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	<title>nazismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il gioco di specchi del governo Meloni: braccia tese e CPR in Albania.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2024 07:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[CPR]]></category>
		<category><![CDATA[gioventù meloniana]]></category>
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		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'inchiesta di fanpage sulla gioventù meloniana dirada un po' di nebbia, ma non rivela alcunché. Piuttosto che concentrarci sulle braccia tese e gli slogan fascisti, dovremmo convergere le forze e concentrarci sulle sostanza, e non la forma, di questo governo, e le pratiche che la rivelano, come il trasferimento dei CPR in Albania.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-gioco-di-specchi-del-governo-meloni-braccia-tese-e-cpr-in-albania/">Il gioco di specchi del governo Meloni: braccia tese e CPR in Albania.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’entourage del governo Meloni è composto di fascisti. Ma non ci è servito fanpage per capirlo. Sarebbe a dir poco deludente la coscienza politica di chi avesse avuto bisogno di questa inchiesta per giungere all’evidente conclusione che <strong>chi ha militato in passato nel Fronte della Gioventù oggi non si fa problemi a tendere il braccio in privato</strong>. La strategia di defascistizzazione apparente della Meloni è reale e concreta, ovvero sui dossier che contano il governo si sta comportando esattamente come qualsiasi altra espressione legislativa del paese avrebbe fatto. Ma sul piano dello spirito del partito la questione è ben diversa.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Chiunque abbia fatto esperienza dell’<em>humus</em> culturale italiano, a partire dalle scuole e dalle università, vedendo le immagini dell’inchiesta (commentata con quella voce sensazionalistica che suppone una soglia di attenzione media degli spettatori di circa 20 secondi) avrà ottenuto al massimo la timida soddisfazione <strong>di vedere confermato un sospetto più che fondato</strong>. Non sono i <em>Sieg Heil</em>, i petti alti e il cuore nero, a rendere quel partito un covo di nazisti. Non è Sangiuliano che afferma che il suo libro preferito è il <em>Tramonto dell’occidente </em>(chissà se lo ha letto davvero poi, è comunque un tomo impegnativo). Questo tipo di ambiguità ricercata, <strong>che ammicca a una parte dell’elettorato mentre fa infuriare quella opposta</strong>, è pensata precisamente per dirigere le forze critiche verso un obiettivo illusorio. Abbiamo visto le loro giovanili (e alcuni dirigenti) cingersi gli avambracci, li abbiamo visti inneggiare a sua eccellenza BM. E ora? Pensiamo davvero che chiunque li abbia votati si ricrederà? Che qualcuno fosse sinceramente convinto di aver portato al governo dei trozkisti? Certo il loro gioco dell’ambiguità perde un po’ di consistenza, ma in sostanza cambia poco.<strong> Il governo è saldo, le braccia, nel privato, rimarranno tese</strong>; faranno solo un po’ più di attenzione.&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>L’inchiesta di Fanpage alla fine dimostra tutt’altro. Rivela quanto lo stesso entourage della gioventù meloniana sia preoccupato affinché nessuno faccia mostra in pubblico delle proprie passioni nostalgiche; possiamo perciò tranquillamente immaginare che direttive simili circolino anche nel partito dei “grandi”. <strong>Meloni proviene da quel mondo là, dalle giovanili dei partiti postfascisti</strong>. È del tutto impensabile che le dinamiche della gioventù meloniana di colloquiale consuetudine con gli slogan e le idee del fascismo e del nazismo la stupiscano realmente. È irragionevole però e in odore di complottismo pensare che la Ducetta aspetti chissà quale convergenza storica per poter instaurare una dittatura che si richiamasse esplicitamente al fascismo; sembra ben contenta così, le cose le vanno alla grande. E questo perché il potere di cui dispone FDI è già sufficiente, per Meloni e i suoi, per portare avanti alcuni dei propri obiettivi, perfettamente in linea, questi sì, con <strong>strategie preoccupanti e fasciste</strong>. Questo non vuol dire che il governo disponga di chissà quale libertà di manovra, ma che le forze democratiche di questo paese si mostrano del tutto compiacenti, in realtà, anche con le peggiori nefandezze dell’estrema destra, <strong>purché il partito che le promuove confermi la propria fedeltà atlantista</strong>. Un caso su tutti dovrebbe diradare qualsiasi dubbio: quello dei<strong> CPR in Albania</strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>I CPR sono il luogo fisico in cui si concentrano<strong> il massimo delle contraddizioni che convivono nello spirito europeo</strong>. Sono i centri di permanenza per i rimpatri, gli ex CIA, ex CPT, ex CPTA; gli si cambia nome quasi ogni volta che cambia il ministro dell’Interno. Seppure a tutti gli effetti i CPR sono delle carceri, ovvero luoghi di detenzione di corpi e privazione della libertà di movimento, essi non godono della stessa visibilità delle strutture di detenzione regolare, già peraltro di norma fatiscenti e malfunzionanti. I detenuti che vi soggiornano, sono nominalmente degli ospiti temporanei dello Stato, poiché sulla carta non hanno commesso alcun crimine; il reato di cui sono imputati, introdotto nel 2009, è quello di <strong>immigrazione clandestina</strong>, la quale non prevede la detenzione, ma una sanzione amministrativa; una multa, perciò, seppure molto onerosa (soprattutto per chi è stato costretto a ricorrere all’immigrazione clandestina). All’interno del CPR però, non essendo questo luogo un carcere effettivo, non vengono garantiti neppure i diritti che si riservano agli ergastolani. A discrezione della direzione vengono tolti ai detenuti i cellulari, l’assistenza sanitaria è pressoché ridotta alla fornitura di psicofarmaci per contenere le crisi depressive e di solitudine, il contatto con l’esterno è severamente limitato, non esistono libere uscite, non esistono visite da fuori. <strong>Non sono tutelate neppure le procedure minime di garanzia</strong>, come quella che prevede la possibilità di un parlamentare di visitare un carcere, persino quello duro del 41-bis, per accertarsi che la detenzione non violi i diritti umani o la costituzione (entrambe gli ordinamenti sono peraltro comunque violati dal 41-bis e dalla pratica del carcere ostativo).&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Questa è solo la condizione legislativa di partenza dei CPR. Ovviamente poi, per consuetudine nazionale, essi sono gestiti <strong>con la più indifferente disumanità</strong>. Le infiltrazioni mafiose ne sono la principale fonte di sostentamento economico. Chi ha avuto la fortuna di uscirne (perché alcuni vi stazionano anche senza essere poi rimpatriati, li si condanna preventivamente a un soggiorno all’inferno per sbrigare con più calma la loro pratica) racconta di <strong>condizioni igieniche fatiscenti, cibo scaduto, continue e ripetute malversazioni da parte del personale</strong>. Non stupirà perciò che i tentativi di suicidi e di evasioni dei detenuti sono all’ordine del giorno; l’amministrazione dei CPR però risponde prontamente alle problematiche, alzando sempre di più le mura che li circondano e aumentando le dosi di psicofarmaci.</p>



<p> &nbsp;</p>



<p><br>Tutto ciò però non ha molto a che fare solo con il governo Meloni, queste pratiche hanno una storia lunga; l’amministrazione di questi luoghi è stata confermata <strong>pressoché da ogni forza parlamentare che oggi siede alla Camera</strong>. Stupisce perciò come lo scandalo per le braccia tese dei giovani meloniani possa conciliarsi con il finanziamento e la ratifica delle costruzioni di vari lager sparsi per il territorio nazionale. Ma ciò che rende peculiare il governo di destra oggi al potere, e su cui dovrebbero dirigersi l’attenzione e le inchieste antifasciste, è la volontà, molto discussa, ma di cui ad oggi ancora non si è data una spiegazione ufficiale, di dislocare i CPR in altri paesi, come l’Albania (che ha acconsentito subito di buon grado nella speranza di ottenere uno sponsor per entrare nell’UE). Le motivazioni ufficiali che vengono date per questo primo trasferimento &#8211; peraltro già in profondo ritardo rispetto ai piani &#8211; sono le seguenti: “[L’accordo] si pone sostanzialmente tre obiettivi: contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori illegali e accogliere solamente chi ha davvero diritto alla protezione internazionale” (Giorgia Meloni, conferenza stampa del 6 novembre 2023). <strong>Non si capisce in quale modo la pratica dovrebbe risultare più semplice da sbrigare in Albania</strong>. O almeno non se ne può ammettere la vera motivazione, che forse è ignara alla stessa dirigenza di FDI ma ne rivela lo spirito, che, non per riduzione di complessità, ma per assenza di termini migliori, <strong>va definita nazista</strong>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image alignfull size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="296" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1.jpg" alt="" class="wp-image-913" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/screenshot-scritta-Ousmane-Sylla-900x445-1-300x148.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Scritta sul muro del CPR di Ponte Galeria del 22enne Ousmane Sylla, morto suicida all&#8217;interno del centro, con la quale chiede di spedire le proprie spoglie alla madre.</figcaption></figure>



