutamente improponibile al tavolo delle grandi potenze moderne, un allucinazione nel deserto della politica internazionale: <strong>nessuna dogana, passaggio libero delle persone attraverso un unico grande territorio, indipendentemente dalla religione, dall’etnia, dal popolo di appartenenza</strong>. Divisione culturale, certo, ma non nazionale, arabi palestinesi nel vagone con ebrei sefarditi, arabi egiziani, ebrei samaritani, europei dei balcani, turchi. Poco più che un esercizio mentale, probabilmente qualcosa di molto lontano dalla realtà storica, ma quel cartello ci predispone già a uno stato d’animo, e apre le strade di Nablus.<br><br>Quello che abbiamo visto a Nablus non è niente di meno e niente di più della resistenza palestinese. Non quella di tutti i giorni, quella di cui abbiamo provato a parlare negli altri articoli, quella la cui esistenza è di per sé già resistenza. Abbiamo visto i partigiani palestinesi, i martiri, la loro sagoma impressa sui muri, le impronte insanguinate dei palmi delle loro mani, nascoste tra i vicoli, protette da teche in vetro a memoria futura. <strong>Camminando per le strade di questa città ci siamo ricordati di cosa doveva voler dire il sogno di una Palestina liberata da Israele</strong>.<br><br><br>Non bisogna illudersi però. Nablus è una città relativamente piccola, anch’essa a disposizione militare di Israele, che entra periodicamente a caccia di terroristi e combattenti, compiendo stragi sommarie. Ci sono varie lapidi, per l’appunto, in giro per la città. Segnano i luoghi in cui sono morti i martiri, gli <em>shahid</em>, fucilati per strada. Alcune sono nei vicoli, sotto i portici, agli angoli delle strade; <strong>lasciano intendere una guerriglia o un inseguimento, operazioni militari speciali, furtive.</strong> Una in particolare ci colpisce, la data è recente (2024), la gigantografia del martire è enorme. Avrà avuto trent’anni, e per la grandezza dell’immagine doveva ricoprire un ruolo di prestigio. <strong>Tutti gli altri manifesti celebrano giovani, 18enni o poco più</strong>. Per chi sceglie di resistere appropriandosi della violenza l’aspettativa di vita è molto bassa, a 30 anni si è già probabilmente in un ruolo di comando, per il semplice fatto di essere ancora vivi.<br><br>Se non fosse per Israele, Nablus sarebbe oggi una città come tante altre, certo millenaria e affascinante, incastonata in una valle tra le montagne, ricca di cultura e reperti archeologici, un crocevia di vicoli di mercati e negozi. Oggi è invece una delle ultime città della Cisgiordania, insieme a Jenin, <strong>nella quale i palestinesi possono rivendicare liberamente e rendere onore al proprio martirio</strong>, i giovani morti in battaglia, quelli innocentemente uccisi da Israele, quelli che hanno consegnato la propria vita a un attentato.</p>



