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	<title>Omosessualità Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La notte dei morti viventi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2024 11:59:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[halloween]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Niccolò Favilli</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-notte-di-morti-viventi/">La notte dei morti viventi</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avevo dodici anni e ballavo sopra il tavolo di cucina con le scarpe rosse di mamma. <strong>Avevano i tacchi ed erano parecchio più grandi del mio piede eppure riuscivo ad eseguire ogni passo con estrema precisione e senza sforzo</strong>. All’inizio avevo avuto paura che lasciandomi andare alla danza il tavolo si sarebbe irrimediabilmente rovesciato, ma non era successo, era rimasto lì fermo a sorreggermi, ribattendo a ogni mia mossa con la sua voce di betulla e ci eravamo parlati così per più di un’ora, solo noi due, sotto la luce che filtrava dalla finestra della cucina.</p>



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<p>Mio padre rincasò per primo e, assieme al piccolo Luca, si sistemò sul tavolo a bere il caffè latte che mamma gli aveva lasciato quella mattina. Lo sentì arrivare grazie al rumore della sua mustang e mi affrettai a risistemare il tavolo e riporre le scarpe rosse nell’armadio in camera dei miei genitori e dopo mi unì a loro, facendo finta di essermi appena svegliato, per giustificare la mia assenza. Pensando non ci fossi mio padre aveva bevuto più caffè latte del solito e così dovetti condividere la tazza con Luca, perché tanto noi non dovevamo andare a lavorare e quindi non c’era bisogno bevessimo più di un sorso a testa. Quando ebbi finito, mi misi a lavare le tazze, i cucchiaini e tutto il resto e solo dopo trovai il coraggio di chiedergli se avesse deciso qualcosa per quella sera.<strong> Vostra madre che ha detto?</strong> rispose sbuffando, senza nemmeno lasciarmi finire la frase. Ha detto che possiamo andare, se ci accompagni, perché è pericoloso di notte. E lei? Non viene? Ha detto che deve far visita alla nonna, ma ci ha lasciato i costumi. Mi passò accanto e con una mano raccolse un po’ d’acqua dalla cannella e si sciacquò la bocca e poi sputò nel lavandino. Vediamo, disse.</p>



<p>Incominciò a far buio alle cinque e per le sei tutti i lampioni della nostra via erano accesi. Dalla finestra di camera nostra, io e Luca potevamo vedere i ragazzini uscire e rincorrersi liberi con i sacchi carichi di dolciumi in mano e i loro genitori poco più indietro, allora corsi in corridoio e poi, man mano che raggiungevo camera dei miei genitori, rallentai e mi sistemai i capelli e cercando di non far rumore aprì la porta. <strong>Mio padre dormiva a pancia in su al centro del letto, con ancora le scarpe indosso</strong>. Signore, dissi a bassa voce, possiamo andare?, ma lui non rispose. Provai a ripeterlo un po’ più forte, ma lui dormiva con gli avambracci sulla faccia, come quando tornava la sera tardi e quindi mi arresi e tornai in camera dove trovai Luca ad aspettarmi sull’uscio. Si era già vestito da capo a piedi come una delle scimmie blu, con la maschera, il giacchetto, il cappellino e anche le ali che lo costringevano a passare in mezzo alla porta mettendosi di lato per non rovinarle. Che ha detto?<strong> Non ha detto niente, sta dormendo</strong>. Vidi i suoi occhi sparire da dietro la maschera. Ma è già tardi… si levò il cappellino e poi la maschera e le poggiò sul letto e tornò alla finestra a spiare i ragazzini in strada e come preso da un irresistibile senso di responsabilità mi voltai ancora una volta verso il corridoio, verso camera dei miei genitori. Ti va di andarci da soli?</p>



<p>Recuperai le scarpe rosse dall’armadio senza fare rumore, per non disturbare mio padre, e presi anche una di quelle camicette bianche che mamma aveva chiesto in prestito alla zia a inizio estate e me la cacciai nelle braghe per accorciarla. Per il vestito, chiesi una mano a Luca, dicendogli che ci serviva per fare uno scherzo a nostro padre. Usammo la tovaglia che mettevamo sul tavolo di cucina quando veniva a farci visita la nonna e con le forbici la tagliammo a misura e poi mi feci le trecce e le legai con i nastrini che mamma teneva in bagno a fianco alle medicine, li stessi che a volte prendeva per decorare i pacchi e i regali che faceva a Natale.<strong> Chissà che faccia fa papà quando ti vede</strong>, aveva commentato ridendo Luca prima che chiudessi la porta.</p>