<p> <br>Le posizioni sull’immigrazione possono essere diverse e svariate, ciascuna risponde a un qualche tipo di sensibilità più o meno fondata razionalmente o psicologicamente. A nostro avviso il semplice fatto che esistano delle frontiere costituisce <strong>una condizione ridicola di ipocrisia e sopraffazione</strong>, che un giorno, si spera, l’umanità considererà alla stregua della schiavitù. Ma non è sulla base di una tale convinzione che va giudicato il modo in cui il nostro paese ha deciso di affrontare la questione, perché, indipendentemente da essa, come vengono gestiti i corpi dei migranti <strong>rivela i pregiudizi e le finalità che i vari governi si pongono.</strong> Il cambio di passo, la novità di dislocare i CPR in Albania è una prerogativa tutta meloniana, è la soluzione finale all’unico problema che pongono i migranti anche nel momento in cui sono reclusi dietro mura progressivamente più alte e invalicabili sbarre di ferro, ovvero il problema di <strong>essere ciononostante dei corpi</strong>.         </p>



<p><br>Un corpo, pure se recluso, occupa una porzione di spazio. All’interno di esso può interagire con ciò che lo circonda, può essere visto e vedere, può essere ascoltato e ascoltare. <strong>All’interno del CPR si è cercato in ogni modo di impedire che i corpi venissero visti</strong>, alzando le mura e proibendo le visite (anche dei parlamentari e dei giornalisti). Ma non si è riuscito, finora, a impedire che questi corpi venissero ascoltati. Certo, ci si è provato, costruendo i CPR in punti morti delle città, spesso difficili da raggiungere, togliendo ai migranti i telefoni, privandoli dei traduttori. Non si è riuscito, tuttavia, a impedire che quei corpi facessero rumore, urlassero all’esterno, gridassero, ai pochi venuti a portare loro un po’ di solidarietà, <strong>tutto il dolore e la frustrazione della tortura illegittima a cui sono stati sottoposti</strong>. Non c’è nulla che può convincere dell’ingiustizia di quello che succede dentro i CPR più dell’amalgama di lingue diverse che valica le mura e si accorda in un solo grido disperato, rivolto all’esterno. Quando ciò non basta, poi, capita a volte, all’acme della disperazione, <strong>che i detenuti diano fuoco ai loro materassi</strong>. È un gesto profondamente simbolico. Compierlo, significa compiere un reato, significa che la propria sanzione amministrativa verrà convertita immediatamente in una condanna penale. Si viene trasferiti al carcere in direttissima; certo date le condizioni il trasferimento è da considerare una promozione, ma quanto può essere intollerabile quello che avviene dentro ai CPR se, pur di esprimere un messaggio di sofferenza all’esterno, <strong>lo si accoglie di buon grado?</strong></p>



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<p><br>Diventa così più evidente il motivo del trasferimento immotivato e dispendioso dei CPR in Albania. <strong>L’obiettivo è rendere più difficile e ostacolare la possibilità che ci si renda conto che all’interno di quel luogo, ad essere detenuti, sono dei corpi, degli esseri umani</strong>. Più lontani sono, più sarà difficile vederli e sentirli, portando loro solidarietà. Minore sarà per questo la possibilità di confrontarsi con la realtà dei CPR, con quello che all’interno vi avviene. È una variazione sul tema di quella storia dell’albero nella foresta che cade. Se, per le torture fisiche e psicologiche che ha subito, si suicida un migrante che non hai mai visto e non vedi, e di cui non hai mai sentito le grida, <strong>è morto davvero?</strong></p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>La strategia ricorda perciò molto da vicino un altro modo di gestire i corpi rendendoli oggetti, massimizzando l’efficienza della loro sparizione e minimizzando gli intoppi che comporta la loro natura corporale. Ciò preoccupa molto più dell’inchiesta di fanpage, che rimane comunque utile, ma resta sulla superficie, <strong>all’interno del gioco di specchi creato ad arte dal governo Meloni</strong>, volto a impegnare la critica sugli aspetti formali del loro partito, sulle parole d’ordine che acconsentono o meno di usare, sui riferimenti ideologici a cui si ispirano, e non converge invece l’attenzione e le forze sulle<strong> nefandezze concrete della sostanza di questo governo</strong> e forse di un intero paese, che si accontenta di dichiararsi antifascista quando sul proprio territorio costruisce, finanzia e amministra, grazie al prezioso supporto della mafia, dei campi di concentramento.</p>
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		<title>Farcela con la Morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 10:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitolo tradotto da "Fanged Noumena" di Nick Land. E se fosse la morte l'unico modello dell'opposizione al capitale? E la rivoluzione non un dovere, ma un abbandono? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/farcela-con-la-morte/">Farcela con la Morte</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p class="has-text-align-left has-white-color has-white-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ccd56245a3ebb52ff66a5805da06845"></p>



<p class="has-text-align-left">Se Deleuze deve essere tratto in salvo da quell’insulso liberalismo neo-kantiano che oggi passa per filosofia in Francia, è necessario ricostruire e approfondire la sua genealogia. Lo pseudo-nietzscheanesimo della reazione anti-hegeliana degli anni Sessanta è un contesto ben poco adeguato per un pensatore di tale rilievo, e lo stesso si può dire per le sue tenzoni con la psicoanalisi strutturalizzata. <strong>La forza di Deleuze deriva dal fatto che riesce a distaccarsi dalla temporalità parigina in modo molto più radicale rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei,</strong> incluso lo stesso Guattari. Il tempo del testo di Deleuze è un tempo più freddo, più rettiliano, più tedesco, o almeno il tempo dei tedeschi anti-tedeschi, come Schopenhauer e Nietzsche in particolare, per i quali le ere andavano scandagliate con disprezzo. È soprattutto un tempo lucreziano o spinoziano, <strong>un tempo di natura indifferente, che compone bizzarri accoppiamenti trasversali attraverso i secoli</strong>.</p>



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<p>I<br>La modernità è &#8220;essenzialmente&#8221; ricostruttiva, una caratteristica rilevata sia dalla mera continuità astratta della sua organizzazione produttiva – il capitale è sempre neo-capitale – sia dalla dinamica trascendentale della sua modalità filosofica predominante (kantiana). <strong>La critica appartiene al capitale perché è la prima procedura teorica intrinsecamente progressiva apparsa sulla terra</strong>; evita sia il conservatorismo formale della scienza naturale induttiva, sia il conservatorismo materiale della metafisica dogmatica. Sia nel caso del modo di produzione che in quello del modo di ragione, ciò che emerge è un <strong>movimento auto-perpetuante di deregolamentazione, che tende ad affidare un privilegio sempre più radicale all’impulso interrogativo.</strong> Naturalmente, come indicano in modo così esplicito Deleuze e Guattari nei loro scritti, questo processo di liberazione immanente<strong> è soffocato e limitato dalla ricostituzione attiva di meccanismi di controllo arcaici: fedi, apparati statali, affinità parrocchiali, neo-tribalismi, un’autorità messa in scena in maniera sempre più ridicola; la morale, i matrimoni e i mutui.</strong></p>