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<p><br><br>Passeggiando per i vicoli della città, scatta l’ora della preghiera. Nablus è immersa in una valle, le registrazioni in alto dai campanili rimbombano sulle montagne e immergono la piana, confuse in un rumore pieno e sacro. Il cielo è fermo, qualche scia di rosa spezza le nuvole bianche e basse. <strong>Vediamo, volto dopo volto, i ragazzi morti; ogni porta del mercato ha appeso il manifesto di un martire diverso.</strong> Cosa avrei fatto al posto loro? Chi sarei stato se fossi nato in Cisgiordania? Dove sarei? Sarei fuggito? Magari ce l’avrei fatta ad andarmene via, in qualche altro paese arabo, o in Europa. Oppure starei cercando di vivere una vita normale? Magari sarei già uscito un paio di volte di prigione, starei sperando di riuscire a evitare un altro arresto, o peggio, guardando con rassegnazione la casa del mio vicino mentre viene rasa al suolo, i militari che si addestrano, i territori requisiti, quelli rubati, pregando la notte i fratelli morti e ringraziando che perlomeno non sono nato a Gaza? O sarei stato un attivista? Andrei ancora alle manifestazioni? Proverei ad organizzarle a testa alta, schivando i proiettili dei coloni e disposto al carcere militare? Mi sarei tolto la vita? Avrei tradito la mia gente per qualche soldo e vantaggio in più? O starei su uno di questi manifesti che mi circondano, vestito di nero col fucile tra le mani, morto sapendo che sarei morto, che avrei onorato il martirio del mio popolo con il martirio della mia vita? Che avrei esposto, andando incontro a morte certa, l’insopportabile oppressione che è toccata alla mia gente e che ha una data di inizio, il 1948, e vede da una parte un popolo invaso e dall’altra uno invasore? Sarei stato capace di uccidere un innocente? Riuscirei ad avere pietà di un colono israeliano? Accordargli il lusso, per me sconosciuto da una vita, di essere considerato un innocente? <br><br>E invece se fossi nato in Israele? Sarei riuscito a fare finta di nulla? Mi sarei radicalizzato, andando in avanscoperta a fondare nuove colonie in Giudea e Samaria?<strong> Avrei avuto la forza e il coraggio, come hanno fatto molti, di litigare con la mia famiglia, perdere gli amici, ripudiare l’educazione che ho ricevuto e che il mio Stato ha provato a innestare sulla mia etnia?</strong> Avrei risposto alla chiamata alle armi? Sarei andato a Gaza? Ci sarei tornato tutte le volte che i miei generali me lo avrebbero chiesto? Sarei morto per Israele? <br><br> <br>Non so cosa avrei fatto, non ho modo di saperlo. In cuore mio spero davvero, però, che avrei disertato l’esercito e la cultura israeliana e avrei avuto il coraggio di fare parte della resistenza, se fossi stato palestinese. Non per l’onore, la gloria, per la retorica partigiana, o per le promesse nell’aldilà, ma perché qui, in mezzo a tutti questi morti, vedo per la prima volta in tutta la mia vita, <strong>qual è il prezzo della libertà. </strong></p>