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<p>Mi resi conto in fretta che camminare non era la stessa cosa che ballare e per i primi due isolati dovetti chiedere aiuto a Luca per salire e scendere dai marciapiedi o girare intorno alle aiuole dove i tacchi affondavano facendomi perdere le scarpe per strada. Fu solo una volta arrivati all’incrocio alla fine della nostra strada che mi venne un’idea. Sciolsi i fiocchi che tenevano insieme le mie trecce e li divisi a metà con l’aiuto dei denti, dopodiché li passai sotto le scarpe e li legai intorno alle mie caviglie per assicurare la scarpa. Adesso avrei potuto correre da una casa all’altra senza problemi. Dove vuoi andare?, mi chiese Luca guardandosi intorno. Il suo sacchetto era pieno a metà e mi resi conto che non avevamo più molto tempo perché il cielo era quasi del tutto nero e le nuvole coprivano le stelle e <strong>prima o poi nostro padre si sarebbe svegliato e sarebbe corso in strada a cercarci</strong>. Andiamo a sinistra, gli dissi e ci fermammo a ogni casa a chiedere dolcetti, confrontando ogni tanto i nostri sacchetti con quelli degli altri bambini che venivano dalla direzione opposta per capire quale casa fosse la più generosa dell’isolato.</p>



<p>Ogni volta era Luca quello che otteneva più complimenti tra i due. Le anziane signore rimanevano incantate dalla complessità delle ali e dalla cura con cui erano state cucite la giacca e il cappellino e lui, ogni volta che gli facevano un complimento, imitava il verso delle scimmie per farle contente. Quel piccolo spettacolo gli faceva ottenere sempre qualche dolcetto in più e lui non perdeva occasione per farmelo notare e così, per ottenere un vantaggio su di lui, a un certo punto, <strong>mi lanciai in strada e iniziai a correre</strong>. Ehi! aveva urlato cercando di raggiungermi, ma le ali gli facevano resistenza e ben presto per evitare che si rovinassero aveva smesso di correre ed era rimasto indietro e per la prima volta quella sera suonai il campanello da solo.</p>



<p>Avevo il fiatone a causa della corsa, ma non mi importava, anzi, ridevo e mi sentivo un genio per aver fregato così bene tutti quanti, la mamma, mio padre e ora Luca che arrancava sul marciapiede tenendosi le ali con le mani. La vecchia aprì poco dopo. Era vestita da strega e mi ricordo i suoi capelli bianchi, il naso adunco, la pelle pallida, le scarpe rotte e gli occhi gialli come quelli di un gatto. Non era ridicola, ma insolitamente bella. Dolcetto o scherzetto? e allargai la sacca e lei ci mise una manciata di cioccolatini, senza staccarmi i suoi occhi gialli di dosso. Grazie signora, risposi e iniziai a ballare per lei come avevo fatto sul tavolo di cucina, muovendomi tutto per dimostrare il mio vero valore. Diedi di tacco, incrociai le gambe e feci una piroetta e la vecchia mi guardò e sorrise e mi diede tutti i dolci che le restavano. <strong>Sei proprio una bella bambina</strong>, sussurrò prima di chiudere la porta e io arrossii e tornai alla notte con un certo batticuore.</p>