<p>Le traiettorie della filosofia moderna si delineano in risposta a questo dilemma sociale e teorico. Un flusso di pensiero, che attraversa Schopenhauer e Nietzsche fino agli strati repressi della psicoanalisi e della metapsicologia freudiana, traccia la ricorrenza dell’impeto formativo di base soffocato dalla teo-politica occidentale. Un altro flusso, associato principalmente a Hegel, è guidato dall’ideale implicito di una ricostruzione speculativa del politico, all’indomani del Capitale. Entrambe queste tendenze puntano nella direzione di un pensiero post-trascendentale; nel primo caso dissolvendo le differenze polarizzate tra l’empirico e le sue condizioni in una gerarchia aperta di strati intensivi, nel secondo collassando la composizione astratta di questa polarità nell’autolegislazione infinita del concetto concreto. <strong>Una terza corrente, forse la più intricata topograficamente, è rappresentata soprattutto da Schelling, ed è spinta dalla dinamica della critica verso un completamento del programma trascendentale</strong>: sostituendo la continuità immanente della cosmologia spinoziana con la ininterrogata pietà dell’identità logica ereditata da Kant.</p>



<p>Deleuze è il più potente esemplare di questo spinozismo trascendentale tra i pensatori contemporanei. La decostruzione di Derrida, pur essendo in fin dei conti programmaticamente simile a una schizo-analisi o a una critica genealogica di tipo deleuziano, è pesantemente indebolita da un afflusso di temi neo-umanisti, che arrivano, passando attraverso Heidegger, da Kierkegaard e Husserl, i quali aggravano l’entità del compromesso quasi-teologico che neppure lo stesso Schelling era riuscito ad evitare. Heidegger, pur alimentando gli aspetti più sordidi del regionalismo e dell&#8217;idealismo di questa eredità, prosegue con vigore l&#8217;eliminazione dell&#8217;influenza di Spinoza, accademicizzando e denaturalizzando il pensiero del fondamento impersonale o dell’<em>Indifferenz</em>. Sebbene sia Deleuze che Derrida critichino l’articolazione illegittima,<strong> il primo tende verso un materialismo compiuto, in cui la sostanza intensiva viene rilasciata trascendentalmente dalla sua paralisi nell’estensione</strong>, mentre il secondo persegue una meditazione giudaica, tracciata in teo-grafismi, radicalizzando indefinitamente una relazione anti-iconica con l’assoluto. <strong><em>Deus sive natura</em> non è un’identità, ma una disgiunzione inclusiva</strong>; Spinoza il giudeo che scompare o Spinoza lo psicotico esplosivo, decostruzione o schizo-analisi.</p>



<p>Se la decostruzione è spinta dalle pietà effimerizzanti del capitale, <strong>la schizo-analisi è mossa dalla sua spietatezza da gazza ladra</strong>. Ricodifica sempre, ci dice la decostruzione, ma ogni volta in modo più sottile, più elusivo, sviluppando un po’ di più la parodia prolungata della legge su sé stessa. <strong>Decodifica sempre, blatera invece la schizo-analisi, non credere in nulla e liberati dalla nostalgia per l&#8217;appartenenza. Chiediti sempre dove il capitale è più disumano, privo di sentimenti e fuori controllo. Abbandona ogni attaccamento allo Stato.</strong> Non è il managerialismo sociale di Hegel ciò che si contrappone appropriatamente al nomadismo deleuziano. L’hegelismo è stato sempre solo il <em>black humour</em> della storia moderna. Piuttosto, è la politica non esclusiva della decostruzione o le più rozze teorie liberali neo-kantiane, <strong>con le loro umanità astrattamente ricomponibili</strong>, che rappresentano il vero contrappunto all’economismo anti-politico di Deleuze. In contrasto con la nevrosi ossessiva del pensiero etico, con il suo vano tentativo di consolidare un principio trascendente di giustizia a partire da quel triste fantoccio dei codici del lavoro contrattuale che chiamiamo &#8220;l’agente&#8221;, <strong>la schizo-analisi condivide quel delizioso senso di irresponsabilità di tutto ciò che è anarchico, inondante e rigidamente impersonale</strong>.</p>



<p>Il capitale non può disconoscere la schizo-analisi senza perdere le proprie zanne<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. La follia che così estrarrebbe da sé è l&#8217;unica risorsa per il suo futuro; <strong>una nicchia de-socializzata di sperimentazione che corrode la sua essenza e deride con anticipo l&#8217;intero spettro dei modi di civiltà attualmente esistenti</strong>. La vera libertà energetica che annienta <strong>la gabbia sacerdotale della libertà umana</strong> è rifiutata a livello del secondario processo politico proprio nel periodo in cui il primario processo economico scivola sempre più tra le sue braccia. Il profondo segreto del capitale-come-processo è la sua incommensurabilità con la conservazione della civiltà borghese, che si aggrappa a esso come un nano in groppa a un drago. Man mano che il capitale &#8220;evolve&#8221;, <strong>la razionalizzazione sempre più assurda della produzione-per-il-profitto si sgretola via come un pellaccia secca per via dell’inflazione del feedback positivo della produzione-per-la-produzione.</strong></p>



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<p>Se il capitale è una macchina da suicidio sociale, <strong>è perché si trova costretto a favorire i propri assassini</strong>. Il capitale produce la prima socialità in cui il <em>pouvoir</em> della dominazione è continuamente sottomesso al rischio della <em>puissance</em> sperimentale. <strong>Solo intensificando i suoi legami nevrotici esso riesce a mascherare l’eruzione di follia nella sua infrastruttura, ma, ogni anno che passa, tali legami diventano più disperati, cinici, fragili</strong>. Tutto questo solleva la questione della famigerata &#8220;morte del capitalismo&#8221;, che è stata prevalentemente trattata come una questione di terrore o speranza, scetticismo o fede. Il capitale, ci viene detto, sopravviverà, oppure no.</p>



<p>Tale escatologia proiettiva perde completamente di vista il punto, <strong>ovvero che la morte non è una possibilità estrinseca al capitale, ma una sua funzione intrinseca.</strong> La morte del capitale è meno una profezia che una parte della macchina. La voluttà immanente ad ogni nuovo affare prende slancio dalla fine della borghesia. Considerate l&#8217;uso di cocaina da parte del capitale finanziario: al tempo stesso sia una sbornia quantitativa segnata come deviazione dallo zero, sia una spesa di lusso che annulla il signifcato storico della ricchezza. <strong>Il broker che gestisce dei <em>futures</em> strafatto di cocaina che passa accanto a un ubriacone lungo una strada di Manhattan traduce il destino della differenza di classe in un&#8217;intensità immanente tracciata su una superficie liscia di dissoluzione sociale</strong>. Il senzatetto abita il punto zero sociale, il punto di fuga della legalità premoderna preferito dal capitale, dal quale la scarica di cocaina è respinta come da un’anonima distanza dalla morte. C&#8217;è un divenire-un-senzatetto-ricco, un divenire-un-pezzente-fatto-di-cocaina, che è integrale al cinismo del capitale di frontiera. Questa è l&#8217;avanguardia moderna di Beckett, dove l’alta cultura si differenzia immanentemente dall’assenza di cultura, assolvendosi dal bisogno di presentare qualsiasi specificatore ontologico. È così che <strong>c’è un divenire-zombie del senzatetto proprio come c’è un divenire-frenetico dei veri manager del sociale</strong>: il quartiere popolare degradato come linea di base per l’effervescenza di Wall Street. È del tutto inesatto suggerire che gli yuppie della finanza non conoscano la privazione, <strong>poiché l&#8217;oblio limite di una proletarizzazione assoluta lo buttano giù con ogni bolla di champagne</strong>.<br><br>Esiste una risposta umanista familiare a questo divenire-zombie al limite delle possibilità del lavoratore moderno, che è associata anzitutto alla parola ‘alienazione’<em>.</em> I processi di <em>de-skilling</em>, ovvero il <em>re-skilling</em> sempre più accelerato, la sostituzione del lavoro manuale con il lavoro astratto, e l’intercambiabilità crescente dell’attività umana con i processi tecnologici &#8211; <strong>tutti accompagnati dalla dissoluzione dell’identità, dalla perdita di interesse e dalla narcotizzazione della vita affettiva</strong> – vengono criticati sulla base di una concezione morale. Ci si prospetta un risveglio politico, finalizzato al ripristino di un’integrità umana ormai perduta. L’esistenza moderna è vista come profondamente mortificata dalla sottomissione reale dei valori umani a una produttività impersonale, che a sua volta viene intesa come espressione di un lavoro morto o pietrificato, che esercita un potere vampiresco sul vivente. <strong>L’esangue proletario-zombie deve essere rianimato dal terapeuta politico, guarito ideologicamente dal suo amore sacrilego per i non-morti e vincolato alla nuova vita eterna della riproduzione sociale</strong>. Il nucleo mortifero del capitale è pensato come l’oggetto della critica.</p>



