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	<title>Milano Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La mostra che dobbiamo tutti vedere a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Hit Steyerl]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[The Island]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hito Steyerl è l’artista del momento. Surfa la cresta dell’hype. Hype verrebbe in italiano “clamore”, nel senso di chiasso: coro di voci petulanti e insistenti. Cavalcare l’onda delle voci petulanti potrebbe essere espressione più ricca di “surfare l’hype”. In ogni caso, Steyerl sta al centro del chiasso, con la sua mostra The Island alla fondazione Prada, nella sede dell’Osservatorio in galleria Vittorio Emanuele II a Milano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La pubblicità di borsette firmate sopra modelli slavati ha un peso rilevante nell’ecosistema dei media. Impone il dovere di dedicare una certa enfasi a quello che si muove dentro le agenzie culturali delle griffe di moda. Riassumendo, la visione del governo e del suo elegante ministro balzachiano è questa: gli investimenti privati prendono il posto delle istituzioni statali nella gestione dei fatti dell’arte.</p>



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<p>Così l’arcigno Bertelli, con la sua aria da nostromo di baleniera, diventa Federico da Montefeltro ritratto da Piero della Francesca, nel celebre dittico nuziale dei duchi d’Urbino: un mecenate rinascimentale. Adesso, ogni volta che i coniugi Prada aprono il portafogli con la borchietta a triangolo, bisogna mettersi bene sull’attenti. <em>The Island</em> alla fondazione Prada è quindi la mostra di cui tutti parlano. Ci sarebbe da andare preparati. Steyerl è artista di caratura berlinese, nata a Monaco di Baviera, con studi cinematografici in Giappone e una laurea in filosofia a Vienna.</p>



<p>Ha il merito di aver superato, senza perdere smalto, la catastrofe etica di quell’antagonismo di sinistra che desidera accomodarsi nei tempietti d’oro del lusso globale, con un sadismo tutto pasoliniano.</p>
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		<title>Il clan delle archistar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2025 10:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[archistar]]></category>
		<category><![CDATA[bosco verticale]]></category>
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		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[green washing]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[sir David Adjaye]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Boeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La turistificazione dell’identità storica delle città italiane e l’espulsione dai centri abitativi di interi segmenti di popolazione si comunicano nel nome della vivibilità, della resilienza, della virtuosità green e di tutto il sommo bene che una coscienza umana possa immaginare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>David Adjaje è il genere di elegante archistar calzato morbido in giacche a kimono e colletti alla coreana, quella roba lì. La regina Elisabetta l’ha promosso baronetto e allora bisogna chiamarlo “sir”. Sir David Adjaye ha più stelle al petto di un ammiraglio in divisa. Barack Obama lo definisce “<strong>genio, puro e semplice</strong>”. Sir David Adjaye è un africano naturalizzato inglese, il più importante architetto nero della storia.</p>



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<p>Il lavoro di sir David tende artisticamente all’etno-chic: piramidi spianate, trapezi rovesciati e tutto un vago ristagnare qua e là di ziqqurat e faraoni; <strong>ogni tanto una capannuccia di legno, per ricordarsi delle origini</strong>.</p>



<p>Se fosse possibile, a sir David piacerebbe girare la città su una biga, coi mozzi delle ruote istoriati di bronzo.</p>



<p>Nel corso della sua spettacolare ascesa alla fascia alta della bohème radicale, sir David si è dedicato con sentimentale fervore <strong>all’elegia della negritudine</strong>.</p>



<p>Il senso del suo lavoro si gioca intorno al tema del riscatto della razza.</p>



<p>A lui dobbiamo il tempio del <em>Blaksonian</em>, il Museo Nazionale di Storia e Cultura Afroamericane di Washington, un progetto da mezzo miliardo di dollari.</p>



<p>Nel 2023, un’inchiesta del Financial Times documenta <strong>una lunga serie di abusi e aggressioni sessuali che David Adjaye avrebbe commesso ai danni di dipendenti, collaboratrici o persone a lui collegate da rapporti di sudditanza psicologica, sottomissione gerarchica e dipendenza economica</strong>.</p>