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<p>  </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/vedi-nablus-e-poi-muori/">Vedi Nablus e poi muori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/israele-e-lapocalisse/">Israele è l&#8217;Apocalisse</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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		<title>In Palestina, esistere vuol dire resistere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 08:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di colonizzazione israeliana della Valle del Giordano e la storia di resistenza di una famiglia di pastori, circondata da Israele. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 5% della Valle del Giordano è ancora Palestina. Per il restante 95% parlare di Palestina è più un vezzo politico. La colonizzazione della VdG, ormai quasi completata, rientra in un piano militare preciso e rivendicato esplicitamente da Israele. Gli israeliani lamentano infatti di non avere un confine naturale che li separi dai loro vicini a est, gli “arabi jihadisti”. Abba Eban, ex ambasciatore di Israele presso gli USA, dichiarava che Israele senza <strong>la Valle del Giordano fosse come un campo di concentramento lungo e stretto, un carcere nel quale gli ebrei attendono con rassegnazione una morte inevitabile e violenta</strong>. Il confine che rivendicano è il fiume Giordano, un rivolo di acqua battesimale &#8211; attraversabile a piedi, o alla peggio asfaltabile in mezza giornata per il passaggio dei cingolati &#8211; che offre una protezione di gran lunga inferiore rispetto alle tre mandate di recinsione elettrizzata e filo spinato che ad oggi già separano la Palestina controllata da Israele e la Giordania. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Heart of the Matter: The Jordan Valley Is the Future of the Zionist Endeavor" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/JeAqg5VhiiM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Shottino ogni volta che il vecionostro influencer dell&#8217;IOF dice Jordan Valley. Curioso come la zona abitata da più tempo nella storia del mondo venga presentata come vuota e a disposizione.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;<br><br>La conquista di questo confine naturale è servita fin da subito come pretesto per la strategia di colonizzazione israeliana, che si fonda sull’abuso di una clausola degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo#:~:text=In%20sostanza%2C%20gli%20accordi%20chiedevano,creazione%20dell'Autorit%C3%A0%20Nazionale%20Palestinese.">accordi di Oslo</a>, ovvero che Israele, in casi di estrema necessità e pericolo, può fondare accampamenti militari <em>temporanei </em>nell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo diretto militare e civile di Israele), della durata di massimo 5 anni. Ovviamente <strong>la quasi totalità dell’area C nella Valle del Giordano ospita accampamenti militari <em>permanenti</em></strong>, immersi in vastissime zone militari ad accesso vietato, interrotti solo da colonie o avamposti illegali di israeliani.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Diverso è il discorso per l’area A, il territorio autonomo in mano all’Autorità Palestinese. Israele non può, in teoria, intervenire direttamente in quest’area, ma produce pretesti per farlo comunque. Come quelli prodotti per le frequenti incursioni e demolizioni nei campi profughi, come quello di Jenin recentemente sgomberato e distrutto &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/January_2023_Jenin_incursion">la situazione a Jenin è drammatica</a>: al cimitero, come ci raccontano, hanno imparato a lavorare d&#8217;anticipo dopo il <a href="https://www.hrw.org/reports/2002/israel3/israel0502-05.htm">massacro del 2002</a>: scavano fosse preventive per le vittime della caccia al “terrorismo”, per non essere impreparati. <strong>In tutta la Cisgiordania l’area A, infatti, si concentra intorno alle grandi città, verso le quali Israele sta provando a spingere i palestinesi sparsi sul territorio</strong>. Qualche piccola macchia d’autonomia, più o meno grande, la si trova anche qua e là, scollegata rispetto ai centri urbani. Il giornalista palestinese con il quale entriamo in contatto a Gerusalemme Est decide di portarci a visitare uno di questi piccoli territori. Si trova nella VdG, per l’appunto, ed è proprietà di un suo amico, un pastore che, per sua fortuna o sfortuna, ci abita insieme alla moglie e i nove figli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Percorriamo in macchina la strada che parte dalla palestinese Gericho &#8211; la città abitata da più tempo al mondo &#8211; e costeggia parallela il fiume Giordano. Si vedono sulla destra le montagne della Giordania, abitate a chiazze, sviluppate e urbanizzate. Danno l’aria di essere un posto come tanti altri nel Medio Oriente, come avrebbe potuto essere la Palestina. Intorno a noi il panorama è ben più inquietante. <strong>Ogni 100 metri, ai bordi della carreggiata, a destra e a sinistra sventolano parallele due grandi bandiere israeliane</strong>; ogni vallata che incrociamo ha al centro una bandiera israeliana, ogni collina l’ha in cima, se al suo posto non c’è invece direttamente una colonia illegale. A immense distese verdi di palme da datteri, recintate e avvolte nel filo spinato – coltivate da israeliani perciò -, si alterna qualche campo palestinese, sempre aperto, perlopiù di grano, sedani, zucchine. Per il resto deserto e strada. Per la strada &#8211; <strong>Route 90</strong> si chiama – le targhe sono sia gialle che verdi, sia di palestinesi che di israeliani perciò, questi ultimi o coloni o turisti qualsiasi, in quella che considerano la regione israeliana della West Bank. Ogni tanto ci si ferma a un checkpoint militare, alle intersezioni più grandi; le macchine si arrestano, i bambini con le kippah nei sedili posteriori salutano i militari, su incitazione dei padri alla guida, i militari ricambiano sorridenti. &nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-2235" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-300x300.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-150x150.jpeg 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-768x768.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-600x600.jpeg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-100x100.jpeg 100w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map.jpeg 1240w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br>Arriviamo a destinazione, una piccola fattoria di un centinaio di pecore, qualche tenda da beduino, tre grosse cisterne per l’acqua. C’è un trattore, ma non c’è nessuna macchina parcheggiata. Una ne avevano e gli è stata rubata di notte, qualche settimana prima. Gli ovili sono un po’ fatiscenti, le pecore riescono a uscire e andare dove vogliono, scorrazzano come i cani-pastore della famiglia, ma per istinto di gregge stanno perlopiù vicine. Non si arrischiano mai ad andare <strong>nella grande strada asfaltata che costeggia la fattoria e che unisce due enormi accampamenti militari, a destra e a sinistra della casa</strong>. Saranno a 1km di distanza l’uno dall’altro, entrambi visibili dalla casa, che si trova perfettamente al centro. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per questo, la strada è attraversata da veicoli militari, spesso vuoti, e da gruppi di giovani soldati che fanno jogging, con le casse sparate. Sulla collina che sovrasta l’accampamento di sinistra c’è una colonia. Dietro la casa palestinese, a 300 metri circa, c’è un enorme impianto elettrico, in cima a un’altra collina. Alimenta tutti gli edifici militari e civili israeliani nei dintorni, tranne la fattoria, che tira avanti invece con pannelli solari e batterie<strong>. L’impianto elettrico serve anche per illuminare a giorno la grande strada di fronte alla casa, con un numero quasi ironico di lampioni uno a fianco all’altro.</strong> Non c’è nessun motivo per cui questi lampioni debbano puntare verso un lato o l’altro della strada, verso la casa o verso la terra deserta all’altro lato della strada. <strong>Ovviamente puntano verso la casa</strong>, inondandola di luce durante la notte.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Nella fattoria abita la famiglia di cui sopra, <strong>circondata da Israele</strong>. Come per tutte le case palestinesi, le cisterne d’acqua sono una necessità. La fattoria aveva le proprie condutture, connesse a una sorgente vicina. Sono state staccate dall’esercito, ed è stato intimato alla famiglia di non ricollegarle e di non scavare pozzi, pena lo sgombero. <strong>Quello dell’acqua è lo strumento più efficace nelle mani di Israele per rendere la vita impossibile ai palestinesi, in particolare quelli che non può cacciare con la forza</strong>. Perché questa fattoria non può essere ufficialmente toccata, i militari non possono raderla al suolo, sgomberarla. È un piccolo lembo di zona A, sotto il controllo civile e militare, perciò, dell’Autorità Palestinese. <strong>Tutto quello che possono fare, e fanno, è circondare, vessare e intimidire costantemente chi ci abita</strong>; o direttamente tramite la costruzione di queste infrastrutture militari, oppure finanziando e supportando i coloni più radicali che abitano nei paraggi, guidati dallo scopo messianico di liberare quella terra, e che fanno tutto ciò che Israele non potrebbe mai fare apertamente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ai palestinesi non rimangono tante alternative, <strong>se non resistere e sopportare, quanto più a lungo possibile</strong>. <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/existence-is-resistance/">Existence is resistance</a></em>. Non hanno alternative legali. Possono sì appellarsi a una manciata di diritti, ma di circostanza, e spesso senza alcun risultato, come lamentarsi della distruzione dei pannelli solari quando l’ordine di demolizione impugnato dall’esercito prevedeva di radere al suolo soltanto la casa o la fattoria. In Palestina, come ripetono spesso i palestinesi, la legge è come se non esistesse, o meglio esiste e funziona benissimo, ma solo se sei israeliano. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Il giornalista di Gerusalemme Est e il pastore si conoscono molto bene. Sono amici di lunga data. A dire il vero in molti conoscono il pastore, è una figura ben nota nella VdG. Circola un video di lui che scaccia da casa propria, disarmato, dei coloni armati, venuti a intimidirlo. Il giornalista ci spiega che è un uomo ben posizionato e rispettato all’interno della comunità, probabilmente avrebbe una vita più semplice se decidesse di andarsene, di spostarsi da qualche cugino, o in qualche grande città. Avrebbe appoggi e assistenza assicurata. <strong>Non ha alcuna intenzione di farlo però</strong>. <strong>La sua resistenza non si basa su altro che continuare ad esistere, non muoversi, provare a fare la stessa vita di sempre, mentre l’esercito più potente del mondo prova in tutti i modi a farlo crollare, a rendergli la vita impossibile, a terrorizzarlo</strong>; mentre ogni giorno gli sfilano davanti le macchine da guerra degli invasori della sua terra, seguiti dai giovani soldati che si addestrano per andare in guerra contro la sua gente, mentre ogni mattina porta a spasso le pecore sul lembo di terra che ancora gli è concesso di pascolare – ogni anno più piccolo &#8211; e dove un tempo abitavano le 14 famiglie dei suoi fratelli e vicini di casa, sgomberati per fare spazio a qualche collina artificiale ricoperta di bossoli e granate esauste – campi d’addestramento per l’esercito di occupazione.</p>