<p>Mi ricongiunsi con Luca dopo qualche minuto e ci incamminammo verso casa. Non era molto contento che l’avessi abbandonato e per scusarmi gli diedi un po’ dei dolcetti della vecchia. È stato bellissimo, gli dissi ancora rosso in volto e lui ridacchiò pregustando lo scherzo per nostro padre.<br>Quando tornammo ci aspettava sul vialetto. <strong>Aveva il sigaro in bocca e la cintura in mano e fummo costretti a nascondere la nostra faccia dietro i sacchetti stracolmi di dolciumi per ripararci dal suo sguardo inquisitore.</strong> Dove eravate? e si alzò in piedi e venne verso di noi e mi vide. Perché sei vestito da femmina? mi chiese afferrandomi per un polso. Era uno scherzo, risposi, e aprii la bocca per ridere, ma gli mostrai soltanto i denti e in quel momento Luca indicò la sua faccia incredula e non si trattenne. Rise, rise da solo per qualche secondo e mio padre non mi mollò il polso, ma anzi lo strinse e notai la sua bocca incresparsi e poi arricciarsi alle estremità e dopo poco iniziare a ridere come mio fratello.<strong> Ci sei cascato! Ci sei cascato! ripeteva il piccolo Luca ridendo a crepapelle assieme a mio padre e m’intimavano con la loro risata a dire addio a Dorothy e alle scarpette e così, a poco a poco, mi tolsi le scarpe e mi misi a ridere anche io.</strong></p>



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		<title>Pasolini visto da Arbasino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '60]]></category>
		<category><![CDATA[Arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[Mutazione antropologica]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Società dei consumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La critica opportunista di Pasolini, secondo Arbasino, rimpiangeva un età dell'oro della disponibilità dei "pischelli di borgata", ormai sedotti dall'accessibilità delle donne e del lusso, e indifferenti, se non indisposti, nei confronti delle avances di PPP.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per una interpretazione profonda di PPP suggerisco di leggere il profilo acuminato che ne fa Arbasino in <em>Ritratti italiani</em>. È una spiegazione di un<strong> omosessuale conservatore, brillante e giramondo</strong> (chi meglio di lui ha descritto la &#8220;bellezza&#8221; del miracolo economico degli Anni Sessanta ? &#8211; decennio secondo lui in cui il futuro aveva ancora un avvenire, altro che catastrofe antropologica!) <strong>nei confronti di un altro omosessuale più cupo e angosciato e forse masochista</strong>, il quale imputava chissà quale scasso antropologico degli italiani ai consumi e all&#8217;avvento della libertà sessuale degli anni &#8217;70, che invece <strong>rendeva disponibili finalmente le ragazze ai suoi pischelli di borgata</strong>, e smentiva l&#8217;assunto corrente tra gli omosessuali internazionali, da Winkelmann a von Gloden e di tanti altri viaggiatori dal &#8216;700 al &#8216;900, di una bisessualità o omoerotia spontanea presso i ragazzi italiani, i quali in verità andavano con loro <strong>solo perché poveri e non avendo donne disponibili se non a pagamento</strong>. PPP fu sconvolto secondo Arbasino, che lo frequentò fin dai primi anni Sessanta, da questi mutamenti economici e sessuali.</p>



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<p>Ecco alcuni brani, necessariamente scuciti, tratti da <em>Ritratti italiani</em> di Alberto Arbasino:</p>



<p>Sulle consuetudini sessuali di due scrittori omo quali Pasolini e Comisso</p>



<p>Prima fase:</p>



<p><strong>Segregazione serale dei sessi.</strong> <strong>L&#8217;età dell&#8217;oro della omosessualità internazionale.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«&#8230;diari appena mossi (da leggerezza rapsodica, non da strategie narrative) di una <strong>inquietudine ingorda e inesausta nel &#8220;battere&#8221; teneri ragazzi contadini</strong> (Pasolini) oppure giovanotti in età militare (Comisso) con una passionalità quantitativa che raggiunge risultati strepitosi, numericamente, in una Italia minore ancora antica e rustica e attonita e gentile, e semivuota, <strong>ma tradizionalmente bisessuale</strong> e disponibile anche più della Grecia e della Tunisia, finché durò <strong>la segregazione serale dei sessi.</strong>»</p>
</blockquote>



<p>Eccolo il punto. « la segregazione serale dei sessi»</p>



<p>Altro punto:</p>



<p><strong>Bisessualità di necessità</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità &#8220;di necessità&#8221; <strong>in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili</strong> [&#8230;]. Permissività, movimenti giovanili e discoteche spazzeranno poi questa tradizione o illusione (e Pasolini stesso si lagnerà della mutazione antropologica: «Ora devo fare centinaia di chilometri per cercare sulle cime dei monti ciò che fino a poco fa trovavo sotto casa»). Ma la caratteristica di queste pagine è una capacità di<strong> fissazione amorosa</strong> continua, ripetuta, erratica, insaziabile.»</p>
</blockquote>