<p>Deleuze si differenzia radicalmente da un umanesimo socialista di questo tipo,<strong> poiché nel programma schizo-analitico la morte è il soggetto impersonale della critica</strong>, e non un valore maledetto al servizio di una condanna. Un passaggio complesso verso la fine di <em>L’Anti-Edipo</em> recita: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-c7190ff8fcfc5ff34abf71859343c1a0"><em>Il corpo senza organi è il modello della morte. Come gli autori di storie dell’orrore hanno capito così bene, non è la morte a servire da modello per la catatonia, è la schizofrenia catatonica a dare il suo modello alla morte, a intensità zero. Il modello della morte appare quando il corpo senza organi respinge gli organi e li mette da parte: niente bocca, niente lingua, niente denti – fino al punto dell’automutilazione, fino al punto del suicidio. Tuttavia non c’è vera opposizione tra il corpo senza organi e gli organi come oggetti parziali: l’unica vera opposizione è contro l’organismo molare, che è il nemico comune. Nella macchina desiderante, si vede lo stesso catatonico ispirato dal motore immobile che lo costringe a mettere da parte i suoi organi, in parti diverse della macchina, diverse e coesistenti, diverse nella loro stessa coesistenza. Perciò è assurdo parlare di un desiderio di morte che presumibilmente si opporrebbe in modo qualitativo ai desideri di vita. La morte non è desiderata, c’è solo la morte che desidera, in virtù del corpo senza organi o del motore immobile, e c’è anche la vita che desidera, in virtù degli organi funzionanti</em>.<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a></p>



<p>Non si tratta quindi del lavoratore trasformato da un processo di privazione in uno zombie, ma piuttosto che <strong>la produzione primaria passa da una personalità a uno zero, popolando un deserto alla fine del nostro mondo</strong>. È importante a questo punto notare che Spinoza cambia il senso della religione del deserto: non più una religione sorta dal deserto, <strong>ma un deserto nel cuore stesso della religione</strong>. <strong>La sostanza di Spinoza è un Dio del deserto. Dio come zero impersonale, come una morte che rimane il soggetto inconscio della produzione</strong>. All&#8217;interno dello spinozismo Dio è morto, ma solo nel senso di un punto di partenza per i vari divenire-zombie, di ciò che Deleuze chiama &#8220;il piano di consistenza&#8221;, che in <em>Mille piani</em> è la &#8220;fusibilità come zero infinito&#8221;<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>



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<p>Non c’è differenza, sul piano di consistenza, tra i corpi senza organi e <em>il</em> corpo senza organi, tra le macchine e <em>la</em> macchina. Tra le macchine c’è sempre un accoppiamento che condiziona la loro reale differenza, e tutti gli accoppiamenti sono immanenti a una macromacchina. <strong>Le macchine producono la loro totalità accanto a sé come elemento indifferenziato</strong> o comunicato, un divenire-un-Dio-catatonico, che erompe come un tumore dalla materia pre-sostanzializzata, attraverso la quale la natura genera la morte accanto a sé.</p>



<p class="has-black-color has-text-color has-link-color wp-elements-a8ab3318283a7ff3f56c181b5abed2eb">Inevitabilmente, quando si parla del corpo senza organi, si parla di Spinoza. In <em>L’Anti-Edipo</em> ci viene detto che: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-a1d23e691db0c5764d256e40b744fc4d"><em>Il corpo senza organi è la materia che riempie sempre lo spazio a dati gradi di intensità, e gli oggetti parziali sono questi gradi, queste parti intensive che producono il reale nello spazio partendo dalla materia come intensità = 0. Il corpo senza organi è la sostanza immanente, nel senso più spinozista della parola; e gli oggetti parziali sono come i suoi attributi ultimi, che gli appartengono precisamente in quanto sono realmente distinti e non possono per questo escludersi o opporsi tra loro</em>.<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a></p>



<p>E in <em>Mille piani</em>: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ef0ec1cdfc21d1780ead424fb040b9b"><em>Dopotutto, l’Etica di Spinoza non è il grande libro del corpo senza organi? Gli attributi sono tipi o generi di corpi senza organi, sostanza, poteri, intensità zero come matrici di produzione. I modi sono tutto ciò che accade: onde e vibrazioni, migrazioni, soglie e gradienti, intensità prodotte in un dato tipo di sostanza partendo da una data matrice.<a id="_ftnref5" href="#_ftn5"><strong>[5]</strong></a></em> </p>



<p>Queste osservazioni sono chiaramente aggiuntive rispetto ad altre portate avanti nei testi chiave della schizo-analisi, così come alle discussioni estese su Spinoza contenute nei due libri che Deleuze dedica alla sua vita e opera, e agli innumerevoli commenti sparsi tra altri scritti. In <em>Nietzsche e la filosofia</em>, ad esempio, Deleuze isola <strong>Spinoza come l’unico vero precursore moderno di Nietzsche</strong>, in un’osservazione tanto significativa per comprendere il pensiero di Deleuze quanto poco convincente in relazione a Nietzsche.</p>



<p>Il nome &#8220;corpo senza organi&#8221; è di per sé un indizio sufficiente per ciò che è principalmente in gioco in questo pensiero, vale a dire: la realtà dell’astrazione.<strong> Il corpo senza organi è un’astrazione senza essere un risultato della ragione</strong>. È il deserto trascendentale della produzione primaria, o la riproduzione della produzione come <em>continuum</em> di massima indifferenza. È descritto in <em>L’Anti-Edipo</em> come &#8220;l’improduttivo, lo sterile, il non-generato, l’inconsumabile&#8221;. Dopotutto, <strong>cosa dovremmo distruggere per ferire il Dio o la Natura di Spinoza? Cosa si potrebbe creare per esaltarlo? Nulla</strong>. La fertilità e la corrosione modulano la sostanza senza intaccarla, giocando con le sue gelide permutazioni senza esprimere preferenze. Qualunque configurazione empirica prenda, riappare sempre di nuovo la produzione in quanto tale: <strong>il lusso insensato dell’impersonale</strong>.</p>



<p>La reale astrazione è la concezione trascendentale della sostanza spinozista. Già con l’ondata di testi deleuziani apparsi alla fine degli anni &#8217;60 – e più particolarmente con la pubblicazione di <em>Differenza e ripetizione</em> – un progetto filosofico coerente diventa discernibile, meglio descritto come spinozismo trascendentale, o una critica dell’identità. In parallelo, in un certo senso, a Schelling, ma senza alcuna evidente influenza diretta, Deleuze si compiace della base naturalistica del pensiero di Spinoza, ma la intende come priva di una esplicita comprensione trascendentale dell’identità. Con grande generosità Deleuze introduce di nascosto la componente mancante e poi fa finta di averla trovata già lì.</p>



<p>La critica opera segnando la differenza tra gli oggetti e le loro condizioni, intendendo la metafisica come l’importazione di procedure adattate agli oggetti nella discussione circa i loro principi costitutivi. <strong>Ciò significa che la critica è prima di tutto una filosofia della produzione</strong>, che estrae ciò che è genetico o pre-oggettivo dal discorso; una filosofia che si occupa delle relazioni costitutive o delle sintesi.</p>



<p>Nell’enunciato elementare di identità <em>A = A</em>, la questione dell’interpretazione trascendentale è lasciata aperta. “A” rappresenta un oggetto di qualsiasi tipo, sia esso possibile, ideale, formale, ecc.? Oppure designa l’identità in quanto tale, come principio condizionante? Nel primo caso la relazione d’identità sarebbe estrinseca, con un fondamento ulteriore, mentre nel secondo il suo rapporto con un oggetto possibile rimane problematico. La domanda critica resta irrisolta: <strong>come è possibile che qualcosa sia oggetto di un giudizio di identità?</strong> O, come viene prodotto l’oggetto nella sua identità con sé stesso?</p>