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<p>Per le testimoni sentite dal Financial Times, David Adjaye è un predatore sessuale, maschio nero etero cis, che sfrutta la propria posizione sociale, economica e politica per sottomettere sessualmente le sue vittime.</p>



<p>In un attimo, sir David Adjaye diventa il più grosso merdone mai pestato dall’internazionale progressista. Per questo manca ai posteri una critica di Natalia Aspesi alle sue irresistibili erezioni. <strong>Nessuno avrebbe mai sospettato che un architetto nero, avanguardia della lotta razziale, poteva essere un</strong> <strong>pluricinquantenne rattuso che deve scoparsi le stagiste sotto minaccia di licenziamento</strong>. L’inchiesta del FT riferisce una serie di strategie coercitive basate sull’offesa personale, sulla denigrazione e sull’insulto, tanto comuni quanto ancora più odiose se pensate in mano a un forte cavaliere delle battaglie per l’uguaglianza e i diritti dei deboli.</p>



<p>Nel classico copione #metoo, i ricchi avvocati del ricco Adjaye negano e contestano. I rapporti sono consenzienti, le conversazioni amichevoli, i licenziamenti motivati da processi di ristrutturazione aziendale e mai punitivi o, peggio, vendicativi.</p>



<p>La difesa di Adjaye è realismo capitalista in versione chatbot: non ci sono alternative.</p>



<p>Allo stato attuale, la vicenda pare debba risolversi con tanta segatura, nasi tappati, bocche cucite; sicuramente un mucchio di dollaroni persi dallo studio Adjaye in contratti non ratificati. A conferma della nobile tradizione garantista del paese, la pagina italiana di Wikipedia omette qualsiasi tipo di riferimento alle accuse di molestie mosse a sir David.</p>



<p>In Italia, Stefano Boeri è il genere di elegante archistar calzato morbido in camicia nera, giacca, trench e occhiali <em>ton sur ton</em>.</p>



<p>Stefano Boeri è acclamato dalla critica come l’artefice della definitiva trasformazione di Milano in metropoli globale<strong>. In altri termini, Boeri è il primatista italiano della gentrificazione urbana</strong>. Il suo lavoro tende artisticamente al minimalismo eco-chic: scatoloni di vetro e acciaio che sostituiscono la linearità geometrica, tipica dell’architettura modernista di Le Corbusier e Walter Gropius, con screzi ottici un po’ fru fru.</p>



<p>Nel caso di Boeri, resta agli atti il maquillage delle piantine da balcone nei render digitali dei suoi grattacieli a Porta Nuova.</p>



<p>Attualmente, Stefano Boeri, insieme a Cino Zucchi, altro peso massimo del cemento milanese, <strong>è al centro dell’inchiesta sulla gara d’appalto per la progettazione della BEIC,</strong> Biblioteca Europea di Informazione e Cultura.</p>



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<p>Boeri e Zucchi sono indagati per reati come turbativa d’asta e false attestazioni; per intendersi, il pane del capitalismo rampante dell’Italia stracciona.</p>



<p>Boeri sarà inoltre processato a settembre per altre imputazioni abbastanza gravi, lottizzazione abusiva e abuso edilizio nella realizzazione del progetto Bosconavigli – caserme di lusso e geometrica linearità screziata dalle solite piantine da balcone –nel triangolo del photo-shooting milanese: Tortona, Savona, Porta Genova.</p>



<p>Al di là di eventuali reati da assessore all’urbanistica nella provincia di Caserta, chiunque abbia avuto sentore dell’aria milanese nel secondo decennio dei duemila, sa che <strong>Stefano Boeri rappresenta il vertice di un’organizzazione intellettuale che prende il nome di “clan del postmoderno”.</strong></p>



<p>Il clan del postmoderno tiene insieme squadracce di picchiatori bohème, folgorati sulla via del saggio più sopravvalutato nella storia di tutti i saggi, <em>L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, del benamato Benjamin.</p>



<p>Si intenda il tipo di personaggi obbligati a citare Otto Dix e i Dodo in una conversazione, <strong>solo perché si trovano sulla stessa pagina dell’enciclopedia</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il clan del postmoderno legge la sua opportunità di esistenza nella diagnosi di una società di simulacri che trasforma il reale in tante deflagrazioni di pseudo-eventi.</p>