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<p><strong>Fine dell&#8217;età dell&#8217;oro della presunta bisessualità mediterranea</strong><br><br>Seconda fase:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, <strong>l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea</strong>, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica.»</p>
</blockquote>



<p>Terza fase:<br><br>Quando<strong> un&#8217;alfa romeo in piazzetta non è più un avvenimento</strong>. </p>



<p>Come si scambia un mutamento nel costume sessuale per una catastrofe antropologica (ah i maledetti consumi!)? Semplice: è cambiato lo scenario della presunta bisessualità dei ragazzi poveri. <strong>Per PPP le occasioni diminuiscono</strong>. I ragazzi escono con le ragazze. Ninetto si sposa. Sono gli anni &#8217;70. Il benessere è diffuso. <strong>PPP è disperato</strong>.</p>



<p>Ecco il brano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. <strong>Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale</strong>, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie. Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: <strong>i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze</strong>. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della <strong>mutazione antropologica</strong> drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le<strong> </strong><em><strong>motivazioni autobiografiche</strong></em> delle sue <em><strong>anacronistiche invettive</strong></em> contro la <strong><em>società dei consumi e del benessere</em></strong> (corsivi miei) possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo.»</p>
</blockquote>



<p>Conclusione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Pier Paolo lanciò il suo ostinato masochismo caratteriale e sperimentale contro i torti inestinguibili di una società malevola nel suo cattolicesimo come nel suo comunismo.»</p>
</blockquote>



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		<title>L&#8217;AIDS è una malattia meravigliosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:20:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[AIDS]]></category>
		<category><![CDATA[All'amico che non mi ha salvato la vita]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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		<category><![CDATA[follia]]></category>
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		<category><![CDATA[Malattia]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Speranza]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da All'amico che non mi ha salvato la vita, il diario intimo in cui Hervé Guibert testimonia la sua lenta e inesorabile discesa negli abissi della malattia. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ho avuto l’AIDS per tre mesi</strong>. Più esattamente, ho creduto per tre mesi di essere condannato dalla malattia mortale che chiamano AIDS. Allora non mi facevo idee precise, ero davvero contagiato, il risultato positivo del test era lì a testimoniarlo, così come alcune analisi che avevano dimostrato che il mio sangue iniziava un processo di degradazione. Ma, in capo a tre mesi, uno straordinario caso mi fece credere, e mi diede quasi la certezza, che sarei potuto sfuggire a questa malattia da tutti ancora considerata incurabile. Così come non avevo confessato a nessuno, tranne ad amici che si contano sulle dita di una mano, che ero condannato a morire, non confidai a nessuno, tranne a quegli stessi pochi amici che <strong>me la sarei cavata, che sarei stato, per quel caso straordinario, uno dei primi sopravvissuti a questo inesorabile male.</strong></p>



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<p><br>[&#8230;]<br>Jules mi aveva detto che <strong>l’AIDS è una malattia meravigliosa</strong>. Ed è vero che io scoprivo qualcosa di soave e affascinante nella sua atrocità: si trattava certamente di una malattia inesorabile, ma non era fulminante, <strong>era una malattia a livelli, una lunga scala che portava sicuramente alla morte, ma di cui ogni scalino rappresentava un apprendimento senza pari, era una malattia che dava il tempo di morire e che dava alla morte il tempo di vivere</strong>, il tempo di scoprire il tempo e di scoprire finalmente la vita, era in un certo senso una geniale invenzione moderna che ci avevano trasmesso le scimmie verdi dell’Africa. E la disgrazia, una volta che vi si era immersi, era molto più vivibile del suo presentimento, in definitiva molto meno crudele di quanto si potesse pensare. <strong>Se la vita non era che il presentimento della morte</strong>, con il torturarci senza sosta quanto all’incertezza della sua scadenza, l’AIDS, fissando un termine certo alla nostra vita, faceva di noi degli<strong><em> </em>uomini pienamente consapevoli della loro vita</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-355" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hervé in uno dei ritratti che testimoniano l&#8217;avanzare della malattia</figcaption></figure>