<p>Lo accompagniamo al pascolo. Insieme a noi qualche attivista internazionale non-violento, che spesso accompagna il pastore e lo aiuta a sorvegliare la casa di notte. Ci raccontano un po’ di quello che sta succedendo nella VdG e del loro lavoro. Saliamo sulla montagna più alta. <strong>Ogni costruzione in mezzo al deserto che vediamo intorno a noi è Israele</strong>: distese di pannelli solari, accampamenti militari, colonie, impianti elettrici. Un deserto militarizzato e hi-tech. Sulla collina opposta vediamo un pastore colono con le pecore, ci dicono che quando capita di incrociarlo da vicino non finisce mai bene. Sulla collina opposta c’è una grande stella di David in ferro battuto, segnala una postazione di cecchini, all’ingresso di una colonia illegale. Vediamo qualche quad di coloni che ne esce, ci allarmiamo, ma siamo gli unici del gruppo, nessun altro se ne cura più di tanto. Hanno riconosciuto subito i loro abiti da turisti, vanno solo a farsi qualche salto sulle dune piene di bossoli dove un tempo abitavano le 14 famiglie.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2238" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le dune, saranno 20mq. La loro costruzione ha richiesto lo sgombero forzato di 14 famiglie.</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2239" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg 461w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-135x300.jpg 135w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure>
</div>