<p>Questi pseudo-eventi sono nient’altro che comunicazioni pubblicitarie, dove la produzione estetica si integra per esteso nella produzione di merce.</p>



<p>Come ha già capito la pubblicità cinquant’anni prima, la cultura postmoderna è un paradiso di pataccari che spaccia superfici e nasconde i contenuti.</p>



<p>Per questo <strong>Mark Fisher ha preferito cambiare nome al postmoderno e identificarlo come realismo capitalista</strong>. Il realismo capitalista è la teoria estetica del capitalismo, cioè l’esplosione dei principi del capitalismo nella sfera autonoma della cultura, e quindi nell’intero ambito della vita sociale, dal valore economico al potere statale, fino alle pratiche del pensiero e del comportamento.</p>



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<p>Lo dimostrano le aggressioni di Adjaye e la manina di Boeri.</p>



<p>Come ha scritto Julien Benda, un intellettuale si tradisce quando scambia la sua autonomia per un investimento speculativo. Il clan del postmoderno ha imparato a ben dissimulare questo “tradimento” nelle contorsioni del conflitto benjaminiano tra realtà e rappresentazione.</p>



<p>Così passa la più grande devastazione urbana che la storia ricordi dai tempi del boom degli anni ’60. <strong>La turistificazione dell’identità storica delle città italiane e l’espulsione dai centri abitativi di interi segmenti di popolazione si comunicano nel nome della vivibilità, della resilienza, della virtuosità green e di tutto il sommo bene che una coscienza umana possa immaginare, nella più radiosa delle sue giornate</strong>.</p>



<p>Grazie alla filosofia della rappresentazione della cultura postmoderna, quindi del realismo capitalista, la superficie bidimensionale dei contenitori annulla la realtà dei fatti e delle cose, come una bottiglia in un quadro di Morandi.</p>



<p>In questo senso, il clan del postmoderno non ha avuto nessuno scrupolo a contrabbandare un evento così selettivo ed esclusivo come la brutale gentrificazione di Milano, sotto la bandiera dei valori positivi della sostenibilità e dell’inclusività.</p>



<p>In maniera concettualmente non dissimile, sir David Adjaye molestava le sue impiegate, chiedendo se fossero “abbastanza nere” da capire la sua visione dell’Africa e del suo lavoro.</p>



<p>In un paragrafo del saggio<em> Approches du désarroi</em> (Approcci al disordine), Houllebecq riassume così il programma dell’architettura contemporanea: <em>construire les rayonnages de l’hypermarché social</em> (costruire gli scaffali dell’ipermercato sociale). C’era appunto sfuggito che su quelle mensole, il prodotto prezzato e venduto eravamo noi.</p>



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		<title>L&#8217;unica cosa bella di Milano sono i Maranza</title>
		<link>https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 09:25:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
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		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
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		<category><![CDATA[città]]></category>
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		<category><![CDATA[Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla newsletter di GOG, "Preferirei di no". A Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, tutto va per il verso giusto. Per fortuna però ci sono i maranza.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre un terzo della redazione era in Palestina, un altro terzo ha passato <strong>qualche settimana di troppo a Milano, capitale della parolainglese-week,</strong> <strong>per scopi che purtroppo non possiamo rivelarvi</strong> e che non riguardano la firma di un contratto con una grande major né l’apertura di una nail factory in zona Isola malgrado avessimo fatto anche un business plan (per info scrivere in dm). </p>



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<p>La cosa più bella di Milano è il treno per Roma, dicono sempre i tassisti e i paninari e il tuo amico, quello simpatico al liceo, oggi un po’ meno, copywriter al The Roman Post forse troppo a lungo, però quant’è bello il scielo sopra ar Circo Massimo, ce l’hai una sigaretta? No Ivo, a Milano ho smesso, è vietato fumare a Milano. E invece, malgrado tutti i pregiudizi con cui siamo arrivati nel capoluogo meneghino,<strong> il nostro è stato un soggiorno felice, in una piccola, ridente cittadina di provincia</strong>, abitata da passanti perlopiù meridionali vestiti da Michele Morrone ma ben attenti a non lasciarsi sfuggire una cadenza che riservano solo ai compaesani, e che credono di sostare in una metropoli europea, e che perciò si comportano come se la città lo fosse davvero, e in qualche modo, negli anni, lo è anche diventata, come per magia. Gli amici tornati dal Vietnam di Brera ci dicevano che la città ha ritmi frenetici, l’individualismo dilaga, il turbomondialismo pure, l’aperitivo è ovunque. </p>