<p>L’identità è tradizionalmente concepita come essenza assolutamente astratta, o, correlativamente, come principio finale dell’intelligibilità. Entrambe queste formulazioni corrispondono al soggetto logico puro, prima della predicazione. <strong>Qualcosa è ciò che esso è</strong>. L’essenza è concepita, almeno implicitamente, sulla base dell’<em>eidos</em> platonico: la verità atemporale o pura possibilità della cosa, l’im-prodotto, lo sterile, il non generato. In questo modo, la concezione tradizionale dell’essenza fonde la specificità con l’identità, e il sillogismo opera, fin dalla sua origine, secondo gerarchie generiche di essenza o tipo, che culminano nella teoria logica degli insiemi. <strong>Da Aristotele a Kant la ragione è così adattata al pensiero della &#8220;cosa stessa&#8221;, inconsapevole del fatto che un tema trascendentale è così confuso con uno empirico</strong>.<strong> Il corpo senza organi è la reale differenziazione tra questi temi: lo stesso che si de-coseizza.</strong></p>



<p>Un rigore filosofico sorprendente inizia ad emergere dalle parole deliranti di Artaud citate all’inizio de <em>L’Anti-Edipo</em>: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1589cca5e0aeb2f397073e07499743ad"><em>Il corpo è il corpo, è tutto da solo e non ha bisogno di organi, il corpo non è mai un organismo, gli organismi sono i nemici del corpo</em>.<a id="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a> </p>



<p>Qui troviamo un tipo di giudizio d’identità storicamente aberrante. Il corpo è il corpo, ma solo come repulsione degli organi, o come ritiro del medesimo da ogni organizzazione specifica. <strong>La pace compromissoria tra il corpo e i suoi organi che fonda l’ontologia occidentale è minacciata da un movimento violento di scissione, e che non proviene dal soggetto, ma dal corpo</strong>. È così che Artaud anticipa la differenza in senso deleuziano, vale a dire: identità radicalmente trascendentale.</p>



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<p><br>La realtà dell&#8217;identità è la morte, ed è per questo che l&#8217;organismo non può coesistere con ciò che esso è. Sulla superficie liscia del corpo senza organi, &#8220;che cosa&#8221; ed &#8220;è&#8221; si ritraggono allergicamente l&#8217;uno dall&#8217;altro,<strong> aprendo una disgiunzione inclusiva nel cuore dell&#8217;essenza</strong>. Questa disgiunzione separa il polo identitario del corpo senza organi dalla differenza illimitata degli organi deterritorializzati, scindendo quell&#8217;oggettivismo che innesta un&#8217;identità empirica in irrigidite configurazioni di differenza. L&#8217;oggettivismo pre-critico pensa le sintesi sulla base delle loro conseguenze, che possono essere descritte come il loro uso trascendente o illegittimo. <strong>Dove Kant parla di legittimità e illegittimità, i testi della schizo-analisi parlano del molecolare e del molare</strong>. Così il corpo senza organi è descritto come una &#8220;gigantesca molecola&#8221;<a id="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>, mentre l&#8217;organismo è sempre una costruzione molare: costringendo l&#8217;identità alla specificità.</p>



<p>Anche la morte si biforca lungo questa frattura: da un lato la morte come identità desertica della differenza, il vuoto catatonico della critica assoluta alla fine del capitale, dall&#8217;altro la morte come oggetto molare di un desiderio negativamente costituito, reinvestendo lo zero intensivo nell&#8217;ordine sociale. In <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>, la relativizzazione molecolare della morte molare è descritta nei seguenti termini: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f5db8551b87d0d37075e336070ab318a"><em>lo stesso Freud parlò del legame tra la sua &#8220;scoperta&#8221; dell&#8217;istinto di morte e la Prima Guerra Mondiale, che rimane il modello della guerra capitalistica. Più in generale, l&#8217;istinto di morte celebra il matrimonio tra psicoanalisi e capitalismo; il loro fidanzamento era stato pieno di esitazioni. Ciò che abbiamo cercato di mostrare riguardo al capitalismo è come esso abbia ereditato molto da una trascendente causalità, latrice di morte, ovvero il significante dispotico, ma anche come abbia diffuso questa causalità fin alla piena immanenza del proprio sistema: il corpo pieno, divenuto quello del capitale-denaro, sopprime la distinzione tra produzione e anti-produzione: ovunque mescola l&#8217;anti-produzione con le forze produttive nella riproduzione immanente dei propri limiti sempre più allargati (l&#8217;assiomatica). L&#8217;impresa della morte è una delle principali e specifiche forme di assorbimento del plusvalore all’interno del capitalismo. È questo l&#8217;itinerario che la psicoanalisi riscopre e ripercorre attraverso l&#8217;istinto di morte&#8230;</em><a id="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a></p>



<p>Ciò che separa l&#8217;anti-produzione re-investita nella guerra capitalista dalla repulsione assoluta del corpo senza organi <strong>è la liquidazione finale della morte nella sua funzione</strong>. Questa non è altro che la questione della critica compiuta, poiché il capitale è l&#8217;uso illegittimo, storicamente concreto, della sintesi congiuntiva. Questo significa che la produzione di equivalenza è schiacciata sotto l&#8217;identità segregata o pre-critica del capitale. Così, è occupando lo spazio di una condizione trascendente della produzione che il capitale persiste, perpetuando l&#8217;ordine molare della produzione sociale<strong>. Il limite del capitale è il punto in cui l&#8217;identità trascendente si spezza, dove il &#8220;medesimo&#8221; non è altro che la riproduzione assolutamente astratta della differenza, prodotta accanto alla differenza, con la più totale malleabilità.</strong> La questione non è che anche la differenza debba avere un&#8217;identità, ma piuttosto che la densità è l&#8217;identità della differenza, e nient&#8217;altro. La differenza non ha un&#8217;essenza trascendente, ma solo un piano immanente di consistenza, senza alcun fondamento ulteriore.</p>



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<p>II</p>



<p>L&#8217;interpretazione che dà <em>L&#8217;Anti-Edipo</em> del fascismo è senza dubbio grossolana, ma è anche di enorme potenza. La disgiunzione rivoluzionario/fascista viene usata come discrimine tra le vaghe tendenze alla deterritorializzazione e riterritorializzazione; tra la dissoluzione e la reintegrazione dell&#8217;ordine sociale. <strong>Il desiderio rivoluzionario si allea con la morte molecolare che respinge l&#8217;organismo, facilitando flussi produttivi inibiti, mentre il desiderio fascista investe la morte molare distribuita dal significante</strong>; segmentando rigidamente il processo di produzione secondo i confini delle identità trascendenti. <strong>Questa è una politica senza preti e senza colpa</strong>, che emerge da scrittori che spaziano da Spinoza e Reich, e ulteriormente sviluppata da Klaus Theweleit, il cui studio sul Nazionalsocialismo nei due volumi <em>Fantasie maschili</em> è – nonostante la sua ingenuità teorica – la massima e più florida espressione dell&#8217;antifascismo schizoanalitico.</p>



<p>L&#8217;identità della politica rivoluzionaria e antifascista risiede nella resistenza alla proiezione molare della morte da parte del capitale. <strong>Tutte le fonti di disordine che il capitale rappresenta come l’esteriorità della sua fine, tra cui l&#8217;agitazione della classe operaia, il femminismo, le droghe, la migrazione razziale e la disintegrazione della famiglia, sono essenziali al suo stesso sviluppo, come gli attributi di una sostanza</strong>. Il compito rivoluzionario non è stabilire un&#8217;esternalità più grande, più autentica, più ascetica, ma smantellare i meccanismi di rifiuto nevrotico <strong>che separano il capitale dalla propria follia</strong>, attirandolo nella trappola della liquidazione delle proprie posizioni di riserva, e persuadendolo a investire nei margini deterritorializzati che altrimenti cadrebbero sotto la persecuzione fascista. La schizo-politica è costringere il capitale a coesistere in modo immanente con il proprio disfarsi.</p>