<p><br>Scendendo il pastore ci chiede esplicitamente aiuto, <strong>vuole che l’Italia lo aiuti</strong>, dice che ha piovuto poco quest’anno e hanno poco terreno da pascolare, la maggior parte della terra intorno è militarizzata e inaccessibile. Molte pecore moriranno di fame quest’estate, e la sua famiglia campa solo di pecore e formaggio. Sono così preziose ormai che non le mangiano neanche più. Dice che senza aiuto potrà durare al massimo 1 anno o 2. Poi anche lui se ne dovrà andare. Non sappiamo bene cosa rispondergli.</p>



<p><br>Di nuovo giù a casa ci chiede un aiuto per scavare una buca per il cesso chimico, a noi e agli attivsti. <strong>Non ne avrebbe il diritto, dovrebbe chiedere un permesso che non gli concederebbero.</strong> <strong>Neanche per la merda</strong>. È un bel momento, forse tra i più belli di tutto il nostro soggiorno in Palestina. Il sole sta calando, ad aiutarci ci sono anche i suoi figli e le sue figlie, già autonomi e indipendenti alle loro varie età, alcune anche tenere. Ogni tanto si sente il suono di un veicolo che si avvicina e lo sguardo del padre si incupisce, ci fa sedere tutti per terra, restiamo in silenzio finché il rumore non si allontana. Poi di nuovo in piedi a scavare e scherzare senza una lingua comune.<br> <br>Riaccompagniamo al crepuscolo gli attivisti internazionali verso la loro sede. In macchina il giornalista ci racconta dei piani di Israele. <strong>Ci dice che vogliono unire le varie colonie illegali fuori Gerusalemme l&#8217;una all&#8217;altra, fino al Mar Morto, per dividere la Cisgiordania in due, nord e sud</strong>. I Palestinesi potranno passare solo attraverso un tunnel sotterraneo. Gerusalemme sarà a 30 minuti di macchina dal Mar Morto invece. La strada che stiamo percorrendo invece, la 90, quella piena di bandiere israeliane &#8211; una delle ultime accessibili sia a palestinesi che israeliani &#8211; <strong>diventerà un’autostrada, accesso solo per le targhe gialle</strong>. Da essa si staccheranno varie strade come rami, a separare le comunità palestinesi tra di loro, e unire invece le colonie all&#8217;autostrada, a Gerusalemme, al resto di Israele.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg 725w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-212x300.jpg 212w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-768x1085.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-1087x1536.jpg 1087w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-600x848.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Questa era la situazione, già disastrosa, nel 2020. E&#8217; difficile trovare mappe aggiornate fatte bene. La velocità della colonizzazione è aumentata sensibilmente già all&#8217;indomani del 7/10, per via dell&#8217;eccezionale distrazione dell&#8217;attenzione internazionale.</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Vediamo adesso il vero colore di quelle vallate, le chiazze di terra nera che vedevamo ai bordi delle strade sotto le bandiere. Sono le vecchie comunità palestinesi, i vecchi accampamenti di quelli che non ce l&#8217;hanno fatta, che a un certo punto se ne sono andati, lasciandosi tutto alle spalle. A destra e a sinistra, sono molte. Il colore della terra sotto le bandiere è nero di fuliggine, è l&#8217;ultima testimonianza delle famiglie ormai disperse. <strong>Su tutte sventolano, a conquista, le stelle di David bianche e blu</strong>. Il giornalista ci parla di ognuna di esse, dice quanti animali avevano, quante persone ci abitavano; dice poi: &#8220;now they are theirs&#8221; (adesso appartengono a loro).<br><br>Per strada spuntano anche le colonie, rigogliose, protette da alti fili spinati, coperte da pannelli solari, chiazzate di prati verdi. Vita tranquilla e spensierata di periferia, si sente l&#8217;acqua che scorre nel deserto, <strong>non ci sono cisterne</strong>. Ogni tanto un checkpoint. Come prima le macchine si fermano, i bambini israeliani salutano, i militari sorridono.</p>