<p></p>



<p>A noi invece è parsa molto tranquilla, funzionale, <strong>un paesino in cui puoi fissare 3-4 appuntamenti in un solo giorno e riuscire a portarli tutti a termine</strong>: a Roma il limite massimo è stato stabilito a due dal Concilio di Nicea, poi antichi demoni ti puniscono con qualche ostacolo (l’incidente in motorino, il pacco all’ultimo, la morte di un nonno o di un papa, l’aggressione di un gabbiano). A Palermo un solo impegno al giorno, altrimenti maxiprocesso. </p>



<p></p>



<p>Ecco perché a Milano possiamo ancora sognare, credere che la vita dipenda solo da noi e dalle nostre capacità. Sotto il Po esistono forze che non esistono ma che giocano un ruolo fondamentale nella scrittura dei destini individuali e collettivi. <strong>Sopra, invece, sei tu il padrone, Ceo e azionista di maggioranza dell’azienda te stess*, anima e corpo, che alternativamente depuri con podcast di auto-aiuto e centrifugati dietetici e poi distruggi a forza di call e negroni.</strong> A differenza di Roma, vera e propria giungla urbana, con i suoi pericoli, i suoi misteri, il bestiario di personaggi assurdi che la popola, a Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, come in ogni grande metropoli. Vale un po’ quello che diceva Tolstoj per le famiglie: tutte le città felici si assomigliano, ogni città infelice è infelice a modo suo. </p>



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<p>Ci sono molti eventi ma pochissimi accadimenti. C’è il concerto, il vernissage, il finissage, l’inaugurazione, l’opening, l’happening, l’happy ending ma nessuna cosa che valga la pena di essere raccontata, <strong>perché tutto coincide esattamente con le aspettative che ne abbiamo</strong> (quindi che senso ha partecipare se già sappiamo come andrà a finire?) e ogni investimento organizzativo è sempre a somma zero. Il fatto stesso che le cose funzionino in modo lineare, e che quindi a un input x corrisponde l’output y, sospende l’avverarsi di qualsiasi imprevisto. Da un lato è cosa buona, per noi romani, in cui l’ordinario è un apostrofo rosa tra le parole «’sti cazzi», dall’altro è noioso da morire: il tempo sembra non scorrere, accavallarsi su uno stesso piano ciclico e ripetitivo. Vivere uno o dieci anni a Milano fa lo stesso, invecchi senza accorgertene, giorno dopo giorno, mentre il riso di fronte ai video dei gender reveal party dei napoletani si fa sempre più amaro, fino a trasformarsi in pianto o in un corso di cucito. <strong>L’unico elemento davvero picaresco che ha in qualche modo scombussolato questo lungo sogno-soggiorno è stata la presenza dei cosiddetti Maranza</strong>, loro sì moltiplicatori di contrattempi e di situazioni spiacevoli, colonizzatori dei non luoghi, mezzi pubblici, stazioni, Mc Donald, centri commerciali.<br><br>Sono vispi, allegri, atletici, a differenza dei milanesi o dei meridionali vestiti da milanesi che camminano con gli airpods, con quel talento insopportabile di non darti mai fastidio, di passare inosservati. Anche i maranza hanno gli smartphone, ma ne fanno un uso sempre collettaneo e ludico, gioco tra i giochi, e non passaporto esistenziale. Sono bellissimi i maranza, vistosi, vestiti total Gucci, oppure col Moncler, le Nike T e il borsello, quando passano si lasciano dietro una scia di Paco Rabanne e alette di pollo, hanno attaccate al culo le casse Jbl che droppano musica raw e jump e sembra sempre una festa della giovinezza la loro esibizione rituale di merci, potlatch del plus valore rubato a noi stronzi. <strong>Perché così deve essere la giovinezza, disturbante, fastidiosa, esotica</strong>. Non come quella fatta con lo stampino dai vecchi, per accontentare i loro pregiudizi sui giovani, e che combatte su Instagram per il futuro del pianeta, per il bonus psicologo e la liberalizzazione dei pronomi. </p>