<p>Consultando la mia agenda del 1987, potrei datare al 21 di dicembre la scoperta sotto la lingua di piccoli filamenti biancastri, specie di placche senza spessore. <strong>Il mio sguardo vacillò in quell’istante</strong>, e per un millesimo di secondo vacillò anche quello del dottor Chandi, trafitto dal mio come un colpevole braccato da un investigatore, quando gli mostrai la lingua, il giorno successivo nel suo ambulatorio. <strong>Davanti a un segno catastrofico il dottor Chandi è troppo giovane e inesperto per saper mentire, il suo sguardo non è allenato a diventare opaco al momento giusto, a non battere ciglio: egli conserva nei confronti della verità una trasparenza di un millesimo di secondo</strong>, come il diaframma fotografico che si apre per assorbire la luce prima di richiudersi per calibrarla. </p>



<p></p>



<p>Dovevo pranzare con Eugénie quel giorno, le mentii per omissione, improvvisamente svuotato da ogni desiderio e da ogni sentimento amicale, interamente assorbito dalla mia preoccupazione. La sera prima l’avevo passata con Grégoire: prima di avere la conferma da parte del dottor Chandi, era a me stesso che avevo mentito, aspettando ancora un po’ prima di essere catturato da una formidabile repulsione riguardo al solo organo sensuale al quale Grégoire permetteva talvolta una comunicazione erotica. In un primo tempo mentii anche a Jules, assente da Parigi, per quello stesso riflesso istintivo dell’omissione. <strong>Il dottor Chandi non pronunciò alcun verdetto, tanto più che era stato avvertito della realtà della mia malattia per via di quell’herpes zoster che si era manifestato otto mesi prima</strong>, quando ancora non ero un suo paziente. Doveva semplicemente guidarmi, con la maggior dolcezza possibile, verso un nuovo stadio della mia malattia. Con dei piccoli tocchi, attraverso scandagli dello sguardo, mi interrogava sui miei stadi di coscienza e d’incoscienza, facendo variare di qualche millesimo di millimetro l’oscillometro della mia angoscia. Diceva: «No, non ho detto che era un segno decisivo, ma le mentirei se le nascondessi che è un dato statistico». Se un quarto d’ora dopo gli chiedevo, preso dal panico: «<strong>Allora, è un segno veramente inequivocabile?</strong>», lui mi rispondeva: «No, non direi, ma si tratta nondimeno di un segno abbastanza determinante». Mi prescrisse un liquido giallo e disgustoso, il Fongylone, nel quale dovevo mettere a bagno la lingua ogni sera e ogni mattina per venti giorni. Ne portai con me a Roma <strong>venti flaconi che avevo nascosto prima nei miei bagagli</strong>, poi dietro altri prodotti, sulle mensole degli armadietti della cucina e sugli scaffali del bagno, dove mi rintanavo mattino e sera in maniera umiliante e al limite della nausea per ingerire i prodotti a insaputa di Jules e Berthe, che mi avevano raggiunto a Roma. Vivevamo insieme, Jules, Berthe ed io: loro due andavano a dormire nel letto matrimoniale sul soppalco, io nel lettino in basso. <strong>Il giorno di Natale avevo avvisato Jules di quello che mi succedeva</strong>, e che, fatalmente, ci succedeva, e avevamo deciso di non parlarne a Berthe per non rovinarle le vacanze. Jules, facendo finta di niente, faceva progetti sul futuro e coinvolgeva Berthe: che nei prossimi anni dovevano andare a risposarsi in campagna, che Berthe doveva chiedere di essere esonerata dall’insegnamento, almeno per un anno sabbatico, sottintendendo che non dovevamo sprecare quei pochi anni ormai contati che ci restavano da vivere. <strong>Per quanto riguarda me, scrivevo il mio libro</strong>, condannato, vi raccontavo il tempo della nostra gioventù, quello in cui Jules, Berthe ed io ci eravamo incontrati e amati. Avevo iniziato a comporre l’elogio di Berthe, nei termini in cui Muzil prima della morte aveva pensato, sinceramente o per scherzo, di scrivere il mio elogio, e tremavo ogni giorno per paura che Berthe mettesse il naso nel manoscritto che pure lasciavo, in fiducia, sulla scrivania.<br><br></p>



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