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		<title>Come nasce una colonia illegale in Palestina </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 <strong>il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni</strong>. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia. </p>



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<p>Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. <strong>Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile.</strong> La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-2192" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-300x169.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-768x432.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-600x338.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2194" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2191" style="width:498px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg 576w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-169x300.jpg 169w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-600x1067.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>
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<p><br>I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, <strong>così da poterlo arrestare nel pomeriggio.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled-2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all&#8217;ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.</figcaption></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2204" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. il giorno dopo l&#8217;attacco</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. <strong>Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove</strong>, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania. &nbsp;</p>



<p><br>Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell&#8217;avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala,<strong> nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%</strong>. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare<a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/"> nell’articolo precedente</a>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, <strong>ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”</strong>, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e <strong>grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><br><br>Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. <strong>Sono spesso però abitate da persone “qualunque”</strong>, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, <strong>sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><br><br>Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar.<strong> Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato</strong>. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà <em>de facto</em> di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi:<strong> la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”</strong>. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l&#8217;IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di &#8220;terroristi&#8221;, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, <strong>ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio</strong>. </p>



<p>Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. <strong>L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.</strong></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="480" style="aspect-ratio: 848 / 480;" width="848" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/video_2025-05-15_12-33-20.mp4"></video><figcaption class="wp-element-caption">Nascita di una colonia a Massafer Yatta.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/">Come nasce una colonia illegale in Palestina </a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
		<link>https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



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<iframe loading="lazy" title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



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<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Palestina serve un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e, scortato dai media, mostri l’altra guancia ai coloni israeliani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/alla-palestina-serve-un-gandhi-o-un-mandela/">Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Anzitutto una premessa, il fatto che alla Palestina serva una figura simile al <strong>Mahatma Gandhi</strong> o a <strong>Nelson Mandela</strong>, i paladini da stencil della protesta non-violenta, della disobbedienza civile, non significa che ciò sia quel che la Palestina si merita. La Palestina e i palestinesi si meriterebbero che la maggior parte degli ebrei di Israele lasciassero la Terra Santa, si rimescolassero ai loro connazionali europei e americani, magari nel frattempo guariti dal virus dell’antisemitismo, e che venisse loro accordato un risarcimento, probabilmente inquantificabile, per i danni subiti negli ultimi 70 anni come conseguenza di una guerra fratricida tra i popoli europei. Questo è quello che i palestinesi, probabilmente, si meriterebbero, se a determinare la storia non fossero i rapporti di forza, ed è anche lo scopo che la maggior parte delle frange estremiste si sono prefissate di raggiungere tramite <strong>la lotta armata e indiscriminata contro gli israeliani, concepiti, per il fatto stesso di trovarsi in territori occupati, come colpevoli invasori</strong>, anche se trascorrono vite innocenti e serene, protette da mura ad alta tensione e guardie giurate dell’esercito.   </p>