<p>I maranza sono la giovinezza barbara e primitiva, tutta concentrata sul presente, senza scadenze, senza progetti a lungo termine, senza business plan emotivi: <strong>prendi tutto ciò che vuoi, adesso! Sono loro la fantasia al potere nelle strade, la reinvenzione di ogni codice, di ogni grammatica, il corpo è mio lo gestisco io, ne travaillez jamais come dicevano i situazionisti, sono il sessantotto realizzato fuori dell’Università.</strong> Sono i figli dei kebabbari, degli operai, dei corrieri che ci portano i libri di giorno, dei rider che ci servono la cena che consumeremo da soli la notte, sono i figli degli immigrati di seconda e terza generazione, sono i giovani senza lingua, che parlano male l’arabo e male l’italiano, disintegrati da qualsiasi società, dealfabetizzati, descolarizzati e quindi finalmente liberi, liberati dall’ideologia dominante, che sempre con le parole ci colonizza e ci istruisce. Potenza destituente, che davanti al Duomo si ritrova spontaneamente per urlare «Vaffanculo Italia»: è quello che noi non abbiamo il coraggio di fare. </p>



<p>I maranza hanno tutti gli anti-valori che ci mancano per sfuggire davvero al divenire algoritmico del mondo. <strong>Sono il fantasma anti-borghese che infesta la falsa coscienza della borghesia di sinistra, che si fa le pippe sull’Odio di Cassowitz, che indossa la shopper di Pasolini ma poi liquida con faciloneria i maranza come tamarri infrequentabili a causa del loro outfit</strong>, inservibili alla lotta su instagram contro il capitale, mentre sono loro la lotta, il corpo nella lotta, sono loro i ragazzi di vita, i più antimoderni degli ipermoderni, «giovani amici, a cavalcioni di Rumi o Ducati, con maschile pudore e maschile impudicizia, nelle pieghe calde dei calzoni nascondendo indifferenti, o scoprendo, il segreto delle loro erezioni…». </p>



<p>Ci disturba la loro aggressività, la mascolinità tossica con cui rispondono alle umiliazioni sociali, per riabilitarsi ai propri occhi e a quelli della famiglia, e che rimarrà sempre una costante tra le persone che possono contare solo sulla propria forza-lavoro, come scrive Bourdieu, per cui la «virilità è uno degli ultimi rifugi dell’identità delle classi dominate». <strong>E così i maranza infestano anche i brutti sogni della borghesia liberale di destra</strong>, quella alla Del Debbio, quella di Rete 4 e della Verità che quando non li condanna vuol umanizzare questi giovani barbari, trovare un movente sociologico al loro brutalismo esistenziale. <strong>E invece dovremmo perorare una sacra alleanza tra i barbari neri delle periferie e i “bifolchi” bianchi dei margini</strong>, tra proletariato indigeno e proletariato autoctono (come scrive in un bel libro Houria Bouteldja, <em>Beuf et Barbares</em>, tradotto da Derive&amp;Approdi), l’unione di queste classi pericolose, potenzialmente sovversive, che invece di scannarsi tra loro nell’ennesimo conflitto tra poveri, dovrebbero formare una nuova soggettività politica ma già stiamo scadendo in un marxismo da quattro soldi, velleità da borghesi in crisi annoiati che hanno letto troppo <strong>e non credono davvero in ciò che dicono</strong>, quindi basta così.</p>