<p>Questa posizione del 1972 diventa fondamentalmente problematica già nel 1980, con l&#8217;apparizione di <em>Mille piani</em>. Tra <em>L&#8217;Anti-Edipo</em> e <em>Mille piani</em> avviene un massiccio cambiamento nella diagnosi del Nazionalsocialismo, che viene staccato dalla categoria generale del fascismo e sottoposto a un&#8217;analisi più specifica. Questo spostamento è reso necessario da un’intuizione – in parte derivata da Virilio – <strong>secondo cui, mentre il fascismo è spinto da un imperativo di ordine sociale sotto il dominio molare dello Stato, il Nazionalsocialismo è essenzialmente suicida</strong>; esso semplicemente impiega lo Stato come strumento di un travolgente e ingestibile impulso di morte. Questo viene riassunto in una frase tratta dalla fine di <em>Micropolitica e segmentarità</em> – scandalosamente tradotta male – come una «macchina da guerra che non aveva più altro scopo che la guerra stessa e avrebbe preferito annientare i propri servitori piuttosto che fermare la distruzione»<a id="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>. Questo è possibile perché Il CsO è desiderio: è ciò che si desidera e ciò attraverso cui si desidera. E non solo perché è il piano di consistenza o il campo di immanenza del desiderio. Anche quando precipita nel vuoto di una dequalificazione troppo improvvisa, o nella proliferazione di uno strato canceroso, è comunque desiderio. Il desiderio si estende fino a qui: desiderare il proprio annientamento, o desiderare il potere di annientare<a id="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a></p>



<p>La politica de <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>, alleata al processo di dissoluzione molecolare che scorre dall’impersonale nucleo energetico del capitale, è minacciata da una neuroticizzazione familiare. <strong>Alla fine, questa non è altro che la cittadella contemporanea di Edipo: se non obbedisci a papà, diventerai un nazista</strong>. Aggrappati agli aggregati molari e diventerai come Mussolini, ma attaccati ai flussi molecolari indomabili e diventerai come Hitler. <strong>L’impatto storico di questo uso edipico dell’evento nazionalsocialista, e più in particolare – naturalmente – dell’Olocausto, non può essere sopravvalutato</strong>. La moralità è diventata il sussurro compiaciuto di un sacerdote trionfante: <strong>è meglio che continui a tenere il coperchio premuto sul desiderio, perché quello che desideri veramente è il genocidio. Una volta accettata questa logica, non c&#8217;è limite alla resurrezione di neo-arcaismi prescrittivi che tornano strisciando presentandosi come baluardo contro un&#8217;inconscio con gli anfibi: umanesimo liberale, paganesimo annacquato e persino i fetidi relitti del moralismo giudaico-cristiano. Ben venga qualsiasi cosa, purché odi il desiderio e dia man forte al poliziotto che ciascuno di noi ha in testa</strong>.</p>



<p>Qualsiasi politica che debba poliziare sé stessa <strong>ha perso ogni spinta schizo-analitica e si è riconvertita in un triste riformismo basato sul lobbismo, ciò che caratterizza la leale opposizione al capitale lungo tutto il corso della sua storia</strong>. La sua deterritorializzazione è trattata come sospetta, e <strong>il dissenso si ritrova a rivestire un ruolo conservatore, ovvero rigenerare la facoltà di censura morale, assumendo uno posizione di accusa</strong>. In questo modo si ristabilirebbe al cuore di un – ora del tutto spurio – neo-nomadismo schizofrenico quel patto meschino tra il preconscio e il super-io che ha dominato il socialismo sin dalla sua nascita. Non è esagerato suggerire che la teoria di un &#8220;effetto buco nero&#8221; o di una &#8220;destratificazione troppo improvvisa&#8221;<a id="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a> minacci di paralizzare e addomesticare l’intero enorme successo del lavoro congiunto di Deleuze e Guattari.</p>



<p>In <em>Mille piani</em>, gli avvertimenti contro una deterritorializzazione troppo precipitosa sono incessanti. In tre pagine successive del saggio “Come farsi un Corpo senza Organi?” troviamo tre esempi tipici: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ef94a69b0d28e8600d2084f84ae3a95f"><em>Non si raggiunge il CsO, e il suo piano di consistenza, destratificandosi selvaggiamente</em>. </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-13f899c82e85c11ba6ad1aba3b996930"><em>La cosa peggiore che possa accadere è che si avviino gli strati a un collasso demente o suicida, che li faccia ripiombare su di noi più pesantemente che mai. </em></p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-030810912dfcea43ff1f4fc2fe7426ab"><em>Un corpo senza organi che frantuma tutti gli strati si trasforma immediatamente in un corpo del nulla, pura autodistruzione, il cui unico esito è la morte.</em></p>



<p>Non è chiaro che fine faccia Freud con tutto ciò. L’istinto di morte culmina nel nazismo, il che significherebbe che le dinamiche libidinali della Seconda Guerra Mondiale erano commisurabili a quelle della Prima? Questo sembra improbabile per una serie di motivi, non da ultimo perché ciò implicherebbe che tutto lo sviluppo militarista del capitalismo abbia in un certo senso superato il fascismo. Forse, allora, il desiderio dei nazisti va oltre il <em>thanatos</em> reinvestibile che emerge dal patto della psicoanalisi con il capitale, fino al punto di simulare insidiosamente la recessione trascendentale del corpo senza organi? È allettante pensare che le contorsioni che una tale riflessione richiede espongano una frettolosità nell’interpretazione del 1972 del <em>thanatos</em>, che persino nel 1980 viene ancora liquidata come «il ridicolo istinto di morte»<a id="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>. Se nel 1980 l’alternativa è tra un’adesione a una paralizzante nevrosi post-olocausto – l’ultima e più devastante arma segreta di Hitler – o una riconsiderazione del <em>thanatos</em> freudiano, <strong>forse è arrivato il momento di mettere in questione ciò che avrebbe potuto sembrava anzitutto solo un’antipatia comicamente esagerata verso Freud.</strong></p>



<p>Vale la pena chiedersi innanzitutto: Freud è davvero chiamato in causa ne <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>? Non è piuttosto Lacan, che aveva già trasformato la giungla selvaggia al cuore della psicoanalisi in un parcheggio strutturalista, prima di impegnarsi in una terapia settennale con Guattari, a progettare il supposto anti-freudismo del libro? Certo, l&#8217;Edipo è una fiaba viennese particolarmente nauseante, ma dove è presente Edipo in <em>Al di là del principio di piacere</em>? Una domanda che si potrebbe porre per la maggior parte dei testi di Freud. È Lacan che insiste sull’edipizzazione del gioco del <em>Fort/Da</em>, nel processo generale di edipizzazione del desiderio fino dentro le sue fondamenta;<strong> strappando via tutta l’energia, l’idraulica, la patologia e il trauma da Freud, e sostituendoli con la mancanza, il <em>pathos</em> dell’identità, e la pomposità heideggeriana, mentre approfondisce il ruolo del fallo e banalizza il desiderio in una vergognata aspirazione a essere amati.</strong> Certo, esiste uno strato nevrotico e conformista in Freud, <strong>ma galleggia sui flussi impersonali del desiderio che erompono dalla natura traumatizzata</strong>. Dove sono i flussi in Lacan? Dove sarebbe meno probabile trovare qualcosa che fluisce che nel nodoso feticcio del significante post-saussuriano onnipresente nei suoi testi? La valutazione che danno Deleuze e Guattari di Lacan, descrivendolo come una tendenza schizofrenizzante in psicoanalisi è il contenuto più assurdo del loro lavoro. Nel 1980 aveva già smesso di essere una battuta.</p>