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<p><br><br>Ma è una soluzione troppo ambiziosa se considerata<strong> la disparità di mezzi tra le due parti in causa</strong>. Mezzi che Israele si sente legittimato ad usare proprio nel momento in cui subisce un attacco. Motivo per il quale ogni Intifada, ad oggi, si è conclusa con un ulteriore perdita di terreno e mezzi da parte dei palestinesi, un monte vittime sproporzionato e impietoso, numeri da rappresaglia. Per ogni israeliano morto o ferito in un’esplosione di insofferenza violenta sono morti, ogni volta, circa 10-15 palestinesi. Nella prima, del 1987, morirono 160 israeliani, e 1.100 palestinesi. Nella seconda, a fronte di 1.000 vittime israeliane ce ne furono 5.000 palestinesi. Se il 7/10, poi, ha causato circa 1.600 morti israeliani, le morti palestinesi ad oggi si aggirano intorno alle 50.000, ma sono probabilmente molte di più. Per questo motivo le strade che si profilano per la Palestina sembrano essere 3:         <br><br>1) <strong>Una lenta ma violenta occupazione da parte di Israele di tutti i loro territori</strong>, come è avvenuto in Cisgiordania dalla guerra dei sei giorni fino ad oggi, con la supervisione impotente di Fatah, che rinsecchisce progressivamente quei lembi di territorio che si possono ancora chiamare Palestina senza scadere nel ridicolo, alla quale nessuno oppone più alcun tipo di resistenza, premurandosi invece di preparare la propria vita da esiliati in Giordania o da subordinati al popolo israeliano;     <br><br>2) <strong>Una veloce eliminazione di tutto ciò che rimane della resistenza palestinese, trucidata dai droni e dalle truppe d’assalto dell’IDF (truppe di “difesa”, per l’appunto), legittimata dai tentativi di quella stessa resistenza di esercitarsi attraversi la lotta armata</strong>. Ovvero ancora altri 7/10 e ancora altre occupazioni militari della Palestina, in parte legittimate da un’opinione pubblica israeliana comprensibilmente faziosa, fino all’inevitabile vittoria totale di Israele e la sua sovrapposizione geografica a quei territori che 150 anni fa l’Inghilterra battezzò come Palestina;      <br><br>3) <strong>La nascita di un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale</strong>, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e mostri l’altra guancia ai coloni israeliani e all&#8217;esercito, avanzando, scortato dai media, nei territori occupati, esponendosi a un martirio difficile da legittimare.     <br><br>Esisterebbe anche una quarta opzione, quella di una vittoria sul campo raggiunta grazie al sostegno dell&#8217;asse della Resistenza, ma è certamente, tra tutte, la più improbabile.     <br><br>Ciò di cui la resistenza palestinese ha bisogno, piuttosto, è la disobbedienza civile. Ma non quella alla Thoreau, la distaccata e fiera non-partecipazione, con annessa accettazione stoica delle conseguenze. Israele non vedrebbe l’ora e in parte è ciò che sta già avvenendo. Ciò che serve &#8211; <strong>di nuovo non ciò che sarebbe giusto, ma che serve</strong> &#8211; è una <strong>non-violenza militante, rumorosa, mediatizzabile</strong>. Serve una bella storia, una narrazione travolgente, dai contorni misticheggianti, come solo la Terra Santa sa fornirne. Serve una figura legittimata alla violenza vendicativa da un passato di soprusi subiti, un orfano nomade, un prigioniero politico, che rinuncia però alla lotta armata in nome della pace e della integrazione, come Mandela. Oppure un mandarino che abbia saputo integrarsi a pieno nel mondo occidentale, come Gandhi, magari un CEO della Silicon Valley di origine palestinese, che rinunci ai propri privilegi per camminare scalzo tra le rovine di Gaza, raccogliendo odio e frustrazione e seminando un perdono immeritato. impietosendo nella vergogna l’opinione pubblica occidentale e israeliana.<br><br>L’Occidente conosce fin troppo bene il linguaggio della forza, sa muoversi con maestria sul piano materiale della conquista, della guerra, dell’infiltrazione tecnologica, mediatica, politica, di tutto ciò che è mondano e quantificabile. Sul questo piano, ad oggi, risulta imbattibile. Se, per frustrazione, gli si scaglia una pietra contro, sa rispondere con un arsenale di macigni. <strong>Non sa e non ha mai saputo come comportarsi, però, davanti al perdono immotivato, al martirio, a chi risponde alla sua violenza con la compassione</strong>. Le violenze perpetrate sulla popolazione di Gaza hanno diffuso l’indignazione nei confronti di Israele in tutto il mondo, ma la destra di Netanyahu ha potuto giustificare a sé e alle altre potenze coinvolte i propri abusi di potere richiamandosi al 7/10. <strong>Mostrare l’altra guancia sarebbe certo già di per sé un fallimento e un riconoscimento della legittimità dell’esistenza di Israele, persino una forma compiacente di mansuetudine, che metterebbe in una posizione di prestigio e totale discrezione l’esercito israeliano ai danni della resistenza.</strong> Qui non si tratta, ancora una volta, di cosa sia giusto o meno, ma di quali strade rimangono realisticamente a disposizione per il popolo palestinese.  </p>



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