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		<title>Il segreto della redazione del Post.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Nov 2024 10:42:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Costa]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Il Post]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Sofri]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Morning]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista impossibile a Francesco Costa, premiata voce di Morning, l’uomo che ogni mattina racconta l’Italia ai liberali progressisti che a loro volta se la racconteranno a vicenda più tardi, all’ora dell’aperitivo, per darsi un tono intellettuale.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><em>Sono le 4 e mezza del mattino, dopo un giro in lime per una Milano tenebrosa e invasa da consulenti scravattati, approdiamo alla redazione del Post, in zona Porta Genova. All’interno, nonostante l’ora, è tutto un battere a macchina e ruotare di torchi, animato da giovani stagisti in dritta da 48 ore. L’atmosfera è di entusiasmo frenetico, gli sguardi rivolti agli estratti delle agenzie stampa che scorrono sul grande teleschermo nella sala centrale. Sopra, un’insegna a led ricorda a tutti i presenti che </em>“L’INFORMAZIONE RENDE LIBERI”.</p>



<p><em>Ci facciamo largo tra due rampanti cronisti intenti a contendersi ferocemente l’approfondimento sull’alluvione a Valencia, per dirigerci verso il grande ufficio, il più bello di tutti, un’enorme vetrata con un’insegna d’oro che recita “</em><strong>Francesco Costa (Morning</strong>)”.&nbsp;&nbsp; </p>



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<p><em><br>Oltre la soglia ci appare un grande tavolo di vetro, tassellato di quotidiani stropicciati e ricoperti di post-it. Al fondo, a capotavola, davanti a un piccolo microfono e un macbook pro, siede lui, Francesco Costa, l’uomo che ogni mattina racconta l’Italia ai liberali progressisti che a loro volta se la racconteranno a vicenda più tardi, all’ora dell’aperitivo, per darsi un tono intellettuale. Al suo fianco, in piedi, c’è Luca Sofri, il megadirettore del </em>Post<em>. Tiene una mano stretta sulla spalla di Costa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p><br><br>LS: Benvenuti ragazzi, il mattino ha l’oro in bocca e la notizia fresca. Adesso vi lascio da soli, qui ci siamo detti tutto con Francesco… (<em>volta lentamente lo sguardo verso Costa, mentre serra il palmo poggiato sulla sua spalla</em>)… O no?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br>&nbsp;<br>FC: Senza dubbio Luca, grazie come sempre. Puoi contare su di me. Siamo qui solo per conoscerci meglio con questi ragazzi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br><em>Sofri lascia la stanza, rimaniamo soli &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;</em><br>FC: Buongiorno ragazzi, ben trovati e benvenuti. Io sono Francesco Costa. Questa è la redazione del <em>Post</em>. È una mattina splendida, certo un po’ di nebbia, ma adesso schiarisce, come sempre. Cominciamo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>N: Ciao Francesco. Sei in splendida forma. Non è neanche l’alba, come fai a essere così attivo a quest’ora?</p>



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<p><br>FC: A me non pesa affatto, sapete? Tutta questione di abitudine. Poi ne vale la pena, raccontare l’Italia agli italiani, assicurare un’informazione giusta, moderata, comprensibile. Controllare i fatti. Spiegare bene le cose. Sono i valori della nostra casa, del <em>Post</em>. Poi il rapporto con i miei abbonati, le mail che ricevo ogni giorno, e che non vedo l’ora di leggere e commentare.<br>&nbsp;&nbsp;<br>N: La tua dedizione è invidiabile, buon per te, davvero.&nbsp;&nbsp;<br><br><em>Francesco accenna un sorriso poco convinto. Improvvisamente si alza in piedi, di scatto.&nbsp;<br><br></em>FC: Ragazzi, posso farvi ascoltare questa versione di <em>Gimme Shelter</em> dei Rolling Stones? È davvero stupenda … <em>(dirigendosi velocemente verso un giradischi nell’angolo</em>)… però ecco, per godersela a pieno, bisogna ascoltarla… a tutto volume…&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br><em>Parte la canzone, il volume è assordante</em><strong>:</strong></p>



<p><strong>Ooh, a storm is threatening&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>My very life today&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br></strong><br><br>N: FRANCESCO, MA COSA FAI? NON RIUSCIAMO NEANCHE A PARLARE! ABBASSA UN PO’, TI PREGO.<br><br><em>Costa</em> <em>corre verso di noi, ci afferra per le spalle</em></p>