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<p><br><br><strong>La pulsione di morte non è un desiderio di morte, ma piuttosto una tendenza idraulica alla dissipazione delle intensità.</strong> Nella sua dinamica primaria è completamente aliena a tutto ciò che è umano, non da ultimo alle tre grandi meschinità della rappresentazione, dell&#8217;egoismo e dell&#8217;odio. La pulsione di morte è il bellissimo resoconto di Freud <strong>su come la creatività sopravvenga senza il minimo sforzo, su come la vita sia spinta verso le sue stravaganze dalla più cieca e semplice delle tendenze, su come il desiderio non sia più problematico della ricerca del mare da parte di un fiume.</strong> L&#8217;ipotesi delle pulsioni autoconservative, che attribuiamo a tutti gli esseri viventi, si pone in netto contrasto con l&#8217;idea che l’esistenza delle pulsioni nel suo insieme serva a portare alla morte. Vista in questa luce, l&#8217;importanza teorica delle pulsioni di autoconservazione, di potere e di prestigio si riduce notevolmente. Esse sono pulsioni componenti la cui funzione è quella di garantire che l&#8217;organismo segua il suo cammino verso la morte, e di evitare ogni possibile ritorno all&#8217;esistenza inorganica al di fuori di ciò che è immanente all&#8217;organismo stesso. Non dobbiamo più fare i conti con la misteriosa ostinazione dell&#8217;organismo (così difficile da inserire in qualsiasi contesto) nel mantenere la propria esistenza di fronte a ogni ostacolo. <strong>Ci resta solo il fatto che l&#8217;organismo vuole morire esclusivamente a modo suo</strong>. Così anche questi guardiani della vita, in origine, erano i servitori della morte. Da qui nasce la situazione paradossale per cui l&#8217;organismo lotta con maggiore energia contro eventi (in realtà dei pericoli) che potrebbero aiutarlo a raggiungere rapidamente il suo scopo vitale – tramite una sorta di cortocircuito. Tuttavia, questo comportamento è esattamente ciò che caratterizza gli sforzi puramente pulsionali, contrapposti a quelli intelligenti<a id="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>.</p>



<p>Cosa succederebbe se – invece di &#8220;Come farsi un Corpo senza Organi?&#8221; – ci si chiedesse: <strong>Come farsi un nazista? </strong>Perché è un affare di gran lunga più faticoso di quanto suggerisca la diagnosi del 1980.</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li>Ovunque vi sia dell’impersonale e della casualità, introduci la cospirazione, la lucidità e la malizia. Cerca nemici ovunque, assicurandoti che siano tali da poterli <strong>contemporaneamente invidiare e condannare.</strong> Prolifera nuove soggettività: soggetti razziali, soggetti nazionali, élite, società segrete, destini.</li>



<li>Dimenticati Freud e riporta il desiderio alla concezione kantiana della volontà. Ovunque ci sia impulso, rappresentalo come scelta, decisione, l&#8217;intero dramma teatrale della volizione. <strong>Introduci un&#8217;atmosfera cupa di responsabilità opprimente, formulando tutti i discorsi in forma imperativa.</strong></li>



<li>Venera il principio del grande individuo. Personalizza e miticizza i processi storici. <strong>Ama l’obbedienza sopra ogni cosa, e infervorati solo per i segni</strong>: il nome del leader, il simbolo del movimento e le icone dell’identità molare.</li>



<li>Coltiva la nostalgia per ciò che è massimamente<strong> bovino, inflessibile e ristagnante</strong>: una stirpe di contadini razzialmente puri che zappano lo stesso pezzo di terra per l’eternità.</li>



<li>Soprattutto, odia tutto ciò che è impetuoso e irresponsabile, insisti sul bisogno di una vigilanza incessante, opprimi la sessualità sotto la sua funzione riproduttiva, applica rigidamente la domesticazione delle donne, diffida dell&#8217;arte, monumentalizza le città <strong>per eliminare il disordine dei flussi incontrollati</strong> e perseguita tutte le minoranze che mostrano una tendenza nomadica.</li>
</ol>



<p><strong>Cercare di non essere un nazista ti avvicina al nazismo molto più radicalmente di qualsiasi irresponsabile impazienza nell’opera di destratificazione</strong>. Il nazismo potrebbe persino essere caratterizzato come la politica pura dell’impegno; il dominio assoluto del super-io collettivo nel suo rigore annichilente. <strong>Nulla potrebbe essere più disastroso politicamente del lanciare una causa morale contro il nazismo: il nazismo è la moralità stessa, erede della rispettabile storia europea</strong>: quella dei roghi delle streghe, delle inquisizioni e dei pogrom. Voler avere ragione è il substrato comune alla moralità e alla reazione genocida; lo stesso desiderio di repressione – organizzato in termini dello sguardo disapprovante del padre – che <em>L’Anti-Edipo</em> analizza con tale potenza. Chi potrebbe immaginare il nazismo senza papà? E chi potrebbe immaginare papà prefigurato nell&#8217;inconscio energetico?</p>



<p>La morte è troppo semplice, troppo fluida, troppo indifferente alle razze e alle patrie per avere qualcosa a che fare con i nazisti. Il <em>ressentiment</em> era qualcosa che essi conoscevano bene, così come l’aspirazione a un sacrificio mitico, un <em>Götterdämmerung</em> che li avrebbe iscritti nei libri di storia, ma queste cose non si estendono mai fino al desiderio di dissoluzione. <strong>Dopotutto, perdere il controllo potrebbe portarti a scopare con un ebreo, diventare effeminato, o creare qualcosa di degenerato come un’opera d’arte. Qualcuno crede davvero che il nazismo sia una questione di lasciarsi andare? </strong>Gli studi di Theweleit sulla postura corporea nazista dovrebbero bastare a disilludere chiunque circa tale assurdità. <strong>Il nazismo può fare di te un cadavere ben prima del disordinato sopraggiungere della morte.</strong></p>



<p>Un materialismo libidinale compiuto si distingue per la sua completa indifferenza alla categoria del lavoro. <strong>Ovunque ci sia lavoro o lotta, c’è una repressione della creatività grezza che è precisamente il senso ateologico della materia e che – per via della sua assenza di sforzo egoico – sembra identica al morire</strong>. Il lavoro, d’altro canto, è un principio idealista usato come supplemento o compensazione per ciò che la materia non può fare. Si lavora sempre e solo contro la materia, ed è per questo che il lavoro è in grado di sostituire la violenza nella lotta per il riconoscimento di Hegel. Il lavoro è anche complice della fenomenologia, che fonda l’esperienza dello sforzo, invece di trattare questa esperienza come una delle altre cose che la materia può fare senza sforzo. <strong>Anche nella sua più profonda e malata illegittimità, tutto è senza sforzo per l’inconscio energetico,</strong> <strong>e tutta la nostra storia</strong> – che sembra così faticosa dal punto di vista degli idealisti – <strong>ha vibrato di pulsazioni idrauliche di irresponsabilità, scaturendo da una produttività spontanea e inconscia</strong>. Non può esserci una concezione del lavoro che non proietti lo spirito verso l’origine, moralizzando il suo sforzo, tanto che Jahvè dovette riposarsi il settimo giorno. Al contrario, la materia – o il Dio di Spinoza – non si aspetta gratitudine, non fonda alcuna obbligazione, non stabilisce alcun precedente oppressivo. Al di là delle gesticolazioni dello spirito primordiale, è la morte positiva il modello, e <strong>la rivoluzione non è un dovere, ma un abbandono</strong>.</p>



<p class="has-vivid-red-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-29410a571f260b4749c9c55123364f21"><em>Traduzione del capitolo di Fanged Noumena (MIT Press), &#8220;Making it with death&#8221;.</em></p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Il riferimento è al titolo della raccolta di Nick Land “Fanged Noumena”, letteralmente noumeni zannuti.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13">[13]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14">[14]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15">[15]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16">[16]</a> Cfr. <em>Metapsicologia</em>, di S. Freud</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/farcela-con-la-morte/">Farcela con la Morte</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>I tedeschi non hanno imparato la lezione del nazismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Opinione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Germania si autodefinisce "in missione" per difendere Israele, perché a detta dei suoi cittadini ha "imparato la lezione" del nazismo. Ma qual è questa lezione? Essa ha davvero imparato a riconoscere e combattere il nazismo in qualunque forma esso si presenti?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In una recente conversazione da bar con una tedesca progressista, dopo il superamento di una serie di soglie di reticenza, è uscita fuori la questione del sostegno dell&#8217;opinione pubblica tedesca al genocidio in corso in Palestina. Come si sa, la Germania offre appoggio indiscriminato a Israele e condanna fermamente qualsiasi azione che ne minacci la sicurezza e l’esistenza &#8211; o la volontà di espansione. <strong>E&#8217; peculiare che la difesa e il sostegno allo Stato di Israele siano una prerogativa della <em>sinistra</em> tedesca</strong>, mentre solo alcune frange estremiste, soprattutto di destra, sono convintamente pro-palestinesi (seppure qualcosa sembra stia cambiando https://ilmanifesto.it/berlino-spazzata-via-la-tendopoli-per-la-palestina).</p>



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<p>Questa inversione ideologica delle simpatie rispetto al resto d’Europa, e forse del mondo, per quanto comprensibile, se calata nel contesto storico della Germania, non ha mai smesso di stupirci. Il profondo senso di colpa nei confronti degli ebrei che possono provare i nipoti di coloro che hanno costruito una catena di sterminio per eliminarli dalla faccia della terra, sulla base di un pregiudizio razziale, giustifica certo in parte l’elasticità <strong>con cui l’opinione pubblica tedesca, soprattutto quella più moderata e tendenzialmente progressista, sorvola sugli aspetti più problematici del colonialismo sionista. </strong>Il tutto condito poi con un clima di repressione piuttosto asfissiante per chiunque voglia esprimere solidarietà al popolo palestinese in Germania, paese nel quale non è riconosciuta alcuna sfumatura di differenza tra l&#8217;antisionismo e l&#8217;antisemitismo.  </p>



<p>Tutto ciò ci permette di capire quanto spesso le simpatie politiche, soprattutto in materia di politica estera, siano ideologiche ed eterodirette; a tal punto che la storia ci ha insegnato quante volte i nostri alleati di oggi finiscono poi per essere i nostri nemici di domani (come provavamo ad argomentare nell&#8217;articolo qui di seguito, ma ci promettiamo di riparlarne quando le milizie naziste ucraine non sapranno più che farsene di tutti quell’arsenale e lo punteranno verso Kiev).</p>



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<p><br>Ciò che ci ha colpiti, nella conversazione con la suddetta tedesca di sinistra, è stata la frase con cui ha voluto rendere conto dell’inversione di posizioni: <strong>“Noi tedeschi” ha detto con tono grave e compunto “abbiamo imparato dai nostri errori del passato”</strong>. Ora se la questione del senso di colpa può risultare quantomeno comprensibile, non si può non rilevare una contraddizione in quest’affermazione.</p>



<p>Qualora l’errore del passato cui si riferiva la nostra compagna da bar fosse stato quello dell’antisemitismo, sarebbe sicuramente giustificato un maggiore riguardo rispetto al diritto all’esistenza degli ebrei in quanto ebrei. Non per questo però esso si dovrebbe necessariamente tradurre nel supporto indiscriminato allo Stato di Israele. <strong>Si tratta qui però di quell’ambigua sfumatura di senso che apparirebbe ovvia se desse la possibilità al popolo tedesco di discutere liberamente sulle differenza tra antisemitismo e antisionismo</strong>. <br><br>Il problema è un altro però, perché “l’errore del passato” in realtà, non riguarda tanto l’antisemitismo quanto il sostegno del nazismo <em>tout court</em>, di cui l’antisemitismo è una caratteristica storica determinante, ma che non ne esaurisce l’essenza. <strong>Imparare dal passato dovrebbe significare aver imparato a riconoscere ciò che negli anni ’30 ha preso forma sotto il nome di nazismo, indipendentemente dalle caratteristiche specifiche di quel periodo storico.</strong> Sembra invece che i tedeschi abbiano prevalentemente imparato la lezione di come tutelarsi dalle accuse di nazismo, che lo Stato di Israele aveva saputo sapientemente associare a ogni tipo di critica rivoltagli.</p>



<p>Ed è peculiare che i tedeschi abbiano così poco imparato la lezione, in realtà, che pur di mantenersi al riparo dalle tanto temute accuse, sono disposti a dare il proprio sostegno a un’entità politica che riproduce molto da vicino, nell’essenza e non nei particolari, <strong>alcune caratteristiche della dittatura del passato da cui vorrebbero prendere le distanze</strong> (Stato etnico e discriminatorio, Palestina come <em>Lebensraum</em>). Mentre l’opinione pubblica del resto del mondo (ma non le istituzioni) si è arresa difronte all’evidenza dell’ingiustizia e del cortocircuito ideologico (vedi l&#8217;articolo qui di seguito), la Germania, più fragile e suscettibile per evidenti motivi storici, è ancora una volta, non per volontà propria <strong>ma per deferenza e paranoia</strong>, costretta a schiararsi dalla parte del nazismo (o almeno di ciò che gli assomiglia di più).  </p>



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<p>Al di là degli interessi geopolitici dell’Occidente, che impediscono ai vari governi di ritirare il proprio supporto a Israele, anche in aperta contraddizione con i propri valori professati, è interessante analizzare il punto di vista dell’opinione pubblica. Com’è possibile che dopo tutti i discorsi, i libri, le lapidi, i memoriali, i film, le gite ad Auschwitz, i premi, e tutto ciò che costituisce la propaganda antinazista in cui siamo immersi, non solo il nazismo ancora esiste, il che comunque stupisce poco, <strong>ma l’opinione pubblica progressista del paese che dovrebbe avere più a cuore la questione si dimostra in realtà sprovvista degli strumenti che le permetterebbero di riconoscerlo e prenderne apertamente le distanze?</strong></p>



<p>Può darsi che la radice del problema affondi proprio nel fatto che si è scelto di promuovere la sensibilizzazione antinazista attraverso uno strumento inventato dal nazismo stesso, la propaganda, volta non a educare le coscienze <strong>ma ad uniformarle intorno a una visione preconcetta e manicheista. </strong>Muovendosi essa nel regime dei simboli appariscenti e delle parole d’ordine, non ha “insegnato la lezione”, per l’appunto, ha invece piuttosto insegnato a riconoscere quei simboli e quelle parole d’ordine rappresentati dalla propaganda stessa, a provarne terrore, e a prenderne le distanze.      <br><br>Per via di questa educazione superficiale si sono generati quei cortocircuiti che fanno sì che l’attenzione, anche nel nostro paese, non sia diretta verso le pratiche o le politiche che rivelano analogie con l’ideologia nazifascista, per criticarla e prenderne le distanze, <strong>ma sui simboli ormai vuoti dei regimi passati, nei confronti dei quali abbiamo sviluppato una sensibilità isterica</strong>. Interessa più che il governo di turno si dichiari “antifascista” il 25 aprile, o che al contrario si faccia cogliere in fallo con le braccia tese, <strong>rispetto all’ideologia che si potrebbe evincere alla base del suo operato</strong>. O basta che i vari gruppi che si dichiarano “antifa” adottino l’estetica e il vocabolario adeguato, <strong>affinché nessuno problematizzi le pratiche fasciste che sposano, come il cameratismo identitario, la gerarchia, l’esclusione ideologica, l’uso prevaricatorio della violenza.</strong></p>



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<p>È quindi sfruttando questa confusione tra l’apparenza e la sostanza che Israele è riuscito a tutelarsi a lungo dalle critiche, e ancora oggi gode di questo privilegio presso l’opinione pubblica tedesca, quella maggiormente vittima della propaganda antinazista. Così come un braccio teso pesa più delle politiche coloniali, per essere tacciati di fascismo, essere ebrei garantisce più appoggio e sostegno occidentale rispetto all’essere vittime, oggi, di un genocidio. Se si educa attraverso la propaganda, ovvero i simboli e le parole d’ordine, <strong>non si insegna a riconoscere che queste ultime</strong>. Il lavoro che andava fatto e che andrebbe fatto sarebbe non quello di associare al nazismo le fattezze dell’inferno e del male incarnato, ma insegnare a riconoscere gli istinti e i desideri che potrebbero convincere qualsiasi essere umano a difenderlo e prenderne parte, a tal punto che anche il popolo che per via di esso ha rischiato l’estinzione si ritrova oggi a riprodurne, in parte, l’essenza.  </p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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