<p><strong>If I don&#8217;t get some shelter<br>Ooh yeah, I&#8217;m gonna fade away</strong><br><br>FC: MBARI VI PREGO TIRATEMI FUORI DA QUESTO INFERNO. NON NE POSSO PIU&#8217;. MI MANCA L’ARIA. MI MANCA CATANIA. QUI NON CE LA FACCIO PIU&#8217;. SONO ANNI CHE NON MI FANNO USARE UNA PAROLA “DIFFICILE”, CHE NON POSSO FARE UN RIFERIMENTO STORICO SENZA DOVERLO CONTESTUALIZZARE. ANCHE L’11 SETTEMBRE, ANCHE IL COVID. VI RENDETE CONTO? LE DIRETTIVE SONO DI FARE FINTA DI RIVOLGERCI A UN PUBBLICO DI 13ENNI. HANNO LICENZIATO IL COLLEGA DELLA GIUDIZIARIA PERCHE&#8217; USAVA TROPPI CONGIUNTIVI, POI LA GENTE PERDE IL FILO. MA SI PUO&#8217; LAVORARE COSI&#8217;? QUANTE COSE DA DIRVI. QUANTO POCO TEMPO. LUI SICURAMENTE SI SARA&#8217; INSOSPETTITO E STARA&#8217; TORNANDO.<br><br>N: MA COSA DICI FRANCESCO? DI CHI PARLI? CHI E&#8217; LUI?</p>



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<p><strong>War, children, it&#8217;s just a shot away<br>It&#8217;s just a shot away</strong></p>



<p>FC: MA COME CHI? IL DIRETTORE! DDU CUNNUTU RI SOFRI. SONO DIECI ANNI CHE MI TIENE IN OSTAGGIO, MI HA SEQUESTRATO IL PASSAPORTO, HA I CODICI DEL MIO CONTO IN BANCA. CONTROLLA TUTTO. HA ORECCHIE OVUNQUE. ANCHE QUI IN QUESTA STANZA. PER QUESTO LA MUSICA, CAPITE?</p>



<p>N: FRANCESCO MA NON HA SENSO QUELLO CHE DICI. SEMBRA UN PO’ INVEROSIMILE! FAI UN LAVORO STUPENDO. TI APPREZZANO TUTTI. QUELL’ARTICOLO SUL <em>NEW YORKER</em>. <em>FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG</em>. “IL CASO MORNING”. MONDADORI. CHE BISOGNO CI SAREBBE DI SEQUESTRARTI?</p>



<p><strong>Ooh, see the fire is sweepin&#8217;<br>Our very street today</strong><br><br>FC: MA QUALE LAVORO STUPENDO? SONO QUATTRO ANNI CHE MI SVEGLIO ALLE 3 DEL MATTINO! QUATTRO ANNI CHE SONO COSTRETTO A RACCONTARE L’ITALIA ALLA STESSA BOLLA DI NOSTALGICI DEL GOVERNO DRAGHI. E SEMPRE CON LO STESSO TONO POI. UN PO’ CIRTICO, MA SPERANZOSO; UN PO’ DI BASTONE, E POI LA CAROTA PER MANDARE TUTTI A LAVORO CONTENTI LA MATTINA. MI VIENE DA VOMITARE A PENSARCI!</p>



<p><br>N: CALMATI FRANCESCO, RESPIRA. TU SEI UNA VOCE POSITIVA PER QUESTO PAESE, UN ESEMPIO VIRTUOSO! VA BENE TUTTO, MA QUALE SAREBBE IL SENSO? PERCHE&#8217; FARTI FARE MORNING TUTTE LE MATTINE?<br></p>



<p><strong>Rape, murder<br>It&#8217;s just a shot away<br>It&#8217;s just a shot away</strong></p>



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<p>FC: MA COME NON CI ARRIVATE? NON LO VEDETE? QUESTO PAESE E&#8217; ALLA FRUTTA. NON HA SPERANZE. IL SISTEMA PENSIONISTICO E&#8217; AL COLLASSO, LA SCUOLA E&#8217; UN DISASTRO, I BONUS, I VECCHI, GLI AIRBNB. LOLLOBRIGIDA. SI VIVE BENE SOLO A MILANO, DOVE SI VIVE DI MERDA. PERSINO IL CAFFE&#8217; E&#8217; IMBEVIBILE. SE NON FOSSE PER NOI, PER OPERAZIONI COME IL POST, PER MORNING, TUTTA LA CLASSE PRODUTTIVA SI SPEGNEREBBE, O FUGGIREBBE ALL’ESTERO. NOI COCCOLIAMO I PROGRESSISTI IN BILICO, I POTENZIALI CERVELLI IN FUGA. LI FACCIAMO SENTIRE AL CENTRO DEL MONDO, CHE CAPISCONO LE COSE. GLI DIAMO UN’INFORMAZIONE FACILE DA ASSIMILARE, IMPACCHETTATA IN MODO DA SEMBRARE IMPARZIALE, E PRONTA ALL’USO PER TROVARSI TUTTI D’ACCORDO ALLE CENE, PER CONVINCERSI INSIEME DI ESSERE DALLA PARTE GIUSTA DELLO STIVALE. E&#8217; COSI&#8217; CHE LI FREGHIAMO, CHE POI DECIDONO DI RIMANERE, DI ACCENDERSI UN MUTUO, DI FARE UN FIGLIO, DI ACCANTONARE I SOGNI MATURATI IN ERASMUS E ACCETTARE UN SALARIO INDECENTE. COME PENSATE CHE SI REGGA TUTTA QUESTA BARACCA? CON GLI ABBONAMENTI? CON LA PUBBLICITA&#8217;? MA QUANDO MAI? E&#8217; L’INPS CHE CI FINANZIA, CON I FONDI CHE DESTINAVA AL RIENTRO DEI CERVELLI. NOI POMPIAMO OSSIGENO NEL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO VENDENDO L’ILLUSIONE DI UNA MENTALITA&#8217; EUROPEA, FACCIAMO CREDERE AI MEMBRI DELLA CLASSE DISAGIATA CHE LA SCANDINAVIA E&#8217; DIETRO L’ANGOLO, AL CAPOLINEA DELLA METRO SCASSATA CHE DEVONO PRENDERE OGNI MATTINA PER PAGARE L’AFFITTO, MENTRE ASCOLTANO MORNING.</p>



<p>N: FRANCESCO STAI ESAGRANDO! IL CAFFE&#8217; ITALIANO E&#8217; SQUISITO. CE LO INVIDIANO IN TUTTO IL MONDO.</p>



<p><em>D’improvviso si spalanca la porta. Entrano Sofri, Luca Misculin e Matteo Bordone.</em><br><br><strong>War, children, it&#8217;s just a shot away<br>It&#8217;s just a shot away<br>It&#8217;s just a shot away</strong><br><br><em>Bordone si scaraventa addosso a Costa</em><br><br>LS: TIENILO BORDONE! MISCULIN, FALLO SPARIRE! CHIEDI CONSIGLIO A NAZZI, NON E&#8217; LA PRIMA VOLTA CHE SI SBARAZZA DI UN CANARINO. SE FILA TUTTO LISCIO, MORNING E&#8217; TUO.<br><br><em>Bordone e un Misculin inorgoglito trascinano via Costa, che si dimena furiosamente. Sofri spegne il giradischi, ormai al rif finale di </em>Gimme Shelter<em>.<br></em><br>LS: Ragazzi, tutto quello che vi ha detto è un’ovvia mistificazione. Francesco è stressato, dorme poco, le elezioni americane… un periodaccio. Deve solo prendersi una vacanza. Questo è un paese problematico, certo, ma moderno. Qui abbiamo le nostre radici, le nostre speranze, le nostre opportunità. Basta contenere il deficit sotto il 3% del PIL, lavorare duro, tenersi informati, riciclare, vaccinarsi e combattere l’evasione fiscale. La strada è lunga ma dietro l’angolo c’è più giustizia, più equità, più Europa. Scusate per l’inconveniente, comunque sia, ecco un mazzo di abbonamenti prepagati al <em>Post</em>, che, come sapete, non campa d’aria (<em>occhiolino</em>).<br><br><em>Usciamo frastornati dall’ufficio con le prime luci dell’alba. Milano dorme ancora, avvolta in una coperta di nebbia. Oggi c’è sciopero, protestano per il carovita. Chissà se passa la 90.</em> </p>



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